SUL TAMBURO n.65: Cinzia Della Ciana, “Passi sui sassi”

Cinzia Della Ciana, Passi sui sassi, prefazione di Adriana Gloria Marigo, Arcidosso (Grosseto), Effigi, 2017

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di Giuseppe Panella

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Si tratta della prima raccolta di poesie di Cinzia Della Ciana ad essere pubblicata in forma organica ma non è certo il suo primo tentativo di scrittura lirica e di messa in scena poetica del suo universo interiore. La tentazione della poesia, infatti, attraversa da sempre la sua scrittura e la sua modalità di intervento letterario e anche il suo romanzo d’esordio (Acqua piena d’acqua pubblicato per il medesimo editore nel 2016) non è mai privo di concessioni alla liricità di una narrazione densa di eventi descrittivi e non soltanto aneddotici o puramente narrativi.

Passi sui sassi è un libro “petroso”, scabro, rotto, frantumato, impietoso. Scrive Adriana Gloria Marigo nella sua densa Prefazione alla raccolta della Della Ciana:

«In questo scenario petroso, la parola di Cinzia Della Ciana segue la specchiatura: la parola è scelta e al contempo proviene dalle profondità psichiche, dagli ascendenti culturali, da certe radicalizzazioni geoantropologiche, dal centro di una terra che risuona di voci trecentesche, molto sonore. È parola che s’aggruma attorno al suono bruno di densità potente e arcaica, parola che sembra coniata nella fucina di Vulcano, parola che non necessita d’aggettivazione tanto s’avvale di specificità immediata, verticale, regale, austera e che si distende in stellazioni semantiche provenienti dalla capacità di rinnovare “i contorni più sottili delle parole” (Walter Pater)» (p. 8).

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SUL TAMBURO n.64: Amelia Casadei, “La grotta della Chimera”

Amelia Casadei, La grotta della Chimera, Firenze, Polistampa, 2017

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di Giuseppe Panella

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Chi abita la grotta della Chimera? Tanti personaggi bizzarri e misteriosi, tante figure diseguali e inespresse, tante occasioni perdute. La Chimera è il simbolo dell’imprevedibile e dell’aspirazione all’altrove, il suo volto impaurisce e sconvolge, il suo rito fondativo è l’aspirazione umana a trovare quello che non c’è laddove il piacere e il dolore si esauriscono e svaniscono tra i bagliori guizzanti della speranza e dell’amore.

 

Non so se fu un dolce vapore, / Dolce sul mio dolore, / Sorriso di un volto notturno: / Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti / E l’immobilità dei firmamenti / E i gonfii rivi che vanno piangenti /
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti / E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti / E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera (Dino Campana, Notturni. La Chimera)

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SUL TAMBURO n.63: Virgilio Moretti, “Il vicinato e i campi. Elegie”

Virgilio Moretti, Il vicinato e i campi. Elegie, Siena, Editrice Il mio amico, 2015

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di Giuseppe Panella

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C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per ridere e un tempo per piangere, un tempo per seminare e un tempo per sradicare le piante, un tempo per parlare e un tempo per tacere – ammonisce Salomone il saggio nell’Ecclesiaste. Il tempo delle culture agrarie da sempre è scandito da eventi sempre uguali e mossi da moventi sempre simili nelle attese e nei risultati: la semina, la crescita delle piante, dei fiori e dei frutti, la raccolta, la vendemmia, la conservazione dei prodotti ottenuti, la programmazione sempre la stessa e sempre diversa del futuro prossimo.

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SUL TAMBURO n.62: Stefano Petruccioli, “I miglioratori del mondo. Utopia e democrazia tra letteratura, fumetto, filosofia”

Stefano Petruccioli, I miglioratori del mondo. Utopia e democrazia tra letteratura, fumetto, filosofia, Bergamo, Moretti & Vitali, 2017

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di Giuseppe Panella

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Prima di tutto bisogna chiedersi chi siano “i miglioratori del mondo”. Sono coloro i quali aspirano, in realtà, più che a migliorarlo e a renderlo più adeguato alle esigenze umane, a cambiare il mondo in profondità, a creare un nuovo modello di Uomo, a rendere la vita perfetta e agibile per sempre e non solo per il limitato orizzonte di ogni individuo che vive nel presente. “I filosofi finora si sono limitati a interpretare il mondo, si tratta però di cambiarlo” – hanno scritto Karl Marx e Friedrich Engels nella undicesima delle loro Tesi su Feuerbach. Il fatto è che per rendere la realtà umana abitabile e gestibile per tutti, per portare la felicità sulla Terra, per permettere al mondo di essere ordinato, confortevole e compiutamente trasformato, libero dagli impacci della Storia e dalle angosce della mancanza di libertà e dell’impossibilità di sopravvivere senza stenti e sofferenze, quello stesso mondo deve essere distrutto e il nuovo sorgere sulle macerie del vecchio. Occorre distruggere il presente per organizzare il futuro, è necessario cancellare il passato per preparare in maniera adeguata l’avvenire dell’umanità. Si tratta di realizzare in modo compiuto e onorevole l’utopia che permetterà di cancellare diseguaglianza e dolore e instaurare il regno della libertà e dell’uguaglianza umana. Questo può compare perdite umane e dolore e sofferenza a chi si oppone al cambiamento o la fine di intere generazioni ed epoche della vicenda umana: c’è da pagare un prezzo di illibertà e di sopraffazione per una libertà futura mai conosciuta prima e per la felicità possibile da ottenere per tutti al costo dell’infelicità di alcuni. Ogni rivoluzione, ogni trasformazione storica, ogni cambiamento epocale comporta questo necessariamente. Ma quello che bisogna chiedersi è se questa palingenesi, questa “grande trasformazione” avverrà da davvero. I “miglioratori” miglioreranno davvero il mondo?

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SUL TAMBURO n.61: Andrea Verri, “Per la giustizia in terra. Leonardo Sciascia, Manzoni, Belli e Verga”

Andrea Verri, Per la giustizia in terra. Leonardo Sciascia, Manzoni, Belli e Verga, prefazione di Ricciarda Ricorda, Mira (Venezia), ArtPrint Editrice, 2017

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di Giuseppe Panella

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La bibliografia su Leonardo Sciascia e la sua produzione letteraria, saggistica, aforistica, teatrale (e chi più ne ha più ne metta) è ormai così vasta e così ampia da risultare incontrollabile anche al più attento dei critici e /o dei lettori. Questa raccolta di saggi di Andrea Verri sarebbe sfuggita anch’essa se non fosse per l’originalità delle connessioni e dei rapporti che costruisce a partire dallo scrittore siciliano per giungere a lambire e affrontare gran parte della cultura letteraria italiana. La cultura letteraria dispiegata da Sciascia nelle sue opere è stata enorme e i collegamenti presenti nella sua produzione sono stati di grande ampiezza e notevole qualità fino a formare una vera e propria ragnatela di riferimenti letterari. L’intertestualità, quindi, come tecnica di indagine a livello di analisi della tessitura stilistica e ideologica presente nelle opere dello scrittore siciliano costituisce il contributo metodologico più significativo presente in questo volume di Verri mentre a livello tematico molto significativi sono i diversi sondaggi compiuti riguardo la sua relazione con alcuni autori classici italiani e il suo possibile riscontro nel complesso della produzione stessa sciasciana.

Come annota Ricciarda Ricorda nella sua intensa prefazione al volume:

L’attenzione al dato etico sembra essere il filo rosso che consente di accostare all’analisi del manzonismo di Sciascia il rilevamento del suo interesse per Belli, la cui continuità nel tempo Verri riporta a ragione proprio alla dimensione morale evidente nella produzione del poeta ottocentesco. Anche in lui, dunque, lo scrittore siciliano cerca quanto più gli sta a cuore, cerca, nonostante tutte le differenze e la distanza, se stesso» (p. 3).

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SUL TAMBURO n.60: Paola Rondini, “Crepapelle”

Paola Rondini, Crepapelle, Roma, Intrecci Edizioni, 2017

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di Giuseppe Panella

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Un romanzo enigmatico, un romanzo ricco di pathos, un romanzo che allude a una realtà sfuggente e disorientata, un romanzo senza idillio – e si potrebbe continuare a lungo a inanellare definizioni per un testo narrativo ricco e straziato come questo, frutto di una deliberata volontà di nascondere i retroscena per potere (e sapere) mostrare meglio ciò che soprattutto conta e che viene esibito sulla scena della realtà sconcertante e senza asse centrale che si trova costretto a mettere in evidenza.

La cifra stilistica di quest’opera narrativa è, infatti, l’allusione: gli eventi narrati vengono accennati, sfumati, avvolti in una nebbia di dubbio o allucinati dalla mente di chi li vive ma mai descritti per quello che sono stati veramente (o che si presume siano stati). I diversi personaggi che si succedono sulla scena non sanno che cosa vogliono o che cosa hanno voluto fare: non lo sa il dottor Giacomo Selvi nel momento in cui compie scelte decisive per la sua vita, non lo sa Greta Lensi quando decide di sottoporsi a una complessa operazione di chirurgia estetica che dovrebbe riportare il suo volto alla passata freschezza e giovinezza, non lo sa l’astrofisico Edoardo Valori quando distribuisce per strada, davanti alla casa di riposo per anziani in cui vive, dei fogli che contengono la rappresentazione della lemniscata di Bernouilli il che gli permette di continuare a pensare di avere un ruolo nella vita di chi incontra per caso. Il racconto della vicenda umana e sentimentale di Edo la cui fidanzatina Giselda muore per un tragico errore durante un rastrellamento di guerra ad opera dei tedeschi è al centro del romanzo e rappresenta il cuore pulsante della narrazione. La sua scoperta di un mondo parallelo a quello reale, un “infundibolo” (per dirla con un’espressione ricreata da Kurt Vonnegut nel suo Le sirene di Titano utilizzando un’analoga creazione linguistica di Beckett), lo porta a costruirsi un mondo tutto proprio mediante il quale sfuggire al dolore della perdita della persona amata e all’angoscia della vita quotidiana durante le vicende della guerra.

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SUL TAMBURO n.59: Emiliano Gucci, “Voi due senza di me”

Emiliano Gucci, Voi due senza di me, Milano, Feltrinelli, 2017

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di Giuseppe Panella

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Un bambino morto in circostanze misteriose osserva ciò che accade ai suoi genitori nel corso di vent’anni della loro vita e trova che poco o nulla è cambiato in essa. Sembra una variazione sul tema del Sesto senso (il film d’esordio di M. Night Shyamalan del 1999) o una ripresa di Amabili resti (romanzo di Alice Sebold del 2002, film di Peter Jackson nel 2009). Ma le cose non stanno così.

Il punto di vista del bambino non è l’unico a costituirsi come l’angolazione del romanzo di Gucci: lo sguardo dall’alto viene spesso sostituito e si intreccia con quello dei due protagonisti Michele e Marta. I punti di vista, quindi, alla fine risultano tre: quello del bambino defunto che non ha nome e che risulta senza età registrabile, quello dell’uomo il cui tentativo di recupero sentimentale con Marta viene descritto nella prima parte del romanzo, quello della donna che cerca di ritrovare l’uomo che ha perso come compagno di una vita insieme al bambino scomparso.

Tra i due protagonisti si apre uno iato legato all’incidente in cui il loro figlioletto è morto: non si saprà mai, infatti, se è perito vittima di un incidente dovuto a trascuratezza o goffaggine della mamma oppure sia stata lei a mettere fine alla vita del suo bambino in un momento di aberrazione e di perdita di senso. Il rapporto tra i due innamorati si interromperà in quel momento e non verrà più recuperato anche successivamente – inoltre sulle spalle della madre rimarrà sempre a pesare il dubbio che sia stata proprio lei a far morire il proprio figlio (così infatti il paese in cui abitavano interpreterà la vicenda condannando la mamma all’infamia del delitto volontario).

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Per Giovanni Nencioni, a cura di Gualberto Alvino

Gualberto Alvino-Luca Serianni-Salvatore C. Sgroi-Pietro TrifonePer Giovanni Nencioni, a cura di Gualberto Alvino, con 35 lettere inedite al curatore, Roma, Fermenti, 2017.

di Anna Maria Milone

Il volume delinea un’immagine a tutto tondo di Giovanni Nencioni, storico della lingua, tra i maggiori glottologi e lessicografi non solo italiani. I quattro studiosi — Alvino, Serianni, Sgroi e Trifone — offrono al lettore il loro personale ricordo di Nencioni tratteggiando una figura di elevato spessore umano e culturale. Ci troviamo a leggere una raccolta di testimonianze che tende a livellare il gradino di conoscenza tra il Nencioni rivelato — ovvero quello letto e studiato, conosciuto attraverso la letteratura e l’attività scientifica (Trifone e Sgroi) — e il Nencioni privato, il signore che non rallenta l’incedere sotto il peso degli anni (Serianni), l’amico intellettualmente affine (Alvino). Salvatore C. Sgroi tenta una raccolta di definizioni e citazioni volta a restituire uno sguardo completo sulla vastità di interessi e contributi che il linguista-filologo ci lascia. Le riflessioni sull’oggetto della linguistica, sulla lingua e sulla sua funzione sociale, l’idea di comunità educante, non rimangono soltanto mirabili pagine di letteratura, ma offrono uno strumento di osservazione a chiunque si accosti alla magmatica materia comunicativa, si tratti di studiosi, di semplici curiosi o di docenti.

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SUL TAMBURO n.58: Simona Lo Iacono, “Il morso”

Simona Lo Iacono, Il morso, Vicenza, Neri Pozza, 2017

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di Giuseppe Panella

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Il titolo del quinto romanzo di Simona Lo Iacono (vincitrice nel 2017 della trentesima edizione del Premio Chianti con Le streghe di Lenzavacche, pubblicato dalle Edizioni E/O) si può estrarre dai versi di Salvatore Quasimodo che fanno da epigrafe al libro. I versi, citati dalla raccolta Giorno dopo giorno del 1947, esprimono lo strazio e l’angoscia legati alle vicende della guerra appena finita e le cui macerie sono ancora visibili agli occhi di tutti: “Vi riconosco, miei simili, / o mostri della terra. / Al vostro morso è caduta la pietà, / e la croce gentile ci ha lasciati. / E più non posso tornare nel mio eliso”. Il “morso”, di conseguenza, rappresenta il male di vivere, il dolore che nasce dalla sofferenza inflitta da chi ha dimenticato la propria umanità, l’impossibilità di condividere con gli altri esseri umani sentimenti di amore e di compassione. Continua a leggere

SUL TAMBURO n.57: Fabrizio Coscia, “La bellezza che resta”

Fabrizio Coscia, La bellezza che resta, Siena, Melville Edizioni, 2017

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di Giuseppe Panella

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Con questo suo non facilmente definibile testo narrativo (né romanzo, né saggio, né testo di critica letteraria), Fabrizio Coscia tenta un’interpretazione molto azzardata e molto affascinante del problema fondamentale di ogni vita umana: quello della morte che attende tutti ma che ognuno vive, fino all’ultimo, a modo suo – con rassegnazione, con coraggio, con rabbia, con volontà di sapere, con la certezza che dopo il trapasso ci sarà un’altra vita, con la sicurezza che dopo di lui non ci sarà più nulla, con pudore, con sfrontatezza, con desiderio …

Coscia esamina, con la consueta acribia, le opere finali di una serie di intellettuali e di artisti verificando, attraverso una ricostruzione del loro dispositivo formale ma anche ovviamente del loro contenuto, come scrivendo o componendo o registrando opere musicali (è il caso di Glenn Gould) o dipingendo, essi si siano avviati alla morte, si siano apprestati “a cominciare a morire” (come dice un personaggio del romanzo Chadži-Murat di Tolstoj, il soldato Avdèev, che è stato ferito gravemente e che sa che la sua vita è al termine).

E’ il caso dell’”ultima stazione” di Tolstoj – la sua fuga finale che culminerà con la morte in una piccola stazione, Astàpovo, sulla linea ferroviaria a duecentocinquanta miglia a sud-est di Mosca.

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SUL TAMBURO n.56: Paolo Codazzi, “Il pittore di ex-voto”

Paolo Codazzi, Il pittore di ex-voto, Napoli, Tullio Pironti Editore, 2017

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di Giuseppe Panella

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Il fortunato salvataggio e il destino felice del marinaio Tommaso Ferrando, naufragato con il piroscafo “Perugia” nell’Oceano Pacifico nel 1904, campisce sulla copertina di questo nuovo romanzo di Paolo Codazzi (che sostituisce quasi totalmente il precedente Il destino delle nuvole del 2010 che pur narra una storia analoga a quella presente nelle pagine di Il pittore di ex-voto).

L’ex-voto è di solito una tavoletta di legno su cui pittori di non grande qualità innovativa dal punto di vista artistico (o più prosaicamente degli efficaci realizzatori di croste) ma molto abili nell’immedesimarsi nel pathos dell’evento rappresentato e nel renderlo efficacemente.

Il pregio di un pittore di ex-voto non era la sperimentazione pittorica che porta a compimento né la resa mimetica dell’opera né la fedeltà al soggetto ma la sua capacità di mostrare la fede di chi ha ordinato il quadretto e la forza miracolosa e inarrestabile della divinità che ha permesso al miracolato di sopravvivere. E’ la fede, quindi, a sostenere il quadro, non la verità – chi ordina l’ex-voto per dimostrare riconoscenza e devozione alla Madonna o ai Santi autori e intercessori del fatto miracoloso non lo fa per realizzare un'(improbabile) opera d’arte ma per testimoniare che “lassù Qualcuno lo ama” e che è sceso sulla terra per salvarlo da morte sicura (o dalla perdita di arti, mani, piedi, braccia compromessi da incidenti del più vario tipo e livello). Inoltre la dipintura del fatto miracoloso permette di porre in bella evidenza la predilezione del santo o della Madonna autore/ ice del salvataggio nei confronti del loro devoto diletto e salvato per la sua devozione precedentemente dimostrata (come riferiva Michele Rak in una conferenza da me ascoltata nel 1982 e che costituiva la presentazione molto articolata di un grosso libro, Per grazia ricevuta. Le tavolette dipinte ex voto per il santuario della Madonna dell’Arco, Napoli, CST Cooperativa editrice, 1983, in cui analizzava la semantica della rappresentazione votiva).

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SUL TAMBURO n.55: Roberto Lasco, “Frammenti lirici”

Roberto Lasco, Frammenti lirici, Lecce, Youcanprint Self Publishing, 2016

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di Giuseppe Panella

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L’esordio poetico di Roberto Lasco è classico e temperato – i suoi Frammenti lirici testimoniano un afflato riflessivo e sentimentale non indifferente. I temi che Lasco tocca e approfondisce sono legati alla tradizione lirica italiana – come lo stesso titolo della raccolta intende testimoniare – ma nella sua scrittura non mancano novità di un certo pregio e rilievo:

«Vivere. Agitato, riordino il caldo sapore / dell’esistenza. / Succede che l’attimo è sfuggente / perché coglie l’essenza, / che compare misera e stanca / in compagnie estetiche. / Libero le ali consumate / dal veleno del tempo, / che corre per anelare / sicuro dell’impeto / che mi trascina leggiadro / fra mete incantate. / Il vivere per il vivere / s’atrofizza in distese d’immenso, / quasi a significare che il vago / ha conquistato l’essere. / Echi lontani, dispersi nell’aria / rivelano l’intimo gioire / di chi pensa che tutto s’ottiene / senza il plauso dell’infamia. / Giardini sommersi appaiono / come scene di un teatro che / ha perso splendore perché svilito / dalla coltre della saggezza» (p. 18).

“Vivere per vivere” è la risposta all’infinito protrarsi dell’attesa di fronte alla difficoltà a selezionare e a catalogare il tutto, all’impossibilità di dargli un senso. Il “caldo sapore dell’esistenza” è quello che la poesia deve recuperare, ritrovare, riassaporare e far rilucere nel limbo traslucido della coscienza. La scrittura poetica si pone il compito, difficile e meraviglioso, di librarsi nel cielo terso e lucido di ciò che è destinato a durare, liberandosi dal “veleno del tempo”. Infatti, la bellezza del mondo si dispiega in tutto il suo fulgore nel tempo senza tempo che costituisce il teatro della vita resa purificata dalla forza della parola del verso.

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SUL TAMBURO n.54: Roberto Cecchetti, “La metrica dell’apparenza”

Roberto Cecchetti, La metrica dell’apparenza, Carmignano (PO), Attucci Editrice, 2017

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di Giuseppe Panella

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Esiste una metrica dell’apparenza valutabile e considerabile come l’effetto di un rapporto organico e definitivo con la realtà della vita e delle cose? E’ possibile trovare la verità sottesa e nascosta dietro le vicende dell’esistenza di ognuno e soprattutto dietro la propria?

Roberto Cecchetti prova a raggiungere questo risultato analizzando e ricostruendo un’estate significativa della propria vita (quella dei suoi diciotto anni, l’anno della separazione forzata e apparentemente inspiegabile tra suo padre e sua madre).

Il suo romanzo-autobiografia di esordio individua in una serie di episodi, di figure-chiave, di macchiette e di stereotipi umani destrutturati e ricostruiti secondo questa loro qualità rappresentativa la possibilità di dare un senso e di individuare un significato a una vicenda che altrimenti rischierebbe di non averne. Romano Madera nel suo breve testo introduttivo scrive del racconto-scontro di Cecchetti con il mondo che si tratta:

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SUL TAMBURO n.53: Henry Ariemma, “Aruspice nelle viscere”

Henry Ariemma, Aruspice nelle viscere, Borgomanero (Novara), Giuliano Ladolfi Editore, 2016

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di Giuseppe Panella

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La lettura delle viscere degli animali (uccelli come le colombe ma anche ovini come agnelli e montoni) costituiva una pratica comune tra gli antichi nell’ambito dell’attività divinatoria dei sacerdoti (maestri nell’aruspicina o estispicina erano stati gli Etruschi e la pratica sacra che li vedeva trovare responsi e verità nella profondità dei corpi degli animali sacrificati costituiva gran parte del rapporto tra il popolo e gli Dei da esso adorati). Gli aruspici trovavano nelle viscere e negli organi che le compongono le tracce di un futuro che solo la divinità poteva conoscere e che agli uomini si rivelava soltanto per accenni, per allusioni, per frammenti, per sospetti: i corpi dei volatili o degli ovini contenevano un segreto che solo occhi esperti e qualificati potevano scorgere e sanzionare.

Tale pratica divinatoria, forse, assomiglia a quella dei poeti che estraggono il futuro della lingua a venire dal corpo enorme dei vocabolari (o della lingua parlata) che sventrano e dissezionano per estrarne la verità nascosta.

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SUL TAMBURO n.52: Giorgio Delia, “In partibus infidelium. Appunti su alcuni poeti in dialetto dell’Italia repubblicana”

Giorgio Delia, In partibus infidelium. Appunti su alcuni poeti in dialetto dell’Italia repubblicana, Soveria Mannelli (Catanzaro), Rubbettino Editore, 2016

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di Giuseppe Panella

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Ci sono zone della cultura italiana contemporanea e, in special modo, quelle legate alla poesia dialettale che sono spesso considerate dei continenti misteriosi, ancora inesplorati, dagli studiosi e dai critici letterari che dovrebbero o potrebbero occuparsene e non lo fanno per difficoltà endogene ed esogene. Quelle endogene sono costituite dalle poesie stesse in esame e dalla loro più o meno esplicita cripticità, ermeticità o difficoltà espressiva; quelle esogene, esterne, invece sono legate alla scarsa conoscenza dei dialetti usati che, per effetto dell’omologazione culturale, del disuso e della disaffezione nei loro confronti non sono più effettivamente ben conosciuti neppure tra gli esperti di storia della poesia italiana.

Giorgio Delia non appartiene al novero di tali studiosi disattenti, anzi ha investito molte delle sue energie di critico letterario, oltre che nello studio di Benedetto Croce come cultore di letteratura, in quello del poeta che predilige tra tutti: Albino Pierro.

Il suo ultimo libro raccoglie, infatti, scritti e approntati su «opere di poesia edite fra il secondo Novecento e l’inizio del Duemila», in un arco di tempo non vastissimo ma sicuramente sufficiente a far comprendere il metodo di lavoro e la prospettiva di poetica di alcuni di essi (il saggio “Come lavorava Pierro” – alle pp. 67-112 del volume– è emblematico al riguardo) . Gli autori esaminati e analizzati non sono stati prescelti sulla base di limiti geografici o storici di sorta e sono stati esaminati a partire dal «meridiano più a sud dell’Italia», da luoghi inseriti in una dimensione ben definita della Basilicata (Albino Pierro, Domenico Brancale), della Calabria (Giacinto Luzzi, Dante Maffia), della Sicilia (Nino De Vita), e «nel momento in cui ne hanno avvertito maggiormente lo stato di abbandono perché giammai rassegnati alla morte dei dialetti» (p. 7).

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SUL TAMBURO n.51: Marino Magliani, “Carlos Paz e altre mitologie private”

Marino Magliani, Carlos Paz e altre mitologie private, Genova, Amos Edizioni, 2016

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di Giuseppe Panella

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Più che di mitologie private sono in questione, in questa raccolta di racconti, i sogni e le aspirazioni letterarie di Marino Magliani. Molti dei testi contenuti in questo suo libro che è quasi una sintesi dei suoi temi maggiori e delle sue aspirazioni letterarie più forti sono riflessioni sull’arte dello scrivere, divagazioni poetiche sulla vita e le sue difficoltà maggiori, progetti di ulteriori romanzi.

E’ noto (e comprovato anche da prestigiosi riconoscimenti ottenuti negli ultimi anni) che il tema che maggiormente mette alla prova la mente narrativa di Magliani è quello dell’esilio (letterale e letterario insieme). Perché Magliani è uno scrittore per vocazione ma ha potuto estrinsecarla e metterla in valore solo fuori dal suo terreno naturale di coltura (la Liguria rocciosa e spesso abbandonata del territorio di Imperia) e ha dovuto trapiantarla in terre straniere e più o meno accoglienti (l’Argentina la Spagna la Germania IJmuiden vicino ad Amsterdam dove vive attualmente e dove preferibilmente lavora e produce letteratura).

Per questo motivo, Villa Carlos Paz in Argentina rappresenta il luogo del dislocamento assoluto e, infatti, proprio nel racconto con questo titolo, l’Io narrante vive le sue stesse esperienze di estraneamento assoluto e di doloroso quanto necessario trapianto di sé in un corpo estraneo e spesso ostile, un trapianto che però non è solo una mutilazione di sé ma anche un arricchimento poderoso della propria soggettività. I viaggi, la morte si potrebbe dire, parafrasando il titolo di una raccolta di saggi di Gadda: i viaggi sono l’anticamera, la prefigurazione della morte e quest’ultima consiste nella rarefazione della vita. La scrittura rende conto di questo processo: la sabbia, la povere, i residui solidi eppure volatili di cui si nutre il primo testo del libro ne è metafora chiarificatrice e illuminante.

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SUL TAMBURO n.50: Patrizio Fiore, “Il ricamo mortale”

Patrizio Fiore, Il ricamo mortale, Napoli, Tullio Pironti Editore, 2016

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di Giuseppe Panella

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Il “ricamo mortale” del titolo richiama iconicamente il mesotelioma pleurico che Orazio Niccoli, medico in servizio da anni presso l’ambulatorio per extracomunitari dell’ospedale Santa Maria di Loreto Mare di Napoli, riscontra in una ragazza di 28 anni, un’età in cui è molto difficile che questa patologia si manifesti. E’ il sintomo di un’esposizione all’amianto che si rivela mortale nei casi in cui avvenga prolungatamente. Questa scoperta sconvolge il medico:

«Quella diagnosi, inappellabile, lo aveva lasciato inebetito. Dopo tanti anni di duro lavoro, tanti turni di pronto soccorso non aveva perso il “vizio”, come molti colleghi gli rinfacciavano, di farsi coinvolgere dalle condizioni dei suoi pazienti. Eppure, questa volta c’era qualcosa in più: lo aveva avvertito a pelle sin dal primo momento in ambulatorio. Quella povera ragazza lo aveva attratto immediatamente: se si fosse trattato di amore, sarebbe stato un perfetto colpo di fulmine. Ma non si trattava di amore, piuttosto di quel suo sesto senso che gli faceva captare immediatamente l’intensità della sofferenza, la devastazione della malattia, l’angoscia del possibile exitus. […] “Le cellule esaminate sono compatibili con la diagnosi di mesotelioma pleurico in fase avanzata”. Mesotelioma pleurico: una vera e propria condanna. Una neoplasia rara, ma ad alta malignità e con il 100% di letalità, cioè tutti quelli che ne risultavano affetti erano destinati a morte certa entro massimo due anni» (p. 79).

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SUL TAMBURO (extra): Ugo Fracassa, “Per EMILIO VILLA. 5 referti tardivi”

Ugo Fracassa, Per EMILIO VILLA. 5 referti tardivi, con una nota di Aldo Tagliaferri, Roma, Lithos, 2014

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di Giuseppe Panella

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Su Emilio Villa non c’è molto nella letteratura secondaria relativa alla poesia italiana del secondo Novecento e quello che si può leggere tende a unificare tutta la sua attività di artista, in uno sforzo certo meritevole (la monografia di Aldo Tagliaferri, per l’editore Skira di Milano, ad es. è un’analisi assai rilevante sotto il profilo metodologico e umano così come la ricostruzione di Elena La Spina per il catalogo della mostra di Reggio Emilia a lui dedicata). La monografia “per saggi” di Ugo Fracassa, invece, privilegia aspetti significativi dell’opera poetica di Villa pur senza perdere di vista la sua prospettiva artistica. I 5 referti tardivi contenuti nel libro rappresentano, invece, un’ “opera di carotaggio” (come li definisce Aldo Tagliaferri in Dell’ordine e/o della fuga, la sua cospicua nota finale al volume, che chiarisce e ribadisce alcuni dei punti centrali nel discorso di Fracassa).

Va chiarito fin da subito che l’equazione che vede Villa discepolo del futurismo paroliberistico non trova nei saggi contenuti in questo libro nessuna conferma (nonostante la vulgata lo voglia figlio tardivo del movimento di Marinetti) dato che la matrice plurilinguistica di molta della sua opera di mezzo trova in altri modelli e altre fonti un possibile appiglio (ma Villa non risparmiava i suoi distinguo critici anche nei confronti di Pizzuto, ad es. , o del Finnegans Wake di Joyce).

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SUL TAMBURO n.49: Adam Vaccaro, “Seeds (Semi)”

Adam Vaccaro, Seeds (Semi), selected, edited, translated and Introduced by Sean Mark, New York, Chelsea Editions, 2014

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di Giuseppe Panella

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Da molti anni, Adam Vaccaro conduce una ricerca attenta, sofisticata e puntuale su un’idea di poesia che lo contraddistingue e alla quale si è consacrato con risultati eccellenti: da La vita nonostante (Milano, Studio d’autore, 1978) a La casa sospesa (Novi Ligure (AL), Joker, 2003) la sua attenzione di poeta è stata concentrata su una serie di nozioni teorico-psicologico-esistenziali culminanti nell’idea di adiacenza poetica, idea che presuppone la condivisione espressiva di sentimenti ed esperienze che si fanno realtà concreta nel momento in cui vengono trasformate in parola viva e senza ulteriori mediazioni. Al centro del pensiero poetico di Vaccaro, allora, si trova questa nozione-chiave che indica la condivisione di una tendenza, di una capacità di cogliere le radici di ciò che è presente senza sterili tradizionalismi o rivendicazioni del passato ma alla luce di un impegno di redenzione del futuro. Scrive Sean Mark nella sua utilissima introduzione alla raccolta, un saggio dal titolo emblematico di “Accendere segni”. Sulla poesia di Adam Vaccaro:

«Spendiamo qui qualche parola per spiegare un concetto chiave della poeta vaccariana, quello dell’“adiacenza”. Rinunciando alla pretesa di un’adesione stringente alla Cosa (evento, esperienza o oggetto d’indagine filosofica che sia), la parola poetica può solo aspirare a collocarsi nella sua prossimità (ad-jacere), e da questa prossimità ne può raccogliere le sensazioni, percezioni ed immagini che, insieme, costituiscono la nostra esperienza di mondo. Atmosfere, suoni, parole, fonemi e il linguaggio, anche scarno e frammentato, tendono ad approssimarsi il più possibile all’evocare la Cosa, o un particolare paesaggio, scenario o esperienza: adiacenze che colgono una molteplicità di percezioni» (p. 12).

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SUL TAMBURO n.48: Andrea Fallani, “L’ascesa della Luna”

Andrea Fallani, L’ascesa della Luna, Borgomanero (Novara), Giuliano Ladolfi Editore, 2016

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di Giuseppe Panella

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L’allusione è, quasi naturalmente, a La caduta della luna di Giacomo Leopardi, composto presumibilmente nel 1836, è forse l’ultimo testo poetico scritto dal poeta di Recanati prima di morire (addirittura sul letto di morte, se si deve credere all’aneddotica di Antonio Ranieri, sovente propensa a un suo“mitizzare pallido e assorto” in nome dell’amicizia di un tempo). Ma non è questo il problema, non è questo quello che conta. L’imagery di Fallani, tutta protesa a ridosso della grande tradizione lirica italiana (da Leopardi appunto a Pascoli o a Montale – come con accortezza critica annota Giulio Greco nella sua nota introduttiva titolata Cantore della vita), è intrisa di soluzioni liriche legata al passato ma si impone, con freschezza e impazienza insolite, con il suo desiderio conclamato di un’originalità tutta legata all’esplorazione di un continente che appare anch’esso nuovo e inedito allo sguardo del poeta. Fallani ha le idee chiare sulla poesia e sulla sua funzione espressiva e si prova a risolvere il problema del rapporto tra passato e presente con soluzioni tutt’altro che scontate. Il suo libro si configura, inoltre, come l’inizio di un probabile rapporto futuro e fruttuoso con la poesia e, quindi, allo stesso modo di tutte le opere di un esordiente, contiene tutto il passato prossimo del suo autore e segnala, pur nella sua maturità espressiva, una serie di tracce liriche da analizzare criticamente per comprendere la sostanza profonda della sua operazione poetica. In lui c’è, insomma, per dirla con il titolo di un bellissimo racconto di Stephen Crane, “il passo della giovinezza” e di questo bisogna tenere conto. Lo puntualizza in maniera accorta anche lo stesso prefatore del testo in una delle svolte critiche della sua presentazione:

«[…] Andrea Fallani può essere considerato il vero cantore della giovinezza, di quel periodo che volgarmente e superficialmente viene considerato il più bello, il più spensierato, il più felice dell’esistenza. Il poeta, infatti, documenta come all’interno dell’attuale società “liquida”, caratterizzata dall’assenza di certezze, di prospettive e di valori cui ancorare il progetto del futuro, il giovane preferisca “l’ascesa della luna” al sorgere del sole» (p.8 ).

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