La Rosa e L’Usignolo: dodici quartine di Omar Khâyyam

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Ho sempre letto mistici, ma la mistica non fa per me. Così, quando un autore è disputato tra i mistici e i non mistici, propendo per il campo di questi ultimi. Tra una pienezza in cui l’io si annulla e un vuoto in cui l’io si annulla, il risultato è sempre l’annullamento del soggetto. Un’anticipazione della morte. Filothanathos, va’ per la tua strada. Sia felice chi in ciò vede la sua felicità. La mia è nel vento sul volto, nel raggio di sole, nel bagliore delle scaglie di un pesce. E nella coppa di Omar Khâyyam io vedo materiale, autentico vino. Continua a leggere

La taverna dell’amore

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Tempo fa, grazie all’internet, mi sono casualmente imbattuto in un video che mi ha colpito moltissimo: una performance musicale di un genere a me ignoto. Si tratta del genere qawwal, una forma poetico-musicale, prevalentemente di contenuto religioso, ma non solo, molto diffusa nel mondo islamico, e soprattutto tra Pakistan e Iran. Essa è inquadrabile nella tradizione sufica, ovvero in quella componente del mondo islamico in cui (spesso in polemica con la maggioranza legalista) si perseguono la sapienza e il rapporto diretto con Dio. Continua a leggere

Quattro di Adriano Guerrini

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Riapro l’ Età di ferro, uno Specchio di Mondadori del 1979 che mi è stato carissimo. Ho sempre amato Adriano Guerrini, una grande anima.

PADRE

Il denaro, il fumo, gli amici:
non altro amavi, non la casa.
« Ma io ho sempre lavorato! »,
rispondesti al frate indiscreto. Continua a leggere

Ulixes

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I Quest

Se mai nel mare troverò la lacrima
scesa dal volto della mia sirena
che inebriata del nulla in Occidente
canta l’amore, il vuoto, la mia pena
allora ogni parola sarà pietra
ad innalzare una città di dèi.

II Circe

Come di dolce tenebra
splende il tuo occhio, donna
e forma l’incolmabile distanza
del deserto segreto delle altezze
che divide nel cuore dell’eone
le speranze dai puri compimenti.

Nell’attesa di tutto il silenzio
io ricordo la voce beata
che diceva impossibili eventi.
E ti vedo, ti vedo velata
come di dolce tenebra.
Sale la notte in superficie calma.

III Penelope

L ‘idolo ancora luce nell’oscuro
della tua vita, piccola consorte
conficcata alle fibre dello scoglio.
Il vento dell’inverno teso svolge
tutte le cose ma non ti sbianca il forte
volto, e io ti so pagana.

Andiamo insieme, io trafitto in cuore
dal vuoto dell’eterno, tu ripiena
del sussurro di plastiche miriadi.
La tua sostanza nella terra madre.
Passa i fiumi fatali amore il grande?

IV Nostos

La tua sostanza fatta di fantasmi
non discioglie la luce. Fa dolere
l’intima pietra il canto di sirene
da cui l’inesorata nave ti allontana.

Enrosadira

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I

Tu che ci inondi di musica ancora
anche se ben distorta armonia
della donna perduta ci rimane
il sarcasmo disciolto nel sorriso
di un’innocente e flebile mania:
componi il tanto amato e vano riso.

Dai tempi lontani inaridito
non hai in mano che polvere di cose.
Ma non fermare i dolcissimi suoni
o dei passaggi disperato dio
sedotto dal profumo delle rose.

II

Tu che dell’occidente
conosci la pia rosa dei fruscianti
silenzi d’orizzonte
momento in cui si posa
il cuore degli amanti
e ride dell’eterno incandescente:
rompimi questo duro incantamento.

Io sono nella stasi senza pace
vicino a me si muove ogni vivente
l’erba germoglia intorno a me, la pietra.

III

Dileguare dell’ombra nella luce
della luce nell’ombra: tu sei questo.
Anche se muori d’ombra nell’amore
e se vivi di luce nel dolore.

Resta oscura la madre delle rose.

La cornice che scompare due volte

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Voglio presentarvi questa pagina di Ernst Bloch (da Tracce, trad. Grazia Boella, Garzanti, Milano 1994). Nella vita è spesso questione di sliding doors. Vi sono poi porte da non aprire che fatalmente ci attirano, ed altre che lasciamo chiuse, di cui ignoriamo i tesori che custodiscono. Se sia più tragico passare accanto alla felicità ignorandola o entrare in una infelicità di tutta la vita non è chiaro. Ma è certo che la vera vita è sempre altrove. E spesso questo altrove è, come qui in Bloch, fiabesco. L’altrove di Rudolf è massimamente vicino e massimamente lontano. Continua a leggere

Peter Pan

Queste righe le ho scritte nel marzo 2004. Mi sembra che possano costituire un contributo al dibattito che prosegue intorno all’ultimo post di Binaghi.

L’Isola che non c’è esiste, è qui fra noi, è l’Italia di oggi, è l’Occidente di oggi. È il luogo dove l’adolescenza non esiste più in senso classico, come passaggio tra l’infanzia e l’età adulta, ma si offre come condizione permanente e intrascendibile. Ovviamente, il luogo in cui avviene la consacrazione di questo fenomeno è la televisione, ove il trionfo dei reality show, che presentano giovani adulti che bamboleggiano, segna l’avvento di una nuova condizione umana, quella del differimento sine die della maturità. Continua a leggere