Chi è il Dio?


Noi credenti abbiamo un Dio. E un Figlio di Dio. E uno Spirito Santo. Roba da passarci la giornata, da riempirci le ore: con le Scritture, i sacramenti, le opere di carità.
E invece che facciamo? Pensiamo a noi stessi, ai nodi inestricabili dell’Io.
Verrebbe da chiedersi: ma chi è il vero Dio? Lui o noi? Se fosse Lui, avrebbe diritto a più attenzione. Un Dio lo è o non lo è: tutto il resto è noia, diceva quello.

Le parole


Molti si affannano a cercare preghiere. C’è una gran quantità di libri che ne dispensa a iosa, come se nell’una o nell’altra si dovesse trovare la parola giusta, la formula magica capace di smuovere le leve decisive, di indovinare il metodo infallibile.
Ma la preghiera ce l’abbiamo, l’ha data Gesù. Ci sarà un motivo se ha messo in fila quelle frasi lì. Non dovremmo mai stancarci di ripetere il Pater: Dio stesso ha depositato nelle nostre mani le chiavi che aprono il suo cuore.

Come si cambia


A un certo punto, nella vita, si affaccia la mania per i manuali. Cerchiamo regole che facilitino la vita quotidiana: come intessere buone relazioni, come imparare a cucinare, come scrivere un best seller. La manualistica è tra i generi editoriali di maggior successo. È il fascino, ad esempio, della Somma teologica di Tommaso d’Aquino: una trattazione cristallina della teoria e prassi cristiana della vita, che orienta pensieri, azioni e sentimenti.
In noi c’è un meccanismo creativo che ha bisogno di essere avviato: entra in azione quando diamo uno scopo all’esistenza, e usiamo l’immaginazione per vederlo realizzato. Non sono le idee a cambiarci, è l’esperienza; e un’esperienza immaginata nei dettagli è reale, per il cervello umano. È così che si produce ciò che potremmo definire il generatore automatico di virtù: si tratta di lasciare che a condurci sia la vera identità, permettendo allo Spirito di prendere la guida, di fare, detto in sintesi, la volontà di Dio, come un frutto prodotto spontaneamente dalla pianta.

Casa, dolce casa.


Gli altari, i paramenti, gli incensi, le grandi cerimonie: a volte, la religione è scenografica, simile a un film di Cecile B. De Mille, dove ogni parola risuona come dentro una grancassa. Oggi, quelle cose, non vanno più di moda. Anzi, in certi casi, si partecipa alla messa come alla sagra della pastasciutta, mancano solo gli stornelli e i balli popolari. Sarebbe bello trovare un equilibrio: considerare Gesù come uno di famiglia: scambiare un’occhiata complice, un bacio, un segno che ci sei, sei entrato nel mio mondo, che senza di Te non sarebbe più casa, intimità.

L’amore


L’amore è un tema complicato. Ricordo una canzone dei “Giganti”, di qualche era geologica fa, che tentava di svolgerlo a più voci. Sarebbe bello confrontarsi, lasciare che ognuno dicesse la sua, secondo l’esperienza personale: un’opinione accanto all’altra, come in quel motivetto d’altri tempi. Fra le tante idee in proposito, è impossibile ignorare l’amore del Dio Uomo che si offre totalmente a noi, ricevendone in cambio indifferenza, scherni, bestemmie. È una pietra di paragone interessante.

Gemma Mondanelli legge “L’ultimo quarto del giorno” di Raffaela Fazio


I libri di Raffaela, che scrive da quando era bambina, hanno seguito il suo percorso personale, i suoi sentimenti, la vita della sua famiglia, quella dei figli. La recente raccolta intitolata “L’ultimo quarto del giorno” (La Vita Felice 2018) denota una considerevole maturità stilistica e di contenuto, insieme a un tratto più filosofico e introspettivo. Raffaela parte da un discorso molto suggestivo, come si legge nella nota anteposta al libro: secondo la tradizione ebraica, la giornata di Dio si compone di 12 ore; nell’ultimo quarto egli gioca nel mare con il Leviatan, il temibile mostro marino. Continua a leggere

Lo statuto


Vogliamo essere pensati, amati, curati. C’è in noi una sorta di pretesa, un diritto acquisito chissà come, un dovere dell’altro di corrispondere ai nostri desideri. All’alba della vita è un dato certo: se non fossimo assistiti con tali prestazioni, ne usciremmo segnati. È il dramma dell’infanzia abbandonata, o maltrattata.
Crescendo, i termini si invertono: è a noi che viene chiesto di dare. Impariamo a cavarcela da soli, a credere normale che l’altro non ci pensi.
Eppure, in qualche parte del cuore, rimane lo statuto del neonato: l’essere oggetto di uno sguardo amante, mai distolto da lui. Più tardi, facendosi strada una saggezza nuova, affacciandosi al mondo dello spirito, si capisce che il bambino ha indovinato: quello sguardo esiste; sono gli occhi del Cristo, che non ci lasciano nemmeno per un attimo.

[l’immagine è tratta da un’opera di Marko Ivan Rupnik]

La carta vincente


La croce fa paura. Ricorda la morte, il cimitero, qualcosa di oscuro, doloroso. Portare la croce significa soffrire. Quello che del nostro Dio non digeriamo, sin dai tempi dei capi dei Giudei, è il Crocifisso: è sconveniente, soprattutto se ha intenzione di scaricare la croce su di noi.
Eppure il segreto è proprio qui: in questa miscela di rinuncia e povertà; nell’andare contro se stessi, nel restare nascosti, nell’essere, in estrema sintesi, crocifissi con Cristo. Solo così è possibile risorgere, sperimentare la felicità senza più ostacoli. Non lasciamoci sfuggire la carta vincente, la formula infallibile: la Pasqua.

Il libro della Vita


Vogliamo essere eroi, santi, personaggi memorabili. Chi non ha avuto sogni di gloria?
Siamo cosa molto buona, dice il libro della Genesi, destinati a grandi cose: l’infinito, l’eterno. Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me, diceva Kant. Tutto vero. Ma poi Dio ci chiede l’impegno più difficile, quello veramente eroico: la fedeltà nelle piccole cose, cui nessuno fa caso, che non entrano nei libri di storia, ma solo nel Libro della Vita.

Atto di fede


Quando pigiamo il bottone della macchina, non dubitiamo che esca il caffè; se apriamo l’ombrello, siamo sicuri che ripari dalla pioggia; se giriamo la chiave nel cruscotto, l’automobile si mette in moto. Durante la giornata, compiamo atti di fede a non finire: se facessimo attenzione, ci stupiremmo di affidarci tanto.
Invece, quando preghiamo Dio, perdiamo colpi: mi esaudirà? Sarò degno di chiedere? Dovrei avere, almeno, la stessa certezza che ripongo nella macchina, nell’efficienza del telefono, in qualsiasi altro moto di fiducia. Manchiamo sul più bello, proprio là dove potremmo averne un grande beneficio. Per questo il dubbio ci arrovella, e finisce per guastare anche l’ombrello, il distributore, l’automobile.

La risposta

da qui

Dio si presta a equivoci. Molti lo vedono come un padrone esigente, altri come un sovrano indifferente al destino dei suoi servi. Uno dei peccati che si confessano più spesso è la bestemmia. Curiosamente, anche in negativo: padre, io non bestemmio; excusatio non petita che la dice lunga sulla possibilità che il fatto avvenga. Di Dio, si ignora il dato certo: Egli ama al di là di ogni misura, ci accoglie così come siamo, disponibile a fare tutto Lui, a cambiarci, per renderci felici. Perché non ci crediamo? Perché non lo vediamo per quello che è davvero?
La risposta, diceva un ebreo, soffia nel vento, la risposta soffia nel vento.

Saluti e baci


A volte mendichiamo affetto: ci restiamo male se qualcuno non saluta, se non è cordiale, se non ci accoglie secondo le nostre aspettative. Sogniamo che il mondo ci dia importanza, che riconosca in noi valore e dignità. C’è bisogno di aggiungere che le cose non sempre vanno in questo modo? Allora la tristezza si fa strada, si avverte il peso della solitudine, ci si sente inutili e frustrati.
Il fatto è che ignoriamo d’essere in buona compagnia: gli angeli e i santi, per dirne una, sono sempre disponibili a soccorrerci, a viziarci di affettuosità come fanno gli zii coi nipotini. Certo, ciò richiede la consapevolezza d’essere uno di quei piccoli di cui parla il Vangelo. Se ci scopriamo tali, cominceremo a sentire i baci e le carezze, e non ci importerà se qualcuno non saluta come Dio comanda.

Preferenze


Quando notiamo che Dio fa preferenze, ci restiamo male. Leggendo di Abramo che era l’Al Khalil, l’amico di Dio, che Davide era l’uomo secondo il suo cuore, che c’era un discepolo che Gesù amava, potremmo provare un sentimento d’invidia, di rivolta: perché loro e non noi? Possibile che il Signore discrimini, benefici qualcuno a scapito di altri? C’è gente che ha ammazzato, per questo: vedi Caino, nel grande simbolo del libro della Genesi.
In realtà, ciò che Cristo fa e dice per un’anima, lo fa per tutte. Noi siamo suoi amici; se potessimo soltanto immaginare quanto questo sia vero, ci scuseremmo per il resto della vita.

L’Aquila e Amatrice fra jazz e terremoto

Piazza Santa Margherita (Piazza Gesuiti) – Ada Montellanico “omaggio a Billie holiday” feat. Giovanni Falzone – Ada Montellanico – voce


Brevi riflessioni attorno a due libri fotografici

di Guido Michelone

Jazz e terremoto sembrerebbero due termini non solo compatibili, ma soprattutto da integrare l’uno nell’altro, in particolare quando il secondo viene usato metaforicamente: è giusto infatti dire e sostenere per il jazz che si tratta di un vero e proprio “terremoto” a livello artistico-culturale nella Storia del XX secolo, protrattasi fino ai nostri giorni. Il terremoto jazzistico è il simbolo perfetto di una nuova sonorità che scuote le coscienze, cambia la mentalità, annulla il passato, guarda al nuovo, alla vita, al sogno, alla libertà. Continua a leggere

Tenerci


Se facciamo qualcosa per qualcuno, non possiamo non essere contenti. Ci affezioniamo alla nostra fatica, al frutto del lavoro compiuto: come si dice in modo famigliare, ci teniamo. A volte sono piccole cose: per me, la catechesi, i colloqui, la preghiera, il soccorso a un bisognoso.
Cristo è morto, per noi peccatori: come può non tenerci? Per questo, a ogni occasione, con qualsiasi pretesto, dovremmo raccomandargli la nostra e le altre anime. È un modo infallibile per renderlo felice.

Poesie di George Nina Elian


di Claudio Damiani

George Nina ELIAN è un poeta rumeno. E’ nato e vive in Oltenia, a Slatina, la città di Ionesco. Ho letto recentemente suoi testi su “Nuovi Argomenti” (http://www.nuoviargomenti.net/poesie/notturno-alla-maniera-di-bacovia/) e sul blog di Giorgio Linguaglossa “L’ombra delle parole” (https://lombradelleparole.wordpress.com/tag/costel-drejoi/), tradotti in italiano da lui stesso, perchè George Nina Elian conosce e ama la nostra lingua.

Mi colpisce di queste poesie l’immediatezza e il vuoto che riescono a fare, come spiazzano e spazzano anche, dentro, rendendo vuoti, puliti. Sentiamo nel silenzio qualcosa che nasce, che forse già c’era, che nessuna parola potrebbe dire. Ci colpisce, voglio dire, come la semplicità sia complessa, come tagliando via, subito rinasca qualcosa, come le code delle lucertole, e noi assistiamo, spettatori attori, all’essere nel suo farsi, all’essere nel suo essere, al nostro stesso essere. Mi viene in mente Ungaretti, e, anche se può sembrar strano, Penna, e anche tante voci rumene, della musica, e il grande Cioran, e il concittadino Ionesco.

George Nina ELIAN (Costel Drejoi). Poeta, saggista, traduttore, giornalista. Nato il 13 novembre 1964, Slatina (Romania).

Esordio: 1985, sulla rivista ”Cronica” di Iași (Jassy), con poesia. Continua a leggere

Segreti


Quante cose non capiamo! A qualsiasi livello, ci sono fatti che stentiamo a spiegarci. Ci ingegniamo a decifrare il senso di ciò che ci circonda, a dare un contributo alla lettura del mondo; eppure, la mente e il cuore restano all’oscuro di molte conoscenze. È un male? È un bene?
C’è una parola di Cristo, nel Vangelo, che ci lascia perplessi: se non ritornerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Ci stupisce perché siamo tutti impegnati a diventare adulti, a sconfiggere, per quanto possibile, egocentrismi e infantilismi; e poi, ecco, l’indicazione del Vangelo che sembra annullare i nostri sforzi.
O è un invito ad amare i misteri della vita? Un appello a tener viva la memoria che, davanti a Dio, siamo bambini a cui sfugge l’ultima ragione delle cose?

Un gioco


Le cose importanti richiedono sforzo, ci hanno detto. È vero: pensiamo a un titolo di studio, a una qualsiasi competenza, a quella meta difficile che è la conversione. Per Gesù è diverso: le azioni più complesse le compie con felicità, con leggerezza: plasmare le anime, per Lui, è quasi un gioco, se noi glielo lasciamo fare. Se ci opponiamo, invece, se gli neghiamo la fiducia a cui ha diritto, ecco che diventa un Calvario, una Via Crucis. Alla fine, come sempre, dipende da noi.