Un bicchier d’acqua


Aiutare Dio: sembra un assurdo, eppure è la realtà quotidiana di chi crede. Sarà perché ci vuole incoraggiare, donarci dignità: in ogni caso ha bisogno di noi, si aspetta che preghiamo per questo o per quell’altro, che gli diamo una mano a conquistare anime.
Ogni tanto qualcuno ringrazia per questi pensieri del mattino: sarebbe bello se fossero anch’essi un modo di collaborare, di dare un bicchier d’acqua nel nome di Gesù.

Chiedere


Temiamo di chiedere: ci sembra debolezza, dipendenza, umiliazione. Chissà quante volte è capitato di ricevere in cambio uno sguardo altezzoso, una scusa appiccicata, un rifiuto reciso. Anche noi, sicuramente, abbiamo dispensato smorfie, dinieghi, pretesti senza senso.
Con Gesù, neanche a dirlo, la situazione si rovescia: vuole che chiediamo tanto, sempre, comunque. Lui può soddisfare ogni domanda, risolvere i casi più spinosi, entrare nelle anime più scure e miserabili. Non c’è ostacolo che possa fermarlo, ed è felice di pagarne il prezzo, avendo sperimentato ogni dolore per poterlo condividere con noi.
Per questo, anima, canta l’inno d’amore che sfocerà nel desiderio esaudito dell’eternità.

Ma anche


Sia fatta la tua volontà: quante volte ha risuonato cupamente questa invocazione. Come se il Cristo fosse solo un messaggero di disgrazie, un monotono procacciatore di dolori. Nessuno nega che la fede cristiana sia un cammino in salita, una porta stretta che richiede impegno per essere varcata. Sono note le figure di santi che, seguendo il Crocifisso, hanno accolto ogni sorta di prove. Ma Gesù, nello stesso tempo, è un dispensatore generoso di gioie, e ama che noi lo ringraziamo: forse perché impariamo a drizzare le antenne, a non notare solo ciò che fa soffrire, ma anche ogni anticipo di vita eterna.

Pensieri a cena


L’eucaristia è una cosa seria. Spesso ci si comunica superficialmente, in balia di pensieri avulsi dal contesto, lo sguardo distratto da persone o cose. Dovremmo metterci nei panni di Gesù, scrutare i suoi pensieri nell’ultima cena, comprendere il suo gesto di donarsi agli uomini e alle donne di ogni tempo, ben consapevole dei benefici di tale istituzione. Nello stesso tempo, Egli vedeva le profanazioni e i sacrilegi, tutto nella stessa sera, nella morsa di una solitudine che solo Lui poteva affrontare e superare, senza nulla togliere, anzi semmai aggiungendo, al carico schiacciante del dolore.

Integratori


In genere fuggiamo dal dolore: per noi è un’anomalia, una falla nel sistema, qualcosa da cui liberarsi al più presto, se possibile. Gesù – la sua natura umana – non amava la sofferenza, ma la soprannatura la integrava, ne faceva uno strumento potente. Con la sofferenza ci associamo al Progetto di Dio, otteniamo grazie. A Gabrielle Bossis, Gesù raccomanda di attingere al ricco deposito del dolore da Lui sperimentato: nell’infanzia, nell’adolescenza, da adulto. E le ricorda che, in questo esercizio difficile e prezioso, si scopre la gioia soprannaturale, che nessuno potrà togliere.

L’esercizio del distacco


di Riccardo Ferrazzi

Sono già uscite parecchie recensioni di questo libro che non mi azzardo a definire romanzo (è ben altro), e quasi tutte si concentrano sulla prima parte, sui pochi anni di un’adolescenza in collegio raccontati con mano sicura da una poetessa, Mary Barbara Tolusso, perfettamente padrona dei suoi mezzi espressivi, che espone i sentimenti propri e altrui con precisione scientifica. Continua a leggere

Bar nĕbhū’ah


Consolare: una bella parola. L’apostolo Barnaba la porta scritta nel nome: Bar nĕbhū’ah, figlio della consolazione. Nella quarta stazione della Via Crucis, Maria si lancia incontro a Gesù: non può fare nulla, se non consolarlo. E suo Figlio ne resta consolato. Dovremmo ricordarcene anche noi, accarezzando, nei momenti di buio, il Cristo sofferente, il viandante della Croce; a suo tempo, sapremo quanta gioia gli avremo procurato con un semplice gesto, con questo infinitesimo dono.

Uno spettacolo


Mi ha sempre colpito il rifiuto opposto da Gesù alla Cananea: lei gli chiede di guarirle la figlia e Lui risponde che non è giusto dare il pane dei figli ai cagnolini. Lo fa apposta, è evidente: vuole che la donna chieda ancora, che pronunci la risposta così bella e commovente: anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni. Dio ha bisogno di noi, per operare; le grazie sono un lavoro a due, perché Lui, che potrebbe, non si impone. Siamo chiamati a farlo vivere nel mondo, a metter su uno spettacolo gradito al Cielo. L’uomo non è un pazzo che si agita sul palcoscenico, come diceva Shakespeare; da genio qual era, però, aveva intuito che sempre di spettacolo si tratta.

Intervista su “Magellano”. A tu per tu con Gianluca Barbera, autore del romanzo


di Guido Michelone

Dopo Finis mundi (2014) e La truffa come una delle belle arti (2016) ecco Magellano, il nuovo romanzo del cinquantenne Gianluca Barbera da Correggio, allievo dello stesso liceo classico, dove studiò Pier Vittorio Tondelli (considerato l’apripista della giovane narrativa italiana già a metà degli anni Settanta), ovviamente basato sul personaggio storico reale, ma con un taglio narrativo inedito, come gli stesso ci spiega in quest’intervista esclusiva. Continua a leggere

Il contrario


Ultimamente, mi soffermo sempre più su questo dato: la fede è desiderio. Ci insegnano, spesso, a non desiderare, a esercitarci nel distacco: ma la vita è il contrario, è un volere con intensità, con tutto il cuore, l’anima e la mente, come dice la Bibbia. Desidero Gesù: dovremmo ripeterlo, offrirgli ogni piccola cosa che facciamo, sapendo che Lui desidera noi, quanto nemmeno possiamo immaginare. Se Dio è amore, deve amare in un modo infinito: corrispondere significa stare nell’eterno, nell’unione più felice che ci sia.

Scia di luce


Non crediamo all’amore. I maestri dell’ateismo ci hanno inculcato, con tenacia scientifica, il piccolo cabotaggio dell’amore sociologico, formale, che si pasce di idee, autocelebrativo e narcisistico. Il vero peccato è questo: aver ceduto l’anima ai cattedratici del nulla, ai figli del signore delle mosche: baal zebub.
Ma si può tornare indietro, alle origini, o al futuro, come dice qualcuno: credere in un Dio fatto carne. Basta pensare a Lui perché la vita rifluisca, perché scopriamo la sua immensa cura, la delicata Provvidenza, il desiderio intensissimo di comunione. Lasciagli il suo posto nel cuore e ti sarai liberato dall’incantesimo del male. Sarai vita che scorre, oltre lo spazio e il tempo, scia di luce.

Lettura di “Quasi estate” di Giovanna Menegus


di Fabrizio Centofanti

Giovanna Menegus scrive parole sull’acqua, nell’erba, dovunque le cada l’occhio: quello interiore, i sensi interni dei Padri, che se ne intendevano di teologia, e quindi di poesia.
“Da dove è tornata ora questa luce”: è il mistero dell’ispirazione che nessun critico potrà mai spiegare, ma nemmeno il poeta, che la accoglie come l’albero la pioggia, secondo la famosa icona di Siddharta. È un gioco di luci e ombre, che rischia di perdersi nel nulla: “al falò grande della notte / che presto ricade / in silenziosa / cenere”. Ma non può, perché “l’oscura corrente del Verbo / […] sostiene l’universo”. Continua a leggere

L’Addolorato


Cos’è importante per noi? Per saperlo, basta trovare qualcosa a cui è impossibile che non pensiamo durante la giornata: la cosa o la persona che amiamo di più, radicata nel cuore, inamovibile. È un test importante, per conoscerci. Per i credenti, questa persona è Cristo. Se lo amano davvero, e si accorgono di averlo trascurato, si addolorano. Lui, poi, si addolora anche di più.

Lo stupore


La nostra debolezza ci turba, ci spaventa. Nelle confessioni si vive l’esperienza di un fronte segnato da sconfitte ripetute, imprese sempre in fallimento. Gesù lo sa, ci ha fatti Lui. È stato uomo e ha conosciuto i dossi, le buche, i pericoli in agguato in ogni tratto del cammino. Per questo ci chiede di fidarci in qualunque condizione, sfidando ogni possibile sconforto. Ci ha creati e ci ama; ha amato anche Giuda e i suoi crocifissori. Il sentimento più adeguato, rispetto a tutto questo, è lo stupore.

Immagina


Allenarsi. Abituarsi a vedere il Cristo nell’altro, prepararsi al gran giorno in cui dirà: ogni volta che avete fatto questo a uno dei più piccoli dei miei fratelli, l’avete fatto a me. Cosa faremmo a Gesù? Come lo accoglieremmo? Quali attenzioni gli riserveremmo? Immaginiamo tante cose, non sempre edificanti, e non l’incontro decisivo della vita? Ogni giorno è il giudizio: sulla nostra capacità di essere noi stessi, sull’amore che siamo e che gli altri attendono da noi per placare la fame, la sete, per essere vestiti, assistiti, consolati. Sarà bello, allora, dire al Pastore che raduna capri e pecore: ti ho visto, ti ho riconosciuto. È come un ritrovarsi tra vecchi amici, un riabbracciarsi.

Il Re dei re


Spesso ignoriamo totalmente le potenzialità del rapporto con Cristo: non immaginiamo quale amore ci aspetti, quanta beatitudine si affacci appena al di là di una soglia. Il regno di Dio si è avvicinato, dice Gesù, è dentro di voi; ma noi siamo distratti, inguaribilmente interessati ad altro.
Una speranza c’è: che un giorno ci passi per la mente il pensiero giusto, che per un istante ci abbandoniamo all’onda, al vento impetuoso, ci lasciamo rapire, portare via dal Re dei Re e Signore dei Signori, che insomma per un momento, che varrà per sempre, siamo noi stessi.

Alba


Chi non è rimasto rapito da un’alba, da un tramonto? È una rivelazione, un senso ulteriore che appare all’improvviso, come se si aprisse una porta o si alzasse un sipario. Siamo ospiti di un cosmo più mirabile di ogni effetto speciale, testimoni di uno spettacolo che non ha rivali. Ma nell’ultimo giorno sorgerà un sole più attraente, un’alba ci avvolgerà e sommergerà in una bellezza indescrivibile, se avremo avuto fede nella Luce venuta nel mondo.

Lamenti


Ci lamentiamo spesso. Magari borbottando interiormente: ci mancava questa; oppure: eccolo qua, e ti pareva! A volte sono fatti gravi, altre volte bazzecole, ma non ha importanza: è il principio che conta. Se fossimo credenti, sapremmo che Dio si prende cura di noi; anche di fronte a una catastrofe, ripeteremmo convinti: certamente ci ha protetti da qualcosa di peggio, per cui è giusto ringraziare. Siamo bambini in braccio al papà; ci pensa lui. A noi basta accarezzarlo, dicendogli ti voglio bene.