Etty Hillesum, Lettere 1942-1943


di Barbara Pesaresi

Esistono libri dai quali vien quasi istintivo difendersi. O almeno a me succede. Sono quei libri che raccontano vite vissute scomodamente, come quella di Etty Hillesum.

Chi ha letto Diario, 1941-1943 (Adelphi), troverà anche in Lettere, 1942-1943, (Adelphi), la stessa sensibilità e profondità di pensiero, l’ostinata fiducia nella vita, quella fede incrollabile che  la porterà a scrivere nel diario: “E se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio”.  Smarrisce, la disarmata lucidità di Etty nel registrare e raccontare, attraverso minuziose e nude cronache, l’inarrestabile divenire dei tragici eventi che l’hanno vista protagonista. Di lei possiamo dire che è stata sino all’ultimo, grazie anche alla scrittura, testimone attiva della sua storia e del suo tempo. Continua a leggere

Il dono


La parola più ambigua in assoluto è “dono”. Intanto, sa di preti, di scuola cattolica, di chiesa. Questo, agli occhi di molti, la squalifica. In alternativa, è una parola chiave della pubblicità sempre incombente, che ha inventato la festa del papà, della mamma, dei nonni e degli zii, pur di incassare. La terza accezione è quella della beneficienza interessata: dono della banca tal dei tali, della Regione, del Comune, dell’azienda pinca pallina e via esibendo, come se nessuno avesse detto “non sappia la tua sinistra quel che fa la destra”.
Urgerebbe trovare una via per far risorgere il termine e il concetto, ma non è semplice spostare il baricentro, aprirsi al bene altrui piuttosto che al vantaggio personale.
Bisognerebbe credere che è salvo chi si offre o che, come canta Francesco de Gregori, chi vince è perduto.
In attesa di mutamenti epocali, si può partire dal senso attribuito alla parola da uno dei tanti dizionari online: “l’atto di donare qualcosa”.
Un inizio di rivoluzione sarebbe proporre un’altra prospettiva: l’atto di donarsi.

La vera religione


La religione è più semplice di quanto immaginiamo. E più bella. Gesù chiede un rapporto personale schietto, come tra amici. L’evangelizzazione consiste nel presentarlo agli altri come qualcuno con cui confidarsi, un compagno potente capace di cambiarti la vita perché è Lui che l’ha creata.
Mi tornano in mente favole come quella di Aladino, dove vengono espressi desideri immediatamente realizzati. L’inconscio collettivo fa emergere verità profonde, che solo in un secondo momento si smarriscono nei vicoli ciechi della paura e del cinismo.
I bambini sanno bene che tutto è possibile: giocano, si scambiano pensieri che a noi sembrano assurdi, e invece sono più corrispondenti dei nostri alla realtà. Se sapessimo che un atto d’amore può cambiare il mondo, l’esistenza umana sarebbe un’altra cosa. I bambini lo sanno, anche se nessuno gliel’ha detto.
Nessuno? Ecco la vera religione: capire che è Gesù che glielo dice.

A Chi


Molti mi dicono: don, quando prego mi distraggo.
Cos’è veramente la preghiera? Significa pensare alle parole? O è concentrarsi su qualcosa? E su cosa, eventualmente?
Basta poco a mettere in crisi i riti che compiamo, forse per senso del dovere, forse perché, se li omettiamo, chissà che ci succede.
A che pensiamo, se dialoghiamo con qualcuno? Alle parole, ai gesti, a qualcosa che non c’entra nulla? Il modo giusto è entrare in relazione, comunicare se stessi, condividere.
Lo stesso vale con Gesù: la preghiera è starsene con Lui, lasciarsi andare a una confidenza in cui troviamo pace.
Don, quando prego mi distraggo.
Pensa un po’ meno a ciò che dici e molto più a Chi lo stai dicendo.

Il Regno


Si può essere neutrali, rassegnati, pigri; oppure decisi, coscienti che la vita corre in una certa direzione, e che solo seguendola si centra l’obiettivo.
Dostoevsky ha colto l’essenziale: l’adesione alla verità senza riserve, con la persona intera, in un sì senza residui.
Penso che Dio sia fatto in questo modo. Ama a tal punto, con una determinazione così forte, che non può fare altrimenti. Da ciò deriva la sua potenza irresistibile.
Se ci affidiamo a Lui, diventeremo simili. Nessuno potrà più resisterci.
Il Regno è il posto dove il bene vince sempre.

La poesia del ricordo. I processi di ingradimento delle immagini, di Paola Silvia Dolci.


di Guido Michelone

Il nuovo libro della giovane scrittrice Paola Silvia Dolci si pone subito tra quelli più originali, interessanti, riusciti in questa nuova stagione della poesia italiana. I processi di ingrandimento delle immagini è un titolo ambizioso e al contempo difficile, se non viene rapportato al conseguente sottotitolo: Per un’antologia di poeti scomparsi. In tal senso il lavoro della Dolci è innanzitutto metalinguistico, nel senso che si appropria della letteratura per giocare molto seriamente (e talvolta drammaticamente) con la letteratura medesima. Continua a leggere

Cerchiamo


Cerchiamo Dio. Ognuno lo cerca a modo suo. Anche l’ateo, che pensa di evitarlo.
Cerchiamo Dio negli angoli nascosti, nelle crepe dei nostri progetti, nelle falle che si aprono senza alcun preavviso. Lo cerchiamo in una tristezza immotivata, in una gioia improvvisa e senza nome, nell’incontro casuale capace di scombinare la giornata.
La verità, però, è che siamo cercati.
È Dio che cerca noi: in un attimo di distrazione, nella perdita di controllo momentanea, nell’istante di estasi che ci strappa alla routine del quotidiano.
A forza di cercarci, ci incontriamo. Qualcuno nemmeno se ne accorge: è come quando senti una voce, non sai da dove viene e ti convinci che l’hai solo immaginata.
Dio è così: un lampo, una scintilla; sta a noi lasciarci illuminare, restare conquistati per sempre dalla sua bellezza.

L’ignoto


Si sente spesso un ritornello: per me è impossibile; ho raggiunto il limite; più di questo, non posso fare.
Il mondo è pieno di vicoli ciechi, di rinunce, di rese incondizionate a ciò che sembra eccedere le nostre abilità.
Quando entriamo nella zona proibita, cominciamo ad agitarci, a fibrillare. Proviamo un senso d’impotenza, una paura che ci paralizza.
La vita di fede comincia qui, da questa soglia. Prima sono preamboli, zuccherini concessi per fare coraggio, trasmettere fiducia. Ma arriva il giorno in cui, come nel sogno di Giacobbe, appare una scala che unisce cielo e terra, e come lui ripetiamo: terribilis est locus iste, è terribile questo luogo.
La vita autentica comincia dalla partenza per un posto sconosciuto, inquietante, sorprendente: il nostro vero Io.

Luigi Maria Corsanico legge Julio Cortàzar

da qui

Julio CortázarIl futuro
tratto da “Le ragioni della collera”, Edizioni Fahrenheit 451, 1995, Roma.
Traduzione di Gianni Toti
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Django Reinhardt & Stephane Grappelli, Nuages

Capucine,Café de la paix/1952
Foto de Georges Dambier

originale da: “Salvo el crepúsculo”,
Buenos Aires, Ed. Alfaguara, 1984 ⇒ https://youtu.be/Tixyxh-RgxQ

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Independence guy


C’e quello che io chiamo esame di coscienza geografico. Come siamo nelle diverse circostanze? C’è differenza tra il comportamento sul lavoro, in casa e con gli amici? Sono me stesso ovunque, o mi lascio condizionare dall’ambiente, dai discorsi, dall’aria che tira?
È interessante osservare questi meccanismi, perché parlano della forza delle convinzioni, della coerenza dei valori di fondo.
Mi ha sempre colpito l’atteggiamento di Gesù in situazioni eterogenee: nel tempio, nel colloquio coi rappresentanti della dirigenza religiosa, con le donne. Non è il contesto a influire su di Lui, semmai l’opposto: la verità è potente, incide nel mondo, non lo lascia come prima.
Allo stesso tempo, l’amore rispetta la scelta intima dell’altro, la fa risaltare nel suo spessore o nell’inconsistenza, la presenta a se stessa, perché, specchiandosi, decida di cambiare oppure no.
Dovremmo imparare da Gesù, per non dimenticare mai chi siamo e che cosa vogliamo.
Ognuno è ciò che ama. La questione è se ama al punto da compromettersi e rischiare.

Il venerdì


Del dolore si può parlare all’infinito, è un pozzo senza fondo. Quello degli altri, quello nostro. Poi c’è sempre qualcosa di più facile, il discorso devia, prende strade piacevoli, meno impegnative. L’essere umano ha la tendenza a svicolare, a far finta di nulla.
Andare contro corrente è indispensabile; resistere al giro di giostra, all’omertà, all’automatica complicità nella fuga dal centro; bisogna prendere il toro per le corna, guardare l’altro negli occhi e scorgervi la sofferenza, così leggibile: come un libro, una pubblicità progresso, un avviso affisso sul cancello per la disinfestazione del consorzio.
È possibile disinfestare dal dolore: con la macchina che mette in moto i sensi interni, l’anima capace di sentire, di fissare l’orrore del venerdì santo replicato nella vita del coniuge, del figlio, del fantasma che ci passa accanto, con una supplica che è facile ignorare.

La miniera


La tua voce. Riconoscerla tra mille. Sapere che si trova solo dopo aver percorso il catalogo dei suoni e dei rumori, la chiacchiera stridula dell’uomo, le urla, i lamenti, la litania infernale dell’assurdo, del grottesco, del crudele. L’Io ha la faccia oscura, deformata, che si fatica a riconoscere, perché la cosa più difficile è guardare se stessi occhi negli occhi.
Ma solo calpestando i sentieri puntuti, pieni di ortiche e sterpi della vera identità si può giungere allo spiazzo verde, il lago di luce, l’oasi intangibile del paradiso. Che non è qualcosa situato in alto, ma è la luna nel pozzo, la vena aurifera che appare quando hai molto scavato, insanguinandoti le mani, e col respiro mozzo: è allora che senti la sua voce, la riconosci tra mille, è la tua, la sua, è l’intreccio d’amore che si chiama, con un nome antico, verità.

L’intuizione

di Riccardo Ferrazzi


Gli scienziati che attribuiscono al caso l’ultima parola nella creazione di nuove specie animali si comportano più o meno come i critici letterari che attribuiscono alla fantasia degli autori la capacità di creare storie. Ma la fantasia di ogni autore ha un suo specifico modus operandi. C’è chi programma ogni particolare e chi si affida al pensiero poetante. C’è chi aspetta l’ispirazione e chi lavora a ore fisse. Ci sono autori che cercano spunti nella Storia o nei viaggi esotici, ce ne sono altri che aspettano che “si accenda la lampadina”. Eccetera eccetera. Continua a leggere

Luna Park


Accettarsi è decisivo, perché ciò che non ci piace, da cui fuggiamo, che tendiamo a disprezzare, è legato a qualcosa che non vogliamo accogliere di noi. Amare l’ombra, il peccato, non è la strada giusta. La tradizione cattolica ci invita a detestare il male. È possibile, però, giudicarlo e nel contempo amare il soggetto che lo compie, come ha fatto Gesù. Avete inteso che fu detto: amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici.
È chiaro che il nemico non è soltanto esterno, anzi, il più delle volte siamo noi. Amare il prossimo è possibile se si ama se stessi, e si ama se stessi se ci si ama anche nella colpa.
Partiamo all’avventura, addentriamoci nel tunnel degli orrori, come al Luna Park, dove ti arriva all’improvviso la scopa sulla testa o ti appare lo scheletro col cappello a cilindro e con il frac.

Il dolore


Che ne facciamo del dolore? Qualcuno bestemmia, qualcun altro si ripiega su se stesso, molti danno la colpa al vicino, all’epoca storica, allo Stato. Il dolore è un ingombro, un incidente, una iattura, a seconda delle prospettive personali. Quando faccio il turno delle benedizioni, qualcuno si presenta con cornetti, coccinelle, ferri di cavallo; pensano che un amuleto possa essere un argine alle possibili disgrazie. Altri presentano le fedi, pur tenendo alla larga il sacramento: chissà che Dio non li protegga anche se lo hanno rifiutato.
Il dolore, insomma, ha a che fare con l’occulto, la superstizione, la magia. È qualcosa che ci sfugge, che non controlliamo, per cui ci affidiamo a forze sconosciute, e spesso inesistenti. È l’effetto placebo, che rende autorevole persino il verbo della cartomante.
Il Vangelo ci propone un’altra via: offrire a Cristo il dolore. È evidente la differenza tra il Figlio di Dio e un pendaglio apotropaico. Ma soprattutto è antitetico l’effetto: il secondo è un calmante, il primo è la pace inalterabile del cuore.

Intervista al fotografo Bruno Marzi


La poesia dello scatto rock

a cura di Guido Michelone

 

A tredici anni Bruno Marzi, in una tranquilla città di provincia, già alla fine degli anni Sessanta, è forse l’unico, grazie al nonno, proprietario di un negozio di elettrodomestici, a possedere e ascoltare decine e decine di 45 giri d’importazione introvabili: con quei dischi tanti giovani a Vercelli – la città in questione – imparano conoscere il soul, il r’n’b, la psichedelia, l’underground, il progressive. Bruno insomma è già ‘avanti a tutti’ e di lì a pochi anni inizierà a scrivere e fotografare per il settimanale Ciao 2001, l’allora bibbia rockettara. Continua a leggere

Il male


È un non senso, il male. Diadoco di Fotica, il mio Padre della Chiesa preferito, dice che, addirittura, non esiste.
Dimostrare che è un non senso è semplice: il male fa male, prima di tutto a chi lo compie. Agita, turba, logora, rattrista. Nel profondo, ovviamente: in superficie può sembrare che vada tutto bene, come è scritto nei salmi a proposito dell’empio, che prospera convinto che a non esistere sia Dio.
Ma dentro, il male, devasta. Esiste, eccome. Il Vangelo narra che chi toccava Gesù, era guarito. Da Lui usciva una forza risanante, che altro non era che la vita doc, erogata direttamente dalla fonte. Cristo è la nostra pace, dice San Paolo. È questa pace che ha un potere terapeutico, perché connette, crea o rafforza nessi, ricuce strappi e ricostruisce fratture di ogni tipo. Dà senso, insomma, a quanto gli capita tra mano.
Il male, invece, impoverisce, lacera, isola quello in cui si imbatte e che cede alla sua logica. Priva di senso il mondo.
Ecco perché il testamento di Gesù è “vi lascio la pace, vi do la mia pace”. Il prete lo ripete in ogni messa, ma gli eredi, spesso, sono troppo distratti per riscuotere.

A cena fuori


Il problema della preghiera è che non piace. Molta gente prega per dovere. Non a caso la Madonna, in uno dei luoghi dove appare, ripete sempre: pregate finché non vi procuri gioia.
Tutto questo, per un ateo, è assurdo. Ma il bello è che è lo è anche per molte persone religiose: continuano a inanellare rosari, a ripetere orazioni come fossero un cartellino da timbrare.
Non penso che, se si esce con gli amici o con la fidanzata, lo si faccia per dovere. Ha senso se mette allegria e se, già preparandosi, si pregusta un paio d’ore di piacevole relax.
Che c’entra Dio con questo?
Butto lì due citazioni, fra le tante, che potrebbero chiarirlo: Non vi chiamo più servi, vi ho chiamato amici (Gv 15,15); Ti farò mia sposa per sempre (Osea 2,21).
Ebbene sì: pregare è andare a cena fuori, passare la sera con la fidanzata, o con gli amici.
E vediamo se si continua a farlo per dovere.

Luigi Maria Corsanico legge Sergéj Esénin

da qui

Sergéj Esénin (1895-1925)
Io lo ricordo, amata…
(Traduzione di G. P. Samonà)
da “Poesie”, Garzanti Editore, 1981

Lettura di Luigi Maria Corsanico
Christoph Gluck, Orphée et Eurydice, Mélodie
Isabel Won, Cello

Fotografie di Leonard Misonne e Gertrude Käsebier

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La porta


La poesia è bella, ma non piace a tutti. Ogni tanto mi scappa di leggerne a mia madre, ma è un fallimento certo. Magari, per farmi piacere, fa una smorfia, protende il volto, ma niente: neanche per sbaglio le esce un “bello”, “che forza”, “mi ha commosso”.
Questo per dire che esistono realtà straordinarie in assoluto, ma non basta perché siano apprezzate.
Così è per Cristo: è bello senza discussione, buono e vero come nessun altro, ma non tutti lo vogliono. Quando parlo di Lui, mi accorgo subito dei bendisposti e di chi invece pensa ad altro: si distrae, controlla l’ora, ha lo sguardo fisso nel vuoto.
È spiacevole, visto da noi; ma per Gesù è fonte di tristezza.
Turoldo scrisse un libro intitolato “Anche Dio è infelice”, e tutti a dire: ma che roba, come si permette, il Signore è l’eterna beatitudine. E invece ci aveva indovinatō: Gesù si rattrista, se qualcuno non lo vuole. A saperlo, ci si penserebbe, prima di metterlo alla porta.