Melissa P. fa la cartomante su La 7 (e pubblica romanzi)

(la foto di Nadav Kander è di gran lunga la cosa migliore)

Questo libro si chiama Tre, ha 164 pagine e costa 16 euro. Vi si raccontano le storie di Gunther, George e Larissa, più svariati altri, che hanno svariati obiettivi nella vita: mangiare (male), bere (peggio), spostarsi da un luogo all’altro senza una ragione precisa, ammucchiarsi senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, come da dettato costituzionale. Il racconto è diviso a metà fra Roma e Buenos Aires, che potrebbero essere anche Torino e Lima: i luoghi fisici non hanno grande importanza, i paesaggi costruiti nemmeno. All’autrice, che 7 anni fa era una ragazzina e ora, comprensibilmente, non più, interessano i corpi; beninteso vissuti fino al degrado, maltrattati e strapazzati come si conviene a un romanzo italiano oltraggioso pubblicato presso Stile Libero. Come in ogni buona fiction da prima serata di Rai1, sovrabbondano i dialoghi. Continua a leggere

Tradire Gemma Gaetani è cosa buona e giusta

Che cosa è questo Elogio del tradimento (Milano, Vallecchi, 2010, pagg. 244, 12,50 euri)? Tanto per cominciare, un oggetto che mantiene le promesse. Qui, in fatto, si cantano le lodi del tradimento, alla luce di motivi lessicali e filologici, economici, giuridici, ideologici. Sembra uno scherzo e, in parte lo è. Gemma Gaetani era nota finora per l’ibridissimo Colazione al Fiorucci store (Milano, Fazi, 2005) e per difettare in simpatia. A metà 2010 trae fuori da non si sa quale suo cilindro un libello sardonico e tutto paradossale, giocandosi un sarcasmo scettico che tutto sembra fuor che femminile. La dimensione virile, un po’ feroce, molto irridente di queste paginette distinguono l’autrice dalle sue coeve e contemporanee. Non che Gaetani manchi affatto di gentilezza; è che la nasconde benino, così come nega recisa che ci sia spazio per i sentimentalismi. Non ha importanza se l’autrice crede o no a quel che racconta e dimostra – è convincente, autentica, a tratti le si dà persin fiducia. Soprattutto, questo qui è un libro che fa ridere. Ora, poche storie, le donne non hanno questo gran senso dell’umorismo. Per carità, son convinte d’averne a iosa e, come noto, fra di loro ridono un sacco. Qui, al contrario, con l’aria di enunciare verità quasi scientifiche, Gaetani è sovente assai umoristica.
Elogio del tradimento ha come modello scoperto la Modest proposal di Gionata Swift e Defending the undefendable, dell’anarco-capitalista austriaco Walter Block. Rimandi piuttosto alti, come alta è la tessitura culturale di tutto il volume. A fronte di questo, però, Gaetani mostra una capacità non corriva di giocare coi registri tonali. Se il libro diverte, in sostanza, è anche perché si coglie il divertimento dell’autrice a scriverlo.
Di questo Elogio s’è già molto parlato nel blog Satisfiction, ammirevolmente gestito da Gian Paolo Serino. Vale la pena che se ne parli anche qui, perché nel tempo in che le idee stentano a circolare, Gaetani fa la cortesia di sciorinarne parecchie e per lo più non banali.

Un grand’uomo che non legge La poesia e lo spirito, non s’imbarca in polemiche letterarie ed è ambasciatore italiano a Cuba

Diplomatico di carriera per mestiere, scrittore per vocazione e divertimento, Domenico Vecchioni pubblica ora a Sesto Fiorentino (FI), con l’Editoriale Olimpia, I signori della truffa (pagg. 190, 16,50 euro). Il sottotitolo è, come sovente nella bibliografia dell’ambasciatore, del tutto esplicativo: L’uomo che vendette la Tour Eiffel e altre incredibili storie di imposture. Nelle circa duecento pagine, infatti, Vecchioni ha scelto una trentina di favolosi racconti d’imbrogli otto-novecenteschi. A partire da quello evocato nel titolo per arrivare fino alla truffa gigantesca del finanziere ebreo americano Bernie Madoff, Vecchioni scorre una galleria di magnifici truffatori e non meno spettacolari ingannati. Come l’autore stesso si premura d’avvertire, le truffe sono presentate in ordine sparso e la misura con cui sono raccontate – poche pagine l’una – consente una lettura casuale. C’è però almeno un tratto che le distingue tutte, e cioè la signorilità sia degli impostori sia, per paradosso, dei truffati. L’esempio più sorprendente è, in questo senso, Michel Chasles. Matematico di fama internazionale e, si suppone, uomo d’intelligenza superiore, Chasles acquista da un Denis Vrain-Lucas lettere autografe di personaggi illustri del passato, da Lazzaro a Giuda, da Pascal (che spiega d’avere scoperto le leggi della gravitazione universale prima di Isacco Newton!) a Giovanna d’Arco. Le lettere sono tutte scritte in moyen français, ma Chasles le compera tutte, spendendo una fortuna. L’epistolografo menzognero viene alla fine catturato e condannato a un piccolo risarcimento ma, sorride Vecchioni, durante il corso del giudizio, il collegio sembra piuttosto interessato a scoprire le ragioni di tanta creduloneria che a punire il colpevole. L’ambasciatore Domenico Vecchioni, ricordava Francesco Perfetti appartiene alla schiatta dei diplomatici scrittori di narrativa; non quindi ai memorialisti della carriera, e nemmeno a coloro i quali, forti di tanta esperienza e di passione, si occupano di storia. Non che soltanto saggista, e ne è buon testimonio la tetralogia sulla storia dello spionaggio, Vecchioni è scrittore a tutto tondo. Se bisogna trovargli degli antenati, siano quindi il Casanova dei Mémoirs o, prima ancora, l’ineguagliabile Baldesar Castiglione del Cortegiano. La speranza per i lettori è che, fra un impegno nella sua attuale sede cubana e l’altro, l’ambasciatore Vecchioni trovi il tempo per un altro prodotto della sua sprezzatura di scrittore e uomo.

Una scrittrice autentica (questa nota è priva di comparativi e superlativi. Ci se ne scusa coi gentili lettori)

(Ju Amoruso, in foto adèspota tratta da bacheca Facebook)

Il libro è Ju Amoruso,  Mi chiamo Scrivo (benvenuti nella mia testa), Roma, Eliot, 2010, pagg. 122, 12,50 euri; caruccio, ma ben stampato e ben rilegato. L’autrice, effigiata nella foto sopra, dichiara in risvolto di copertina 19 anni ed è al suo esordio letterario. Il manifesto del romanzo – più propriamente un racconto lungo –  si trova all’ottavo capoverso: “Perché nelle mie vene non scorre sangue, nelle mie vene scorre inchiostro“. Goffa epanalessi a parte, gli intenti sono chiari. Anche la storia è semplice. Scrivo è una ragazza che si sveglia in ospedale, dopo un coma durato 2 anni. E’ costretta a seguire una terapia di gruppo: 12 storie di dolore differente, che lei trascrive per liberarsi del dolore suo proprio. Il finale è a sorpresa.  E’ più sorprendente che una persona di 19 anni sia così a suo agio nel racconto delle sofferenze;  e stupisce  la disinvoltura con che calibra spavento, attrazione, timidezza e impudenza. C’è anche, per chi è tuttora interessato all’argomento, la questione del corpo, e del corpo di donna; ma Amoruso è scaltra e, ancora in principio di racconta, la definisce così: “Il corpo umano non è unico umeccanismo. E’ semplicemente un concatenarsi di eventi fisiologici per i quali siamo al mondo e respiriamo. Ognuno respira ciò che gli pare. Io respiro parole”. Massimiliano Governi, romanziere di suo e direttore di collana dell’Amoruso, dice che questo sarebbe un esordio alla Palahniuk. Può essere. Mi chiamo scrivo è un testo autentico, sobrio senza menarne vanto, sopratutto onesto, come a 19 anni si può ancora essere.

Attorno a Io ti perdono, di Elisabetta Bucciarelli, che è fra i romanzi italiani più ricchi del 2009

Elisabetta Bucciarelli, Io ti perdono, Milano, Kowalski, 2009, pagg. 252, 14 euro

A dispetto delle dimensioni piuttosto contenute, il quarto romanzo di Elisabetta Bucciarelli ha grandi ambizioni; e non si perita di nasconderle. La pagina in corsivo che antecede il racconto si chiude con una sentenza: “Solo Dio può perdonare il peccato. L’uomo, se riesce, può arrivare al massimo a perdonare il peccatore”. L’asserzione è del tutto fondata sul piano scritturale, se Mc 2,7b recita: “Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?”, citato d’altronde al punto VI, 1441 del Catechismo della Chiesa cattolica, promulgato dal papa Giovanni Paolo II con la costituzione apostolica Fidei depositum. La prima domanda è quindi: che c’entra tutto questo con un romanzo noir? Un tentativo di risposta può consistere intanto nel resoconto dei fatti narrati; che sono molti, raccontati in 114 capitoli, fatti di frasi brevi ordinate da una sintassi paratattica che evita, per fortuna, lo stile nominale tanto caro a troppa letteratura italiana corrente. Continua a leggere

Uno che perdona Hitler e lo scrive pure

Gian Piero Moretti fa il giornalista a Sanremo. E’ uno simpatico, ha visto 40 Festival di Sanremo e conosce tutto quel mondo lì, più la politica locale, più il Casino più tante di quelle altre cose che non bastano 2 o 3 recensioni a elencarle. E’ appassionato di storia contemporanea e, soprattutto, di campi di concentramento e sterminio. Ogni anno, da anni, prende e va a visitarli. Dalla competenza sul campo nasce questo Ho perdonato Hitler (Pavia, Eumeswil, 2010, pagg. 182, 14,50 euro). La storia è truculenta il giusto. Giuditta Modena è un’ebrea bolognese.  Viene deportata con la famiglia a Mauthausen, dove i suoi muoiono tutti, a cominciare dal fratello piccolino. Continua a leggere

Il carezzevole

Al quarto romanzo, l’inviato speciale Massimo Lugli alza il tiro. Esaurita infatti la fortunata ministerie del Lupo, entra ora in scena l’aspirante cronista e voce narrante Marco Corvino, che se non è un alter ego del narratore gli somiglia tuttavia molto. I fatti si svolgono nella redazione di un quotidiano romano, sezione cronaca nera, e nelle strade di una Roma travolta da una serie di delitti sempre più efferati, di cui Corvino è chiamato a dare conto. Ogni capitolo è però preceduto da un testo in corsivo, in cui una seconda voce narrante (il Carezzevole, appunto) descrive con tono mellifluo delitti ben più cruenti, condotti sul filo di un sadismo anche troppo esplicito. Lugli racconta il male attraverso la luce deformata di de Sade; prendendone le distanze come può fare un laico romano disincantato, senza celarne tuttavia il fascino perverso. Continua a leggere

Un anno senza canzoni

Un anno senza canzoni (Marsilio, pagg. 110, 15 euro) è il diario milanese di una sedicenne sola. Francesca Duranti, scrttrice da sempre estranea alle mode, s’inventa questo personaggio di ragazzina timida e autonoma, vogliosa del mondo e insieme paurosa di affrontarlo. Se Giulietta ricorda qualcuno, è per forza di cosa la Zazie di Raymond Queneau; ma è italiana e si muove a Milano, per cui non si parlerà se non di una lontana eco. Duranti racconta con la grazia sua consueta un mondo che sembra conoscere molto bene. Ambientato nel 2001, il romanzo finisce nel 2008, e non in allegria. Memorabile la frase in clausola: “Perché dopo, finita l’adolescenza, il peggio è passato”.

Monteverde

E’ appena uscito un libro che parla questa lingua: “Perso il lavoro, nutrito da varie promesse di libertà e autonomia unite alla leggendaria e cavalleresca figura della partita iva delle patrie lettere, donchisciotte post litteram, e perduto il peso forma di settantré chili o già di lì, imbolsito dalla birra belga e dai troppi aperitivi, m’ero arroccato in mansarda”. Chi ha il coraggio d’iniziare la narrazione con 4 temporali implicite in 6 righe scarse è Gianfranco Franchi che con questo Monteverde firma il suo primo romanzo per Castelvecchi (pagg. 310, 16 euro). Il nome non è nuovo a quelle che l’autore stesso chiama, con meno ironia di quanto s’immagini, patrie lettere. In contemporanea col romanzo esce infatti da Arcana Radiohead – a kid. Testi commentati (pagg. 438, 18,50 euro), che è, come dice il titolo, l’edizione critica e commentata dei testi di uno fra i gruppi rock più importanti al mondo. Continua a leggere

Cuore riservato, ma non troppo

Cuore riservato, ma non troppo (Coniglio, pagg. 62, 5 euro) è il primo romanzo della 27enne romana Bianca Lupi. Malcelata sotto l’alter ego di Martina, giornalista su riviste per teen ager, Lupi racconta avventure e sventure di una ragazza d’oggi coi suoi coetenaei – e non solo. Il tono è disincantato quanto basta, soave con tratti spesso sardonici e le storie suonano credibili nella misura in cui sono sovente paradossali. Convincono anche le buffe tassonomie sentimentali, cui Bianca Lupi si abbandona con la giusta circospezione. Servito da una lingua colloquiale che non ammicca mai, l’umorismo amaro di questo esordio annuncia un’autrice da seguire.

Islabonita di Nico Orengo

E con questo fanno 20. Venti sono i libri pubblicati da Nico Orengo in 40 anni: dall’ormai raro E accaddero come figure (Feltrinelli, 1969) a quest’ultimo Islabonita (Einaudi, 159 pagine, 18 euro). La cadenza è regolare: Orengo produce 1 libro ogni 2 anni, d’ingombro raramente superiore alle 200 pagine. La misura prediletta è tuttavia anche inferiore: gliene bastano infatti poco più di 150 pagine per reinventare ogni volta nuovi paesaggi, affollare le trame di personaggi, mescolare nostalgia e sarcasmo, umana comprensione e ferocia dello sguardo. Il padre Vladi, lui pure scrittore ma soprattutto uomo di cinema, gli deve aver trasmesso il gusto per la regia e, più ancora, per il montaggio, arti nelle quali Orengo eccelle. Continua a leggere

Bella da morire

Niente di più privato – e quindi pubblico – del Festivàl della canzone italiana di San Remo. In questo senso, si ricorda volentieri quello del ’77, anno di gloria e nefandezze, in costante oscillazione fra il sublime e l’immondo, con qualche propensione per il secondo. Nel 1977 c’è la gloria del teatro Ariston, scelto per via di lavori in corso al Casinò; c’è il campionato di calcio più bello del Dopoguerra (alla fine, la Juventus vince con 51 punti su 60 disponibili, il Torino è secondo con 50) e l’unica finale europea vinta da un team italiano composto di soli italiani (Juventus-Athletic Bilbao 1-0 e 1-2, l’inferno del Sàn Mamès raccontato da Bruno Pizzul, in campo una formazione che è una litania del fòlber italiano: Zoffcuccureddugentilefurinomoriniscireacausiotardelliboninsegnabenettibettega). A inizio anno ci avevano tolto Carosello, ma si cominciavano a vedere tanti programmi a colori, fra i quali ovviamente Portobello, Nella memoria di noialtri suiveur, San Remo 1977 è soprattutto l’ingiusto secondo posto dei Collage, che tutti si cantava. Il pezzo è, inutile ricordarlo, Tu mi rubi l’anima (di Padovan-De Santis), con quelle spettacolari armonie a 3 voci e il testo misterioso:
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Silvia Nirigua, La metà di tutto

SILVIA NIRIGUA, La metà di tutto, Padova, Sartorio, 2008, pagg. 112, 10 euro.

Silvia Nirigua (nom de plume) è fra le scrittrici più nascoste d’Italia. Non esistono, che si sappia, sue foto; non si ricorda una presentazione di suo libro e c’è traccia solo di un suo intervento alla famigerata rubrica radiofonica Fahrenheit, un paio d’anni or sono. A gennaio 2007 andò in scena, a Padova, la riduzione teatrale di Un quarto di me, suo primo racconto romanzo, pubblicato con Meridiano Zero nel 2006; e, narrano le cronache, in quell’occasione l’autrice era presente. Facendo le ormai inevitabili ricerche su Internet, si trova una sola intervista, risalente anch’essa a 2 anni fa, centrata per lo più sulla differenza sessuale e risalente in ogni caso a giugno 2003, data dell’uscita di Trema, fanciulla, trema, suo primo lavoro semiclandestino. Se l’extratesto è, a prima vista e come in questo caso, mancante, soccorre il testo, che in questo caso ne è sovrabbondante. Continua a leggere

Un lavoro di 530 pagine

Alcide Pierantozzi, 23 anni, pubblica un lavoro di 530 pagine. Nella Breve nota giustificatoria si indicano l’attività intertestuale (sicuro, Pierantozzi?) della composizione e, almeno in parte, gli autori citati. Al recensore rimangono 2 scelte: dar conto del testo in scala 1:1 (impraticabile) ovvero comprimere gli almeno 3 intrecci principali e le 6 parti del volume in un brocardo (irrispettoso di 3 anni di lavoro). Resta però lo scetticismo di Italo Calvino per le opere-mondo, a suo dire conchiuse con La vita: istruzioni per l’uso di Georges Perec; e ci si domanda perché tanti autori italiani accedano alla realtà attraverso uno strumento così scoraggiante. Non saranno le citazioni da Derrida a salvare il mondo: né il romanzo.

L’ultimo giorno felice, di Tullio Avoledo

“Facendosi la barba, quel mattino, Francesco Salvador si era tagliato due volte. Non gli capitava spesso. Quel giorno era più nervoso del solito. Anche se ancora non lo sapeva, quello sarebbe stato l’ultimo giorno felice della sua vita”. Al sesto romanzo in 5 anni, Tullio Avoledo è arrivato a un grado altissimo di concentrazione di senso e significato nelle parole. Capace di storie le più fantasiose e fantastiche, fin dall’esordio dell’Elenco telefonico di Atlantide (Sironi, 2003), il giurista Avoledo è in realtà il narratore fornito della logica più acuminata e sarcastica che si legga oggi in Italia. Niente, nei suoi romanzi e neppure in questo L’ultimo giorno felice (Ambiente, pagg. 234, 10 euro) sfugge a un rigore che con troppa facilità si attribuirebbe al mestiere di giurista – e difatti il risvolto di copertina fa cenno ai suoi due mestieri precedenti: copywriter e giornalista. Continua a leggere

Adesso viene la notte, di Ferruccio Parazzoli

“Certo, i politici, come no? Eccoli anche loro con le loro maschere ciniche attraversare la scena, ma anche loro, confusi e immeschiniti sotto il maleficio di Satana. Ecco l’onesto Zaccagnini, ecco l’inarrivabile Andreotti andare a trovare di nascosto, nella notte, il Papa che veglia in angoscia e cercare di spiegare i motivi per cui sono costretti a non venire a patti con le Brigate rosse, ad abbandonare il Giusto al suo tragico destino. Ma le loro parole passano dal cinismo alla confusione perché è Satana, nell’imitazione buffonesca di Dio, a creare la confusione delle lingue: così Zaccagnini finirà per esprimersi con le fanatiche espressioni di un mistico del Seicento e Andreotti con quelle del Manifesto del Partito Comunista. Continua a leggere

10 righe di santa infanzia

Questa è la storia vera di una bambina rapita per 8 anni, di suo padre che la cerca, della madre che, separata dal padre, non sembra cercare né il già marito né specialmente la figlia. Paolo Di Stefano è di mestiere giornalista e, da giornalista, si è occupato di famiglie, di bambini, di genitori. Qui trae fuori il suo lavoro più maturo, incastrando a perfezione la voce del papà, quella disincantata della rapita, le testimonianze di chi ha visto e tanta voglia di parlare non l’ha. È una storia italiana di oggi, con dentro anche i rumeni falsamente (?) sospettati e la sensazione che dal grigiore diffuso non si possa uscire nemmen volendolo. Il vero protagonista del libro, però, è il rapitore. La 12enne rapita capisce presto che è lui il debole, acconsente alle sue richieste e gli fa piuttosto da mamma che da amante: perché lui la ama, questo è chiaro. Romanzo di padri e di una figlia, romanzo di dubbi, sorretto da una scrittura spietata e insieme immensamente comprensiva.

L’adultera, Giuseppe Conte, S. Giovanni e J. Lo.

Un romanzo ambientato fra il 32 e il 64 d. C. è, per forza di cose, un romanzo storico. Giuseppe Conte fa il poeta, è critico militante, ma ha scritto e detto più volte e grosso modo: “Se scrivo in prosa, perché raccontare dei fatti miei? La mia è una vita ordinaria, non ha motivi speciali d’interesse. Preferisco le grandi storie, anche i grandi temi”. Di qui, le ovvie accuse di magniloquenza e saccenterìa, che si risparmiano volentieri ai moltissimi narratori di una contemporaneità tanto contemporanea da sembrare antiquaria (Sandro Veronesi, per dirne uno; Maurizio Maggiani, per dirne un altro; il brioso Andrea Vitali, per completare un quasi ideale trittico a contrario). L’adultera sembra l’opera più matura di Conte, ricca dii sfumature e apparenti contraddizioni in oggetto, notevole pas de deux fra due protagonisti drammatici e consapevoli della loro traiettoria umana. Del romanzo, lo scrittore e blogger (http://giuseppeconte.eu) chiacchiera con LPELS, per l’occasione in modalità EP.

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Ad Franciscum # 1

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trent’anni fa, all’Elba, con Alberto Ablondi, uomo mite e saggio

No. Adesso viene la notte non è un libro sul caso Moro. E’ il tentativo straniente e scandaloso di spiegare quel buio , mai così intenso, calato sull’intera società italiana e, in particolare , ancora una volta, allora come oggi, sul mondo politico italiano”. L’avesse detto chiunque altro, sarebbero seguìti scrosci di risate e motti del tipo mùchela lì, balabiòt! Però questa è parola di Ferruccio Parazzoli, autore di Adesso viene la notte (Milano, Mondadori, pagg. 124, 13 euri) e quindi sull’attenti, inchino, genuflessione, bacio della pantofola e intervista ammiccantissima con Dino Augias su Raitrè. Ma il libr(in)o?

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