Proteggere il buono nelle cose disuguali. Canada, di Richard Ford

di Ezio Tarantino

Quando esce un nuovo romanzo di Richard Ford i cherubini e i serafini dell’empireo della letteratura fanno festa (sobriamente, brindando con una lattina birra in uno squallido diner delle costellazioni di provincia). Richard Ford scrive romanzi (bellissimi) e non se ne chiede la ragione. Lo fa. In Canada Ford torna a Great Falls, Montana, dove ci aveva portato tanti anni fa nel bellissimo romanzo breve Incendi. Vi ritorna soprattutto dal punto di vista della forma, riprendendo di quel romanzo lo stile asciutto, nitido, essenziale. Abbandonato quello pirotecnico, metaforico, post-moderno, iper-analitico dei tre grandi romanzi della cosiddetta trilogia di Frank Bascombe (dal nome del protagonista di tutti e tre i libri: The sportswriter, Il giorno dell’indipendenza e Lo stato delle cose), in Canada Ford si mette da parte, rispettosamente al servizio del racconto. Per fortuna non si usa più l’aggettivo, ma in Incendi e in Canada Ford sembra volersi meritare quello di scrittore minimalista, avvicinandosi a quello del suo grande amico Raymond Carver. Continua a leggere

La sostenibile pesantezza della grazia

di Ezio Tarantino

pesodellagraziaChristian Raimo aveva fin ora pubblicato due raccolte di racconti (molto belle), parecchi anni fa. Ma ha fatto anche tante altre cose: è stato (è? esistono ancora i TQ?) tra i più attivi nel gruppo di scrittori fra i trenta e i quaranta (Generazione TQ, appunto), scrive molto sulla rete, cura raccolte di racconti altrui, lavora per importanti case editrici, è stato curatore di Orwell, lo sfortunato supplemento culturale di Pubblico, il giornale di Luca Telese naufragato dopo pochi mesi di vita, e in più insegna in un liceo. Ma non si era ancora misurato con la forma romanzo.

Il peso della grazia (Einaudi, 2012, p. 453, € 21) è un romanzo coraggioso e ambizioso. Vi si parla di Dio, di amore, di vita, di inferno e paradiso (l’inferno e il paradiso senza nominarli proprio così – Dio e l’amore sì, invece). E’ un romanzo coraggioso perché da un lato si offre ad un tipo di lettore ben identificabile (direi tra i venticinque e i quaranta, colto, o almeno istruito, precario, disilluso, politicizzato, ideologizzato o no – sia per i contenuti che per lo stile: penso a certe similitudini da nerd: il cielo ora è pieno di nuvole che sembrano “isole di terra in SuperMario Bros”, ora si apre in “pop-up di azzurro”, e le giornate si schiariscono come quando sul Mac si pigia tante volte il tasto F2; e a una punteggiatura ironicamente elusiva e giovanile, a un uso espressivo dei caratteri tipografici – spazi bianchi al posto di silenzi, puntini di sospensione ossessivi, pagine interamente bianche), cui attinge e restituisce voce, uno sguardo, sentimenti; da un altro lato affronta di petto, senza sconti, con estrema lucidità e aggiungerei anche onestà e franchezza il tema del rapporto non tanto con Dio, ma proprio con Gesù Cristo, anzi, con la religione cattolica. E lo fa all’interno di una tormentata, sputtanata e sputtanante storia d’amore.
Il tentativo sembra per un verso quello di recuperare il racconto della vita quotidiana sottraendola alla dittatura della superficialità dei Paolo Giordano, Fabio Volo per tacere di Moccia; da un altro quello di spiazzarlo con un punto di vista quantomeno inusuale, destabilizzante nel suo limpido inequivoco diritto di cittadinanza.

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La conservazione metodica del dolore, di Ivano Porpora

di Ezio Tarantino

“Angela era una donna che cercava un uomo che non avesse passato; un uomo che le tenesse tra le mani la matassa dei pensieri mentre lei faceva l’uncinetto” 

Che libro è La conservazione metodica del dolore di Ivano Porpora (Einaudi Stile libero Big, 2012)? Non è il libro di un esordiente; anche se in realtà è il libro di un esordiente. Non è un libro sulla fotografia, anche se le fotografie vi hanno una parte fondamentale. E’ un memoriale? No, non è un memoriale, anche se parla di memoria, ma soprattutto di perdita della memoria.  E’ un libro generazionale? No, non è nemmeno un libro generazionale, anche se la generazione dell’Io narrante, Benito Allegri, fotografo quarantacinquenne, è il correlativo oggettivo del suo mondo interiore, almeno quanto lo sono i ricordi d’infanzia. E’ un libro d’amore? No, non è un libro d’amore sebbene sia pieno di donne, di sesso (alluso o ricordato più che descritto). Sarà un libro di genere (il genere bassapadana: Fellini, Guerra, Bassani, Bertolucci…). No, non è un libro di genere. Anche se la bassa padana (o alta, o media, non saprei dire con esattezza) è lì con le sue nebbie, il suo Po, il suo dialetto, le sue biciclette, le sue figurine mitiche (il prete, il comunista, il fascista, le donne, la sgarrupatissima bluesband).

Partiamo da qui (un po’ ingenerosamente). E’ un libro che ha un limite: quello di essere tutto questo. Un amarcord dolceamaro che abbraccia un arco di tempo molto ampio (dal dopoguerra ai giorni nostri), i cui rimandi (le atmosfere, i personaggi, le storie, la magia e la durezza, qualche volta la disperazione, di vivere) costituiscono un pedaggio inevitabile che induce chi legge a metterlo in rapporto con una memoria letteraria (o cinematografica), più che con la possibilità di un’esperienza (ciò che dovrebbe fare il romanzo: mettere il lettore di fronte ad un’altra vita possibile).
Ma è un libro che gioca con tutti quegli elementi in un modo che non lascia freddi o avvinti solo da un punto di vista intellettuale. Ciò che è detto, e come viene detto, ha valore di per sé perché c’è vita in dosi da cavallo dentro ogni pagina. C’è vita, c’è dolore e partecipazione (per questo ho detto che non è il libro di un esordiente: non vi troverete vizi e birignao tipici del “giovane scrittore”: lo stile è maturo, la voce è nitida e sicura, asciutta, controllata). Continua a leggere

La fabbrica dei sogni: Hugo Cabret, di Martin Scorsese

di Ezio Tarantino
Appena terminata la visione di Hugo Cabret viene voglia di aspettare che il film ricominci e riguardarlo da capo, per catturarne ogni dettaglio, ogni sfumatura, per capire ogni movimento di macchina, trucco, effetto. Ma già, non si può più. Alla fine della proiezione bisogna abbandonare la sala, come fosse un treno, la corsa è finita e non si può replicare. Il biglietto era valido solo per un sogno, e il sogno non si ripete. Forse è giusto così.

Che Martin Scorsese abbia contratto nel corso della sua straordinaria carriera un debito con la storia del cinema è cosa nota. Con Hugo Cabret Scorsese prende di petto l’oggetto del suo desiderio, ne indossa i vestiti, rende esplicite le premesse, apre la valigia della memoria e ne tira fuori tutto ciò che vi ha raccolto per tutta la vita.

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Ritorno al futuro

di Ezio Tarantino

Oggi vi suggerisco di fare un viaggio nel tempo e nello spazio. Salite su una “e” e dopo un elettrizzante giro della morte vi ritroverete a cavallo di una “a”. E così da Cinecittà atterrerete a Cinacittà: dagli studi di Cinecittà sulla Tuscolana, nel 1960, sarete approdati in un anno qualsiasi del futuro prossimo, in una Roma molto diversa da come la conosciamo.

Per fare questo viaggio vi servono due libri: C’era una volta il futuro, di Oscar Iarussi, edizioni Il Mulino, e Cinacittà, appunto, di Tommaso Pincio, edizioni Einaudi Stile libero.

Il libro di Iarussi, giornalista e critico cinematografico della Gazzetta del Mezzogiorno di Bari è, fatevi conto, un grande telo bianco disteso su un bel pezzo di storia italiana, sul quale sono proiettate, in modo simultaneo, o in un montaggio alternato dal ritmo sincopato le immagini della nostra storia recente. Si comincia dal 1960, l’anno della Dolce vita e si arriva ai giorni nostri, ma forse è il contrario, si parte dai giorni nostri, dalla politica, dal cinema, dalla televisione (soprattutto dalla televisione, cioè dalla politica), e si arriva al 1960. O forse si va e si ritorna su e giù, sopra il telo bianco, senza sottostare a uno schema troppo rigido.
Il tema del libro è la Profezia. Il profeta è Federico Fellini e l’oggetto del suo vaticinio è l’Italia, il suo degrado che oggi definiremmo “televisivo”, ma che cinquantadue anni fa sarebbe suonato come una bizzarria. La televisione era appena nata, e non disturbava i sonni di nessun intellettuale, o quasi (Umberto Eco già stava affilando i polpastrelli: il suo famoso saggio su Michael Nicholas Salvatore Bongiorno, detto Mike, è infatti dell’anno seguente).

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The Artist

The Artist
di Ezio Tarantino

Cominciamo citando un classico della teoria cinematografica: “Quando, una ventina d’anni fa, si fecero i primi tentativi di film sonoro, scrissi in Der Geist der Films che il suono non costituiva una conquista, ma un semplice problema: conquista sarebbe divenuto – e conquista eccezionale – il giorno in cui fosse stato risolto.”

Béla Balász, uno dei maggiori teorici dell’arte cinematografica della prima parte del Novecento, autore di uno dei testi più importanti per capire l’evoluzione dell’estetica cinematografica dagli inizi agli anni quaranta, Il Film: evoluzione ed essenza di un’arte nuova (ancora in commercio),  non era un conservatore condizionato da un’estetica ideologica che gli impediva di apprezzare le novità tecnologiche. Ma era persuaso che la perfezione del linguaggio cinematografico del cinema muto, che esaltava lo ”specifico filmico” senza appoggiarsi in modo surrettizio sulle caratteristiche delle altri arti, non era stata neppure sfiorata dal cinema sonoro. Queste peculiarità il cinema sonoro le perse, non riuscendo a trovare una sua specificità di linguaggio, divenendo per lo più, secondo Balász, mero “teatro fotografato”.

Balász morì nel 1949, senza probabilmente conoscere i film di Orson Welles (per citare forse il più grande innovatore del cinema degli anni quaranta e cinquanta), che pure erano già usciti (Citizen Kane è del 1941). Il cinema sonoro ha poi certamente trovato la sua strada (basti pensare a Godard), ma nel complesso non è che abbia dato davvero prove convincenti e durature di aver superato il problema.

Le due direttrici fondative del cinema dagli anni settanta ad oggi sono la spettacolarizzazione e il dialogo. Ma raramente una “narrativa per immagini”. Tanto che per tornare a vedere un racconto per immagini, bisogna riappiccicare i fogli del calendario e fingere di attestarci al 1929, l’anno in cui ha inizio la vicenda di The artist, il bel film di Michel Hazanavicius.

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Ricordo di Leda Colombini (1929-2011)

di Ezio Tarantino

La ragazza lo vide arrivare in fondo al viottolo nella campagna, poco fuori Fabbrico. Andava in bicicletta. Sul tubolare portava la donna che stava per sposare, una donna ricca. L’uomo era suo padre, e il padre delle sue due sorelle più piccole: era il figlio del padrone del podere dove, come salariato, come bifolco (addetto al bestiame) lavorava il padre di sua madre Iride, e per questo non era e non sarebbe mai potuto diventare suo marito; per di più Iride aveva già un’altra figlia da una relazione, precocissima, con un altro uomo. Ma Iride gli voleva bene, lo amava. Per questo la ragazza si piantò in mezzo al sentiero e non lo fece passare. “Chi sei? Cosa vuoi?” le disse l’uomo. Il fatto che si sarebbe sposato con un’altra e che la madre, quando l’aveva saputo, aveva pianto, l’aveva riempita di rabbia. Per questo quando l’aveva visto arrivare, di lontano, sulla bicicletta, con quella donna incastonata fra le braccia protese, lo aveva fermato. “Chi sono? Cosa voglio?” L’uomo la guardò all’improvviso come intimidito, e lei cominciò a riempirlo di pugni. Un granarola di pugni. Lui abbassò la testa  e le spalle sul manubrio e si prese i pugni, dal primo all’ultimo, senza dire una parola. Poi si sistemò sui pedali, aiutò la signora non ancora sua moglie e risalire sulla bici e si allontanò senza voltarsi.

La ragazza si chiamava Leda. Leda Colombini, e racconta questo episodio nel bellissimo libro di Francesco Piva, Storia di Leda. Da bracciante a dirigente di partito, edizione Franco  Angeli, 2009. Continua a leggere

Sangue del suo sangue, di Gaja Cenciarelli

di Ezio Tarantino

Gaja e Chiara Valerio

Gaja Cenciarelli e, alla sua destra, Chiara Valerio, di Nottetempo

La prenderò un po’ alla lontana.

Io non so se sia C’era una volta in America il film numero diciotto del Quiz che Nanni Moretti ha proposto ai cinefili suoi ammiratori sul sito dedicato ad Habemus papam. Non lo so perché tale è la distanza del suo giudizio sul film numero diciotto dal gusto comune che perfino lui non ha avuto il coraggio di rivelarlo: “spero che nessuno indovini questo film”, dice con un filo di voce imbarazzata, “questo film è noioso, volgare, lungo, misogino e violento”.

Io credo si tratti di C’era una volta in America perché ricordo che qualche giorno dopo la sua uscita un altro regista, anche lui molto noto e molto bravo, parlandone al Centro Sperimentale con gli allievi, sapendo di andare controcorrente, si espresse più o meno usando quegli aggettivi. Aggiungendone un altro: è un film immorale (o amorale, ora non ricordo). Questo commento mi rimase impresso. Capii molto più su di lui attraverso questo giudizio che in più  di due anni di frequentazione.

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Habemus papam, di Nanni Moretti

di Ezio Tarantino

PiccoliForse un po’ se le cerca, Nanni Moretti.
Parlare dei suoi film diventa quasi sempre l’occasione per parlare d’altro. Dei temi che hanno ispirato i suoi film (e fin qui ci possiamo anche stare). Ma poi anche delle infinite, stucchevoli reazioni suscitate dai suoi film, dalle prese di posizione, le polemiche che riempiono le pagine dei giornali e ora pure dei blog. Chiacchiere di cui non si sentirebbe alcuna necessità, che affondano nella polemica d’attualità spesso, molto spesso di bassissimo profilo.
Eppure, alla fine, interessanti per capire in quale stagno nuoti il Paese.

Habemus papam è un film “indimenticabile”. No. “Biasimevole” (e “senza mezze misure”). Il primo aggettivo gliel’lo ha affibbiato Repubblica. Il secondo l’arcivescovo di Matera, Monsignor Salvatore Ligorio. L’aggravante, per Repubblica, è di averlo visto. L’aggravante, per l’arcivescovo di Matera, di non averlo visto.
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Il cimitero di Praga, di Umberto Eco

di Ezio Tarantino

La seconda legge di Ranganathan recita: “Ad ogni lettore il suo libro”, e la terza  “Ad ogni libro il suo lettore”. Chi era Shiyali Ramamrita Ranganathan? Un matematico e bibliotecario indiano (chi ne voglia sapere di più clicchi qui). Nel mondo della biblioteconomia si è guadagnato un posto nell’empireo grazie al suo sistema di classificazione “a faccette” e, ancora di più, per l’emanazione di quelle che sono universalmente conosciute e citate come le cinque leggi di Ranganathan. Ovvero l’architrave ideale su cui si sostengono le biblioteche, regolando in modo semplice e senza troppe mediazioni intellettuali il rapporto fra l’istituzione e i suoi utenti.Tutto questo per dire che se è vero, ed è verissimo, che ogni lettore ha i suoi libri, e viceversa, non dovrei star qui a parlar male di un libro che, palesemente, non è il mio libro.
Tuttavia, poiché mi è stato regalato, e da persona cara, ho voluto cogliere l’occasione per mettermi, come dire, in pari, con la letteratura di grande consumo.
Il libro è, come avete visto dal titolo dell’articolo, Il cimitero di Praga, di Umberto Eco.

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Sangue di cane, di Veronica Tomassini

di Ezio Tarantino

Di cosa tratta Sangue di cane, di Veronica Tomassini, primo titolo della neonata casa editrice Laurana, di Milano, libro di cui si parla tanto? (e sarebbe interessante verificare se alla popolarità del libro sulla rete corrisponda un adeguato risultato nelle vendite, ma queste sono curiosità difficilissime da soddisfare, visto che i dati sulle vendite dei libri sono coperti da una coltre di  segretezza che nemmeno Wikileaks riuscirebbe a svelare).
Sangue di cane è un libro sull’amore assoluto. E’ la rappresentazione dell’amore di Dio.

Per il credente Dio è l’amore, e il suo amore per l’uomo è pazzo e indiscutibile (se non amasse, Dio rinnegherebbe se stesso e questo non è possibile: non sarebbe Dio). Dio sfida l’uomo sul terreno della fedeltà. Dio non si cura se l’uomo gli sarà fedele, non si cura della natura e dei modi con cui l’uomo ricambia, se lo ricambia, il suo amore. Dio però garantisce all’uomo la sua fedeltà assoluta.
L’amore raccontato nel libro della Tomassini è la figurazione dell’amore pazzo, indefettibile, contro ogni logica, fedele fino allo stremo e oltre, di Dio.

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Amerò quelle gambe anche quando saranno vecchie e scarne e con tutti i peli bianchi

In ritardo di circa un anno rispetto alla piuttosto infuocata polemica che rese vivace l’estate del 2009, ho ripreso in mano Principianti, il volume che raccoglie la versione originale dei racconti di Raymond Carver che, mutilati di un buon 60% costituirono la prima e celebrata raccolta Di cosa parliamo quando parliamo d’amore (1981), che avevo iniziato a leggere proprio in concomitanza con la querelle accesa da Carla Benedetti e proseguita da altri.

Già un anno fa mi ero fatto un’idea piuttosto chiara della questione, tanto da averne scritto un appunto che rimase lì, fra le note del mio palmare, senza che lo riprendessi più in mano. Il fatto è che allora non avevo qui con me (in Sicilia, dove passo le mie vacanze) il libro “ufficiale” e dunque l’impossibilità di fare confronti mi aveva frenato. Poi l’inverno è trascorso senza che ritrovassi l’impulso di verificare la qualità e la quantità dei tagli subiti da Carver da parte del suo editor Gordon Lish, cosa che ho quasi casualmente potuto fare in questi giorni.

Mi ero fatta un’idea, dicevo, grazie alla lettura dell’epistolario Carver/Lish riportato in appendice nel volume dell’Einaudi. La lettura comparata delle due edizioni dei racconti di Carver me l’ha confermata. Il lavoro di Lish sui racconti di Carver lo si può serenamente definire un atto di violenza.

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De delictis gravioribus / 8

di Ezio Tarantino

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Analisi e rimedi (continua)

Rimedi! Fosse facile. Ma bisogna pur cominciare a parlarne.
E come farlo se non partendo dalla parola tabù per eccellenza? Celibato.

Per Enzo Bianchi è un falso problema. Per il papa è un valore “sacro”, una “autentica profezia evangelica” (anche se, occorre ricordarlo, è obbligatorio solo a partire dal Concilio di Trento), ma per il Cardinal Martini lo si può ripensare. Hans Kung, in un’accorata lettera ai Vescovi ha indicato chiaramente, fra altre soluzioni più “semplici”, anche quella di cominciare, dal basso, con atti concreti, a corrodere questo tabù dalle radici profondissime. Che non sia un cammino facile è chiaro. E pieno di insidie collaterali (come dimostra anche un recente caso avvenuto nella Chiesa anglicana negli Stati Uniti, dove una donna dichiaratamente lesbica è stata ordinata Vescovo: non è un fatto che si può liquidare con giubilo o sconcerto a seconda di come la si pensi, perché coinvolge il sentire di migliaia, milioni di persone dalle quali non si può pretendere che accettino serenamente di dover prendere atto che tutto sta cambiando e così rapidamente senza che si sia fatto un percorso di avvicinamento avveduto, magari lento, non discriminatorio di nessun punto di vista).

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De delicitis gravioribus / 7

di Ezio Tarantino

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Ad una rapida analisi del testo, nella lettera del Papa Benedetto XVI alla comunità cattolica irlandese, la maggior parte dello spazio (proprio in termini di righe) è riservato all’esortazione: “Intendo esortare tutti voi, come popolo di Dio in Irlanda, a riflettere sulle ferite inferte al corpo di Cristo, sui rimedi, a volte dolorosi, necessari per fasciarle e guarirle, e sul bisogno di unità, di carità e di vicendevole aiuto nel lungo processo di ripresa e di rinnovamento ecclesiale”; “Vi esorto a fare la vostra parte per assicurare la miglior cura possibile dei ragazzi, sia in casa che nella società in genere, mentre la Chiesa, da parte sua, continua a mettere in pratica le misure adottate negli ultimi anni per tutelare i giovani negli ambienti parrocchiali ed educativi”; “… ma è nella Chiesa che voi troverete Gesù Cristo che è lo stesso ieri, oggi e sempre (cfr Eb 13, 8). Egli vi ama e per voi ha offerto se stesso sulla croce. Cercate un rapporto personale con lui nella comunione della sua Chiesa, perché lui non tradirà mai la vostra fiducia!”; “Cari fratelli e sorelle in Cristo, è con profonda preoccupazione verso voi tutti in questo tempo di dolore, nel quale la fragilità della condizione umana è stata così chiaramente rivelata, che ho desiderato offrirvi queste parole di incoraggiamento e di sostegno…”.

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De delictis gravioribus / 6

di Ezio Tarantino

4. Il segreto, il perdono, la giustizia

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Di tanto in tanto, sulla stampa, escono nuovi casi di abusi, silenzi, ritardi, omertà. In Belgio, in Germania, in Irlanda, in Brasile.
Cosa ha fatto e cosa sta facendo la Chiesa per far fronte a questo stillicidio mortificante e apparentemente infinito di accuse? E perché sono così frequenti? E come li giustifica? Come se li spiega?

Fra parentesi: comincia la parte per me più difficile dell’inchiesta: ho come la sensazione che, a partire da ora, me la dovrò cavare da solo; lasciati i compagni di cordata all’ultimo campo-base proseguo in solitaria, senza il conforto della cronaca, delle opinioni condivise. L’ho detto sin dall’inizio: il mondo cattolico, se e quando si è espresso, lo ha quasi sempre fatto schierandosi, come in un derby, a difesa del Papa, come se fosse un referendum pro o contro Benedetto XVI (e dico “quasi” solo perché ritengo improbabile che qualche voce critica ci sia stata: io però non l’ho trovata). Ora rimango, da una parte, con la tentazione di un “noi” di cui non conosco l’estensione, di un plurale generico  senza volto (“i cattolici”), della cui solidarietà implicita mi prendo la responsabilità al buio ignorandone la misura; e dall’altra con la consapevolezza di non poter contare più sulla adesione morale di chi non si sente ed effettivamente non fa parte della Chiesa e molti aspetti intrinseci all’appartenenza non può ovviamente sperimentare.

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De delictis gravioribus / 5

di Ezio Tarantino

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Recentemente il Rev. Thomas Brundage, quello che aveva istruito il processo contro Padre Murphy, in un articolo pubblicato dal Catholic Anchor.org, organo della Arcidiocesi di Anchorage, Alaska, ha contestato il racconto del New York Times, specialmente per quanto riguarderebbe il suo ruolo nella decisione di sospendere il processo a carico di Padre Murphy.
Sostanzialmente Brundage sostiene di non aver saputo di questa decisione perché essa è contenuta nella lettera dell’Arcivescovo Weakland del 19 agosto. Poiché solo due giorni dopo Murphy morì è chiaro che non si poté darvi seguito.

In realtà è dimostrato come lui fosse al corrente della decisione, formalmente assunta nella riunione di Roma del 30 maggio, tanto che, pochi giorni dopo l’uscita di questo articolo, ha dovuto ammettere che: a) fu lui a tradurre il documento italiano (per quanto sommariamente, utilizzando un rudimentale traduttore automatico in internet – siamo nel 1998), e che quindi conosceva bene i contenuti della riunione del 30 maggio; ma che soprattutto, b) fu lui a redigere la bozza che servì come base per la lettera di Weakland del 19 agosto: “However, in the file e-mailed to me by reporter Johnson was a August 15, 1998 draft of a letter that I wrote and Archbishop Weakland slightly edited. This draft letter became the text of the August 19, 1998 letter from Archbishop Weakland to then-secretary of the Vatican’s Congregation for the Doctrine of the Faith Archbishop Tarcisio Bertone in which Archbishop Weakland declared that he had instructed me to formally abate the case“.

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De delictis gravioribus / 4

di Ezio Tarantino
[continua da qui. Qui la prima puntata. Qui la seconda puntata]

Padre Lawrence C. Murphy ha abusato per anni, fra gli anni cinquanta e settanta, di centinaia di adolescenti sordi della scuola St. John’s a St. Francis, Wisconsin. Ci sono voluti vent’anni per provare a intentare un processo che peraltro non si è mai svolto perché da Roma si preferì soprassedere, in considerazione dell’età di Murphy (stavolta troppo vecchio) e del fatto che ormai era passato troppo tempo dall’epoca dei fatti.
Dalla ricostruzione fatta dal New York Times emerge abbastanza chiaramente come all’epoca dei fatti Padre Murhpy fu coperto dai suoi superiori e, malgrado la sua Diocesi fosse al corrente delle accuse che lo coinvolgevano, non solo non fu punito in alcun modo, ma anzi fu promosso Preside della scuola, ruolo che mantenne fino al 1974 quando, per le pressioni di alcuni ex studenti che affissero fuori della cattedrale di Milwaukee la sua fotografia con la scritta “Most Wanted”, venne messo a riposo.

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De delictis gravioribus / 3

di Ezio Tarantino

[continua da qui. Qui la prima puntata]

Prontamente, il primo febbraio del 1982, il Vescovo Cummins produce la documentazione richiesta e la invia a Sua Eminenza Joseph Cardinal Ratzinger, Roma.

Il 24 settembre un membro della Diocesi di Oakland, Rev. Mockel, si permette di chiedere al Cardinale a che punto stia la pratica, perché non ne hanno più avuto notizia, e se per caso fosse necessario produrre dell’altra documentazione.

Il 20 dicembre 1983, quindi più di un anno dopo, Mockel scrive al Vescovo Cummings informandolo che da Roma è arrivata finalmente una risposta in merito al caso Kiesle. L’ha scritta l'”amico” Reverendo Thomas J. Herron, della SCF, il quale conferma che il caso “verrà esaminato al tempo opportuno”. Allora il 17 gennaio del 1984 Cummins scrive a Herron ricordandogli gli estremi burocratici del caso Kiesle (numero di protocollo, data delle lettere, invio dei documenti ecc.). Si arguisce che la lettera di Herron doveva essere stata piuttosto evasiva e doveva evidentemente richiedere tutti questi particolari perché, evidentemente, del caso Kiesle, a Roma, si era persa traccia. Continua a leggere

De delictis gravioribus / 2

di Ezio Tarantino

3. Racconti

Quelli di Stephen Kiesle e del Reverendo Lawrence C. Murphy sono, forse, gli episodi più emblematici di questa triste sequela di vicende, perché di recente la stampa nordamericana ha resi noti tutti documenti (qui e qui) che ci consentono di capire meglio come la gerarchia di Roma abbia gestito casi del genere. E su questi il New York Times, primo fra tutti, ha imbastito la sua campagna di primavera contro il Vaticano.

KiesleCominciamo con il caso di Stephen Kiesle.

Nella primavera del 1981 ben tre lettere prendono la via del Vaticano dalla lontana California.
La prima la indirizza il 25 Aprile Louis Dabovich, parroco della Chiesa del Buon Pastore a Pittsburg, California, diocesi di Oakland, a Sua Eminenza Cardinal Franjo Seper, Prefetto della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede (lo fu fino alla fine del 1981, quando venne sostituito dal Cardinal Joseph  Ratzinger).

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Ricordo di un maestro

Furio Scarpelli è morto due giorni fa, a novant’anni. E’ stato il mio docente di sceneggiatura al Centro Sperimentale di cinematografia (oggi Scuola nazionale di cinema) nel 1985. Da allora non l’ho più rivisto, o quasi. Da anni avevo interrotto qualsiasi rapporto, seppur casuale.
Per qualche tempo, dopo il diploma, ho continuato a mandargli quello che scrivevo, ma dopo un paio di mancate risposte, ho smesso. Ma non gliene ho mai  voluto, non ci riuscivo.

Neppure come docente ci aveva mai dato l’aria di poter essere di un qualche aiuto pratico nei nostri ingenui tentativi di entrare nel mondo del cinema. Ma neppure allora gliene volevamo (un po’ sì, anche perché pensavamo che la ragione del suo distaccato disinteresse per queste volgari questioni pratiche fosse in realtà che, fuori dal Centro, avesse già i suoi giovani da aiutare e che non ci fosse abbastanza spazio anche per noi, arrivati ultimi in questa corsa all’oro un po’ patetica).

Le sue erano vere e proprie lezioni di scrittura creativa, solo che nessuno, allora, le chiamava così. Ci insegnava a leggere, prima di tutto. Scrivere era solo una conseguenza. Scrivere per il cinema una conseguenza di una conseguenza. Cecov, Maupassant, Dostoevskij, i suoi preferiti. E Flaiano, naturalmente. Continua a leggere