Nessi


Mi piace contemplare i gabbiani. Hanno un modo di muoversi curioso: si guardano in giro come uomini, sicuri di sé, perfino prepotenti, perché attaccano i piccioni per un pezzo di pane o di biscotto. Sono anche violenti, quando infliggono colpi di becco micidiali nel momento in cui meno te lo aspetti. Se non esistessero, il mondo non potrebbe sopravvivere: avrebbe nostalgia di quelle ali impeccabili, bianche come lenzuola ripassate sotto il ferro da stiro. Se non ci fossero i gabbiani, non ci sarebbe il mare: l’hai mai visto un mare in cui non planano o si posano un momento, in cerca di cibo? Non ci sarebbe acqua, quindi, né vita: la storia sarebbe solo un sogno che svanisce da svegli, quando non sai più se sei a casa o in qualche posto del mondo dove hai passato la notte per lavoro. I gabbiani hanno questo di bello: se li vedi, non puoi fare a meno di seguirne il movimento, come fosse di vitale importanza conoscere la loro direzione, perché senza di loro il mondo non esiste. Non ci sarei neanch’io, a cercare d’intuire in quale modo le ali, bianche come pagine, proveranno che sempre, nell’amore, tutto è collegato. È il motivo per cui se sei qui, a leggere quello che ora ho scritto, è un miracolo che mai finirà di stupirti, di stupirmi.

La visita


Se un extraterrestre approdasse sulla Terra, avrebbe molte cose da ridire. Noterebbe subito la mancanza di cordialità, l’antagonismo, l’atteggiamento difensivo diffuso un po’ dovunque. Perché questa paura? Perché tanta mancanza di condivisione? Si meraviglierebbe della freddezza nel compiere riti che dovrebbero invece rallegrare: le facce scure, l’aria depressa della gente chiusa nel tempio, l’indifferenza fra un tavolo e l’altro in ristoranti e trattorie, l’assenza di saluti negli auditori e negli stadi. Proverebbe a interrogare i passanti, chiederebbe, che so: come stai, o cosa c’è di bello nella zona in cui vivi. Ma la risposta sarebbe un silenzio sospettoso, un’alzata di spalle, un inarcamento rapido di sopracciglia, che direbbe assai più delle parole. L’extraterrestre, allora, vorrebbe raccontare qualcosa del suo mondo, cercherebbe di suscitare un interesse, un desiderio di contraccambiare la visita di cortesia. Parlerebbe di luoghi in cui la gente si ferma a conversare, a scambiarsi pareri, ricordi, sensazioni. Tenterebbe di contagiare un entusiasmo, un inizio di sana emulazione, la speranza di cambiare, non tutto in una volta, ma almeno un poco al giorno. Alla fine, gli individui, i capannelli, la folla, lo prenderebbero di peso, trascinandolo all’uscita della loro malinconica città; lo appenderebbero a un palo, come monito per qualunque extraterrestre cui saltasse in mente l’idea balzana di venire qui. Molti rimarrebbero stupiti di non vederlo più sospeso in alto, il terzo giorno; si chiederebbero perché, e quando, e in che maniera sia possibile sparire e non lasciare traccia. Poi, con un’alzata di spalle, tornerebbero a guardarsi di traverso, a ignorarsi, a farsi dei dispetti da nulla, ma sempre fastidiosi.

E se


E se Abramo avesse detto no, di fronte alla richiesta di uccidere suo figlio, se Mosè si fosse rifiutato di affrontare di petto il Faraone, se Davide non avesse voluto diventare l’uomo secondo il cuore di Dio, se Maria si fosse ritirata da un progetto troppo grande e impegnativo, se Paolo di Tarso avesse urlato “basta!” a tutto il dolore della sua missione, se Antonio, Francesco, Ignazio, Teresa, Teresina, Rita, Caterina, avessero cercato un’altra strada, più comoda, più gratificante, se tutto l’amore del mondo, la capacità di sacrificio, la rinuncia al proprio tornaconto, insomma, se avesse prevalso, sulla Terra, soltanto la nostra volontà, ebbene, oggi non saremmo qui: la catena di generosità, le mille forme del verbo dare si sarebbero esaurite, il moto della vita si sarebbe bloccato, proprio come rischia d’incepparsi ora, come se un corpo estraneo stesse per piombarci addosso, un pianeta alieno, un asteroide, in cui si rapprendesse tutto il male del mondo, l’affetto negato, l’onestà dimenticata, la giustizia ignorata, il bene soffocato dall’unico obiettivo reputato degno e conveniente: godere, possedere, dominare. E allora: grazie ad Abramo e a Mosè, a Davide e a Maria, a Paolo e a tutti gli uomini e le donne che chiamiamo santi, e al Santo dei Santi, che ancora una volta costruirà la sua arca di salvezza per chi gli dirà “sì”, con la sua vita.

Favole


Un tempo si raccontavano le favole, dove il lupo era il lupo, l’orco l’orco , la fata la fata. Oggi il lupo è travestito da fata, e viceversa. Il bambino non distingue più tra chi lo salva e chi lo sbrana, e cresce con l’idea che un’azione cattiva possa essere anche buona: insulta, ferisce, uccide, come se stesse intrecciando fioretti per la prima comunione. In un mondo in cui bene e male si confondono può accadere di tutto: è già un miracolo che una macchina si fermi al rosso, che un cliente paghi la spesa, che un uomo o una donna vadano al lavoro. Ma capita più spesso che un’auto ignori la segnaletica stradale, che qualcuno si appropri della roba altrui, che la gente si assenti dai doveri quotidiani in modo fraudolento. Quando tutto sarà capovolto, ci guarderemo in faccia e proveremo a chiederci da dove sia nata questa storia. Riesumeremo dal cassetto le favole di un tempo, dove il lupo era il lupo, la fata la fata, l’orco l’orco. Sperando, di nuovo, che tutto finisca per il meglio.

103. Il torto e la ragione


Scoprivamo sempre meglio quello di cui i Padri erano stati convinti dall’inizio: il segreto della vita di fede è la memoria dell’amore. Senza il ricordo, la storia, la traccia concreta che giace nel profondo, non può esservi fede, ma solo un’aggiunta posticcia senza carne né sangue. Del resto, non era stato l’ultimo arrivato a dire: “fate questo in memoria di me”. E il memoriale era l’asse portante non solo del Nuovo, ma anche del Primo Testamento. La vita cristiana è l’unica realtà in cui si può dire, con un’accezione positiva, che si vive di ricordi. Il primo Vangelo è tutto nel paolino “vi trasmetto quello che a mia volta ho ricevuto”. Il tempo, per noi, era dunque scandito da un intreccio incandescente tra il futuro apocalittico, il presente dell’attesa e un passato nel quale rirovare le radici profonde di cui tutto si nutriva, in aperto contrasto con la superficialità inquietante di un’eresia, ormai, acclamata e conclamata. Ci veniva in mente la parabola del seminatore, con la sua denuncia dei terreni inconsistenti, incapaci di portare frutto, e la necessità di un’accoglienza attenta e generosa del seme-Parola, della sua azione potente e rigeneratrice. Chi aveva interesse a occultare una verità così lampante? Chi poteva arrivare a strappare dal cuore della gente l’unica possibile fertilità, condannandola a un destino da zombi o da automi, a una vita senz’anima, così lontana dal credo-spero-amo di cui don Mario s’era fatto banditore? Ancora una volta, gli eventi avrebbero chiarito con la forza incontrovertibile della realtà da quale parte fossero il torto e la ragione.

La poesia del pianoforte: intervista a Sivia Belfiore


di Guido Michelone

 

Un nuovo CD ‘Per Musicam Ad Divinum’, basato sui Vangeli porta alla luce la poesia del pianoforte di Silvia Belfiore, giovane solista alessandrina che sta lavorando a un progetto impegnativo, riguardante l’edizione discografica dell’opera omnia pianistica del compositore casalese Federico Gozzelino. In esclusiva e in anteprima per ‘La poesia e lo spirito’, Silvia Belfiore racconta questa straordinaria esperienza. Continua a leggere

Mettiamo


Mettiamo che non fosse questa qui la vera storia del mondo, che Trump stesse solo fingendo di guidare l’America, che l’Isis usasse dei pupazzi per mettere paura, che l’Ilva non inquinasse proprio nulla, che anzi spargesse, nel cielo sopra Taranto, un profumo delicato di violette. Mettiamo che non ci fossero pochissimi ricchi a sfruttare una moltitudine di poveri, che la TV, la radio e i giornali non si lasciassero condizionare da un manipolo di lobby, che le strade non continuassero a essere infestate da prepotenti che saltano la fila. Mettiamo che Dio fosse contento delle sue creature, che non prevalessero rancore e antagonismo nei rapporti sociali, nelle stesse famiglie, che non si moltiplicassero ogni giorno odi invincibili per un’eredità, o per un semplice parcheggio; mettiamo che cibo e bevande non fossero avariati e non si registrasse un dilagare di tumori a causa dell’inquinamento alimentare e atmosferico; mettiamo che la merce si rivelasse davvero come appare negli spot, che i cuochi si lavassero le mani e che il libero pensiero non venisse conculcato da mille repressioni. Mettiamo che, per il solo fatto di scriverlo, le contraddizioni del mondo, personificabili e riconoscibili, si consegnassero a un’autorità superiore che decretasse la fine di ogni male; mettiamo che i conti tornassero, che svanissero nel nulla ingiustizie e cattiverie, che si potesse uscire in strada ed essere abbracciati come un amico che non s’incontra da tempo. Mettiamo che il cambiamento cominciasse da me, o da te che stai leggendo. Allora scrivere servirebbe a qualcosa, e non avrei perso una decina di minuti della mia breve vita.

È arrivato il tempo


Quando accadde la cosa, se ne accorse soltanto chi rimase in vita. Il mondo fu messo in ginocchio. Quanti commenti arguti non videro la luce, per la scomparsa di famosi opinionisti! Qualcuno, forse, ne avrebbe sentito la mancanza. Ma quel qualcuno, nella catastrofe, fu spazzato via.
Ora tutto è cambiato. I social non esistono più, è impossibile mettere un “mi piace” a qualche post a effetto. Tutto è essenziale come ai tempi delle Origini, dove il verde era verde, l’azzurro era azzurro, e non c’era bisogno di spiegarne il senso. Ora ci si guarda negli occhi e ci si dice il vero, magari con belle parole, ma senza pretendere o desiderare qualche genere di approvazione.
Ora, in un negozio, si vende un certo tipo di merce, e perfino in Chiesa si parla e agisce in sintonia con i duemila anni precedenti. Ora nessuno ha intenzione di confondere le carte, di mescolare i riti, di mettere insieme quello che insieme non ci sta. Si dice pane al pane, vino al vino, e non si tengono o annullano discorsi per far piacere o per non dispiacere.
Ora che il mondo è in ginocchio, è più facile guardare verso l’alto, accorgersi che è bello che Qualcuno ne sappia più di noi.
È arrivato il tempo di ricominciare: rimbocchiamoci le maniche, lasciamo fare a Dio.

La poesia delle Guerre Stellari

Intorno al libro Star Wars. L’epoca Lucas

di Guido Michelone

 

C’è un volume uscito di recente, dal titolo Star Wars. L’epoca Lucas, sottotitolo “I segreti della più grande saga postmoderna”, scritto da Giorgio Ghisolfi per le milanesi edizioni Mimesis, nella prestigiosa collana “Il caffè dei filosofi” che fa luce, come nessun altro testo finora pubblicato (rilevandosi, dunque, come il saggio più esaustivo sull’argomento), sul tema delle Guerre Stellari, intese come una serie di film che dalla fine degli anni Settanta a oggi hanno rinnovato completamente sia il genere science fiction sia l’immaginario collettivo americano (e di conseguenza mondiale). Continua a leggere

Echi


Estrema terra appare in questa sera
il pensiero di te, la lontananza
infida, l’attimo della finitudine,
del sacro vuoto d’amore,
dell’ignoranza indomita di qual-
sivoglia umore, attonita baldanza,
attratta, astrattamente indotta
dal nulla che ti affoga, ti ride
sulla faccia. Apprendimi, sollevami,
scarta la tovaglia che si arriccia,
stropiccia il cuore, con l’unica
voce che mi strappa al dolore,
all’umido biancore del ritorno.

Francesco Randazzo, Alito e calce


La poesia di Francesco Randazzo è piena di sorprese. È il “grido della pietra”, una voce che non ti aspetteresti e invece è lì, a interpellare il tuo sguardo sulle cose, oltre che il tuo ascolto. È come se, da qualche parte, ci fosse una soglia da varcare, “una porta perfetta, di sette colori”, l’arcobaleno, certo, ma anche le note, o, che so, i sette sacramenti: perché a volte, di là, sembra che si apra l’inferno della carne; altre volte, il Paradiso ineffabile dei desideri puri e levigati. Tra salvezza e perdizione, piacere e sofferenza, bene e male, nell’intrico di linee aggrovigliate che è l’esistenza umana, operano “le dita che non sanno contare il tempo e la misura”, gli “strumenti umani”, direbbe Sereni, che non si sa mai se possano servire all’uopo o siano arnesi obsoleti di fronte alla complessità crescente della posta in gioco. Continua a leggere

102. Crisi di crescita


La meta era vicina, ma proprio per questo, come sempre accade, si scatenò l’inferno: tutto quanto si potesse respingere, odiare, disprezzare, salì a galla, mettendo in forse i traguardi raggiunti fino allora. Cosa fare? La prima reazione fu di rabbia: possibile che non si comprendesse l’azione del demonio, il suo tentativo disperato di vanificare in un momento il lavoro di anni? Mi sembrava evidente l’azzardo satanico, tipicamente suo, del resto, dettato dall’orgoglio smisurato e dalla smania di distruggere tutto. Ma la via era un’altra: restare nella pace, confidare soltanto nel Signore e nel suo Progetto indefettibile. Avrebbe pensato Lui a colmare le lacune, a riportare nell’alveo stabilito le energie disperse dal dolore rabbioso per lo scacco apparente. Mi dissi che al mondo non c’è nulla di più forte di Dio, e che anche allora avrebbe prevalso la trama amorosa di una storia preparata da sempre. Il miracolo non sarebbe stato cancellato da una insana e scomposta insofferenza. Tornai alle radici del cammino, al bello, al buono, al vero: da lì sarebbe scaturita la sorgente che avrebbe irrigato il deserto di un momento di crisi, aprendo lo scenario di un’oasi da tempo vagheggiata. Dovevamo credere, come don Mario sempre ripeteva, che quello che Dio dice è vero: contro ogni apparenza, contro ogni azione e potenza dell’inferno. Le porte del caos non l’avrebbero spuntata sul disegno d’amore e di salvezza, sul sicuro dispiegarsi del volere eterno del Signore.

Da quando sono entrato in politica


[Ripubblico questo brano incluso in Prêtr-à-porter, un mio libro di diversi anni fa, perché mi sembra curiosamente attuale]

Da quando sono entrato in politica non credo più in niente. Ne ho viste troppe: la verità rovesciata in menzogna, la programmazione del falso, l’eliminazione violenta di ogni ostacolo, la ruberia elevata a comandamento. Non so perché continuo a stare qui; c’è una forza che mi attrae, ma non riesco a darle un nome. La sera, quando torno a casa, cerco invano di distendermi. Qualcosa mi consuma gli intestini, e lavora dentro, contro di me. Continua a leggere

L’Anello, di Karen Blixen


di Barbara Pesaresi

Ho scoperto Karen Blixen tanti anni fa al cinema, grazie al film “La mia Africa”, con Meryl Streep e Robert Redford. Mi ci portò una sera d’agosto una delle mie mamme estive, la signorina Valeria di Milano. Uscimmo dal cinema tutte e due innamorate di Robert Redford. Anzi, di Denys Finch Hatton.

D’estate, essendo i miei genitori impegnati nella gestione di una delle tante pensioncine a conduzione familiare che per tanto tempo hanno caratterizzato la riviera romagnola, io venivo adottata dalle clienti. Per intenderci, le pensioncine a menù fisso: lunedì spezzatino con i piselli, martedì pesce e così via, sino ad arrivare alla domenica con la gloriosa lasagna al forno, il pollo arrosto e l’insalata. Continua a leggere

Diabolos


Chi l’avrebbe mai detto che i sorrisi
sarebbero restati a mezza bocca,
che una prosa barocca
non avrebbe arginato la disfatta.
Quanto duro è il cammino
che ti sfratta il demonio dal salotto,
che smantella l’accrocco
che imbastisce di notte, sotto sotto.
Sfìlati dal tempo,
guàrdati dall’alto, come l’uomo
in coma, sul letto d’ospedale.
Appena giunge l’eco della Voce,
attàrdati un momento, non è il canto
del gallo, è la colomba
che allieta le fessure delle rocce,
la gazzella che salta, all’ombra
della croce.

Luigi Maria Corsanico legge Edoardo De Filippo

da qui

Pier Paolo, poesia di Eduardo De Filippo
da: “O’ penziero e altre poesie” di Eduardo, Einaudi1975
Lettura di Luigi Maria Corsanico
JS Bach Sonata No1 in G minor BMV 1001
Viktoria Mullova – Adagio
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Pier Paolo

Non li toccate
quei diciotto sassi
che fanno aiuola
con a capo issata
la ‹‹spalliera›› di Cristo.
I fiori,
sì,
quando saranno secchi,
quelli toglieteli,
ma la ‹‹spalliera››,
povera e sovrana,
e quei diciotto irregolari sassi,
messi a difesa
di una voce altissima,
non li togliete più!
Penserà il vento
a levigarli,
per addolcirne
gli angoli pungenti;
penserà il sole
a renderli cocenti,
arroventati
come il suo pensiero;
cadrà la pioggia
e li farà lucenti,
come la luce
delle sue parole;
penserà la ‹‹spalliera››
a darci ancora
la fede e la speranza
in Cristo povero.

[Eduardo De Filippo, 1975]

All’arte di governo imbalsamata, di Marianne Moore


da “Marianne Moore – Le poesie”, edizioni Adelphi,

a cura di Lina Angioletti e Gilberto Forti

 

Non c’è nulla da dire in tuo favore. Difendi

il tuo segreto. Tienlo nascosto sotto la tua dura

scorza di piume, negromante.

O

uccello, le cui tende sono state «grandi teli di canapa

egiziana», la pallida iscrizione zigzagante della Giustizia – Continua a leggere