Poesie per la pace

L’Associazione Culturale Internazionale SICA [http://www.subudsica.org], parte della coalizione globale di associazioni non profit che partecipano a Peace one day [http://www.peaceoneday.org], organizzazione riconosciuta dall’ONU, dall’Unicef e da moltissime altri organismi internazionali, ha indetto per il 21 settembre prossimo, in occasione della giornata mondiale della pace, un evento diffuso in ogni nazione: Poem for Peace one day  [http://www.facebook.com/PoemsForPeaceOneDay ].
La Giornata Internazionale della Pace è stata stabilita con una risoluzione delle Nazioni Unite nel 1981. La prima Giornata della Pace è stata celebrata nel mese di settembre 1982. Nel 2002 l’Assemblea Generale ha dichiarato ufficialmente il 21 settembre come data definitiva per la Giornata Internazionale della Pace.
“Peace One Day” ha iniziato le sue attività nel 1999 grazie ad un giovane inglese di nome Jeremy Gilley proponendo un’iniziativa di cessate il fuoco in Afghanistan per consentire ai lavoratori di ai bambini e alle persone bisognose di essere mantenuti, almeno per quel giorno in sicurezza e salute. Nel 2001, gli sforzi di Peace One Day sono stati premiati quando le Nazioni Unite hanno adottato all’unanimità una nuova risoluzione con la quale la “Giornata della Pace” veniva dichiarata, inoltre, un giorno di cessate il fuoco e di nonviolenza globale. Gilley e Peace One Day sperano di vedere il 21 settembre 2012 come il giorno della più grande riduzione della violenza globale; un solo giorno nella storia, sia a livello nazionale che internazionale.

L’intento di questa iniziativa è raccogliere quante più adesioni possibili attorno alla poesia. Che sia una poesia recitata e registrata, una poesia scritta e fotografata, una poesia lasciata su una panchina: basterà aderire al progetto iscrivendosi al gruppo facebook: http://www.facebook.com/groups/poesieperlapace/?notif_t=group_r2j e lasciare una propria creazione.
Nel gruppo troverete tutte le indicazioni e i progetti di eventi che verranno organizzati per celebrare, con la poesia, la giornata internazionale della pace in Italia.

Buffe incomprensioni tra un peperoncino e un piatto di spaghetti

Buffe incomprensioni tra un peperoncino e un piatto di spaghetti

di Isabella Borghese

 

Siamo (anche) ciò che mangiamo e quello che ci inventiamo.

Se fosse un alimento Lei sarebbe una spezia. Ogni volta una differente. Dev’essere per quella dote riconosciutale dagli altri che la spinge, con naturalezza e spontaneità, ad assumere un ruolo differente a seconda delle circostanze. Ed è così che condisce le sue relazioni, con l’arte del rinnovarsi e quella della genuinità.

Se fosse un alimento, L’Altra, consegnerebbe agli spaghetti la sua bellezza, la sua fisicità slanciata e i suoi lunghi capelli castani. Ed è così che addolcisce i suoi legami, con l’armonia.

Le Due in cucina si incontrano in chiacchiere succulente come fossero, Lei con L’Altra, un semplice piatto di spaghetti al peperoncino.

L’amicizia, in fondo, ha bisogno di ingredienti capaci di amalgamarsi e accomodarsi poi con comodità su di un piatto bianco per donarsi con generosità ad altre bocche.

In cucina si nutrono molti legami. E proprio lì gli strofinacci, in genere, sono l’oggetto senza pregio. Non abbelliscono l’ambiente né gli assegnano particolarità, caratteristiche di cui sono fornite le tende che invece dopo la scelta con dedizione vengono appese con cura. Continua a leggere

“Soglia d’amore”, di Monica Pareschi

[Sono particolarmente lieta di pubblicare questo racconto di Monica Pareschi, una tra le più apprezzate e capaci traduttrici editoriali italiane. Se volete avere un’idea di massima delle autrici e degli autori che ha tradotto, vi invito a leggere la nota biografica alla fine del racconto. Monica Pareschi è una donna che lavora con le parole degli altri e che, una volta di più, dimostra attraverso le sue parole che grande scuola di scrittura sia la traduzione. Soglia d’amore è un racconto cui tengo molto, che amo molto, di un amore razionale e viscerale al contempo. L’immagine a sinistra è La fine del mondo, di Leonor Fini.G.C.]

di Monica Pareschi

Un brusio d’insetti. Forte. Come quando cerchi i canali col telecomando. Una tempesta d’insetti. Nero e materia stellare. Lampi. Esplosioni. Un po’ di rosso. Come quando si strizzano forte gli occhi premendoci sopra le palme delle mani. Ma il suo occhio è aperto adesso. Contempla quest’ultimo paesaggio galattico. L’occhio rimasto scruta nel buio. Un occhio cieco, un occhio buono. Sulla soglia.

Qualcuno, sulla soglia.

“Ciao… Ciao… Siamo noi…”

La chiave entra e gratta nel silenzio che la strangola, le voci recitano l’allegria. Cigolio di porta, bisogna darci l’olio, e poi la gragnuola dei tacchi sul marmo, lo scatto degli interruttori, la lama di luce che scivola sotto il battente e taglia un triangolo bianco sul pavimento. Sei al buio, si scandalizza la voce di quella che guida la truppa, che irrompe e poi spiega: La nonna è al buio. Braccia protese, pratica, un po’ ansante, si avvicina vivamente alla finestra e con grandi gesti capaci si appende alla cinghia della tapparella: un po’ ginnasta e un po’ infermiera. Continua a leggere

Sola[mente]

Guardarsi intorno sul sellino di uno scooter. Il traffico di un lunedì sera di luglio, sul Lungotevere, restituisce immagini spigolose, a un’altezza insolita. Le macchine immobili. Fa fresco. La prospettiva è sempre stata fondamentale. Il punto di vista cambia l’interpretazione.

Non sembra estate. Sta per piovere. Luglio benedetto.

Solo dopo saprà che agosto sarebbe stato peggio.

Si guarda indietro. Oltre il tunnel. I suoi occhi arrivano in cima alla lunga via, girano a sinistra, salgono, curvano, salgono, girano di nuovo a sinistra, entrano nel vialetto, nell’ospedale, nell’ascensore, nel corridoio del reparto, nella stanza dove suo padre rischia di morire. Restano accanto al letto.

È vecchio. È già oltre la media dell’aspettativa di vita. Non tornerà mai più come prima. Deve farci i conti, signora. Qualche anno fa sarebbe già morto.

Alcuni la chiamano signora, altri le danno del tu. La sostanza non cambia. La maggior parte è gentile. Alcuni sono brutali. Lei sta con se stessa, con le sue attese.

Il suo fisico ha sopportato troppo.

I suoi occhi restano accanto al letto, il suo corpo è sul motorino.

È martedì, 19 luglio.

Solo dopo saprà che ha rischiato di morire ancora, e ancora. Continua a leggere

978

di Vincenzo Ciampi

 

Tanto ci teneva all’accoglienza Nico il Laziale, il proprietario del bar , che un poster di Totti col ditino in bocca era visibile a tutti sopra il frigo delle bevande da tenere in fresco: perdere la clientela romanista, maggioritaria, era una minaccia abbastanza forte da interrompere il monopolio dell’iconografia biancoazzurra. La propensione naturale alle pubbliche relazioni faceva di Nico l’arbitro naturale di tutte le scommesse e di tutte le contese verbali fra avventori, purché risolvibili con dimostrazioni empiriche; ma nei casi di emergenza il “Punto Internet” – normalmente utilizzato visitare siti porno – consentiva qualche rapida verifica su Google .
Nico aveva presieduto alle scommesse più disparate; toccava a lui a custodire le somme rischiate dagli avventori fino al giorno in cui, con verdetto irrevocabile, le consegnava al vincitore, con quella solennità che inibiva, nel perdente, spiacevoli code di recriminazioni e di proteste.
Ora, però, doveva gestire la nuova disputa fra Gino il carrozziere e Alvaro, barbiere in pensione: compito assai impegnativo, perché avrebbe richiesto una complessa verifica sul campo.
Gino e Alvaro non si erano mai amati. Diversi in tutto e su tutto. Gino corpulento, caciarone, eccessivo, sempre con le mani e la tuta sporche di grasso e di vernice per auto. Alvaro magro, azzimato, sempre con la cravatta, calmo nel parlare ma soggetto ad improvvise esplosioni polemiche . Gino diceva sempre di lui che, a due anni dalla pensione, ancora puzzava degli strani intrugli che un tempo spruzzava addosso al cliente cui aveva tagliato i capelli. Alvaro replicava dicendo che le unghie di Gino , inevitabilmente incorniciate di nero, erano così sporche perché si grattava sempre la testa.
Essendo in disaccordo sempre e comunque, le scommesse fra di loro erano frequenti e dispendiose. Dai caffè erano passati all’aperitivo, poi al whisky di marca, e infine alla vil moneta. L’equilibrio nel numero delle vittorie era perfetto: sette a sette. Gino aveva appena pareggiato il conto grazie alla formazione del Brasile ai Mondiali del ’70. Alvaro non riusciva a ricordarsi di Brito, il centrale, mentre Gino la sapeva tutta, ricordava pure le riserve. Continua a leggere

Massimo Lugli, «Il carezzevole» [Newton Compton]. Un’intervista.

È da lungo tempo che non pubblico un articolo su La poesia e lo spirito.
Ho scelto di parlare di e con Massimo Lugli, terzo classificato al premio Strega 2009, dopo aver seguito con interesse la sua partecipazione di qualche settimana fa al TG La7. In termini televisivi potrei dire che “buca lo schermo”. Mi è arrivato così nitido e intenso il suo amore per la scrittura, è così sincero e spontaneo il suo con, che non ho potuto fare a meno di mettermi in contatto con lui. Volevo conoscerlo meglio, come persona, come giornalista e come scrittore.
Massimo Lugli ha appena pubblicato l’ennesimo romanzo per Newton Compton. Inquietante il titolo: Il carezzevole. L’autore me ne ha spiegato il motivo nel corso dell’intervista.
Gli ho chiesto di inviarmi qualche riga bio-bibliografica. Ed è così che si è presentato. Da parte mia posso solo ringraziarlo per l’estrema gentilezza e per la disponibilità.
Ora, però, lascio spazio alle sue parole.

«Sono nato a Roma il 9 maggio del lontano 1955. Ho iniziato a fare il giornalista a Paese Sera nel 1975 e 10 anni esatti più tardi sono entrato a Repubblica, dove lavoro ancora oggi. Ho vinto il premio nazionale “leader di cronaca” e ottenuto tre riconoscimenti al  “cronista dell’anno” nelle varie edizioni. Ho scritto Roma Maledetta (1998), La legge di Lupo solitario (2007), L’istinto del Lupo (2009) e Il Carezzevole (2010). Ho praticato judo, tae kwon do, karate (1 dan), un po’ di full contact e attualmente (da 20 anni) tai ki kung e wing tsun. Le arti marziali sono la seconda grande passione della mia vita. O forse la prima». Continua a leggere

«Le vie del corpo», il mio racconto in “Roma per le strade II”, a cura di Massimo Maugeri [Azimut]

romaperlestradeIo.
L’io… io! Il più lurido di tutti i pronomi!
Io cammino e la strada mi è amica.
Mi torna in mente mentre mi riapproprio di me stessa, mi torna in mente questo pidocchio schifoso di pronome. Io.
Il mio corpo respira, ogni poro della mia pelle si dilata ad accogliere il suo tempo e il suo spazio. Vado a fare la mia terapia settimanale. La mia gamba sinistra ha ancora bisogno di cure. Il lato sinistro del mio corpo è sempre stato il più fragile: devo proteggerlo, difenderlo, rinforzarlo.
Quando cammino mi sento intera. Non più fratturata: l’abisso tra corpo e mente si colma della materia di cui è fatta la vita. Di tanto in tanto mi accorgo che è la gamba destra a determinare l’andatura e a trascinare con sé l’altra, ma questa consapevolezza non mi ferma. Il mio ritmo è costante. Quando cammino a Roma capisco, mi rivelo a me stessa.
Epifania.
Ia.
Sei riuscita a spezzarti tutto il possibile dal ginocchio in giù, mi aveva detto il chirurgo durante l’operazione. Il piede non aveva trovato l’appoggio giusto scendendo da uno scalino. Uno scalino di pochi centimetri. Io avevo cercato di rispondere a tono, di sorridere persino, anche se non ne avevo per niente voglia. L’epidurale mi aveva staccato mezzo corpo. Ero viva solo dal torace in su. Il resto di me in-esisteva. Continua a leggere

Due poesie [mie].

donnanegativa[È la prima volta che pubblico su “La poesia e lo spirito” due poesie scritte da me.
Mi accosto a quest’arte con la massima umiltà. E confido nella generosità dei miei amici, poeti veri.
Grazie per l’attenzione.
Gaja Cenciarelli]

Sono un angolo

Sono un angolo
un limite, una rientranza.
Sono la polvere Continua a leggere

Della scrittura e della (mia) vita

quattrogajedi Gaja Cenciarelli

Non ricordo più qual è stato il primo libro della mia vita. A volte ho l’impressione di aver cominciato a leggere nella placenta. Poi mi dico che no, è impossibile, perché lì dentro non c’era spazio per un libro e nemmeno per un foglietto. Ma, ugualmente, non c’è verso di risalire al momento preciso dal quale tutto si è dilatato.
Però so che ho iniziato a scrivere e a leggere a tre anni: mi ha insegnato mio padre. La sua dedizione alla causa era spontanea e assoluta, anche se non ha mai avuto bisogno di insistere granché per raggiungere il suo obiettivo.
Sono stata sempre una bambina tranquilla.
Il tavolo della sala (all’epoca non avevo una camera mia) era coperto da album da disegno, matite colorate, pennarelli, quaderni, penne. Ho attraversato un periodo di intenso innamoramento nei confronti del liceo artistico: amavo disegnare ed ero anche piuttosto brava. Suppongo di esserlo tuttora: mi stupisco ogni volta che riprendo in mano una matita, o i miei amatissimi carboncini.
Scrivo perché la scrittura non mi ha mai tradito. Continua a leggere

“Minimal Hotel” e “Subliminal Autogrill”, di Isabella Borghese (Microlit, Edizioni 18:30)

minimaldi Gaja Cenciarelli

A Isabella Borghese mi ha sempre unito l’immenso amore nei confronti della scrittura. È una di quelle caratteristiche che, per quanto mi riguarda, costituisce il terreno su cui edificare l’amicizia, la comprensione, lo scambio di opinioni, un sano confronto sulla letteratura.

Isabella ha di recente pubblicato – per i tipi delle Edizioni 18:30Minimal Hotel e Subliminal Autogrill. Si tratta di due gioiellini di sedici pagine ciascuno nei quali l’autrice ha dimostrato di avere idee, uno stile assolutamente personale (quando si trova la propra voce letteraria si è già a metà dell’opera: certo, il percorso è lungo, a tratti doloroso, sicuramente complicato), una rara abilità nel connotare gli spazi e i personaggi con espressioni brevi e precise.

Le stanze che vanno dalla 65 alla 68, con l’aggiunta finale della “Suite Diamante” del Minimal Hotel resituiscono l’atmosfera asfittica di un luogo che non dà speranze. Sedici pagine di un albergo in cui nessuno è davvero estraneo agli altri.
«Non esistono bugie, è tutto relativo, basta entrare nel Minimal Hotel».
«Puoi essere chi vuoi, nel Minimal Hotel». Continua a leggere

«Le tre Erre», un racconto.

magritte_dominiodi Gaja Cenciarelli

[Questo racconto è stato scritto alla vigilia delle elezioni politiche del 2006, e pubblicato sulla rivista «Carta»].

Il televisore funziona ininterrottamente da circa cinque anni, l’uomo si muove con levità, tra la cucina economica e il tavolo. La stanza è ancora al buio. Le trasmissioni della notte lo hanno squassato. Da qualche anno a questa parte, lo splendido, variegato, labirintico, creativo gheriglio del suo cervello ha cominciato ad assumere via via l’aspetto di uno pneumatico liscio che scivola sui problemi più scabrosi, che non ha attrito sulla strada dei pensieri.
La tuta Snellex vi garantisce un fisico tonico e giovanile. Non aspettate: chiamate subito il numero verde 800-xxx-yyy.
L’uomo fissa lo schermo con occhi cerchiati di nero. Sono anni che non dorme più. Anni che non riposa. Non ha voglia di accendere la luce, di rassegnarsi a vivere un’altra giornata di nani e ballerine, di donne che parlano la lingua ovattata e farfugliante di chi non ha più alcuna sensibilità alle labbra e non può concedersi il lusso di articolare chiaramente le parole (pena la scucitura a divinis). Donne i cui seni prorompenti sembrano volersi staccare e trascinarsi dietro la pelle del viso e del collo, su cui sono stati apparecchiati occhi e naso, come una tovaglia tirata via di colpo. Donne e uomini: tutti giocattolini made in Taiwarcorland. The going is easy, man. Continua a leggere

«Viole(n)t Red», di Laura Costantini e Loredana Falcone

violent-reddi Gaja Cenciarelli

Se fossi un ufficio stampa e dovessi lanciare questo libro metterei in evidenza che a dar vita a un noir dalle tinte così fosche e dalle immagini così crude sono due donne che scrivono insieme da più di trent’anni. E la loro è una scrittura che procede decisamente per immagini, una scrittura che potrebbe senza dubbio essere usata come sceneggiatura. Alcuni passaggi di Viole(n)t Red evocano sequenze de Il silenzio degli innocenti, Basic Instinct, e anche Vestito per uccidere – celeberrimo film di Brian de Palma. Lungi dall’essere un pout pourri confusionario, il noir di Laura Costantini e Loredana Falcone mostra la struttura solidissima di un impianto classico che esalta la chiarezza senza nulla togliere al mistero. La scelta della storia si rivela vincente: attorno all’intreccio ruota una serie di personaggi di cui, all’inizio, emerge solo la punta dell’iceberg di una vita di tragedie, speranze, desideri e paure. E che, man mano che si prosegue, acquistano uno spessore sempre maggiore, coinvolgendo il lettore fino all’ultima pagina.
Perché quando pensi di aver capito tutto, Costantini e Falcone – e vorrei sottolineare che questo è il loro primo noir – riescono a sorprenderti. Continua a leggere

«Femmina De Luxe», di Elisabetta Bucciarelli [Edizioni PerdisaPop]

bucciarellifemminadi Gaja Cenciarelli ed Enrico Gregori

L’idea di una recensione scritta a quattro mani non è peregrina quanto può sembrare a prima vista: abbiamo entrambi assistito alla presentazione romana del romanzo di Elisabetta Bucciarelli, abbiamo conosciuto di persona l’autrice, abbiamo ascoltato il dibattito che ne è seguito – interessante come capita di rado in occasioni del genere.
Ci siamo poi confrontati sul contenuto del libro – e anche sulla forma: elemento importante e da non trascurare. Il formato della collana è in un certo senso vincolante per la lunghezza del romanzo. Ci sono intrecci e personaggi cui ci si affeziona e che si vorrebbe non ci abbandonassero tanto presto. Succede proprio così con Femmina De Luxe, centoventotto pagine dense di umanità nell’accezione più positiva del termine.
Sesso, cibo, la “perfezione” dei corpi: questi sono gli argomenti cardine del romanzo di Elisabetta Bucciarelli. Una storia che è una telecamera ad alta definizione, e che l’autrice utilizza sapientemente per scavare nelle pieghe più oscure dell’animo umano. Perché le dicotomie tra dentro e fuori, tra pieno e vuoto, tra apparenza e sostanza sono i puntelli dell’intreccio. Uno iato che sembra incolmabile. Continua a leggere

«Salti nel vuoto», di Carlo Sirotti

E uno

Quella è l’unica immagine che ho di mio papà. Non so chi l’abbia scattata, un attimo prima che si spiaccicasse sul marciapiede. Uno che girasse per Parigi con la macchina fotografica al collo, in quegli anni, e che guardasse in su in una strada così anonima e così poco frequentata in effetti sarebbe piuttosto strano. E che poi abbia scattato proprio in quell’attimo, in modo da cogliere l’ultimo istante di mio padre, l’ultimo suo anelito di vita nel momento preciso di quel gesto ha quasi dell’incredibile. Continua a leggere

25 brandelli di me che avreste sempre voluto conoscere (ma che non avete mai osato chiedere).

logo_facebookdi Gaja Cenciarelli

[Quella che segue è una sorta di catena di Sant’Antonio nata su Facebook. Si è diffusa a macchia d’olio in tempi rapidissimi. Ho letto pezzi notevoli, di grande spessore umano e letterario. Mi vengono in mente – per citare due redattori di LPELS – quelle di Guido Tedoldi e di Franz Krauspenhaar. Ho pensato di proporre i miei 25 punti anche qui. Beninteso, siete autorizzati a saltarli a piè pari. GC.]

1) Quando sono nata, mio padre ha dichiarato, in preda alla comprensibile esaltazione di un 47enne che aveva perso le speranze di avere una/ un figlia/o: «Guardate, mi somiglia! Ha il mio stesso naso!». Il punto è che voi non avete ben presente il naso di Cenciarelli senior. Mia madre e mia nonna lo hanno lasciato vivo perché non volevano che crescessi orfana di padre. Continua a leggere

«Come pagina bianca», di Pasquale Esposito

comepaginabiancadi Gaja Cenciarelli

Se dovessi riassumere nella forma più breve possibile il romanzo di Pasquale Esposito lo definirei un alfa privativo.
A cominciare dal titolo, si percepisce la centralità dell’assenza, del vuoto come cardine della narrazione: eppure le pagine di questo romanzo sono tutt’altro che bianche. Talmente densa è la storia, talmente ricca di riferimenti e testimonianze, che il mondo creato dalla mente e dalla scrittura della voce narrante non può non avvolgere chi legge, lasciandogli addosso quella seconda pelle costituita dagli interrogativi che solo i libri ben costruiti sanno sollevare.
Il narratore è internato in un ospedale psichiatrico, e per conservare la percezione di sé scrive lunghissime lettere alla donna amata in cui le racconta la sua vita, il suo passato, le sue speranze, tutto quanto ha fatto di lui l’uomo che è e che vorrebbe essere.
Non conosciamo il nome del protagonista, ma conosciamo bene la sua vita, il suo passato, il suo presente. Continua a leggere

«Straniero o italiano, purché sia romanzo», di Fulvio Panzeri

[Vi segnalo un articolo interessante, pubblicato su «Letture» e firmato da Fulvio Panzeri, che – tra i libri da leggere nel 2009 – consiglia quello del nostro Marino Magliani. E anche l’ultimo libro della trilogia di Agnes Browne, pubblicato da Neri Pozza e tradotto dalla sottoscritta. G.C.]

La novità più interessante per i prossimi mesi è quella della riscoperta di un grandissimo autore francese, Julien Green, di cui Longanesi propone Mezzanotte, un grande romanzo sconosciuto in Italia, una storia torbida in attesa di una speranza, protagonista Elizabeth, costretta a vivere in un ambiente in cui le più subdole umiliazioni sono il suo pane quotidiano. Viene però il giorno in cui l’amante di sua madre si ricorda della sua esistenza e decide di prendersi cura di quella bambina diventata ragazza. Anche qui l’inganno e la sopraffazione faranno della protagonista un’anima che cerca disperatamente la luce oltre gli inferi quotidiani.
Una grande tensione morale si ritrova anche nel “nuovo” Georges Simenon, proposto da Adelphi, Le campane di Bicêtre, che aveva trovato tra i suoi sostenitori François Mauriac che così ne parlava: «In questo romanzo Simenon coglie una verità cui nessun altro romanziere prima di lui aveva gettato una luce così cruda, quasi insostenibile: la prossimità della morte – quella morte che non serve a niente rifiutarsi di guardare in faccia». Continua a leggere

«Un’arte», poesia di Elizabeth Bishop

elizabethbishop-olderTra le tante segnalazioni di natura letteraria che circolano su Facebook mi capita a volte di imbattermi in autentiche chicche che rappresentano per me una vera e propria epifanìa.
È il caso di questa poesia, magistralmente tradotta da Marilena Renda. L’autrice è Elizabeth Bishop, poetessa entrata da tempo nel novero dei grandi.
La pubblico qui perché non credo esista luogo più adatto per apprezzarne l’intensità e il canto potente che i suoi versi sprigionano.
Ringrazio ancora una volta Marilena Renda per l’elegante traduzione.

L’arte di perdere non è una disciplina dura
tante cose sembrano volersi perdere
che la loro perdita non è una sciagura. Continua a leggere

Nella notte sanguigna dei lampioni

untitled-1983di Laura Costantini e Loredana Falcone

Ci risiamo. Come si fa a costruire una metropolitana in una città dove basta infilare un dito nel terreno per trovare un reperto archeologico? Siamo indietro con i tempi. Chi glielo dice adesso al geometra? Mi faccio largo tra gli operai curiosi e snocciolo tre bestemmie delle mie. I cunicoli mi mettono ansia e l’idea di infilarmi lì sotto proprio a fine turno… Accendo il faretto sul casco e cerco di non pensare che sono ingrassato e che il cunicolo è ancora solo un abbozzo. Giuro che se lì sotto non c’è la tomba di Augusto, mi faccio i cazzi miei e faccio spianare tutto.
Terra umida e grassa, Pietrisco. Fuori trenta gradi e qua sotto mi cago sotto dal freddo. Peggio di una catacomba. Ma dove l’hanno visto ‘sto sarcofago? Qualcosa mi cammina su per il polpaccio. Lo so che è solo un’impressione. E poi il pericolo non viene mica da ragni, scarafaggi o topi. Però prude, cazzo! Mi strofino e sento qualcosa di umido: una poltiglia di ragno mi impasta i peli, che schifo. Mi pulisco con una manciata di terra mentre continuo a muovere la testa per illuminare il più lontano possibile. Se mi hanno fatto scendere qua sotto per niente se la vedono con me. Altro che turni di riposo. Li faccio scavare pure il giorno di Ferragosto. Continua a leggere

Bocche

bocca

di Gaja Cenciarelli

Sì, lo amavo. Lo amavo con il corpo, con un corpo che si portava dietro la testa e mi faceva sentire tutta intera per la prima volta nella vita.
I miei sensi reagivano prima che la mente potesse capire cosa stesse succedendo e questo mi sconvolgeva. Lo stomaco si contraeva, la pelle si accapponava, avevo freddo alle mani e caldo addosso. Ero bellissima, il desiderio mi faceva scoprire parti del mio corpo e centimetri di pelle che non conoscevo. Continua a leggere