Luigi Maria Corsanico legge Pablo Neruda. 4

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Pablo Neruda (1904–1973)
Crepusculario
(1919)
FAREWELL Y LOS SOLLOZOS

Leído por Luigi Maria Corsanico
Imagen: Tina Modotti
Astor Piazzolla: Tango apasionado

 

SANTIAGO, 1923
En agosto de 1923 aparece “Crepusculario”, publicado por Ediciones Revista Claridad. Es el primer libro de Neruda, publicado cuando el poeta tenía 19 años.
La obra motivó una inmediata atención del público y la crítica, siendo elogiado, entre otros, por Pedro Prado, Raúl Silva Castro y Alone.
Fue el propio Neruda quien costeó la impresión de Crepusculario, debiendo poner en ello algo más que dinero y voluntad. Juntando centavos, empeñando algunas de su pocas posesiones, y obteniendo al fin un pequeño préstamo del crítico Alone, el libro consigue salir a luz.
Es en este libro en donde aparece “Farewell”, tal vez el poema más popular y recitado de Neruda. Continua a leggere

Un film


La nostra vita è un film, dicevo. Come al cinema, all’inizio non si capisce nulla: chi sarà quel personaggio? Che vorrà fare? E perché il regista ha messo in risalto quella scena, quel dettaglio? È nota la legge narrativa per cui, se appare un fucile, prima o poi dovrà sparare. Troppi fucili hanno sparato, nelle nostre vite, tante ferite inferte e ricevute, al punto che neanche ricordiamo soggetti e oggetti dei drammi quotidiani.
Solo un po’ alla volta il racconto prende forma, si delineano le caratteristiche di persone e ambienti, iniziamo a capire quali siano le nostre paure e i nostri desideri. Estremizziamo le scelte, commettiamo errori proprio perché l’io si rafforza sempre più, diventa esigente, prepotente, anche se all’esterno è conciliante e affabile. Dobbiamo raggiungere l’apice di questa autoaffermazione per capire che la strada non è quella: Dio non era nel vento, non era nel terremoto, non era nel fuoco, come la storia di Elia ci ha dimostrato.
La nostra sicurezza si incrina, l’immagine ci siamo creati comincia a vacillare, si affacciano dubbi sull’idolo che abbiamo venerato. La sofferenza ci logora, perché è duro riconoscere di aver lottato tanto per raccogliere un pugno di mosche: Baal Zebub, il signore delle mosche, il principe dell’io ci aveva sedotto con le sue false bellezze, di cui solo a metà film, o anche dopo, anche quasi all’ultimo, riconosciamo la fatale inconsistenza.
Alle acque travolgenti della Babilonia di ogni tempo succedono le acque tranquille di Siloe: comprendi per miracolo che era tutt’altro quello che volevi, e adesso te lo tieni stretto, t’innamori della scena povera di una stanza col soffitto di legno, col tavolo tarlato, col balcone che dà, finalmente, su uno splendido finale.

110. Abissi


Era come se ci stesse preparando: non con strutture difensive esterne, ma con una progressiva capacità di allinearci col suo punto di vista di Creatore, che ama invariabilmente ogni creatura, dalla più complessa alla più apparentemente inutile o nociva. Addestrarci ad amare, sempre e comunque, ogni aspetto della realtà anche oscura o terribile, o assolutamente respingente; amare con quella volontà divina di abbracciare la terra, l’universo, di non lasciare nulla fuori dal suo sguardo comprensivo, motivatore, perdonante. In questa prospettiva, non si smarrivano le tendenze personali: al mattino continuavi a dirigerti verso i biscotti preferiti, ad ascoltare la tua musica, a scegliere il libro con il quale ti sentivi in sintonia; ma, nello stesso tempo, non giudicavi, non disprezzavi nulla di ciò con cui condividevi il dono di esistere, qui e ora.
Se dunque si era giunti a un momento storico di svolta, anche drammatico – e tanti ci ridevano in faccia o protestavano per questa memoria difficile e vivente – sapevamo che sarebbe stato possibile affrontarlo al modo stesso di Dio, col coraggio di chi ama, di chi si fida della cura inalienabile di un Padre, che se alza la voce, lo fa per il tuo bene.
Sotto la furia delle onde, c’era la pace del mare profondo, degli abissi in cui conoscevamo noi stessi e scoprivamo sempre meglio Lui.

Sorprese


Il ladro è sempre mal visto, giustamente. Il mio e il tuo sono categorie intoccabili, anche se, cristianamente, tendono a diventare il nostro, come abbiamo notato per il pane della preghiera insegnata da Gesù. Ma fino ad allora non ci sono santi: la roba degli altri non si tocca.
Il ladro destabilizza il quadro, s’infila in territorio straniero, anche se lo straniero, per la Bibbia, è una specie protetta, particolarmente nel Vangelo, dove diventa un fattore decisivo del giudizio universale: ero straniero, e mi avete ospitato.
Nonostante tutto, il ladro continua a disturbare, a incarnare l’incubo delle notti di chi ha qualcosa da difendere. Certo, anche in questo caso la fede cristiana entra a gamba tesa, ricordando, per esempio, che chi vorrà salvare la propria vita la perderà, e che sopportare le persone moleste è un’opera di misericordia spirituale.
Detto questo, il ladro rimane un peccatore pubblico, un soggetto cui rivolgersi con l’indice puntato, destinato a incappare in qualche epiteto volgare, tipo “figlio di…”. Ma anche qui è impossibile ignorare la perentoria affermazione di Gesù: i pubblicani e le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli.
Alla fine, dopo tanto concorrere di prove, mi rendo conto che non è così bislacco che io, il buon ladrone, sia entrato per primo in paradiso. Qualcuno sostiene che non fossi un ladro, bensì uno zelota, un terrorista: quisquilie. Chi si pente può pentirsi di qualunque cosa. Persino di non aver creduto all’amore di Gesù, che è il peccato più grande, quello che gli fa più male, perché Lui non vive d’altro. Infatti non vedeva l’ora di dirmi che la sera stessa sarei andato in paradiso, senza fare neanche un po’ di purgatorio. Lassù, poi, avrei cambiato comunque mestiere, perché in cielo, si sa, la tignola non consuma, e i ladri non scassinano e non rubano. Hanno altro a cui pensare.

Palle di neve


Cominciarono a lanciarsi bombe. Sì, come si tirano palle di neve, poco importa se ridendo o digrignando i denti. Era un mondo in balia d’un manipolo di matti, senza rispetto per nulla e per nessuno. Non è sempre così? qualcuno obietterà.
Non saprei. Ma allora c’era un apice, come se il gran circo dei demoni si fosse dato appuntamento in quel secolo, in quell’anno. La gente non capiva: leggeva le notizie e tornava a dissolversi nei social.
La storia correva verso un esito scontato, che pochi intravedevano: qualcosa che avrebbe cambiato i connotati al mondo; poi tutto sarebbe ripartito con un tono diverso, da un silenzio sconosciuto.
Venivano in mente le parole che la Bibbia dedicava a Elia, al suo incontro con Dio: da quella voce sottile sarebbe scaturita un’era nuova, in cui l’umanità avrebbe smesso di dichiararsi guerra.
Si equivoca sempre sulla parola “pace”: sulla bocca di Cristo significa benessere integrale, e ogni persona ha un punto esatto in cui sperimentarla. La si scopre per caso, in un posto di collina, per esempio, da un balcone in cui ti affacci e vedi uccelli che sfrecciano, ruscelli che scorrono, alberi che oscillano al passare di una brezza leggera: anzi no, di una qol demama daqqa, la voce di silenzio sottile che ci salvò dalle bombe, dai matti e dalle palle di neve color sangue.

Caro amico ti scrivo


Pensavo al tempo in cui è stata inventata la scrittura. Come hanno fatto, prima? È immaginabile un mondo senza segni di comunicazione con cui rivolgerti a vicini e lontani? Tutto diventa angusto, claustrofobico; t’intrattieni con la persona che hai davanti, condividete qualcosa, cercando di memorizzare il più possibile: anche se il tema è coinvolgente, non puoi prendere appunti, archiviare dati che prima o poi potrebbero servirti. Il cervello ritiene, a livello cosciente, solo una certa quantità di materiale; il resto sprofonda nell’inconscio, e farlo riapparire è un terno al lotto.
Senza scrittura, si perde un’infinità di sfumature: un racconto orale punta al nocciolo della questione, si focalizza sul senso principale, facilita il lavoro dei neuroni, che immagazzinano l’insegnamento, la testimonianza, la morale. La scrittura, invece, indugia nei dettagli, evidenzia chiaroscuri, trovando così strade impreviste, significati insospettati, ai quali, all’inizio, non avresti mai pensato.
Lo scrittore non decide in anticipo come riempire la sua pagina; il suo compito non è trascrivere, ma lasciarsi portare da qualcosa che affiora da dentro, dall’inconscio, in cui tutto il non scritto, il mai annotato, cresce e si moltiplica in miti, simboli, immagini archetipiche. Il primo a sorprendersi di ciò che ne è uscito è proprio lui.
Dovremmo essere grati a chi ha inventato la scrittura: ha fatto un ulteriore passo verso l’immagine e somiglianza al Dio creatore, sempre identico a sé stesso e sempre nuovo. Senza scrittura, ripeteremmo le stesse parole, ci affanneremmo con gli stessi gesti, rivolteremmo nella mente gli identici pensieri.
L’abbiamo scampata bella, grazie a Qualcuno che non ha scritto nulla, se non qualcosa, in terra. E nessuno ha mai saputo cosa.

Letture


La Bibbia è un libro strano. Ti perdi facilmente nei meandri delle storie, come fosse un bosco di cui non conosci la densità e l’ampiezza, e l’unica bussola resta un sentiero che a volte è nitido come una strada di campagna, altre è quasi nascosto dai rami, dalle foglie, per cui sei tentato di uscirne, di tornare indietro.
Ti viene da pensare che tu l’avresti scritto con un taglio diverso: ti saresti affrettato, per esempio, a eliminare le parti sulle norme pedanti della Legge, o quelle in cui è descritta la costruzione del tempio, con la minuzia di particolari che ti strizza pensieri e sentimenti scatenando, ancora una volta, un desiderio di fuggire.
Ma poi ti dici no, cosa ti salta in mente, questo è un libro ispirato, non puoi mica pensare di correggerlo con la matita rossa e blu. Ti ricordi dello scherzo crudele che fecero a una casa editrice a cui proposero “L’uomo senza qualità”, di Robert Musil, cambiando i nomi di qualche personaggio: ricevettero un rifiuto senza appello.
C’è qualcosa che sfugge, nella grandezza vera. Dio si nasconde nelle cose di ogni giorno, incluse la noia, l’indifferenza, quel senso insopprimibile di ribellione che ti afferra in momenti che non avresti immaginato di affrontare.
Anzi, a pensarci, la massima presenza di Dio si rivela nella terra polverosa del Calvario, imbevuta del sangue che colava come il sudore appiccicoso di una calda estate.
Nel grido dell’abbandonato, nel rantolo esausto del morente, la parola di Dio deposita la traccia più profonda, il senso che intravedi al di là dell’ultimo ostacolo da cui vorresti evadere, dell’ultimo nemico, che è la morte.

Prospettive

Capita a molti di sentirsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ho già raccontato di come, da bambino, mi ritrovai nella classe di mio fratello col grembiule bianco, mentre tutti lo avevano nero. Là il motivo era palese: non era la mia aula. Altre volte la ragione è più complessa: avrei potuto prevedere quel disagio, la prima e ultima volta che entrai in discoteca? Forse non sapevo ancora di essere introverso. Altre evenienze sono più drammatiche: matrimoni sbagliati (a giudicare dalla mole di distanze e incomprensioni), lavori che non piacciono, amicizie che deludono.
In genere, situazioni come queste inducono una serie di negatività aggiuntive, di pensieri “cattivi”: non ne azzecco una, qualcuno me la tira, non uscirò mai da questa trappola. La vita diventa insopportabile, ci si rassegna al peggio o si butta tutto all’aria: un nuovo partner, la ricerca di una diversa occupazione, un altro giro di amicizie.
Non di rado, il mutamento non sortisce effetti: invertendo l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia. A volte, il nuovo stato è peggiore del primo, con l’aggravante di una frustrazione elevata all’ennesima potenza.
Questa, paradossalmente, è la condizione ideale per entrare in contatto col Vangelo: per affacciarsi a un altro mondo, può essere uno stimolo avere problemi con quello precedente. Oppure basta coglierne le falle, il montaliano “anello che non tiene”.
In genere, il bello di Dio ti viene incontro quando, per un motivo o per l’altro, senti il bisogno di guardare verso l’alto. Quando gli chiesi la preghiera allo Spirito Santo, don Mario mi rispose: vuoi salire?

Sibilla Aleramo, la rosa e la fiamma


a cura di Barbara Pesaresi

da SELVA D’AMORE (Sibilla Aleramo – Tutte le poesie, Mondadori)

 

Fumo di sigarette

 

Fumo di sigarette.

Accenno di sorriso.

E di nuovo fumo,

spire leggere,

dalle mie labbra,

tutte le sere

qualche minuto,

dal suo balcone, Continua a leggere

Pizza, pesto e pandoro


Vantarsi è una cosa ridicola, lo sanno tutti. Eppure, ogni tanto, scappa l’autoincensazione, come fosse una trappola nascosta a cui pochi riescono a sottrarsi. A volte ci vantiamo per scherzo, ma non è meno rischioso: in questi casi, il confine è molto labile, e poi va’ a sapere se lo humour è compreso dagli astanti.
Ci si vanta di tutto: di una macchina, di una laurea, di una donna. Se il soggetto è femminile, si gloria di un vestito, di un gioiello, di un taglio di capelli. Alla lista delle millanterie appartengono le stranezze più improbabili: il bagno di casa, un paio di occhiali, l’autografo di un calciatore. Il bello della vanteria è che non ha senso, quindi, paradossalmente, può passare di tutto. Napoli si vanta della pizza, Verona del pandoro, Genova del pesto. Una volta, in una bettola della città vecchia, mangiai con don Mario un piatto di trenette, e scoprimmo che il pesto che spacciano a Roma è un’altra cosa.
Vantarsi, in genere, è nocivo: chi si loda, s’imbroda. Figurati se sei di Ancona e ti vanti del brodetto…
Un tema così frivolo non ha mancato di suscitare l’interesse di personaggi illustri: Gesù condanna la vanità di scribi e farisei; san Paolo, oltre a informarci che “la carità non si vanta”, se ne esce nell’unico vanto ammissibile, per un cristiano: di cosa mi vanterò, se non della croce di Cristo?
Questo mi fa pensare: un atteggiamento ridicolo può trasformarsi in una scelta eroica. Bene e male non sono mai astrazioni: si spiegano soltanto in relazione alla persona. La vita, più che uno scontro tra bontà e malvagità, è una battaglia tra Dio e il demonio. Quest’ultimo si vanta d’averne ucciso il Figlio, e in quel momento perde.

Luigi Maria Corsanico legge Odisseas Elitis

da qui

Sole il Primo/IOdisseas Elitis
(Traduzione di Nicola Crocetti)
da “Odisseas Elitis, Sole il Primo”, “Quaderni della Fenice” Guanda, 1979
Nel 1979 gli fu conferito il Premio Nobel per la letteratura; tra le motivazioni del premio spicca il desiderio di libertà intellettuale e sviluppo della creatività, che traspare dalla sua poesia. Morì ad Atene nel 1996.
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Paul Klee, Ad Parnassum, 1932

Johannes Brahms
Intermezzo in B-flat minor, Op. 117 No. 2 (excerpt)
Grigory Sokolov, piano
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C’è un tempo


C’è un tempo per tutto: lo dice Qoelet, ma ce ne accorgiamo anche da soli.
Il bello di questa verità lo assapori quando vivi una svolta, altrimenti rimane una teoria.
Appena nati, non siamo che una palla di carne: bisognosi di tutto, passivi, dipendenti. Facciamo tenerezza. Man mano che cresciamo, affrontiamo le prime, vere frustrazioni: realizziamo che la vita non è solo ricevere, ma anche attivarci, elaborare, dare. Tra il ricevere e il dare c’è un cambio di stato, una discontinuità.
Restare palla di carne (intesa come categoria teologica) è una tentazione che continua a inseguirci, a volte per sempre: pensiamo alla dipendenza dalla pornografia. Qui si pone una chiara resistenza al passaggio fondamentale della vita: dalla carne allo spirito. Dov’è l’ostacolo?
La risposta è semplice: tutto dipende da ciò che riteniamo bello, buono e vero. La carne ha un suo fascino, una sua bellezza. Il frutto dell’albero del bene e del male era “bello a vedersi e buono da mangiare”. La questione è se si tratti di vera bellezza, di qualcosa che è bene per noi e per gli altri.
Possiamo utilizzare tre strumenti, per sciogliere il nodo: la fiducia assoluta del bambino, l’umiltà e la Parola di Dio.
Con la fiducia del bambino mi fido più del discernimento del Signore che del mio. Con l’umiltà, impedisco che la superbia si metta di traverso. La Parola di Dio mi chiarisce il suo punto di vista, il fatto che la carne “non giova a nulla” ed esclude dal Regno, la scoperta che è lo spirito soltanto a dare vita.
C’è dunque un tempo della carne e un tempo dello spirito: quando questo arriva, comprendi veramente Qoelet, e con Qoelet tutto il resto.

109. Di lì a poco


Non che la vita non fosse piena di sorprese: ma l’asse portante si era rovesciato, dall’esterno all’interno. Da bravi introversi, eravamo sempre più a contatto con gli archetipi, e principalmente con l’Archetipo del Sé, il Cristo. Il nostro, con Lui, era un dialogo continuo, serrato, come se avessimo compreso che la chiave si celava in questo trait d’union, nell’aggancio di ogni cosa a Lui, che dava senso, forma, proporzioni al tutto. Cos’era il peccato, se non il distacco tra l’esperienza e Cristo? Non era precisamente questa l’intersezione con la colpa originale? Non nasceva da qui la superbia diabolica – dunque, etimologicamente, divisoria – che aveva prima innalzato l’uomo nell’euforia di un’indipendenza senza limiti, sprofondandolo, poi, nell’angoscia di un amaro isolamento?
Sentivamo Gesù presente, in ogni istante, interlocutore attento, delicato, sempre pronto a soccorrerci nelle nostre défaillances, nei momenti di rabbia o di sconforto. Tornava l’idea fondamentale che nell’amore tutto è collegato, nel senso di connesso a Lui, l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine, il codice con cui decifrare anche le pagine più astruse della storia.
Da qui scaturiva un ottimismo che sembrava impossibile, grottesco, in una fase come quella, in cui il mondo danzava sull’orlo dell’abisso, inconsapevole di ciò che sarebbe accaduto, di lì a poco.

Pesi


Se ognuno sapesse quanto pesa sugli altri, proverebbe un desiderio di sparire. Sarebbe utile stimare, con un’apposita bilancia, il carico di aggressività, di incomprensione, di volgarità, di mancanza di tatto che incombe quotidianamente sul genere umano. Di fronte alle cifre precise di un imparziale tabulato, immaginando i nostri simili e noi stessi tramutati in bestie da soma, avvertiremmo un senso di pietà e di fratellanza, come avviene, a volte, in tempo di guerra.
Ogni mattina, invece, come niente fosse, scarichiamo sulle spalle degli altri tonnellate di rifiuti tossici, senza l’ombra di un rimorso.
Ci sono casi in cui ciò è perseguito con malizia, come fosse una sorta di sfogo personale, una riparazione d’ingiustizie, di torti subiti, magari, nell’emisfero opposto, ma che importa? L’essenziale è che qualcuno paghi, che la sofferenza si diffonda, perché una volta ferito, non accetto che ci sia chi possa uscirne illeso, più felice di me, o meno disperato.
Proporrei una scienza sociale dei fardelli spesso insopportabili che ci scambiamo con larghezza; esperti in materia potrebbero configurare i diagrammi di una coppia, di un giro di amici o di parenti, di un luogo di lavoro.
Osservando quei grafici potremmo essere presi da un tardivo pentimento, spremeremmo una lacrima quasi controvoglia, come se ammettere quanto siamo pesanti fosse l’operazione più incongrua e stravagante che un essere umano possa concepire.

Cronache di qualche tempo


Tutto, in quel mondo, funzionava bene: ti alzavi a quell’ora, consumavi quel genere di colazione, ti vestivi in quel modo, prendevi quel mezzo pubblico se abitavi in quella zona, salutavi i colleghi con quel cenno della mano, sedevi al tavolo con la schiena dritta, rispondevi al telefono con un certo tono, utilizzavi il computer con gli identici programmi, usufruivi della pausa mangiando e bevendo quelle cose, riprendevi il lavoro fino allo squillo dello stesso campanello, risalutavi con quel cenno della mano, risalivi sullo stesso mezzo pubblico, cenavi in base al solito menù, accendevi la televisione appena entrato in casa, vedevi l’unico programma sull’unico canale, ti sentivi stanco al punto giusto, ti mettevi il pigiama e andavi a letto.
Non esistevano eccezioni a questo meccanismo, in base al quale ciascuno sapeva esattamente cosa fare, cosa dire, come essere. Non si sprecavano energie, nemmeno in contrasti impercettibili, perché non c’erano argomenti intorno a cui discutere o non essere d’accordo: tutti dicevano e facevano le stesse cose, gli stessi gesti, con le parole levigate dall’uso, senza più quei fastidiosi errori di pronuncia o di grammatica.
Tutto, tutto era perfetto.
Solo un dettaglio non erano riusciti a regolare: la notte. Appena scivolavi nel sonno, ti scoprivi ad agire, pensare e parlare in un modo diverso; ma così diverso che finiva col turbarti, fino a minacciare l’armonia universale, fino a provocare un’azione che nessuno avrebbe immaginato, un atto foriero di conseguenze imprevedibili: mangiare, a colazione, un cornetto al cioccolato anziché i biscotti dietetici integrali. Fu lì, dissero poi, che prese avvio un movimento dapprima sommesso, poi sempre più deciso e travolgente, che cambiò in modo irreversibile il corso della storia.

La “leggenda privata” di Michele Mari


di Guido Michelone

Giunto al ventesimo libro (traduzioni escluse) fra narrativa, poesia e saggistica, Michele Mari, scrive la propria autobiografia, forse su commissione o su richiesta dell’editrice, stando a quanto afferma nel libro stesso, non senza una punta di lirica ambiguità, come accade nei migliori esempi di un genere letterario, a sua volta in grado (a seconda degli autori, insomma) di oscillare tra fiction e cronaca, menzogna e verità, affabulazione e trattatistica. Continua a leggere

Attaccamenti


A volte penso che la vita sia soltanto una questione di buon senso. Abbiamo necessità di dimostrare che l’universo sia stato creato da Qualcuno? La straordinaria ricchezza e complessità della realtà si è inventata da sola?
Dal mondo fisico al mondo morale. Il peccato è una trasgressione della logica: cadere in tentazione significa non stare in piedi, e l’uomo è caratterizzato dalla posizione eretta. Nello stesso ambito, un altro verbo è cedere: se una cosa cede, non funziona, è logora, avariata.
I peccati della carne dovrebbero essere aborriti in un mondo di vegetariani e di vegani. E comunque la carne non si può separare dal contesto: lo spirito, la psiche.
È peccato non rubare quando si ha fame, cantava De André, e posso essere d’accordo; ma negli altri casi non ha senso: esiste il mio e il tuo, anche se portano in sé una vocazione – onesta e trasparente – a diventare “il nostro” (vedi il pane del Pater).
Uccidere è il massimo della contraddizione: chi mi autorizza a togliere all’altro quello a cui sono più attaccato?
Questo è un punto critico: un omicida, sarà davvero affezionato al vivere?
Forse la questione va affrontata da un’altra prospettiva.
A cosa vale la pena essere attaccati? Cosa amo, sul serio, nella vita? Da ciò dipende, in ultimo, l’ordine della mia esperienza. Ciò che amo, lo metto al primo posto, e da lì discende la mia scala di valori. Ora, se questo mondo lo ha creato qualcuno che chiamiamo Dio; se Lui ha plasmato la bellezza che ci affascina, in mezzo alle bruttezze che abbiamo avuto il coraggio di produrre; se la logica suprema, dunque, di ciò che ci circonda giace nel fondo del suo “cuore”; allora sì, mi viene da credere che la scelta più coerente stia nell’essere attaccati a Lui, amandolo con tutta la mente, il corpo e l’anima. Altro che rubare, uccidere o commettere peccati della carne.
Conviene più fidarsi del Padrone di casa, che ha le chiavi di ogni stanza, ed è tanto sicuro di sé da metterle nelle nostre mani.

Piacevolevolissimevolmente


Satana punta molto sulla vanagloria. L’uomo è fatto così, ha bisogno di essere approvato. In certi casi, esaltato, idolatrato. Si fa presto, in questo senso, a cadere nel ridicolo.
Oggi tutto è amplificato dalla cassa di risonanza della rete: si pubblica un post per far sapere che cosa si è mangiato, se si ha il mal di pancia o l’emicrania. Esigenza di condivisione? Spirito comunitario che viaggia con il web?
Spesso viviamo di ciò che di noi pensano gli altri. Siamo molto preoccupati di porgere un’immagine, accuratamente predisposta. Se riceviamo un “like”, siamo appagati: abbiamo fatto accogliere il messaggio a cui tanto tenevamo.
Sarebbe utile tentare l’esperimento opposto: mettere in piazza quello che di noi disapproviamo, c’imbarazza, o di cui ci vergogniamo. In fondo, l’amicizia è accettare l’altro per quello che è realmente, non accontentarsi della maschera.
La vanagloria introduce in una vita parallela, dove tutto fila liscio, è piacevole, suscita adesione spontanea e simpatia: un mondo virtuale, appunto, che poco ha a che fare con la nostra esperienza quotidiana.
Il passaggio salvifico sarebbe quello dal mondo virtuale al mondo virtuoso, scaturito dall’esercizio delle tre colonne della vita cristiana: verità, carità e libertà. Essere se stessi nell’amore significa essere finalmente liberi: non m’interessa il giudizio degli altri, ma quello che mi sembra il loro bene. Non cerco la loro approvazione, ma la scoperta delle nostre ricchezze, il tesoro spesso sconosciuto, nascosto nel campo incolto delle anime.

Semplice


A volte è utile semplificare. Che nella testa girino pensieri non sempre gradevoli o graditi è un dato di fatto; che spesso ci lasciamo appesantire da preoccupazioni, reazioni negative, scoraggiamenti e depressioni, è altrettanto incontestabile. Ci siamo certamente posti, prima o poi, la fatidica domanda: perché è tutto così maledettamente complicato?
Se siamo arrivati a questo punto, possiamo passare alla fase successiva: la ricerca di una soluzione.
Tempo fa uscì un libro, che acquistai assecondando la mia curiosità vorace: “Simplify your life”. Era una frizzante proposta di alleggerimento degli ambienti e delle modalità di relazione. Un classico esempio – per me, almeno – di risposta al di sotto delle aspettative. Di quella lettura, non rimase niente.
I manuali che promettono di rendere la vita più piacevole, di fornire ricette infallibili per la realizzazione personale, non si contano più. Sono formule che lasciano tutto come prima, senza incidere in nulla su ciò che vi è di più importante.
Poi torni al Vangelo e trovi, al riguardo, istruzioni interessanti: ti ringrazio, Padre, perché hai rivelato queste cose ai piccoli, e le hai nascoste ai sapienti e agli intelligenti; beati i puri di cuore, perché vedranno Dio; gli ultimi saranno primi e i primi ultimi; venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi.
La semplificazione più efficace e radicale si nasconde in questo libro. È come se l’arte della vita consistesse soprattutto nel togliere: quante realtà riteniamo indispensabili?
Marta, Marta, tu ti agiti e ti affanni per molte cose, ma una sola è quella che conta. Quale? Quella che ha scelto Maria: ascoltare Gesù, conversare con Lui. Se Cristo diventasse il nostro confidente; se è vero che – soddisfatte le necessità primarie – l’amore è tutto ciò che serve; se vivendo nell’amore autentico non si sente più bisogno d’altro, avremmo risolto definitivamente ogni problema: Lui è amore infinito e onnipotente, basta e avanza. Semplice, no?

Quando


Quando sarà tutto finito, ci volteremo indietro, con un po’ di nostalgia. Penseremo alle cose belle della vita, a quel golfo visto dalla terrazza del paese, al tramonto che si portava via un segreto, allo sguardo del bambino che ti chiedeva il nome. Ci sembrerà strano andarcene così, senza saluti. Mio padre, quando partì con l’ambulanza, disse a mio fratello: dài un bacio a tutti. Ecco, dare l’ultimo bacio, sapendo che qualcosa resterà dopo l’addio, la partenza spogliata della tranquilla certezza del ritorno.
Quando ce ne andremo, però, avremo anche gli occhi conficcati nel futuro, pronti ad accogliere l’affidabile promessa del riposo. In fondo, la vita è un lavoro impegnativo, e a un certo punto ti chiedi: quanto manca alla pensione?
Sì, quando sarà tutto finito andremo alla pensione paradiso, dove il vitto è gratuito, e i cornetti non finiscono. C’è gente che ti tratta bene, che ti ama: sarà curioso sentirti amato da tutti quelli che incontri, come se la rabbia, l’odio, o il saluto negato, la parola maldicente, il giudizio temerario, non fossero che un ricordo sbiadito, da guardare con una certa tenerezza.
Quando saremo di là, sarà normale pensare a quelli che ancora si stanno arrabattando, che a quest’ora della sera mettono in fila parole come soldatini, sul pavimento freddo della casa paterna: scrivere è giocare con la guerra che in te combattono i dolori e gli squarci improvvisi di allegria.
Quando sarà tutto finito, riporremo il nostro esercito nella scatola blu, e finalmente Qualcuno scriverà, in fondo all’ultimo racconto, la parola pace.