“Preghiere per far piovere”

Giovanni Monasteri, Preghiere per far piovere, Starrylink

Protasis

Angelo, alleviami tu delle parole
che come angeli biechi stanno
appollaiati sul cuore. Insegna loro
il volo, in volo portale con te,
umile messo della corte dei cieli,
voce e valletto del supremo re.

Quando Gli parlo con fiducia,
distoglie da qui lo sguardo e dice a se stesso:
fiducia! parola fraudolenta
e infida, cara ai mercanti e ai baciapile. Continua a leggere

baci e segreti

Era foresto, lui, anzi un terrone,
ma dell’amata conosceva tutto,
anche la lingua ormai: quelle sue dolci
blesità veneziane, più marcate
nel sussurro, e il vezzoso arrotondare
le O, o il prolungare alcune U.
Gli era noto il variare del sapore
dalla nuca al solco delle natiche,
lungo quella diafana vegetazione
di sudata lanugine da scorrere
con lievissimi baci.   Continua a leggere

La macchina è ferma (da “racconti adolescenti”)

di Alessandra Zecchini

A pochi metri dall’incrocio, la macchina manda un segnale luminoso intermittente. Di attesa.
In piedi sul marciapiede un’unica figura maschile. In movimento quasi statico. Di attesa.
Il Sole è alto. Sottolinea gli elementi di scena con ombre contratte.
L’occhio di Egle non cerca incognite ininfluenti. Bendato e interrogato, non saprebbe dire nemmeno il colore della macchina. A ciglia appena sfiorate dallo spazzolino del mascara, mette a fuoco l’occhio di lui. Riconoscendolo.
Il saluto assume la forma di sorriso. Che riassume. Che propone. Rende evidente che, fra i due, il disguido del giorno precedente non ha lasciato alcuna ombra. È possibile che lui – sorriso facendo – stia sussurrando un tutto chiarito?, che lei di seguito monosillabi un convinto sì a mettere fine al malinteso nato da un sms sballato. Già: gli sms sono insidiosi, possono trasformare acqua in carta senza troppi giochi di prestigio: è una semplice questione di tasti. La lettera a di acqua convive con la lettera c di carta e, in base alla proprietà simmetrica, la c (seconda lettera della parola acqua) convive con a (seconda lettera della parola carta) e così q con r, u con t, e a con a (proprietà riflessiva). È possibile. È più probabile che se lo siano detti prima per telefono. E che salgano in macchina con la stessa meta nel cuore. Oggi: la meta mancata di ieri. Continua a leggere

Ripostigli. (Inventario delle cose perdute)

Laggiù, a millequattrocento miglia
da quassù, noi abbiamo una casa
(il solenne plurale di mia madre
abbraccia anche il buonanima,
oltre che i quattro figli). In quella casa
possediamo, noialtri – si badi
e se ne prenda scrupolosa nota –
quarantadue cassapanche
e trentanove armadi,
per non dire di una ventina
di bui, catacombali ripostigli.
Le stanze in cui entra un po’ di luce,
quelle che danno sulla strada,
sono solo un paio. Più una terza,
cieca, che però ha un lucernario.
Il resto è un succedersi intricato
di retrostanze cripte sottoscala. Continua a leggere

I contadini non amano i fiori (sulla passione per l’antiquariato)

Non ha finestre, quasi non ha porta
il ripostiglio, la grotta
nel recesso più buio, più segreto
della casa dove sono nato.
La muffa nera alle pareti
è soffice come muschio e ha un odore
di salnitro e ammoniaca.
Da nere travi pendono corde secche,
qualche paniere sfondato e ragnatele
disabitate. Neanche più gli insetti
vivono in questa tomba.
La chiave viene perduta
e ritrovata ogni sette anni.
M’invitano a indossare abiti vecchi,
tute scafandri caschi,
se voglio entrarvi a cercare con la candela
cose che altri dicono preziose
senza conoscerne i nomi francesi o arabi.
Appena trent’anni fa erano vive,
ancora in uso. Niente di speciale:
contenitori per olio e conserve,
attrezzi per lavorare la terra.
Cose che non hanno ancora un nome
nella straniera lingua in cui scrivo.
E non vorrei, del resto, per rispetto,
scriverne i nomi in corsivo,
evocarle in dialetto.
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La poetica di Caterina

Caterina coltiva un bel giardino.
sarebbe molto bello, perlomeno,
se non fosse un giardino
condominiale, mal recintato,
se le talpe i condòmini i vicini
non fossero un’incivile
marmaglia multietnica.
Di notte veglia, scrive poesie.
Ne ha tante, ripartite in varie aiuole
ordinate e catalogate:
queste per Dio, queste per la mamma,
queste erotiche e queste invece no.
Queste contro la guerra e queste (ahi quante!)
per lui, per l’altro, insomma per l’amore.
Un tempo se ne vergognava,
le teneva per sé, le concimava
ogni giorno con il disprezzo
dell’ultimo suo amante.
Ora, chissà perché,
le va offrendo ai passanti
in mazzi di foglietti scompagnati
strappati a mille quaderni. Caterina
è una pazza, una prodiga mendìca
che squaderna il suo cuore di fanciulla
nell’indifferenza del mondo.
Nei giorni di pioggia, ai semafori,
con in mano quei fiori appassiti,
si china sul parabrezza
e ti guarda. E’ ancora una bambina.
Ha occhi scuri e supplici di cane,
tristi come l’inverno.

Mele Rosse

Luigi Manzi

Se ad una raccolta di versi si affida un grano di poetica, una domanda, un modo di avvertirsi e di vedere, una prova di voce e di parola, credo che MELE ROSSE sia un contenitore denso di sensi, di rotte e di suoni, battello prezioso che approda ai Feaci in un passaggio dalla carta (Kepos edizioni, Roma 2004) al web. Continua a leggere

Feaci poesia

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Per ogni voce che dentro l’ombra grida
(A Fabrizio Centofanti,
scritture in margine di Francesco Marotta)

1.
Parli dell’ombra. Della nostalgia di luce che dentro l’ombra grida. E racconti al silenzio tutte le parole del cammino. Come chi chiama accanto, ad ogni passo, l’assenza che non lascia impronte sul sentiero. E offri ali. Strappate al giorno in regole di pianto. Non per spiccare il volo oltre gli sguardi, ma perché siano un lascito d’amore, una memoria che dà riparo al cielo, alle sue acque.

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Blog e nuvole, un incontro tra scrittura e fumetto

 

Allo specchio, i doppi e le ombre.
La galleria del tempo, scarti temporali, memoria, futuro: diversi punti di osservazione.
Oggetti-anima, oggetti per un’esposizione.
Onirica, oltre il reale, straniamenti.
“Storie scalene”, storie, idee, la vita stessa, generate da differenze e squilibri.
Lucia Saetta

Blog&Nuvole

per un incontro tra la scrittura breve della rete e l’arte del fumetto.

Clandestini

Che festa gli urli estivi dei bambini
nelle belle giornate come questa,
laggiù, nell’altra casa,
in un altro tempo della vita.
La porta sempre aperta sul cortile
dove anch’io avevo giocato,
il vociare ad ogni ora e gli abbai
di donne e cani felici.

Ora non li sopporto,
i bambini e le madri e gli animali.
Già di mattina chiudo il balcone
e accendo le luci, la radio,
il condizionatore
e il pc: in quest’ordine.

Maledetti vicini, maledetto
condominio multiculturale.
Anch’io finirò per chiamarli
barbari marocchini mustafà,
io più di loro clandestino.

K, un cocktail by FK

COCKTAIL K, di Franz Krauspenhaar

su Feaci Poesia

La nuova silloge poetica di Franz Krauspenhaar (FK per i molti che già lo conoscono) si presenta come un mix di testi che, sul piano contenutistico e formale, propongono una tensione volutamente irrisolta tra poesia e prosa.
La tensione si genera dall’attrito di due versanti tematici: da una parte riflessioni critiche nate da varie suggestioni di lettura, dall’altra un’autobiografismo che, se appare schermato da (ottimi) filtri letterari, restituisce infine l’immagine di uno scrittore sincero. Cocktail K è anche una confessione, e l’attitudine clownesca svela più di quanto non mascheri.

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La costruzione del freddo, di Lucetta Frisa

frisa.jpg

di Marco Ercolani

Questo poemetto nasce da una molteplice riflessione sulla grande metafora del freddo: il freddo come costruzione di un clima artificiale, di un mondo umano disumanizzato, dominato dal tutto-visibile e dal tutto-detto, dove trionfa l’omologia, la sterilità, la superficie: e, d’altra parte, il Freddo invernale e sensoriale, a sua volta metafora dell’inevitabile fine della vita terrena, exitus biologico a cui dovrebbe seguire un adeguamento psicologico e morale alla morte, come testimonia l’invocazione finale ”Vieni, Freddo” (Epilogo). Continua a leggere

Carolina Invernizio, la dismenorroica di Voghera – di Annalisa Busato

Carolina Invernizio

Cent millions de feuilletons
(ipotesi di trama con capitoli centrali intercambiabili)
Parte prima – LA FAMIGLIASTRA

Finalmente ritrovato il 127.mo romanzo di Carolina Invernizio, ambientato, con slancio futuristico, nel 2007. L’opera si conclude quanto mai tragicamente con una TOS (Terapia Ormonale Sostitutiva), la quale, subita dalla sfortunata protagonista, Carolina I***, in una condizione all’incirca simile agli arresti domiciliari, segna tragicamente la fine della rigogliosa vita onirico-fantasmatica di una fanciulla dal temperamento vivace e… sanguigno.
Carolina aveva regalato sfrenate gioie e trionfi intellettuali (orgasmi sublimati) al suo psicanalista, autore, per merito di lei, di: “Histoire d’I”, “Corpo Luteo e latenza dell’oblio”, “Il lettino di Procuste”, “Ciclo femminile e panni da lavare in casa” e dell’esaustivo testo:”Flusso di coscienza”.
Le opere di quel devoto seguace del viennese Dr.Freud avevano dato il via a dotte polemiche in ambiente accademico, specie dopo la pubblicazione su una nota rivista medica di uno sprezzante articolo, dal titolo “Sull’incidenza dell’allergia alla cellulosa nel vissuto onirico-mestruale della donna del sud-est europeo, Balcani inclusi”.
Purtroppo il manoscritto, trovato nel corso di restauri entro un antico baule, risulta gravemente danneggiato dal tempo e dalle intemperie. Per di più sembra sia stato diviso a metà, e dopo la sibillina scritta ” – pausa ” potrebbero esserci stati altri capitoli rivelatori… Ma saranno ritrovati?
Daremo in seguito notizie sulla fortunata trouvaille agli appassionati lettori della nostra Autrice, che rimane la più famosa e letta scrittrice del genere rosa.
Ecco dunque a voi l’incipit del romanzo “La famigliastra”.
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Il nero e il blu (ballata per Catania), di Annalisa Busato

A Catania, di notte, piano
ovunque penetra la cipria nera
dell’Etna, che marchia
con occhiaie e rughe da maschera greca
nobili corpi color creta ed ocra
e visi ospiti, dal pallore di conchiglia.
Difficile rimuovere i segni di Dioniso:
al mattino si leggono le tracce
di strapazzi ed eccessi. E allora
su, righiamo decisi sopra i lividi
con cosmetici e tatoo
che il difetto diventi bellezza
stile di vita tragico, glamour dark
riso panico. Privilegio e sfida
nella magna Grecia, dove tutti
son cugini degli déi, rilanciare
(cu mori mori) il karma maledetto
della città. Jammun ‘o mare!
sopra i neri scogli
il corpo si scioglierà
e il mare, il mare blu ci laverà. Continua a leggere

improve your english

Ho letto Manzoni e Foscolo, ma non solo.
Il Morgante del Pulci, le Stanze
del Polizano, la Secchia del Tassoni.
Ho un background discreto di studi classici
(sì, faccio per vantarmi).
Da giovane traducevo
Esiodo Pindaro Alceo,
oltre che Cicerone.
Ma, a parte l’arteriosclerosi e l’oblio
che tutte cose involve (to involve),
sono un illiterate, non c’è rimedio.

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da “Qui da noi”, di Zena Roncada

Non più

Settembre di giorno è ancora l’estate, di sera e di notte non più.
La civetta lo dice, vicina alla casa.
Di notte l’odore di ciancia batte nei vetri.
E’ di zolfo dolciastro e di altro.
Della barbabietola ha solo il fresco di cetriolo maturo.
Racconta la fabbrica che c’era.
Coi suoi rumori (o clangori) secchi e ritmati, andava e andava: zampettio di cingoli e luci, e operai nascosti chissà dove
a sudare.

A sentire l’odore, viene voglia di cercare i vapori, o almeno le strie dei carri, per terra, o la gente ai cancelli a guardare ‘sto circo da poveri, che non costa niente.
La fabbrica è spenta, da tanto.
Tana di gatti, che la notte colano lungo i muri, senza rumore, come miele dal vaso.
L’odore viene da lontano, portato dal vento.

Perché anche i luoghi hanno fantasmi, a saperli annusare.

Ci son storie fatte d’odori che restano in gola come carta vetrata.


Vi invito a leggere l’intero e-book di Zena Roncada:
Qui da noi, ( Feaci Poesia )
Mi ringrazierete.

la poesia è pro(r)sa, la prosa è traversa

cazzeggio etimologico

La parola prosa viene dal latino prorsus (diritto, diretto). Ciò starebbe a significare che – almeno secondo i latini – un discorso in prosa (prorsus) infilza i concetti direttamente, per dritto, e non per traverso come farebbe la poesia. Ma le cose stanno davvero così?
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