Scarpe


Il Cantico delle creature colpisce perché vede il bello ovunque. Facilmente avviene il contrario: siamo bravi a cogliere difetti, magagne, le mille falle che si aprono nel mondo e ne fanno, ci sembra, una scarpa vecchia, quasi da buttare. Il Cantico afferma il contrario: il mondo è bello, perché Dio l’ha creato, e da Lui non può uscire che bellezza. È una fiducia che i santi conoscono bene, loro che tornano bambini, come chiede il Vangelo. Il bambino non ha difese o maschere: è lì, esposto alla realtà, pronto a recepire quello che gli viene dato. Dio vede il bambino che è in ognuno di noi e fa di tutto per estrarlo dalle macerie dell’adultità. L’adulto, infatti è spesso adulterato, un prodotto in scadenza pronto per finire tra i rifiuti. Una scarpa vecchia, insomma. In questo senso, Dio è un rigattiere che tiene da parte molte cose inutili, inservibili, con infinito amore. Aspetta il momento opportuno per riprenderle in mano, lavorarci sodo, e sposta di qua, incolla di là, spolvera e lucida, alla fine, oplà!, ecco una cosa tutta nuova.
Il Cantico dimostra che persino la morte è una scarpa malridotta che si può risuolare. A patto che desideri davvero riprendere il cammino:
“Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare: guai a quelli che morrano ne le peccata mortali; beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male”.

Angeli


Gli uomini mi rappresentano sempre con le ali, ma io sono puro spirito, quindi non ho ali né braccia né quella veste lunga e bianca con cui non possono fare a meno di pensarmi, tradendo una scarsa fantasia. I terrestri guardano più all’esterno che all’interno: sono attratti dalle belle forme, si perdono nella contemplazione di un’auto o di un gioiello. Noi no, andiamo al sodo, abbiamo un’attrazione invincibile per l’anima.
Siamo per la continuità, per la gioia, per la ricchezza straordinaria dell’infinito da cui proveniamo. L’uomo e la donna valgono per questo. È vero, sono costretti a fare i conti con il corpo, che ha le sue pesantezze, perfino le sue tare, a causa della colpa d’origine. Lottano con la forza deviante del peccato, cercano di farla confluire nell’alveo voluto dall’Altissimo, sia benedetto il suo Nome, di custodirla dall’assalto dell’altro genere di spirito, satana, l’essere malvagio che si traveste da angelo di luce per ingannare il mondo.
Noi, angeli fedeli, non abbiamo vesti bianche né ali: indossiamo l’energia potente del Santo Immortale, sia sempre benedetto il suo Nome. Ricordiamo agli uomini e alle donne, ai vecchi e ai bambini che nessuna conquista, nessun successo, nessun piacere, in questo mondo, è superiore a quella perla di valore inestimabile che è l’anima. Una sola cosa increspa lievemente la nostra eterna gioia: che l’essere umano, spesso, dimentica di averla.

Duetto


La vita è un canto a due voci. L’equivoco, che può protarsi per anni, sta nel cantarsela da soli, nel modulare all’infinito una voce che magari incanta, convince, sprona a grandi azioni, ma ha quel vizio di fondo: fare da sola.
Il cammino dell’uomo, per usare un’espressione consacrata dall’ebreo Buber, è una ricerca ostinata, a volte disperata, di un tesoro che sta sotto la stufa, nella cucina di casa: è l’immagine geniale con cui Buber ci ricorda che il nostro perderci in rotte sempre più esotiche, strambe e inconcludenti, è una fuga dall’incontro. Gesù lo spiega bene attraverso la sua polemica coi riti: non serve a nulla lavarsi le mani fino al gomito, come facevano i giudei, se si dimentica il contenuto dell’azione, cioè l’incontro, appunto, con Dio.
L’esistenza è un moltiplicarsi di gesti apotropaici, con cui vorremmo attingere a una sorta di salvezza personale. Un giorno, però, sentiamo l’altra Voce, e ne restiamo finalmente presi, affascinati. È l’intimità con Dio, che comincia a trasformare i nostri vizi in virtù. Di queste, la più decisiva è, come s’è detto, non cantare da soli.
La vita è un duetto in cui le voci s’intrecciano, si fondono, fino a diventarne Una più bella, l’unica che davvero ci appartiene.

Luigi Maria Corsanico legge William Butler Yeats

da qui

William Butler Yeats

Quando tu sarai vecchia

traduzione di Lucia Intartaglia

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Antonin Dvorak – Songs My Mother Taught Me

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Il tema


Il tema in classe è un genere letterario intramontabile. L’arte dell’insegnante consiste nel proporre tracce che risveglino, nello studente, la capacità di vedere le cose in modo personale. In questo senso, anche a noi farebbe bene. Gli argomenti non mancano, ma vanno scelti con cura. Ricordo vagamente quelli assegnati da bambino: la mia famiglia, i miei nonni, una vacanza. I risultati erano cronache prive di spessore, una piatta descrizione di tratti neutri e concentrati di abitudini: il padre che lavora, la madre che cucina, litigi o giochi tra fratelli. Pensiamo a come sarebbe diverso, oggi, il nostro svolgimento: ne uscirebbe un romanzo, una saga sul tipo dei Buddenbrock, o dei Guermantes. Questo è il motivo per cui i temi si danno ai piccoli e agli adolescenti, che hanno poco da dire, a meno che non si chiamino Giacomo Leopardi o J. R. R. Tolkien, che scrisse la sua opera prima tra i sei e i nove anni. La vita ci raffina, ci rende più complessi: per questo, oggi, un testo breve può emergere soltanto da minuscole porzioni di mondo. Ma può darsi anche il contrario: affrontare argomenti universali esprimendoli in pochissime parole, come fossimo ancora quei bambini chini sul banco, con gli occhi nel vuoto, alla continua ricerca di una perduta verità.

La vita a cipolla


Uno scherzo interessante sarebbe fingersi una statua – come quelle che si vedono nei centri storici, che prendono vita all’improvviso – e ascoltare i discorsi che si fanno per non essere sentiti. È curioso notare che siamo fatti a strati, come cipolle, e comunichiamo a ognuno una certa percentuale della nostra persona e della nostra storia. È inevitabile, ma crea imbarazzi, distanze, pregiudizi. Se l’altro mi conosce solo in superficie, tra noi ci sarà sempre il mare del non detto, saremo isole da cui scambiamo messaggi in bottiglia che rischiano di perdersi, o peggio, di confondersi tra loro: sono le sabbie mobili dei pettegolezzi, delle maldicenze, in cui il groviglio diventa inestricabile, non ricordi più nemmeno cosa, a chi e in che modo hai riferito. La vita a cipolla è un dato ineluttabile, ma bisogna conoscerne i risvolti perché non faccia lacrimare. Grazie a Dio c’è una statua vivente che ascolta tutto quello che diciamo, e ci assicura che quanto sussurriamo in segreto sarà gridato sui tetti. È la bella trasparenza di Dio.

Operai


Le cose, a volte, vanno male. T’eri fatto un quadro roseo di quella situazione, immaginando che l’armonia fosse perfetta, che tutti vivessero felici e contenti. Poi arriva chi pronuncia la parola inaspettata e che, secondo te, rovina tutto. Una sera avevo celebrato una messa a mio parere ispirata: s’era creata l’atmosfera giusta, come se aleggiasse in chiesa l’aria delle origini, quando tutto era cosa molto buona; ma estraendo dal tabernacolo al centro dell’altare la pisside grande – che al Santuario antico è veramente grande – , ho fatto una mossa impercettibile, sbagliata, e l’enorme coperchio è rotolato giù, fino alla panca che sta accanto al presbiterio, con un rumore assordante che ha infranto ogni incantesimo.
Sono questi imprevisti, le falle che si aprono nella presunta perfezione delle nostre azioni, che ci conducono alla verità degli altri e di noi stessi, ci strappano di colpo all’illusione d’essere noi a produrre qualche forma di bellezza. Come disse San Paolo, siamo solo collaboratori della gioia, umili operai nella vigna del Signore.
Ricordo queste parole dette all’indomani della sua elezione da Benedetto XVI: lui aveva capito, ma noi siamo più tardi, ci accorgiamo solo dopo dello splendore discreto – quello sì, divino -, e oggi sempre più dimenticato, di ciò che definiamo virtù.

Lei chi è


Pensa se non ci fosse Maria. Maria chi? Vedi, ognuno ha le sue priorità. Per me, se non ci fosse Maria, sarebbe un dramma. Sì, ma Maria chi? Mi accompagna in ogni cosa, mi fa sentire amato, mi basta nominarla per sentirmi al sicuro, perché so che qualcuno pensa alla mia vita. Mi difende dai pericoli, mi permette di chiamarla quando voglio, e non si fa aspettare. Mi spieghi chi è questa Maria? Non puoi capire come cambi l’esistenza un incontro come questo: è come se tutto andasse a posto, dopo il disordine imperante e la rassegnazione a vivere nel caos. Sono contento per te, ma vuoi dirmi, per favore, chi sia questa Maria? La penso appena mi alzo: leggo uno dei messaggi che fanno assaporare la bellezza della sua presenza. Sono così semplici che persino un bambino può capirli. Purtroppo, abbiamo dimenticato cosa significhi essere bambini. Tutto bello, amico mio, ma se non mi dici chi sia questa Maria, resto all’oscuro. E soprattutto, mi libera dagli attacchi del serpente. Ma quale serpente? Fai l’incantatore? È l’unica che mi fa sentire in pace. Insomma, vuoi dirmi o no chi sia questa Maria? Comincio ad arrabbiarmi!
È mia Madre, e anche la tua. Ora è più chiaro?

Uova colorate


Chissà perché mi è rimasto impresso l’odore delle uova. Intendo le uova che la maestra Spina ci faceva colorare in prima elementare, anzi, “in primina”, come si diceva. Il cuore seleziona con criteri imperscrutabili. Magari, in quell’odore, c’era qualcosa che cercavo inconsciamente, assecondando una premonizione di quelle consentite a cinque anni, quando il mondo è qualcosa di fantastico che ti viene incontro e tu non sai se abbracciarlo o fuggirne spaventato. A giudicare dalla faccia che avevo da bambino, si direbbe che vincesse il timore. Ma ero forte, già da allora. Combattevo con le armi che il Signore mi aveva consegnato, e che solo più tardi avrei imparato a utilizzare al meglio.
Il mistero della vita è qui: nelle uova colorate che non sai perché ti attirano, né perché l’odore ti sia rimasto impresso fino ad oggi; che ti sfidano a trovare un senso, a inseguire una domanda che solleva paure e desideri, e ciò che spetta a te è guardare e sentire, d’ora in poi, ogni odore, colore, ogni manifestazione bella o brutta, sana o insana della vita lasciando che sia Dio a decidere se prendere o scartare, perché tu sei ancora il bambino con la faccia scura, ma adesso sai che quel combattimento non è il tuo, che un Guerriero più forte lotta insieme a te.

Esercizi


Immaginare fa bene. Chi ci vieta, per esempio, d’intravedere l’odio mutato in amore, il rifiuto in accoglienza, la violenza in mitezza?
Di punto in bianco, quella persona potrebbe salutarti, l’impianto acustico del Santuario sarebbe rinnovato, un progetto di viabilità cancellerebbe gli incubi dell’Ardeatina o della Cristoforo Colombo. Il dittatore coreano, alzandosi dal letto, si scoprirebbe più maturo; le manovre clericali, i sotterfugi, la prassi di farsi le scarpe ad ogni piè sospinto (metafora ardita), sarebbero sostituiti da azioni trasparenti e coraggiose. I mendicanti sarebbero assunti in servizi socialmente utili, i cellulari non squillerebbero al momento della consacrazione, la pia donna intonerebbe il canto con la nota giusta.
Più seriamente, i malati guarirebbero, i giornalisti direbbero la verità, i politici si occuperebbero del bene comune.
Chi vieta di immaginare un mondo senza guerre, università senza baroni, società senza mafie? E perché non sognare miliardari filantropi che abolissero la fame nel mondo, librerie con più clienti dei Bingo, Superenalotto in cui vincessero i poveri?
In fondo anche Dio ha concepito un uomo che sa amare, una natura rispettata, una vita eterna per tutti…

La poesia di Lingomania. Brevi riflessioni sul nuovo album Lingosphere


di Guido Michelone

 

Fa piacere constare che riemerga di nuovo un bel gruppo musicale italiano a distanza di oltre un quarto di secolo. E che tale rinascita avvenga con un album, Lingosphere, di tutto rispetto nel panorama jazzistico internazionale. Dopo il quintetto Perigeo, attivo negli anni Settanta, Lingomania va infatti ritenuta la miglior fusion band nel cosiddetto sincopato tricolore; in vita fra la seconda metà degli Eighties, con tre dischi eccellenti – Riverberi (1986), Grr…expanders (1987), Camminando (1989) – la formazione all’inizio comprende Maurizio Giammarco, Umberto Fiorentino, Furio Di Castri, Roberto Gatto e Flavio Boltro; successivamente escono Boltro e Di Castri sostituiti da Danilo Rea ed Enzo Pietropaoli; infine ne esce Gatto rimpiazzato da Alberto D’Anna. Continua a leggere

Viaggiare


“Tuttavia non esiste uno stile ben definito, la brevità è la linea guida sin dall’antichità, ma esistono aforismi composti da poche parole (micro aforismi) come ad esempio «Soffrire è produrre conoscenza» di Emil Cioran, fino ad arrivare ad aforismi che potrebbero riempire intere pagine, come quelli di Arthur Schopenhauer”. (da Wikipedia, voce “aforisma”).
Ho chiesto a un amico professore a che genere potrebbero rifarsi le bazzecole che scrivo ogni giorno. Mi ha detto che sono aforismi.
Mi piace concentrare in poche righe un pezzo di mondo, come fosse possibile comprenderlo solo in minuscole porzioni. Forse, mettendo insieme le tessere effimere di un mosaico in corso di realizzazione, ne risulterebbe una verità di qualche peso.
O forse l’aforisma fa pensare gli altri, è un appello a venire allo scoperto, a calare sul tavolo le carte per entrare nel vivo della sfida, per scoprire un altro scorcio, un’inedita e intrigante prospettiva.
E perché non pensare a una sorta di enciclopedia a puntate, stile Wikipedia, in cui ognuno proponga una quota di sapere, nella speranza, sempre frustrata, di giungere all’essenza della situazione, della persona o della cosa?
In mezzo a questa ridda di ipotesi, io seguito a scrivere, condividendo l’intuizione che un mio omonimo ha consegnato a una canzone nomade: per la stessa ragione del viaggio viaggiare.

Luigi Maria Corsanico legge Paul Éluard. 2

da qui

Paul Éluard(1895-1952)
Ti alzi…
(Facile) 1935
Traduzione di Marcello Comitini

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Anne W Brigman
The Bubble, 1907. Source

Scriabin – Prelude Op. 15, No. 4 in E major

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La loro vera storia


Molti sognano di scrivere il libro che nessuno ha scritto, di dire parole che nessuno ha detto, perché a nessuno interessa il già scritto, o il già detto. Il mondo è pieno di frasi usate, di trame logore, di personaggi apparsi vecchi sulla scena. A volte, si ha la sensazione di recitare una commedia in cui ognuno ha un ruolo ben preciso, che deve rispettare. La mancanza di creatività intristisce, perché siamo a immagine e somiglianza di Dio, il Creativo per antonomasia.
Bisognerebbe prendere Lui come modello, il suo Libro intramontabile. Si obietterà: la Bibbia l’hanno scritta gli uomini; sì, ma ispirati da Lui, com’e chiaro ne “L’evangelista Matteo” del Caravaggio – prima versione – dove un uomo, all’apparenza rozzo, viene assistito passo passo da un angelo che guida la sua mano. Il problema, infatti, non è ripetere parole dette, scrivere cose già scritte, ma lasciarsi visitare, fidarsi, in modo che anche un semplice saluto risulti un evento tutto nuovo.
La Parola di Dio non stanca perché è il dono di una mano che ti fa incidere una lettera alla volta, come accadeva da bambini. Torniamo sempre là: davanti a Dio siamo piccoli che coccola e accarezza, finché non comincino a scrivere, sorprendendo tutti, la loro vera storia.

L’approccio alla parola. Un (audace) accostamento tra la poesia e il pensiero ebraico


di Raffaela Fazio

Iniziamo dalla parola. Parola in ebraico è DaBaR (si scrive DBR, perché la scrittura ebraica è solo consonantica). Ma DaBaR, parola, vuol dire anche evento. Una parola evento. Come fa la parola a diventare evento? Iscrivendosi nel tempo, non rimanendo “lettera morta”, accettando i rischi del divenire e dell’incontro. Come la parola poetica, che, per vivere, si apre a molteplici letture e interpretazioni, cerca un’accoglienza che la rinnovi, non una comprensione che ne fossilizzi il senso. Continua a leggere

Desideri


Mettiamo che non ci fossero i preti. Che il sacro fosse bandito. Che proibissero di parlare di Dio. Chi venisse trovato in possesso di una Bibbia, verrebbe passato per le armi, senza accesso al sacramento della confessione. Non ci sarebbero chiese, templi, simboli anche solo vagamente collegati a realtà trascendenti. Non si potrebbe pregare, perché leggerebbero i pensieri, né compiere alcuna attività connessa, magari con fili sottilissimi, alla prassi religiosa: fare l’elemosina, organizzare una lotteria benefica o una fiera del dolce. Sarebbe interdetto parlare male di qualcuno, diffondere pettegolezzi, dire guarda questo e guarda quello, in quanto abitudini diffuse in contesti religiosi, com’e noto. S’impedirebbe d’iniziare un discorso con cari fratelli e di concluderlo con sia lodato Gesù Cristo. Nessuno potrebbe pentirsi, sperare, perdonare, dire Oddio!, congiungere le mani, benedire, chiedere una cosa a una suora – non ci sarebbero suore – , fermarsi davanti a un’edicola della Madonna – non si troverebbero più edicole, forse nemmeno di giornali, e certamente sparirebbero Famiglia Cristiana, il Bollettino Salesiano e gli Araldi del Vangelo. Proibirebbero di credere in qualunque cosa: nell’onestà dei politici o in una vita dopo la morte.
In quel giorno, il desiderio di andare a messa, di dire un Padre Nostro, di affidarsi a Dio, sarebbe così forte che qualcuno potrebbe morirne, approdando in paradiso senza permessi, concessioni o certificati da esibire. Solo perché lo desidera davvero.

Cambiamenti


In quel tempo, essere razzisti era un dovere. Se incontravi uno zingaro – li chiamavano così – non dovevi salutarlo né parlarci, anzi, eri tenuto a guardarlo di traverso, comunicando un senso di disprezzo. Se una persona non era pronta a comprendere quello che dicevi – da dietro uno sportello, in una sala d’attesa, dall’altra parte del confessionale – dovevi irriderla, infierire sulla sua dabbenaggine, convincerla a farsi curare da uno bravo. Se qualcuno era in difficoltà economiche, bisognava fare di tutto per sprofondarlo in un abisso senza uscita, aumentando le tasse, i ticket, il canone sul televisore fuori uso. Se era anziano e guidava, bisognava tampinarlo, suonare il clacson a distesa, costringerlo a finire fuori strada ed evitare accuratamente di soccorrerlo. Si doveva tenere il punto su conquiste faticosamente raggiunte: la violenza sulle donne, la discriminazione dei disabili, la colpevolizzazione sistematica dello straniero. Se un bambino, in classe, non reggeva i ritmi degli altri, bisognava metterlo dietro la lavagna con le orecchie d’asino e costringerlo a ragliare ogni mezz’ora. La vita era semplice: i più ricchi e sani avevano ragione e i deboli dovevano pagarla: come si permettevano d’intralciare il traffico, di far perdere tempo alla gente che contava, di pesare sul bilancio degli altri?
Non ricordo come andò a finire, quell’andazzo. So che, oggi, il presidente del consiglio è dislessico, il Papa è balbuziente, come Mosè, e il canone Rai lo paga solo chi ha un televisore che funziona.

Legione


Dovremmo esercitarci a togliere. Sono rimasto all’improvviso senza cellulare, per un problema al display, e si sono aperti scenari inusuali: potenzialità accresciute, tempo dilatato, orizzonti interiori ampliati e rifioriti.
Il male tende a restringere la visuale, a fissare una sola prospettiva: la pubblicità attira l’attenzione in modalità ripetitive. È il famoso uomo a una dimensione, schiacciato sul lato materiale delle cose. La molteplicità carnale s’impossessa di te, diventi un fascio d’istinti, che finiscono col dominarti: come ti chiami? Il mio nome è Legione, perché siamo in molti, risponde a Gesù l’indemoniato di Gerasa.
Ecco il senso del digiuno: togliere, orientarsi all’essenziale, ritrovare il gusto dei sapori, degli odori, del tatto, riscoprire a uno a uno i sensi interiori. “Certi demoni si scacciano solo con la preghiera e col digiuno”, ossia con la relazionalità e la sobrietà.
Gli istinti portano al vizio: quello dell’ossesso geraseno era la violenza, insita in tanti atteggiamenti di persone prese dalle “cose”. Ecco perché è importante il cammino contrario, verso la virtù. Oggi persino il termine è in disuso, figuriamoci l’esperienza concreta. Eppure l’alternativa è secca: o cadi nel vizio o persegui la virtù.
Personalmente parlando (“imparate da me”), Gesù ne proponeva due: la mitezza e l’umiltà. Potremmo partire da qui, cioè da Lui, che è l’Inizio e la Fine, per cui dove peschi, peschi bene.

Un fiore


Certe volte, ti vengono in mente i fallimenti. Ti chiedi come hai potuto compiere quel gesto, cosa ti ha spinto a pronunciare quella frase, quale oscura energia ti ha travolto in eventi da cui oggi fuggiresti. La vita è spesso un mistero inafferrabile, sul quale non abbiamo potere.
È bene non poter cambiare ciò che è stato, bere fino alla feccia il calice del male, sentirne il sapore rivoltante, il bruciore che esplode nello stomaco e ti toglie il respiro.
I Padri parlavano del penthos, l’energia potente che si oppone alle seduzioni del demonio, alla falsa bellezza del peccato. Il pentimento ci connette alla natura originaria, ci espone alla Pasqua, alla trasfigurazione che il Signore opera con la sua morte in croce. Il suo drammatico, apparente fallimento ingloba ogni nostro insuccesso, le disfatte in cui abbiamo ceduto agli attacchi del Nemico.
Solo così, pensando agli errori del passato, siamo investiti dal flusso dello Spirito, che inonda il terreno arido di una natura corrotta dal peccato originale.
Il Cristianesimo è bellezza, fiore che sboccia nel deserto, come cantava il poeta, ops!, il profeta Isaia.

Il filo rosso


Il filo rosso della vita è Dio. Spesso non ce ne accorgiamo. Ogni tanto si riaffaccia, come un fiume carsico che era sparito e a un certo punto toh! eccolo lì, che te l’eri scordato.
Dio è il fiume carsico che si affaccia e riaffaccia, che continuamente si propone, senza imporsi, senza invadere la privacy.
Nell’Apocalisse c’è una bella immagine: io sto alla porta, e busso.
Certo, dopo decenni di testimoni di Geova, di Vorwerk Folletto, di proposte di ditte alternative, facilmente si diffida di chi suona alla porta. Dio accetta anche questo. A volte, scostando leggermente la tendina, lo vediamo lì, che aspetta. Il postino suona sempre due volte, Lui soltanto una. Poi, però, ripassa; scosti la tenda e dici: ancora lì?
L’amore è bussare alla porta, aspettare, e accettare che l’altro non ti apra, come fossi un nemico, o almeno un seccatore. Dio è il filo rosso della vita: torna e ritorna, perché ha qualcosa d’importante da comunicare. Non lasciarlo fuori fino all’ultimo, perché vuole dirti chi sei. Come ho scritto una volta, la porta del Regno si apre solo dalla nostra parte.