IL TERZO SGUARDO n.55: Carlo Bordoni, “Il paradosso di Icaro ovvero la necessità della disobbedienza”

Carlo Bordoni, Il paradosso di Icaro ovvero la necessità della disobbedienza, Milano, Il Saggiatore, 2018

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di Giuseppe Panella*

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Il progetto che Carlo Bordoni persegue da tempo, con pertinacia, solidità teorica e storica e si direbbe anche con un certo accanimento terapeutico, è l’analisi della fine o dell’annientamento della Modernità (in ciò accomunato dalle ricerche e proposte del suo maestro Bauman). Il paradosso di Icaro ovvero la necessità della disobbedienza è una ricostruzione circostanziata e attenta dei vari aspetti che contraddistinguono il tentativo degli uomini di andare al di là dei propri limiti per riuscire a superare quella hybris che pare attendere i trasgressori di essi una volta varcate le “colonne d’Ercole” delle loro possibilità, intraprendendo il “folle volo” (la citazione è d’obbligo) verso un mondo nuovo, pericoloso e ancora misterioso e inesplorato, incomprensibile e spesso presentato come termine finale della corsa dell’umanità. Le cinque figure mitologiche che Bordoni ricava dal vasto repertorio della cultura greca delle origini della civiltà occidentale (Hybris, Koros, Theios Aner, Aion e Nemesis) scandiscono altrettanti passaggi nella storia della Modernità che rischiano oggi di perdersi nel mare magnum dell’”interregno” che che l’umanità sta vivendo in attesa di una nuova prospettiva di rilancio delle proprie prospettive esistenziali, sociali, economiche e politiche. La figura che mi sembra più interessante delle cinque enucleate da Bordoni è certamente quella legata al Tempo, Aion, protesa com’è sull’orlo di una memoria (storica e propositiva) sempre più labile e in attesa di una trasformazione della soggettività che parrebbe spingere il pedale del mutamento fino ai suoi limiti estremi:

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SUL TAMBURO n.70: Antonio Paolacci, “Piano americano. Il romanzo che non scriverò”

Antonio Paolacci, Piano americano. Il romanzo che non scriverò, Milano, Morellini Editore, 2017

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di Giuseppe Panella
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Antonio Paolacci di romanzi ne ha scritti e uno, il primo, lo ha pure ristampato. Eppure è insoddisfatto della sua attività di scrittore, della sua capacità di investimento sentimentale sulle parole scritte, sulla resa stessa di esse a livello di comunicazione e di confronto. Paolacci non vuole scrivere più e manifesta questo suo desiderio, questa sua necessità nell’unico modo che conosce: appunto scrivendo un romanzo. Rifiutandosi di scrivere un’opera narrativa, in realtà, la scrive (e ricorda molto il metanarrativo Gide quando cita se stesso come autore dell’opera che sta scrivendo e cioè Paludi). Non volendo scrivere un romanzo su un personaggio evanescente che passa inosservato, quasi un “uomo invisibile” e che per questo truffa e rende impalpabili le sue attività ai confini della legalità, lo fissa in realtà sulla carta come il protagonista di una storia che si vuole comunque scrivere, anche se non nella dimensione tradizionale della forma narrativa.

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SUL TAMBURO n.69. Alberto Rollo, “Un’educazione milanese”

Alberto Rollo, Un’educazione milanese, San Cesario di Lecce (Lecce), Piero Manni, 2016

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di Giuseppe Panella
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Il libro struggente di Alberto Rollo sulla sua formazione culturale, umana, sentimentale apparterebbe al genere letterario che molti critici amano definire auto-fiction (con un termine a mio avviso improprio) se non fosse perché al suo interno si opera un passaggio imprevedibile, una vera e propria “mossa del cavallo”, mediante la quale la storia personale dell’autore viene assorbita all’interno dei destini generali della città cui egli appartiene.

Nell’aneddoto iniziale in cui il piccolo Alberto viene offerto alla città da un cantante di strada, forse uno zingaro, che lo solleva in aria e chiede alle persone circostanti “Milano lo vuole?” è già inscritta tutta la successiva parabola della sua formazione di intellettuale.

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SUL TAMBURO n.68: Raul Montanari, “Sempre più vicino”

Raul Montanari, Sempre più vicino, Milano, Baldini & Castoldi, 2016

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di Giuseppe Panella
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L’ultimo romanzo di Raul Montanari rientra a pieno titolo in quella categoria letteraria (quasi un nuovo genere o sottogenere volutamente non codificato come tale) che è stato battezzato post-noir dalla critica e che si rifà ad autori che sfuggono alle regole del noir classico e tradizionale per approdare a un progetto di scrittura libero dai condizionamenti che il genere inevitabilmente comporta. Vi apparterrebbero autori come la Patricia Highsmith di Sconosciuti in treno o il Friedrich Dürrenmatt del ciclo del commissario Hans Barlach o del “requiem per il romanzo poliziesco” intitolato La promessa. Che cos’è il post-noir? E’ un romanzo che non presenta personaggi particolari, dotati di abilità investigative perspicue se non eccezionali (come nei romanzi di Chandler o di Hammett) oppure interessanti per le loro caratteristiche fisiche e morali ma persone comuni che si trovano in circostanze avventurose o straordinarie spesso senza volerlo o per loro errore e spesso improntitudine. Si tratta di persone “normali” in situazioni non comuni costrette ad affrontarle con i (pochi) mezzi a loro disposizione. Il risultato è una sequenza di eventi misteriosi che trovano uno scioglimento, spesso tragico (ma non sempre), alla fine di un percorso di ricerca scandito da colpi di scena, di trovate bizzarre, di soluzioni inedite.

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SUL TAMBURO n.67: Paolo Leoncini, “Emilio Cecchi. L’etica del visivo e lo Stato liberale”

Paolo Leoncini, Emilio Cecchi. L’etica del visivo e lo Stato liberale con appendice di testi giornalistici rari, Lecce, Milella, 2017

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di Giuseppe Panella

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Emilio Cecchi è sempre stata una figura di (illustre) intellettuale controverso. Il giudizio sul suo metodo critico e sulla molteplicità dei suoi interventi nei più diversi campi della creatività culturale pure – Cecchi è sempre stato oggetto di discussione all’interno della schiera degli altri critici a lui contrapposti (fossero essi militanti e/o accademici, filologi puri e/o critici ideologicamente orientati, storici e/o teorici della letteratura). Leoncini rende conto, in maniera esatta e appassionata, di quanto Cecchi abbia rappresentato nella cultura italiana del Novecento.

Il suo studio risulta un’esplorazione all’interno del mondo etico e letterario dello scrittore, quest’ultimo inteso in tutte le sfaccettature possibili, dalla storia dell’arte alla critica cinematografica, dal reportage di viaggio all’analisi di taglio socio-politico. Ne emerge in maniera nitida e netta quella “parola-mosaico” di cui si era fatto espressione icastica il giudizio di Enrico Falqui. Come scrive quest’ultimo, infatti, e come Leoncini riporta:

«Le parole di Cecchi s’inseriscono nella pagina […] con la precisione e col risalto delle tessere nel riquadro d’un mosaico, la vibrazione […] è nella lucente scaltrezza […] la risoluzione ‘strofica’ di capitoli e capitoli è quasi sempre in chiave di poesia. E dà luogo a quella trasposizione fantastico-stilistica per cui da un’impressione nettissima si travalica in un’astrazione nettissima […] Cecchi tocca l’immaginazione anche prima di aver fatto breccia sulla comprensione […] Ogni gravame letterario è messo da parte e a volte, quasi parrebbe, scartato, irriso […] Dove occorre, il periodo è libero, saltante, insinuante: vi si riconosce la voce, lo sguardo, il gesto dell’autore […] E segni che da prima parevano fingere un tatuaggio, finiscono col rivelarsi come le vivisezioni operate in un corpo nell’intento di scrutarne le fibre più addentro» (p. 23)

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SUL TAMBURO n.66: Franco Manescalchi, “Riviste di poesia del secondo Novecento a Firenze”

Franco Manescalchi, Riviste di poesia del secondo Novecento a Firenze nella memoria di Franco Manescalchi, Firenze, Polistanpa, 2017

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di Giuseppe Panella

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Quale è stato il ruolo di Franco Manescalchi nella cultura poetica del secondo Novecento a Firenze?

In che modo questo ruolo è stato centrale non cos’altro che a livello di testimonianza?

Il libro, attraverso la memoria evocata e ancora viva dei fatti, cerca di dare una risposta a questa domanda. Le riviste le cui vicende vengono riproposte ed evocate nel nucleo centrale del libro sono state parte importante della ricostruzione culturale del paese all’alba della caduta del fascismo e in vista della fondazione di una nuova coscienza morale e politica per l’Italia repubblicana appena nata. Nel primo dopoguerra, infatti, insieme alla continuazione di riviste già consolidate e nate in periodo fascista (L’Approdo di Carlo Betocchi, Letteratura di Alessandro Bonsanti, ecc.), sorgono e vivono, spesso come meteore, espressioni di gruppi ristretti di intellettuali e di scrittori che si pongono il compito di svecchiare la cultura provinciale fiorentina (e italiana), proponendo giovani autori, rilanciando correnti e personaggi apparentemente dimenticati, creando occasioni d’incontro e di amicizia letteraria.

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SUL TAMBURO n.65: Cinzia Della Ciana, “Passi sui sassi”

Cinzia Della Ciana, Passi sui sassi, prefazione di Adriana Gloria Marigo, Arcidosso (Grosseto), Effigi, 2017

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di Giuseppe Panella

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Si tratta della prima raccolta di poesie di Cinzia Della Ciana ad essere pubblicata in forma organica ma non è certo il suo primo tentativo di scrittura lirica e di messa in scena poetica del suo universo interiore. La tentazione della poesia, infatti, attraversa da sempre la sua scrittura e la sua modalità di intervento letterario e anche il suo romanzo d’esordio (Acqua piena d’acqua pubblicato per il medesimo editore nel 2016) non è mai privo di concessioni alla liricità di una narrazione densa di eventi descrittivi e non soltanto aneddotici o puramente narrativi.

Passi sui sassi è un libro “petroso”, scabro, rotto, frantumato, impietoso. Scrive Adriana Gloria Marigo nella sua densa Prefazione alla raccolta della Della Ciana:

«In questo scenario petroso, la parola di Cinzia Della Ciana segue la specchiatura: la parola è scelta e al contempo proviene dalle profondità psichiche, dagli ascendenti culturali, da certe radicalizzazioni geoantropologiche, dal centro di una terra che risuona di voci trecentesche, molto sonore. È parola che s’aggruma attorno al suono bruno di densità potente e arcaica, parola che sembra coniata nella fucina di Vulcano, parola che non necessita d’aggettivazione tanto s’avvale di specificità immediata, verticale, regale, austera e che si distende in stellazioni semantiche provenienti dalla capacità di rinnovare “i contorni più sottili delle parole” (Walter Pater)» (p. 8).

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SUL TAMBURO n.64: Amelia Casadei, “La grotta della Chimera”

Amelia Casadei, La grotta della Chimera, Firenze, Polistampa, 2017

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di Giuseppe Panella

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Chi abita la grotta della Chimera? Tanti personaggi bizzarri e misteriosi, tante figure diseguali e inespresse, tante occasioni perdute. La Chimera è il simbolo dell’imprevedibile e dell’aspirazione all’altrove, il suo volto impaurisce e sconvolge, il suo rito fondativo è l’aspirazione umana a trovare quello che non c’è laddove il piacere e il dolore si esauriscono e svaniscono tra i bagliori guizzanti della speranza e dell’amore.

 

Non so se fu un dolce vapore, / Dolce sul mio dolore, / Sorriso di un volto notturno: / Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti / E l’immobilità dei firmamenti / E i gonfii rivi che vanno piangenti /
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti / E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti / E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera (Dino Campana, Notturni. La Chimera)

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SUL TAMBURO n.63: Virgilio Moretti, “Il vicinato e i campi. Elegie”

Virgilio Moretti, Il vicinato e i campi. Elegie, Siena, Editrice Il mio amico, 2015

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di Giuseppe Panella

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C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per ridere e un tempo per piangere, un tempo per seminare e un tempo per sradicare le piante, un tempo per parlare e un tempo per tacere – ammonisce Salomone il saggio nell’Ecclesiaste. Il tempo delle culture agrarie da sempre è scandito da eventi sempre uguali e mossi da moventi sempre simili nelle attese e nei risultati: la semina, la crescita delle piante, dei fiori e dei frutti, la raccolta, la vendemmia, la conservazione dei prodotti ottenuti, la programmazione sempre la stessa e sempre diversa del futuro prossimo.

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SUL TAMBURO n.62: Stefano Petruccioli, “I miglioratori del mondo. Utopia e democrazia tra letteratura, fumetto, filosofia”

Stefano Petruccioli, I miglioratori del mondo. Utopia e democrazia tra letteratura, fumetto, filosofia, Bergamo, Moretti & Vitali, 2017

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di Giuseppe Panella

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Prima di tutto bisogna chiedersi chi siano “i miglioratori del mondo”. Sono coloro i quali aspirano, in realtà, più che a migliorarlo e a renderlo più adeguato alle esigenze umane, a cambiare il mondo in profondità, a creare un nuovo modello di Uomo, a rendere la vita perfetta e agibile per sempre e non solo per il limitato orizzonte di ogni individuo che vive nel presente. “I filosofi finora si sono limitati a interpretare il mondo, si tratta però di cambiarlo” – hanno scritto Karl Marx e Friedrich Engels nella undicesima delle loro Tesi su Feuerbach. Il fatto è che per rendere la realtà umana abitabile e gestibile per tutti, per portare la felicità sulla Terra, per permettere al mondo di essere ordinato, confortevole e compiutamente trasformato, libero dagli impacci della Storia e dalle angosce della mancanza di libertà e dell’impossibilità di sopravvivere senza stenti e sofferenze, quello stesso mondo deve essere distrutto e il nuovo sorgere sulle macerie del vecchio. Occorre distruggere il presente per organizzare il futuro, è necessario cancellare il passato per preparare in maniera adeguata l’avvenire dell’umanità. Si tratta di realizzare in modo compiuto e onorevole l’utopia che permetterà di cancellare diseguaglianza e dolore e instaurare il regno della libertà e dell’uguaglianza umana. Questo può compare perdite umane e dolore e sofferenza a chi si oppone al cambiamento o la fine di intere generazioni ed epoche della vicenda umana: c’è da pagare un prezzo di illibertà e di sopraffazione per una libertà futura mai conosciuta prima e per la felicità possibile da ottenere per tutti al costo dell’infelicità di alcuni. Ogni rivoluzione, ogni trasformazione storica, ogni cambiamento epocale comporta questo necessariamente. Ma quello che bisogna chiedersi è se questa palingenesi, questa “grande trasformazione” avverrà da davvero. I “miglioratori” miglioreranno davvero il mondo?

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SUL TAMBURO n.61: Andrea Verri, “Per la giustizia in terra. Leonardo Sciascia, Manzoni, Belli e Verga”

Andrea Verri, Per la giustizia in terra. Leonardo Sciascia, Manzoni, Belli e Verga, prefazione di Ricciarda Ricorda, Mira (Venezia), ArtPrint Editrice, 2017

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di Giuseppe Panella

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La bibliografia su Leonardo Sciascia e la sua produzione letteraria, saggistica, aforistica, teatrale (e chi più ne ha più ne metta) è ormai così vasta e così ampia da risultare incontrollabile anche al più attento dei critici e /o dei lettori. Questa raccolta di saggi di Andrea Verri sarebbe sfuggita anch’essa se non fosse per l’originalità delle connessioni e dei rapporti che costruisce a partire dallo scrittore siciliano per giungere a lambire e affrontare gran parte della cultura letteraria italiana. La cultura letteraria dispiegata da Sciascia nelle sue opere è stata enorme e i collegamenti presenti nella sua produzione sono stati di grande ampiezza e notevole qualità fino a formare una vera e propria ragnatela di riferimenti letterari. L’intertestualità, quindi, come tecnica di indagine a livello di analisi della tessitura stilistica e ideologica presente nelle opere dello scrittore siciliano costituisce il contributo metodologico più significativo presente in questo volume di Verri mentre a livello tematico molto significativi sono i diversi sondaggi compiuti riguardo la sua relazione con alcuni autori classici italiani e il suo possibile riscontro nel complesso della produzione stessa sciasciana.

Come annota Ricciarda Ricorda nella sua intensa prefazione al volume:

L’attenzione al dato etico sembra essere il filo rosso che consente di accostare all’analisi del manzonismo di Sciascia il rilevamento del suo interesse per Belli, la cui continuità nel tempo Verri riporta a ragione proprio alla dimensione morale evidente nella produzione del poeta ottocentesco. Anche in lui, dunque, lo scrittore siciliano cerca quanto più gli sta a cuore, cerca, nonostante tutte le differenze e la distanza, se stesso» (p. 3).

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SUL TAMBURO n.60: Paola Rondini, “Crepapelle”

Paola Rondini, Crepapelle, Roma, Intrecci Edizioni, 2017

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di Giuseppe Panella

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Un romanzo enigmatico, un romanzo ricco di pathos, un romanzo che allude a una realtà sfuggente e disorientata, un romanzo senza idillio – e si potrebbe continuare a lungo a inanellare definizioni per un testo narrativo ricco e straziato come questo, frutto di una deliberata volontà di nascondere i retroscena per potere (e sapere) mostrare meglio ciò che soprattutto conta e che viene esibito sulla scena della realtà sconcertante e senza asse centrale che si trova costretto a mettere in evidenza.

La cifra stilistica di quest’opera narrativa è, infatti, l’allusione: gli eventi narrati vengono accennati, sfumati, avvolti in una nebbia di dubbio o allucinati dalla mente di chi li vive ma mai descritti per quello che sono stati veramente (o che si presume siano stati). I diversi personaggi che si succedono sulla scena non sanno che cosa vogliono o che cosa hanno voluto fare: non lo sa il dottor Giacomo Selvi nel momento in cui compie scelte decisive per la sua vita, non lo sa Greta Lensi quando decide di sottoporsi a una complessa operazione di chirurgia estetica che dovrebbe riportare il suo volto alla passata freschezza e giovinezza, non lo sa l’astrofisico Edoardo Valori quando distribuisce per strada, davanti alla casa di riposo per anziani in cui vive, dei fogli che contengono la rappresentazione della lemniscata di Bernouilli il che gli permette di continuare a pensare di avere un ruolo nella vita di chi incontra per caso. Il racconto della vicenda umana e sentimentale di Edo la cui fidanzatina Giselda muore per un tragico errore durante un rastrellamento di guerra ad opera dei tedeschi è al centro del romanzo e rappresenta il cuore pulsante della narrazione. La sua scoperta di un mondo parallelo a quello reale, un “infundibolo” (per dirla con un’espressione ricreata da Kurt Vonnegut nel suo Le sirene di Titano utilizzando un’analoga creazione linguistica di Beckett), lo porta a costruirsi un mondo tutto proprio mediante il quale sfuggire al dolore della perdita della persona amata e all’angoscia della vita quotidiana durante le vicende della guerra.

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SUL TAMBURO n.59: Emiliano Gucci, “Voi due senza di me”

Emiliano Gucci, Voi due senza di me, Milano, Feltrinelli, 2017

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di Giuseppe Panella

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Un bambino morto in circostanze misteriose osserva ciò che accade ai suoi genitori nel corso di vent’anni della loro vita e trova che poco o nulla è cambiato in essa. Sembra una variazione sul tema del Sesto senso (il film d’esordio di M. Night Shyamalan del 1999) o una ripresa di Amabili resti (romanzo di Alice Sebold del 2002, film di Peter Jackson nel 2009). Ma le cose non stanno così.

Il punto di vista del bambino non è l’unico a costituirsi come l’angolazione del romanzo di Gucci: lo sguardo dall’alto viene spesso sostituito e si intreccia con quello dei due protagonisti Michele e Marta. I punti di vista, quindi, alla fine risultano tre: quello del bambino defunto che non ha nome e che risulta senza età registrabile, quello dell’uomo il cui tentativo di recupero sentimentale con Marta viene descritto nella prima parte del romanzo, quello della donna che cerca di ritrovare l’uomo che ha perso come compagno di una vita insieme al bambino scomparso.

Tra i due protagonisti si apre uno iato legato all’incidente in cui il loro figlioletto è morto: non si saprà mai, infatti, se è perito vittima di un incidente dovuto a trascuratezza o goffaggine della mamma oppure sia stata lei a mettere fine alla vita del suo bambino in un momento di aberrazione e di perdita di senso. Il rapporto tra i due innamorati si interromperà in quel momento e non verrà più recuperato anche successivamente – inoltre sulle spalle della madre rimarrà sempre a pesare il dubbio che sia stata proprio lei a far morire il proprio figlio (così infatti il paese in cui abitavano interpreterà la vicenda condannando la mamma all’infamia del delitto volontario).

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Per Giovanni Nencioni, a cura di Gualberto Alvino

Gualberto Alvino-Luca Serianni-Salvatore C. Sgroi-Pietro TrifonePer Giovanni Nencioni, a cura di Gualberto Alvino, con 35 lettere inedite al curatore, Roma, Fermenti, 2017.

di Anna Maria Milone

Il volume delinea un’immagine a tutto tondo di Giovanni Nencioni, storico della lingua, tra i maggiori glottologi e lessicografi non solo italiani. I quattro studiosi — Alvino, Serianni, Sgroi e Trifone — offrono al lettore il loro personale ricordo di Nencioni tratteggiando una figura di elevato spessore umano e culturale. Ci troviamo a leggere una raccolta di testimonianze che tende a livellare il gradino di conoscenza tra il Nencioni rivelato — ovvero quello letto e studiato, conosciuto attraverso la letteratura e l’attività scientifica (Trifone e Sgroi) — e il Nencioni privato, il signore che non rallenta l’incedere sotto il peso degli anni (Serianni), l’amico intellettualmente affine (Alvino). Salvatore C. Sgroi tenta una raccolta di definizioni e citazioni volta a restituire uno sguardo completo sulla vastità di interessi e contributi che il linguista-filologo ci lascia. Le riflessioni sull’oggetto della linguistica, sulla lingua e sulla sua funzione sociale, l’idea di comunità educante, non rimangono soltanto mirabili pagine di letteratura, ma offrono uno strumento di osservazione a chiunque si accosti alla magmatica materia comunicativa, si tratti di studiosi, di semplici curiosi o di docenti.

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SUL TAMBURO n.58: Simona Lo Iacono, “Il morso”

Simona Lo Iacono, Il morso, Vicenza, Neri Pozza, 2017

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di Giuseppe Panella

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Il titolo del quinto romanzo di Simona Lo Iacono (vincitrice nel 2017 della trentesima edizione del Premio Chianti con Le streghe di Lenzavacche, pubblicato dalle Edizioni E/O) si può estrarre dai versi di Salvatore Quasimodo che fanno da epigrafe al libro. I versi, citati dalla raccolta Giorno dopo giorno del 1947, esprimono lo strazio e l’angoscia legati alle vicende della guerra appena finita e le cui macerie sono ancora visibili agli occhi di tutti: “Vi riconosco, miei simili, / o mostri della terra. / Al vostro morso è caduta la pietà, / e la croce gentile ci ha lasciati. / E più non posso tornare nel mio eliso”. Il “morso”, di conseguenza, rappresenta il male di vivere, il dolore che nasce dalla sofferenza inflitta da chi ha dimenticato la propria umanità, l’impossibilità di condividere con gli altri esseri umani sentimenti di amore e di compassione. Continua a leggere

SUL TAMBURO n.57: Fabrizio Coscia, “La bellezza che resta”

Fabrizio Coscia, La bellezza che resta, Siena, Melville Edizioni, 2017

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di Giuseppe Panella

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Con questo suo non facilmente definibile testo narrativo (né romanzo, né saggio, né testo di critica letteraria), Fabrizio Coscia tenta un’interpretazione molto azzardata e molto affascinante del problema fondamentale di ogni vita umana: quello della morte che attende tutti ma che ognuno vive, fino all’ultimo, a modo suo – con rassegnazione, con coraggio, con rabbia, con volontà di sapere, con la certezza che dopo il trapasso ci sarà un’altra vita, con la sicurezza che dopo di lui non ci sarà più nulla, con pudore, con sfrontatezza, con desiderio …

Coscia esamina, con la consueta acribia, le opere finali di una serie di intellettuali e di artisti verificando, attraverso una ricostruzione del loro dispositivo formale ma anche ovviamente del loro contenuto, come scrivendo o componendo o registrando opere musicali (è il caso di Glenn Gould) o dipingendo, essi si siano avviati alla morte, si siano apprestati “a cominciare a morire” (come dice un personaggio del romanzo Chadži-Murat di Tolstoj, il soldato Avdèev, che è stato ferito gravemente e che sa che la sua vita è al termine).

E’ il caso dell’”ultima stazione” di Tolstoj – la sua fuga finale che culminerà con la morte in una piccola stazione, Astàpovo, sulla linea ferroviaria a duecentocinquanta miglia a sud-est di Mosca.

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SUL TAMBURO n.56: Paolo Codazzi, “Il pittore di ex-voto”

Paolo Codazzi, Il pittore di ex-voto, Napoli, Tullio Pironti Editore, 2017

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di Giuseppe Panella

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Il fortunato salvataggio e il destino felice del marinaio Tommaso Ferrando, naufragato con il piroscafo “Perugia” nell’Oceano Pacifico nel 1904, campisce sulla copertina di questo nuovo romanzo di Paolo Codazzi (che sostituisce quasi totalmente il precedente Il destino delle nuvole del 2010 che pur narra una storia analoga a quella presente nelle pagine di Il pittore di ex-voto).

L’ex-voto è di solito una tavoletta di legno su cui pittori di non grande qualità innovativa dal punto di vista artistico (o più prosaicamente degli efficaci realizzatori di croste) ma molto abili nell’immedesimarsi nel pathos dell’evento rappresentato e nel renderlo efficacemente.

Il pregio di un pittore di ex-voto non era la sperimentazione pittorica che porta a compimento né la resa mimetica dell’opera né la fedeltà al soggetto ma la sua capacità di mostrare la fede di chi ha ordinato il quadretto e la forza miracolosa e inarrestabile della divinità che ha permesso al miracolato di sopravvivere. E’ la fede, quindi, a sostenere il quadro, non la verità – chi ordina l’ex-voto per dimostrare riconoscenza e devozione alla Madonna o ai Santi autori e intercessori del fatto miracoloso non lo fa per realizzare un'(improbabile) opera d’arte ma per testimoniare che “lassù Qualcuno lo ama” e che è sceso sulla terra per salvarlo da morte sicura (o dalla perdita di arti, mani, piedi, braccia compromessi da incidenti del più vario tipo e livello). Inoltre la dipintura del fatto miracoloso permette di porre in bella evidenza la predilezione del santo o della Madonna autore/ ice del salvataggio nei confronti del loro devoto diletto e salvato per la sua devozione precedentemente dimostrata (come riferiva Michele Rak in una conferenza da me ascoltata nel 1982 e che costituiva la presentazione molto articolata di un grosso libro, Per grazia ricevuta. Le tavolette dipinte ex voto per il santuario della Madonna dell’Arco, Napoli, CST Cooperativa editrice, 1983, in cui analizzava la semantica della rappresentazione votiva).

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SUL TAMBURO n.55: Roberto Lasco, “Frammenti lirici”

Roberto Lasco, Frammenti lirici, Lecce, Youcanprint Self Publishing, 2016

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di Giuseppe Panella

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L’esordio poetico di Roberto Lasco è classico e temperato – i suoi Frammenti lirici testimoniano un afflato riflessivo e sentimentale non indifferente. I temi che Lasco tocca e approfondisce sono legati alla tradizione lirica italiana – come lo stesso titolo della raccolta intende testimoniare – ma nella sua scrittura non mancano novità di un certo pregio e rilievo:

«Vivere. Agitato, riordino il caldo sapore / dell’esistenza. / Succede che l’attimo è sfuggente / perché coglie l’essenza, / che compare misera e stanca / in compagnie estetiche. / Libero le ali consumate / dal veleno del tempo, / che corre per anelare / sicuro dell’impeto / che mi trascina leggiadro / fra mete incantate. / Il vivere per il vivere / s’atrofizza in distese d’immenso, / quasi a significare che il vago / ha conquistato l’essere. / Echi lontani, dispersi nell’aria / rivelano l’intimo gioire / di chi pensa che tutto s’ottiene / senza il plauso dell’infamia. / Giardini sommersi appaiono / come scene di un teatro che / ha perso splendore perché svilito / dalla coltre della saggezza» (p. 18).

“Vivere per vivere” è la risposta all’infinito protrarsi dell’attesa di fronte alla difficoltà a selezionare e a catalogare il tutto, all’impossibilità di dargli un senso. Il “caldo sapore dell’esistenza” è quello che la poesia deve recuperare, ritrovare, riassaporare e far rilucere nel limbo traslucido della coscienza. La scrittura poetica si pone il compito, difficile e meraviglioso, di librarsi nel cielo terso e lucido di ciò che è destinato a durare, liberandosi dal “veleno del tempo”. Infatti, la bellezza del mondo si dispiega in tutto il suo fulgore nel tempo senza tempo che costituisce il teatro della vita resa purificata dalla forza della parola del verso.

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SUL TAMBURO n.54: Roberto Cecchetti, “La metrica dell’apparenza”

Roberto Cecchetti, La metrica dell’apparenza, Carmignano (PO), Attucci Editrice, 2017

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di Giuseppe Panella

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Esiste una metrica dell’apparenza valutabile e considerabile come l’effetto di un rapporto organico e definitivo con la realtà della vita e delle cose? E’ possibile trovare la verità sottesa e nascosta dietro le vicende dell’esistenza di ognuno e soprattutto dietro la propria?

Roberto Cecchetti prova a raggiungere questo risultato analizzando e ricostruendo un’estate significativa della propria vita (quella dei suoi diciotto anni, l’anno della separazione forzata e apparentemente inspiegabile tra suo padre e sua madre).

Il suo romanzo-autobiografia di esordio individua in una serie di episodi, di figure-chiave, di macchiette e di stereotipi umani destrutturati e ricostruiti secondo questa loro qualità rappresentativa la possibilità di dare un senso e di individuare un significato a una vicenda che altrimenti rischierebbe di non averne. Romano Madera nel suo breve testo introduttivo scrive del racconto-scontro di Cecchetti con il mondo che si tratta:

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SUL TAMBURO n.53: Henry Ariemma, “Aruspice nelle viscere”

Henry Ariemma, Aruspice nelle viscere, Borgomanero (Novara), Giuliano Ladolfi Editore, 2016

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di Giuseppe Panella

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La lettura delle viscere degli animali (uccelli come le colombe ma anche ovini come agnelli e montoni) costituiva una pratica comune tra gli antichi nell’ambito dell’attività divinatoria dei sacerdoti (maestri nell’aruspicina o estispicina erano stati gli Etruschi e la pratica sacra che li vedeva trovare responsi e verità nella profondità dei corpi degli animali sacrificati costituiva gran parte del rapporto tra il popolo e gli Dei da esso adorati). Gli aruspici trovavano nelle viscere e negli organi che le compongono le tracce di un futuro che solo la divinità poteva conoscere e che agli uomini si rivelava soltanto per accenni, per allusioni, per frammenti, per sospetti: i corpi dei volatili o degli ovini contenevano un segreto che solo occhi esperti e qualificati potevano scorgere e sanzionare.

Tale pratica divinatoria, forse, assomiglia a quella dei poeti che estraggono il futuro della lingua a venire dal corpo enorme dei vocabolari (o della lingua parlata) che sventrano e dissezionano per estrarne la verità nascosta.

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