Ho una perenne

ho una perenne paura di morire.
mi devo fare una maglietta con questa scritta
e devo indossarla al bar
a scuola
alle presentazioni dei miei libri.
ditemi la frase della vostra maglietta
per favore.

***

quando mi sveglio di notte
e non posso più dormire
è colpa delle parole.
sono le parole
a tirarmi fuori dal letto.

CARTOLINE DAI MORTI

*

Qui la fine della primavera e la fine dell’inverno sono piú o meno la stessa cosa. Il segnale sono le prime rose. Ne ho vista una mentre mi portavano nell’ambulanza. Ho chiuso gli occhi pensando a questa rosa mentre davanti l’autista e l’infermiera parlavano di un ristorante nuovo dove ti fanno abbuffare e si spende pochissimo. Continua a leggere

Il Poeta

il poeta, se ce n’è mai stato uno,
non sa niente
non vuole niente
non dice niente
non capisce niente
non trova niente
non sente niente.
il poeta, se ce n’è mai stato uno,
non l’ha creato dio,
era qui prima di adamo e prima di eva,
era qui da solo
e così è rimasto,
anche se poi è arrivata tante gente
per lui non è cambiato niente.

auguri in versi

le cose migliori che facciamo per gli uomini
sono quelle non rivolte a loro,
ma a qualche dio nascosto.
stare al mondo insieme agli altri
ma pensando ad altro
a un’invisibile immensità
fuori dalle stelle e da tutti gli universi.
il gesto più semplice e comune
il gesto che ci pò medicare
è stare fuori da ogni commercio
con gli uomini, non aspettarci niente
da noi e da loro.
essere fuori da ogni scopo
essere niente questo è il tesoro.

i vivi al mio paese sono morti

i vivi al mio paese sono morti

li ho visti oggi con le spalle al sole

spingevano per entrare al cimitero.

il mio paese non c’è più

non ride e non sputa in faccia più a nessuno.

ci vorrebbero tre metri di neve

tremila cappotti sulle mie spalle

per sentire il peso di chi c’era

rancori urlati rabbia muta

i grandi giorni della cicuta.

Discorso sulla terra dell’osso

da Nevica ho le prove, Laterza

Il paese è esposto a nord. È un paese di cattivo umore. Contadini costretti a zappare controvento. Due ore di cammino per arrivare a una “mezza cota” piena di pietre. Prima ancora era un esilio di pastori, dunque una terra di gente abituata a passare molto tempo in solitudine. Solitudine, malumore. Infine la scontentezza e la paura tipiche di questo tempo. Ai mali suoi il paese della cicuta ha aggiunto quelli degli altri, quelli della piccola borghesia urbana traslocata qui dagli stipendi: gli insegnanti, gli impiegati al Comune o all’ospedale. Alla durezza, all’ostilità di sempre, all’attitudine a scoraggiare e a scoraggiarsi, si è aggiunta l’ipocrisia, la stitichezza emotiva. Vivere in un posto del genere significa consegnarsi all’infelicità. Poi si può solo decidere come sfruttarla. Sfruttarla per scrivere o per incentivare l’infelicità degli altri. Sfruttarla per circuire con un robusto anello di noia la propria infelicità in modo da non sentirla. A ciascuno il suo. L’insieme delle scelte o delle non scelte costruisce un luogo che è insieme secco e viscido, aspro e melmoso. Non ci sono spiriti tiepidi, accasati in una vita operosa e tranquilla. Tutti sembrano affaccendati, chi a costruire un fallimento già costruito, chi a salire una cima che non c’è. Infatti il paese è in alto, ma non ci sono montagne. Continua a leggere

Il guardiano dei paesi

non riesco più a stare nel mio paese nuovo
e neppure in quello vecchio e grezzo.
io vivo nella frana che sta in mezzo.

lo so ho un’ anima scomposta, a vederla da vicino sembra un paese terremotato. ma non è di me che voglio parlare in queste righe, voglio parlare di un’idea dell’italia, l’italia che cerco ogni giorno è annidata nei paesi più sperduti, l’italia che resiste dove c’è poca gente, dove ci sono alberi, erbacce, cardi, l’italia che vive ancora solo dove è più dimessa, l’italia che non crede alla pagliacciata del progresso, l’italia dei cani randagi, dei vecchi seduti sulle scale, delle case di pietra incollate in lunghe file che si attorcigliano. questa italia vive ancora solo nel sud interno ma non ovunque. ci vuole che non ci sia città, che non ci sia pianura, ci vuole che non ci sia l’industria o l’industria delll’agricoltura, ci vuole che non ci siano uffici e grandi scuole e strade dritte e mari e serre e nani nei giardini. l’italia che amo ha più di ottant’anni e rughe non lisciate, è una tribù di reumi e bastoni, è ugualmente lontana dall’europa calvinista e dall’africa animista, è una terra di magie arrangiate, di cimiteri sempre ampliati, di piazze livide e rancorose. io voglio frugare tutta la vita in questa italia fino a quando scompare, voglio restare tutta la vita dentro i suoi paesi rotti e malandati. sono un guardiano della più solitaria disperazione. io sono vivo nei paesi invernali quando passa un funerale, sono vivo quando nevica e nei giorni più ventosi, nelle case dove i ragni fanno i nidi nelle damigiane, nei bar degli scapoli. sono vivo ad aquilonia, a roscigno, a conza, ad apice.

Io e te sulla rupe

Io e te sulla rupe

la rupe è l’ultima vertebra
della terra
poi comincia la testa
le nuvole
il cielo.
lì sopra io e te
coi corpi appoggiati
in disordine
un po’ sulla carne
un po’ sull’erba
un po’ muti
un po’ mossi dalla parola,
così fino a vedere
il cuore che mentre batte
vola.

La farfalla e il carro armato

Che strana materia è un corpo

e che strani noi che ci stiamo chiusi dentro

murati, o appesi a un filo, poco importa.

Che piacere denso e sofferto

stare con te sotto un albero

e vedere che da zone lontane del mio corpo

tornavano a casa i pensieri perduti

in questi mesi di troppi commerci

con gli umani.

Che strano il resto della giornata

con l’emozione che mi girava dentro

come una farfalla

o come un carro armato.

Questo è quanto ho visto nel mio campo,

il campo avverso.

Non so cosa sia accaduto nel tuo campo,

non so com’era l’emozione

ma spero che sia stata

cauta, incauta, verticale

libera dal bene e ancor più dal male.

Davvero sono altrove

pomeriggio col petto squarciato.

e parlo e parlo ancora

io che non ci sono più

che non ci sono mai stato

in questo mondo

in questo corpo che di me

porta solo l’ansia.

davvero sono altrove

in una terra di esseri

che continuano a squarciarsi

nella fatica di stare nel cortile

dei minuti.

vi aspetto, ma non so dove

vi aspetto, ma ancora per poco….

La prima poesia della notte

Ieri sera fu più facile scrivere e pensarti.

Adesso, nel fuoco dell’insonnia, provo

a fare gli scalini per arrivare

a bagnarmi nella luce

del giorno che dovrà venire.

È chiaro, la prima poesia della notte

non ha ancora un tema preciso.

Il figlio di un anno fa la tosse

ed io muovo la culla con un piede

per aiutarlo a dormire.

Scrivere è meglio che pensare, sembra

che il tempo non passi invano,

ma mentre scrivo

penso agli occhi gonfi che avrò domani:

devi sapere che non guardo mai i miei occhi

da vicino, ho paura di vedervi il sangue

e il tempo che fugge col suo bottino.

Ora il figlio più grande, vivo neppure

da tre anni, chiama sua madre nel sonno,

chiama e piange.

Intorno alla tua bocca

intorno alla tua bocca

a un certo punto

arrivano le mie mani

la mia lingua i tuoi capelli

e vedo gli occhi

che si aprono in grandi sorrisi

luminosi

e l’anima che danza intorno

alle narici,

tutto quello che c’è sulla tua faccia

andrebbe mostrato

ai poveri di spirito,

le tue labbra da mostrare

a chi esce dai cinema

o dalle chiese

e anche a chi sta a casa

mezzo addormentato sui divani,

la tua faccia in cui compare

qualcosa che solleva la terra verso il cielo

qualcosa che abbassa il cielo

verso la terra.