Gualtiero Jacopetti. Graffi sul mondo

Graffi sul mondo
di Stefano Loparco

Gualtiero Jacopetti «Fascista», «razzista», «sadico» e ancora, «cronista della feccia del mondo», «necroforo dell’immagine» e «manipolatore della realtà»: al di là di un lunghissimo curriculum professionale, gli strepitosi incassi dei suoi film e la popolarità raggiunta, per la critica cinematografica di mezzo mondo, Gualtiero Jacopetti è stato e resta un ‘fascista’. Punto e a capo. Continua a leggere

Il monumento al Circo Massimo per dare voce al mondo dell’arte

Visalli
Intervista all’autore dell’opera e della protesta, Francesco Visalli

Dal red carpet al Circo Massimo. “La Grande Bellezza”, o forse no. Era il 27 gennaio, e a Roma il pittore Francesco Visalli si autodenunciava per aver commesso un atto di abusivismo, ovvero per aver installato nei pressi del Circo Massimo un monolite dedicato all’artista olandese Mondriaan, senza che nessuno se ne accorgesse. Questo gesto, che altro non è che un atto di protesta, ce lo ha raccontato lo stesso Francesco Visalli. Continua a leggere

Sonia Lambertini. Inediti

viaggio
I.

Le braccia lungo il corpo
pesante, l’ultimo letto.
Nessuno a lato
Nessuno in fondo ai piedi
Nessuno sopra la testa

sorda, alle parole di uomini divini
che del cielo hanno ben poco,
spero nella comprensione
del gatto, dall’occhio striato
dell’umano di turno Continua a leggere

Il poter dei giocattoli, di Riccardo Raimondo

di Erminio Alberti

La lettura de Il potere dei giocattoli, seconda raccolta di Riccardo Raimondo, edita da Sentieri Meridiani, assume, agli occhi di un lettore attento, quasi la forma di una bildung. Perché, come ha notato bene Sebastiano Aglieco nella sua prefazione alla raccolta, questi versi «fanno i conti, insomma, con l’uscita dall’infanzia e con la responsabilità della lingua». E ce ne accorgiamo sin dalla prima sezione, dai versi iniziali, che ci testimoniano questo sforzo dell’autore, e con esso il conflitto tra mondo dell’infanzia, intorno a cui ruotano sogni, ricordi, nostalgie, e mondo del reale, il mondo «dove oggi grattano le falde/gli spurghi delle villette a schiera»: «ancora oggi stento ad alzarmi dal letto, / come quando ero bambino, / voglio restare nel buco matto dei sogni, / non voglio cadere in un altro mattino.» Continua a leggere

Quegli anni maledetti – Franz Krauspenhaar Le monetine del Raphael, Gaffi editore.

di Giorgio Simoni

Franz Krauspenhaar è un toro da monta letteraria. Queste sono le parole che mi sono rimbalzate nella testa durante la lettura di Le monetine del Raphaël, ultima fatica dello scrittore pubblicata da Gaffi editore. Kraupenhaar snocciola frasi che colpiscono come una gragnola del Carlos Monzon dei bei tempi; toglie il fiato, gonfia gli occhi di stupore e rabbia, fa vibrare i polsi: insomma c’è poco da fare i damerini, le pagine del romanzo grondano letteratura, signori. Di quella sopraffina, che ti sbatte sotto gli occhi tanto le scopate furibonde quanto le peggiori stragi dei nostri anni plumbei, che al Robert Palmer cantore plastificato e patinato, sbronzo sboccante come un beone all’ultimo stadio nella ramazzottiana Milano da bere, affianca la scelta irreversibile, per certi versi drammatica, del protagonista – Fabio Bucchi – di lasciare il suo comodo posto impiegatizio in una ‟fabbrichetta” dell’hinterland per votarsi definitivamente all’Arte, quella con la A maiuscola. Continua a leggere

Valter Binaghi recensisce Le monetine del Raphael sul suo blog (29.5.2012)

E’ troppo vicina nel tempo (era il 30 aprile 1993) perchè qualcuno non ricordi la scena: Bettino Craxi, il leader indiscusso di un partito di governo e di un’intero decennio della storia italiana, veniva accolto all’uscita dell’Hotel Raphael da una furibonda manifestazione di indignazione popolare con relativo lancio di monetine, dopo che la Camera dei Deputati aveva negato l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti. Era l’apice di “Tangentopoli” e nello stesso tempo la fine del sogno italiano, un sogno che durava dall’epoca del boom economico degli anni Sessanta, quello di fare dell’Italia un paese moderno e civile. Che importa se appena un anno dopo uno degli uomini più vicini a Craxi, Silvio Berlusconi, provava a riproporre l’epica del “miracolo italiano” con un partito di plastica e nuovo di zecca, popolato da suoi dipendenti, avvocati e commercialisti? Berlusconi era evidentemente fasullo: la simulazione elevata alla seconda potenza, nessuno poteva credere all’innocenza di quell’immaginario, così smaccatamente cialtrone da apparire ai suoi stessi sostenitori la satira e agli altri la caricatura della politica tradizionalmente intesa. No, l’Italia era finita prima, il resto era solo conseguenza: per questo Franz Krauspenhaar, che di questo interminabile Basso Impero è un cantore spietatamente sincero, ha scelto quell’episodio come acme della vicenda che ha per protagonista uno dei suoi personaggi senza spada e senza corona. Dopo la furiosa tenerezza filiale del narratore di “Era mio padre” (Fazi 2008), ecco la parabola amara di un pittore che alla corte di nani e ballerine dell’ultimo vero satrapo italiano, ha raggiunto il successo di critica e di pubblico (per una volta non disgiunto da autentico talento), ha consumato i suoi proventi nella sfrenata disperazione dell’orgia, fino ad assistere, insieme a quello del Capo, al proprio declino fisico ed esistenziale, servendosi di tutto e di tutti (politica, amicizie, donne, sentimenti) per sacrificare all’unico idolo indiscusso: l’arte, la ricerca indefessa della forma e della sua dissoluzione, unico stile e ragione di vita possibile. Continua a leggere

Daniela Matronola recensisce Le monetine del Raphael su Alias de Il Manifesto.

06/05/2012 ALIAS

Il rosso del sangue e del bordello. E poi tutti questi interni. Difficile trovare un vero esterno, riconoscibile come tale. Anche quando (Bacon) dipinge Soho e un’automobile, sembra di stare in uno studio. Così Franz Krauspenhaar (autore milanese di padre tedesco e lontane origini olandesi) nel suo Un viaggio con Francis Bacon (Zona, 2010), personal essay e in effetti vera guida alla lettura di Le monetine del Raphaël, appena edito da Gaffi nella collana Godot diretta da Andrea Carraro. Un romanzo dopotutto da camera, o da studio appunto: il pittore Fabio Bucchi, vorace e onnivoro escursionista di almeno cinque decenni italiani (dai ’60 al 2010), vi è relegato, morente, accudito da Angela, giovane allieva/infermiera/badante, e vi riattraversa la politica lo stragismo il socialismo con l’epopea della sua auge infame nel decennio Ottanta e la caduta dei suoi dèi di cartone subito sostituiti da dèi supplenti fin più sguaiati e arcigni. Ne diventa metafora efficace, sintesi dolente e sfrenata, il sesso delle orge, il potere esercitato come eros e dominazione, a emblema della storia del nostro dopoguerra che, dopo l’immediata innocenza creaturale, la più che decente, decorosa, volontà di rinascita della nazione, è esplosa in voracità famelica, in sporcizia politica da rivoltapastrani, in trasformismo che smettendo e indossando casacche ha fatto scorribande per l’intero arco costituzionale. Continua a leggere

Riccardo Raimondo recensisce Effekappa su Critica letteraria

di Riccardo Raimondo

A una prima lettura, sembra che l’intero far poesia di K sia drammatico, in quanto drammatica ne è l’origine: stupore, tutto si capovolge, il drammatico diventa grammatica che definisce un mondo costruito da un ego spropositato che trancia via ogni fede precedente, fiducia, senso reale del tempo o regola di viaggio» – così Cristina Annino scrive nell’incipit della sua prefazione a Effekappa, l’ultima raccolta di versi di Franz Krauspenhaar (Zona Editrice 2011).

F. Krauspenhaar, molto più noto come narratore, esordisce in poesia nel 2005 con l’ebook Champagne (poesie 1981-2005), per poi arrivare, attraverso percorsi e raccolte più o meno organiche e coerenti stilisticamente, a Franzwolf nel 2009 – potrei dire: la sua prima vera raccolta (qui trovate una mia recensione a Franzwolf)
Effekappa rappresenta dunque, nel suo percorso poetico, la prova del nove, un approdo maturo attraverso il quale tirare le somme della sua evoluzione. Continua a leggere

Ora rimane la sera. Una nota su Effekappa (Zona Editrice.)

di Fabio Franzin

Non conosco di persona Franz Krauspenhaar, ma mi sono emozionato, qualche anno fa, leggendo il suo romanzo Era mio padre, dove l’autore ricercava, dentro la sua scrittura, le radici di un amore profondo, pur nel passato scomodo del genitore.
Non lo conosco di persona Franz, dicevo, ma so, per via del web dove ogni tanto mi rifugio – rete che tutto imbriglia e tira su, che tutto pesca nei suoi mari ora calmi, ora burrascosi, e sempre più spesso così inquinati dall’invidia e dal rancore, da discussioni insulse –, che anch’esso è una personalità scomoda, capace di attirare a sé simpatie e antipatie, di essere persino frainteso, credo.
A me, a pelle, sta simpatico. Sarà quel suo nome che è già più di metà del mio cognome, sarà che alcuni amici, in tempi per me più felici, mi chiamavano proprio Franz. Sarà… quella sua aria da sborone nelle foto che lo ritraggono – che ho trovato sempre nella rete, fra cozze e perle –; ne ho incontrati tanti con quell’aria: prima mi stavano un po’ sulle palle, poi, conoscendoli meglio, siamo diventati sempre ottimi amici; perché dietro la maschera c’è sempre l’uomo, con le sue lacrime, le sue fragilità. È dietro le facce serie e per bene che spesso si cela il farabutto. Continua a leggere

L’ibrido autobiografico di Coratelli.

di Franz Krauspenhaar

Conosco bene Fernando Coratelli, uno scrittore barese di stanza ormai da parecchi anni a Milano. E’ anche operatore culturale, organizzatore di serate e readings, editor. Coratelli crede ancora – uno dei pochi – nel potere della letteratura di muovere non solo le coscienze (che è “movimento sedentario”, per dir così) ma soprattutto le persone, fisicamente, da un luogo all’altro. Organizzare eventi legati al libro significa prestare particolare ascolto a ciò che inizia e finisce con la lettura, perché il libro è la letteratura, ovvero è un contenitore fisico di problematiche esistenziali, di speranze, di lotte, di pensiero umano. Il libro comincia laddove finisce un vissuto legato all’opera, come se esso fosse il neonato distaccato dal taglio del cordone ombelicale. Continua a leggere

Nonameplace recensisce Effekappa [Zona]

Ho conosciuto Franz Krauspenhaar all’epoca della stesura del suo romanzo “Era mio padre”. Ricordo che durante uno di quei primi incontri parlammo anche di poesia, ma non della mia, più che misconosciuta, né della sua che in quel periodo, dopo alcune raccolte pubblicate on –line, era in una fase di stand-by. Parlammo di Mark Strand, o meglio io parlai ( credo anche per darmi un tono) di Strand che in quei giorni era fra i miei poeti preferiti, e intorno a lui e alla sua poesia mi aggiravo, e ne narravo ogni volta che se ne presentava l’occasione, in una sorta d’incantamento. Con me, immancabile, avevo perciò uno dei suoi libri. Lo mostrai a Franz che iniziò a sfogliarlo soffermandosi sull’una e l’altra poesia, dapprincipio distrattamente, forse solo per cortesia, poi sempre con maggiore interesse fino ad astrarsi quasi completamente dimenticandosi, mi parve, per lunghissimi istanti anche della mia presenza. Continua a leggere

Effekappa a Cosenza

Si è svolta nelle prestigiose sale della libreria Ubik di Cosenza la presentazione dell’ultima raccolta poetica di Franz Krauspenhaar dal titolo “Effekappa” (Zone editrice 2011). Autore tra i più prolifici e interessanti del panorama letterario italiano, di madre calabrese e padre tedesco, Franz Krauspenhaar (Milano 1960), è autore di diversi titoli narrativa, tra i quali si ricordano almeno “Era mio padre” (Fazi 2008), “Un viaggio con Francis Bacon” (Zona 2010), “1975” (Caratterimobili, 2010), e di racconti per numerose antologie. Dopo “Franzwolf, un’autobiografia in versi” (Manifattura Torino Poesia 2009), “Effekappa” è la sua seconda silloge poetica, che offre una varietà di temi e situazioni estremamente suggestive che appassionano il lettore a primo impatto. Continua a leggere

Effekappa (Zona) – due nuove date a Milano.

Effekappa (Zona) verrà presentato nuovamente a Milano – dopo la bella presentazione alla trattoria La Fermada a cura di Marco Saya – mercoledì 29 al Circolo Romeo Cerizza via Meucci 2, a cura di Francesca Genti e Anna Lamberti Bocconi, e giovedì 1 marzo al GAV in via Accademia (traversa di via Porpora) a cura di Alessandra D’Agostino.

Prima presentazione milanese di Effekappa (Zona)

Trattoria FERMADA, Mi a sun chi!, Via Decemviri 14, 20138 Milano, cucina milanese tradizionale.
Venerdì 10 Febbraio 2012 ore 19,00 … Presentazione della raccolta poetica   EFFEKAPPA Nuove Poesie
Ne parlerà l’autore Franz Krauspenhaar con Marco Saya.   Interventi jazzistici a cura di Stefano Tampellini al sax
Per info e prenotazioni: trattoriamilanese@yahoo.it Tel. 0287380195 Cell. 3490761629

I versi color amaranto di Krauspenhaar

Lo scrittore milanese nella sua nuova raccolta esplora
la realtà attraverso il dramma umano e la fisicità del dolore.

di Angelo Molica Franco

Se il poetare di Franz Krauspenhaar fosse un colore, sarebbe l’amaranto poiché esso tocca tonalità – cremisi, scarlatto, granata capaci solo di somigliargli. Allo stesso modo, le strofe di “Effekappa” (Editrice Zona, 2011) sono ammantate da un sentimento che non è solo malinconia, dolcezza, dramma, dolore, bellezza: c’è sempre una traccia che sa sfuggire all’interpretazione del lettore. Continua a leggere

Nota su Effekappa – di Andrea Caterini

Leggo le poesie di “Effekappa” di Franz Krauspenhaar. Di Krauspenhaar colpisce il modo in cui l’invettiva sia la bolla che custodisce la propria solitudine: “Per rabbia consumo chilometri. E’ così. Vite/ appese al collare del diavolo/ si nasce spalancati…”. Colpisce, poi, come l’io, la sua nudità (che è quel “nascere spalancati” al quale Franz desidererebbe fare ritorno) sia l’unica arma contro la cecità del mondo. Un’arma però, che incendia solo se stessa, che in se stessa s’illumina e s’accende, che sogna una vita fatta di slanci. Leggo da “Letteratura” questi tre versi: “Insegnami a mirare in alto/ a fare della vita un salto/ verso l’estremità del cielo”. Ecco, nel libro si contrappongono continuamente poesie scritte, si direbbe, per rabbia e altre scritte in intimità. Ma se a un primo sguardo si potrebbe pensare che le poesie scritte per rabbia siano quelle nelle quali Franz si rivolge a qualcuno, a un interlocutore preciso e determinato (un soggetto estraneo alla sua persona e quindi fuori da sé), credo però che quelle più intime, scritte come in un ripetuto dialogo con se stesso – o col se stesso desiderato e nudo – quasi fossero preghiere, siano invece quelle che più delle altre cerchino occhi capaci di incontrarsi con i suoi. Occhi che finalmente si riconoscono. Occhi che riconoscono l’uno la solitudine dell’altro: “Nessuno/ di caro che si affacci/ dalla vita, un minuto, a guardarmi”.

Franz Krauspenhaar

Effekappa (Zona Editrice.)

128 pagg. 13 euro.

Maria De Filippi, di Emanuele Kraushaar

recensione di Franz Krauspenhaar

Oggi anche gli iconoclasti hanno cambiato pelle. Oggi sono simili ai simili dei simili, solo che vanno in tv. Sono pesci nell’acquario sconfinato delle “private”. Emanuele Kraushaar, trentaquattro anni, romano, “lepelsino” della prima ora, è uno scrittore eccellente nel breve e nel brevissimo. Spesso le sue scritture sono come frontiere narrative tra poesia e racconto, per cui posso dire che Emanuele è uno davvero originale nel nostro panorama letterario fatto di troiette senza qualità e di megalomani al primo romanzo, o, come dice una mia amica, di realizzatori di “merda che non puzza”, perché di questo si cibano oggi un bel numero di editori, trasformatori dell’inutile e del dannoso . Kraushaar ha avuto la geniale di idea di prendere il fenomeno mortale di “Uomini e donne”, il programma di Maria De Filippi in onda su Canale 5 ormai da anni, e di vivisezionarlo in senso letterario. Cioè ha preso il format in voga, il canovaccio televisivo sempre uguale di giovanotti e giovanotte in vetrina che fanno finta di corteggiarsi, e l’ha posizionato con cura nel proprio personale format, lo ha adagiato cioè nella sua propria maniera di raccontare. Continua a leggere

Il cibo senza nome, di Pasquale Vitagliano

Anche se mi parli, tu taci
il silenzio che hai dentro,
tu taci il vuoto prima del verbo,
tu taci il pugno cieco del rumore.

[Pasquale Vitagliano.]

recensione di Franz Krauspenhaar

Conosco da tempo il lavoro di Vitagliano, poeta e scrittore di Terlizzi, borgo del barese, posto che insieme ad altri posti mescola civiltà contadina e urbanizzazione e mercato, essendo Bari una città di scambi a tutto campo. In questo reticolo dove stanno umori e incidenze disparate, Vitagliano muove da sempre  le sue parole poetiche con circospetta forza drammatica. Quest’ultima raccolta, edita da Lietocolle, esprime, come nei versi citati, il silenzio duro di un tacere, l’impossibilità di farsi spiegazione di ogni cosa, l’impossibilità di una vera definizione del vivere. E la cosa a mio avviso straordinaria è che il poeta fa questo con le armi di una poesia molto fisica, a volte molto concreta, limata e allo stesso tempo piena di crepe, come nella terra contadina attaccata dal solleone, dove le immagini si stagliano e trovano fondamenta durature, invece che provare a far cantare l’inspiegabile con parole sommesse o aeree o surrealistico-visionarie, come per ricalcare il fumo inodore dell’imprendibilità metafisica. Così la poesia di Vitagliano mi appare nettamente come metafisica quasi nel senso di un De Chirico degli storici inizi, violentemente visiva ma potentemente e avvertitamente circoscritta, tendente all’esattezza, cosicché i veri amanti della poesia vera troveranno qui pane per i loro denti, grande serietà d’intenti, maturità raggiunta, segni anche materici di una letterarietà estrema ma non fuori luogo, fatta per farsi ricordare.

Le cose di cui sono capace, di Alessandro Zannoni

recensione di Franz Krauspenhaar

Un sacco di anni fa, quasi venti, la Einaudi faceva filotto pieno con un’antologia. Ora, sappiamo bene che le antologie lasciano il tempo che trovano, forse servono solo per fare catalogo, insomma spesso sono un’accozzaglia di racconti di un’accozzaglia di scrittori tenuti insieme dal momento, dalla contingenza. Allora invece “Gioventù cannibale” aveva rivelato alcuni giovani talenti – pensiamo ad Aldo Nove, fra i vari – e insomma quella era stata un’operazione sostanzialmente  di scouting di una generazione di “giovani maturi” che avrebbe fatto parlare di sé. Ma chi era là dentro il vero “cannibale”? Beh, forse Massimiliano Governi, ora editor di Bompiani, appena uscito con Chi scrive muore, forse proprio nessuno. Di certo lo sarebbe Alessandro Zannoni se si dovesse restaurare l’operazione editoriale. Continua a leggere