Metafore, teatri della memoria ed effetti di nebbia nell’Isola del giorno prima di Umberto Eco (quarta parte)

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La sistematicità delle corrispondenze consente alla metafora di sfumare in una più generale somiglianza che assume la forma d’una grande simpatia universale. L’intero meccanismo metaforico può essere un’immagine dell’universo ermetico [1]. Fa parte di questo discorso un elemento dal quale dipende anche buona parte della struttura del romanzo, ovvero la ‘polvere di simpatia’ o unguentum armarium, un impiastro in grado di mettere in collegamento, di ‘porre in simpatia’, appunto, due oggetti anche molto distanti tra loro. Eco stesso richiama quanto Goclenius dice a proposito di questo magico unguento in Synarthrosis Magnetica (1617): Continua a leggere

Sporcarsi col tempo per partecipare alla vita. La fine del Diario di Sarah Manguso

Andanza

I libri di Sarah Manguso – Andanza è il secondo tradotto in Italia, sempre da Gioia Guerzoni, sempre per NNE – rappresentano per il lettore una sfida con i propri pensieri più intimi, uno scavo sottopelle operato con quello strumento multiforme che è la prosa dell’autrice americana. La Manguso che finora abbiamo conosciuto (più tardi NN pubblicherà anche certi racconti, quelli di Hard to Admit) non scrive fiction, ma neppure semplici memoir o saggi. Andanza, come Il salto (in Italia nel 2016), rappresenta una prosa filosofica, strutturata a guisa di aforismi, a tratti, di mezze pagine di diario, di annotazioni, di chiose illuminanti fatte di quella stessa tagliente epifania che si legge in certi poeti ermetici. Continua a leggere

Il tempo e il carciofo

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Il tempo di Carlo Rovelli perde strati come i libri-carciofo indicati da Italo Calvino – Gadda, Rabelais, per dirne due soli tra i grandiosi epos del Moderno –, perché è la realtà stessa a presentarsi “ai nostri occhi multipla, spinosa, a strati fittamente sovrapposti”. Ci sono tuttavia affinità e differenze: i libri-mondo che Calvino cercava di sfogliare (nel senso etimologico del termine) assomigliano, certo, al concetto di tempo che Rovelli sfronda – più per noi non addetti ai lavori che per la comunità scientifica –, e tuttavia il procedere di Calvino puntava dritto allo svelamento della complessità (che sempre fugge come l’Angelica dell’Ariosto), mentre L’ordine del tempo di Rovelli (Adelphi, pp. 207, € 14), almeno in apparenza, procede, consonamente al rigore della prosa divulgativa, non solo alla razionalizzazione ma anche alla semplificazione – intesa come pulizia – di un concetto sul quale troppe sbavature si sono sedimentate. Continua a leggere

Metafore, teatri della memoria ed effetti di nebbia nell’Isola del giorno prima di Umberto Eco (terza parte)

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Roberto de la Grive non ha a che fare coi rarissimi codici del Nome della Rosa né con l’ammasso di parole scritte che passano sotto agli occhi di Belbo, Casaubon e Diotallevi nel Pendolo di Foucault. Nei precedenti romanzi, la lettura del mondo dipendeva in qualche modo anche da alcuni testi. Nell’Isola del giorno prima, dove invece la presenza di libri è apparentemente minima, per paradosso il protagonista finisce per vivere all’interno di un proprio Romanzo. Ma, in prima istanza, gli elementi che Roberto si trova a indagare sono l’universo, il mondo e i comportamenti degli uomini che lo abitano; tutti dati che, in quanto formanti un testo, posseggono una loro intentio operis che prevede un determinato Lettore Modello. Eco riflette sull’uso e sull’interpretazione delle metafore in alcune pagine dei Limiti dell’interpretazione, constatando però subito che produrre modelli per l’interpretazione è più facile e, forse, più proficuo, che non indagarne i meccanismi generativi. Occorre tuttavia tentare una focalizzazione di tali processi, e valutare se il ricorrere a esse, da parte di Roberto, sia un valido strumento conoscitivo, tralasciando per ora i meccanismi interpretativi[1]. Continua a leggere

Metafore, teatri della memoria ed effetti di nebbia nell’Isola del giorno prima di Umberto Eco (seconda parte)

WUNDERKAMMER

Il Serraglio degli Stupori, Il Labirinto del Mondo, sono tra i primi capitoli del romanzo; titoli significativi, preludio a vicende da riunire sotto la rubrica dello stupore ma anche dello smarrimento, non solo indotto dallo straordinario spettacolo offerto da quella sorta di Wunderkammern che si incontrano sulla nave, ma suscitato pure dai discorsi e dalle idee di Saint-Savin (e in parte anche del signor di Salazar e del signor della Saletta): pirroniano proveniente da Parigi, incontra per la prima volta Roberto alla mensa di Toiras, comandante della guarnigione di Casale. Assieme a padre Emanuele, Saint-Savin, maestro di filosofia e di vita, è tre le principali figure di riferimento per il giovane de la Grive. La dottrina che offre è un annuncio carnevalesco, palesando egli che di ogni cosa, passata sotto la lente dello scetticismo, si possono dare molte sfaccettature. Consiglia Roberto, lo invita a godere oggi qualsiasi dono la vita possa offrirgli perché “l’anima muore col corpo. E dunque andate alla morte dopo aver gustato la vita” (p. 57). “Educato ai primi dubbi” (p. 58), il giovane non esita perciò a seguire il pirroniano in ragionamenti che in qualche modo lo meravigliano, invitandolo a “rompere coi pregiudizi e [a] scoprire la ragione naturale delle cose” (p. 75); e se ogni idea – sia essa l’immortalità dell’anima o la casualità della vita – è sostenuta con vivaci dimostrazioni intessute di frasi provocatorie, come queste pronunciate durante il pungente scambio di battute con l’abate: Continua a leggere

Metafore, teatri della memoria ed effetti di nebbia nell’Isola del giorno prima di Umberto Eco (prima parte)

Isola Eco

Non sono mai ingenue né scontate le strategie che Umberto Eco mette in atto per profilare i personaggi dei propri romanzi. Non sorprende quindi che l’eroe dell’Isola del giorno prima, Roberto de la Grive, sia posto tutto sotto un particolare sigillo, onirico e sfumato, che investe il modo di allacciare i segni e gli indizi del mondo esterno, la maniera in cui l’autore edifica il mondo narrativo, il tipo di linguaggio adottato e, non ultima, la struttura della fabula. Per far ciò Eco anagramma alcuni spunti generati dalla lettura di Sylvie di Gérard de Nerval, in particolare trasferendone all’Isola il gioco a effetti di nebbia, non solo dotando il dettato di particolari risultati estetici, ma inserendo un reagente chimico di volta in volta capace di fare più evanescente o più chiaro un qualche elemento del testo. Continua a leggere

La Georgia di Panowich, tra droga, alcol e senso dell’onore

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NN editore non è solo Kent Haruf. Se è vero che la squadra milanese capitanata da Eugenia Dubini in poco più di un anno ha scalato le classifiche delle vendite e lo ha fatto con quella Trilogia di Holt, ormai da annoverare tra i capolavori della letteratura americana del XXI secolo, ecco che sulla soglia di questo 2017 che già ha donato il più tardo gioiello del cantore della pianura statunitense, da via Sabotino mettono sul tavolo un poker di libri nuovi che non sono il riempitivo di un catalogo dominato da Haruf ma opere a tutto tondo, dotate di una forza sorprendente e di una bellezza autonoma. Qualcuno ha detto che i ragazzi di NN non ne sbagliano una; e io mi unisco a quello che potrebbe diventare un coro. Così, dopo Mia figlia, Don Chisciotte di Alessandro Garigliano e Il Salto di Sarah Manguso, da un paio di settimane – ma frattanto è uscito anche La fine dei vandalismi di Tom Drury, primo capitolo di una nuova trilogia, quella di Grouse County – è in libreria Bull Mountain (portato in italiano da una cordata di traduttori che hanno deciso di rimanere anonimi, pp. 296, euro 18) dell’esordiente Brian Panowich, una storia da cardiopalma che ha fatto dire a James Ellroy che lì dentro c’è tutto: “whiskey, droga e caos”. Continua a leggere

I Paesaggi piemontesi di Giuseppe Torelli

Paesaggi Torelli

Giuseppe Torelli fa parte di quella schiera di autori dell’Ottocento piemontese che poca fortuna ha riscosso presso l’editoria del nostro e del secolo precedente. Tuttavia non è scrittore da dimenticare se anche Italo Calvino vide nell’Emiliano un romanzo degno d’essere inserito tra le “Centopagine”. Torelli nasce nel 1816 a Recetto (Novara), ma trascorre l’infanzia in Valsesia, nel convitto di Doccio. Orfano a nove anni di entrambi i genitori, studia medicina a Vercelli, seguendo le orme paterne. Scrive, a Novara, sull’“Iride” di Angelo Brofferio. Collabora e dirige importanti riviste, siglando sovente gli scritti con lo pseudonimo (che mantiene per quasi tutta la produzione) di Ciro d’Arco. Amico di Massimo d’Azeglio, ne diviene segretario e di lui cura, postumi, I miei ricordi. Dal 1852 al 1856 dirige la “Gazzetta Piemontese” (la futura “Gazzetta Ufficiale”) sulle pagine della quale pubblica racconti e descrizioni paesaggistiche confluite poi nel volume Paesaggi e profili (Le Monnier 1861). Deputato nel 1860 e nell’anno successivo, trascorre gli ultimi anni a Torino dove si spegne nel 1866. Continua a leggere

Nella tormenta morale di Vladimir Sorokin

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Garin Platon Il’ic è un medico. Ha un compito importante da portare a termine; dovrebbe essere un eroe, come nella migliore tradizione romantica, un eroe carico di un imperativo etico. È diretto a Dolgoe, dove è scoppiata un’epidemia, la boliviana nera. Il dottor Zil’berštejn è già in loco, ha inoculato il vaccino-1, mentre lui deve portare il vaccino-2, assolutamente indispensabile.

Ma come in ogni missione che si rispetti Garin, partito alla mattina da Repišnaja, incontra degli ostacoli – ostacoli, si noti fin da ora, generati delle proprie errate decisioni. Ormai è tardi, la strada normale non è stata percorsa, la cittadina di Zaprudnyj non è stata toccata, e adesso si ritrova in un posto da lupi, nella stazione di posta accanto al villaggio di Dolbešino, “una frazione di dieci case disseminate lontane le une dalle altre”. Un bel guaio perché lì, a causa dell’abbondante neve, il mastro di posta dice che di cavalli statali pronti a partire non ce ne sono. L’unica soluzione è andare a cercare il trasportapane Raspino che con quel tempaccio “sarà rimasto coricato sulla stufa” (come il mitologico eroe Il’ja Muromec che, accovacciato nella sua isba, ci stette per trentatré anni). Continua a leggere

Sulle illustrazioni del ‘Nome della rosa’

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Pianta del complesso abbaziale del Nome della rosa

In ogni romanzo di Umberto Eco, la scrupolosissima costruzione del mondo narrativo  nulla lascia al caso:

Il primo anno di lavoro del mio romanzo è stato dedicato alla costruzione del mondo. Lunghi regesti di tutti i libri che si potevano trovare in una biblioteca medievale. Elenchi di nomi e schede anagrafiche per molti personaggi, tanti dei quali sono stati poi esclusi dalla storia. Vale a dire che dovevo sapere anche chi erano gli altri monaci che nel libro non appaiono; e non era necessario che il lettore li conoscesse, ma dovevo conoscerli io (Postille a ‘Il nome della rosa’, Milano, Bompiani, 1983, p. 17).

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Claudio Morandini: “Neve, cane, piede”

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Adelmo Farandola, ultimo dei solitari e eroe del recente Neve, cane, piede di Claudio Morandini (Premio Procida 2016, Exòrma, pp. 138, euro 13) è un uomo dei tempi lunghi, dell’inverno senza fine sfiorante l’eternità. Eremita di montagna che rende leggendaria la vita lassù, egli non scherza mai, è vendicativo e testardo, un residuo di quelle antiche “generazioni che la povertà e la limitatezza degli orizzonti rendevano ostinate”. Confonde sogno e realtà, un po’ per diffidenza, un po’ per le strenue astinenze dal cibo, un po’ perché la solitudine lo ha reso afasico e smemorato. Di tanto in tanto, all’epoca del disgelo o prima del grande freddo, Adelmo lascia il romitaggio dell’alpe e scende in paese per provviste, acquattato dietro ai muri a spiare con riserve la vita altrui, dai ritmi e dalla ‘pulizia’ formale cozzante con il filosofico sudiciume che invece separa e protegge Adelmo dal resto del mondo. Da anni ormai conduce questa vita, da quando, lustri prima, l’odore della guerra l’aveva spinto in alto, “nelle combe più nascoste e ingrate” e egli, di nascondiglio in nascondiglio, s’era infine inchiocciolato nel petroso esofago di una miniera di manganese, imparando “il conforto di parlarsi da solo” sulle linee di una retorica semplice ove appendono i loro “cenci scuri” il Sonno, la Fame, il Freddo. Continua a leggere

Pierre-Yves Leprince, Il taccuino perduto. Un’inchiesta di Monsieur Proust

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Negli alberghi può succedere di tutto. Se poi a occupare la stanza numero 22 dell’Hôtel des Réservoirs, affacciato sul parco di Versailles, è Marcel Proust, si capisce che la faccenda si fa davvero intrigante. Siamo nel 1906, il futuro autore della Recherche lì alloggia mollemente segregato in attesa che l’appartamento parigino che abiterà nei successivi anni, al numero 102 di Boulevard Haussmann, sia pronto. Come trascorre il proprio adorato Tempo? Prendendo appunti e osservando scrupolosamente “la grande nemica dell’alta società: la realtà”. Attratto dalle emozioni e dal gusto del Vero, che “annoia o sconvolge”, il trentacinquenne inquieto ospite smarrisce uno dei preziosi taccuini su cui verga le prime battute di quello che sarà il suo capolavoro. La camera viene messa a soqquadro ma non c’è cameriera che riesca a trovarlo. Il portiere, Massimo, affida quindi la petit recherche al giovanissimo Noël, fattorino diciassettenne dell’agenzia “Bâtard e figli, pedinamenti e indagini di ogni sorta”, e, al presente, voce narrante dell’intera vicenda, ricostruita a distanza di ottant’anni dai fatti. Continua a leggere

Bruges la morta

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Georges Rodenbach (1855-1898) pubblicò quel piccolo gioiello che è Bruges la morta (ora di nuovo per Fazi nella traduzione di Catherine McGilvray, pp. 105, euro 15) a puntate, su «Le Figaro», tra il 4 e il 14 febbraio del 1892; una maniera alquanto decadente, questo “studio delle passioni” umane, di celebrare la festa degli innamorati. Le passioni ne escono frastornate, allibite, massacrate. La storia – che tra l’altro fu, per Pierre Boileau e Thomas Narcejac, tra i semi del loro noir D’entre le morts (La donna che visse due volte, in Italia, da cui Hitchcock trasse il film Vertigo) – è quella di Hugues Viane, vedovo da un lustro, trasferitosi nel capoluogo delle Fiandre occidentali perché quella città dalla pelle vellutata, col suo Beghinaggio e “le note salmastre delle campane di parrocchia”, rappresenta un’equazione perfetta tra la sposa deceduta e la morte del tempo che tra i quais funerei è perpetuamente celebrata. Aggrappato al mistero delle danze macabre e ammaliato dai reliquiari bisbiglianti la memoria della giovane moglie – sotto teca, perfino la fatal treccia degli ultimi giorni di malattia –, Hugues, ebbro di salvifico dolore, riedifica la grande piramide della religiosità infantile sulla cui vetta siede la speranza. Di riunirsi a lei, un giorno, di mandar lontano l’impulso di togliersi la vita. Continua a leggere

Quando l’uomo smarrisce il senso della vita

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Sulla quarta di copertina si legge: “L’uomo è l’unico animale che non sa smettere di essere violento quando cessa il pericolo”. Vero, purtroppo.

La violenza, come la gelosia, come la felicità, come il riso, sono cose tutte umane. Troppo umane, nel male e nel bene. Per averne una conferma vi consiglio la lettura di questo graphic novel, Aiuto!, uscito per i tipi di Bao Publishing da pochissimi giorni (pp. 144, euro 18). Ai testi e al layout Isaak Friedl, alle matite Yi Yang. È la storia di uno scoiattolo che in un angolo del bosco sorprende un orsetto piangente sul pelo biondo della sua grande mamma. Lì accanto c’è la testa mozza del cacciatore che l’ha uccisa. La storia, per così dire – e per come la direbbero i bambini – inizia in parità. All’incirca. Perché – per continuare a parlare come un bambino – aggiungerei che “è stato l’uomo a cominciare”, invadendo il territorio altrui. In ogni caso, lì sulla pagina, le due teste, quella dell’uomo e quella dell’animale, occupano lo stesso spazio, sono reclinate allo stesso modo, le narici solide e amare, la pelle cruenta, gli occhi sbarrati a contemplare il nulla immobile. Continua a leggere

I silenziosi accenni all’inevitabile di Cristina Henríquez

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“Noi siamo gli americani invisibili, quelli che a nessuno importa nemmeno di conoscere perché gli hanno detto di avere paura di noi e perché forse, se facessero lo sforzo di conoscerci, si renderebbero conto che non siamo poi così cattivi, e forse addirittura che siamo molto simili a loro. E chi odierebbero, allora?”: queste parole di fuoco appartengono a Micho Alvarez, uno dei tanti personaggi che fanno il coro di voci, poderose, tenaci, a volte arrabbiate, di Anche noi l’America, ultimo lavoro di Cristina Henríquez, ora portato in Italia da Roberto Serrai per NN editore (pp. 318, euro 17). Continua a leggere

Luciano Funetta o del discorso occulto della pornografia

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A volte si dice di un romanzo che è potente. Poi lo leggi e non ti ha neppure graffiato.

Adesso prendi in mano Dalle rovine di Luciano Funetta (Tunué, pp. 184, euro 9,90) e vedi che almeno un pugno ben vibrato ti arriva. Anzi due: uno in faccia, per stordirti, un secondo nello stomaco, per soffocarti. C’è un giovane uomo, un padre, un marito. Il suo nome è Rivera, abita una città immaginaria – a tratti futuristica – che porta il nome di Fortezza. La vita di quest’uomo si affaccia sul fallimento dell’istituto del matrimonio: è padre e marito, ma egli ha abbandonato moglie e figlio, li ha preferiti alla propria collezione di serpenti velenosi. Ha perso anche il lavoro (non si sa come, “il lavoro al giornale era soltanto un ricordo”) e un posto nella società. Vive relegato nel proprio appartamento, piccola fortezza al centro dell’immensa Fortezza. Continua a leggere

Rosa Matteucci: Costellazione familiare

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“Mia madre si era fatta un taglio profondo sul ginocchio da cui sgocciolava sangue; il cane, vicino ai cassonetti dell’immondizia, l’aveva fatta cadere su un collo di bottiglia. Raffaella si medicò sommariamente, giusto una sciacquata con la spugnetta da cucina, bendò il ginocchio tumefatto con un mocicchino di batista e, come se nulla fosse, prese a sorseggiare champagne sul divano mentre il cane, con la maestria di un tagliatore di diamanti, leccava ieratico ogni traccia di perdita ematica”. Continua a leggere

Kent Haruf: l’indispensabile vita della contea di Holt

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Ringrazio la sorte per aver messo sulla mia strada di lettore il Canto della pianura di Kent Haruf (pp. 303, euro 18). Ce l’ha in catalogo – un catalogo ancora minuto, ma tanto intenso da far pensare a larghi orizzonti – il quasi neonato NN Editore. Si tratta del secondo tomo di una splendida trilogia – La trilogia della pianura, appunto – il cui primo tassello, Benedizione, è comparso sugli scaffali delle librerie la scorsa primavera. Aspettando, speriamo molto a breve, il terzo capitolo, Crepuscolo, ci godiamo ora la prosa necessaria di questo romanzo che fluisce come il sangue – sarà anche merito della lucente traduzione di Fabio Cremonesi – e che come il sangue non smette di vorticare tra vene e arterie neppure quando l’ultimo foglio viene richiuso dietro la quarta di copertina. Continua a leggere

Per un catalogo di gesti

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Pubblicato per la prima volta qui: https://giacomoverri.wordpress.com/2016/02/16/per-un-catalogo-di-gesti/

A volte è sufficiente un gesto a far grande una pagina di narrativa.
Si tratta perlopiù di immagini semplici ma incisive, un modo di atteggiare le mani o una postura, una mossa, un tic, un’andatura. Basta poco, una manciata di parole, per rendere incancellabile una figura, il profilo di un personaggio.
Abbiamo allora a che fare con apparizioni che non si cancelleranno mai dalla nostra mente e ci ricorderanno per anni il personaggio di un romanzo, donne e uomini colti in una splendida e croccante unicità di tratti. Continua a leggere