Eugenio Montale (1896-1981)

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La Storia

La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
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I crepuscolari #1

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GUIDO GOZZANO

Totò Merùmeni

I.

Col suo giardino incolto, le sale vaste, i bei
balconi secentisti guarniti di verzura,
la villa sembra tolta da certi versi miei,
sembra la villa-tipo, del Libro di Lettura…
Pensa migliori giorni la villa triste, pensa
gaie brigate sotto gli alberi centenari,
banchetti illustri nella sala da pranzo immensa
e danze nel salone spoglio da gli antiquari.
Ma dove in altri tempi giungeva Casa Ansaldo,
Casa Rattazzi, Casa d’Azeglio, Casa Oddone,
s’arresta un’automobile fremendo e sobbalzando,
villosi forestieri picchiano la gorgòne.
S’ode un latrato e un passo, si schiude cautamente
la porta… In quel silenzio di chiostro e di caserma
vive Totò Merùmeni con una madre inferma,
una prozia canuta ed uno zio demente.
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Michele Parrella (1929-1996)

Delitto all’idroscalo
ad Pier Paolo Pasolini

Ti hanno sfigurato
in un’Italia
che più non riconosci.

E massacrato nell’ambigua
certezza che il tuo corpo
per gli altri non avrà

altro giudice
che la furia dei tuoi
fratelli infelici.

Ora anche il tuo
rimpianto
è stato ucciso.

E nessuno di noi
può credere che l’amore
ha calpestato la tua faccia,

distrutto i tuoi occhi.
Nessuno di noi può credere
che la dolcezza della tua voce

ha insanguinato la tua testa,
come un melograno che rotola
nei solchi dì novembre.

Chi ti ha ucciso
è stato pagato.
Chi ti ha sfregiato

non era stato scelto
e pagato.
Eppure gli hanno detto:

Questa volta non facciamo saltare
un treno, ma un uomo che come un treno
pieno di uva matura corre verso la pigiatura.

Dobbiamo fermare quella vendemmia,
distruggere gli acini, i mosti
di un paese che è cresciuto.

E quel corpo irriconoscibile
annegano
nel suo stesso rimpianto.

(2 novembre 1975)
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Pasquale Giannino – In viaggio (inedito)

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In viaggio

L’uomo che ho di fronte ha la faccia di un mastino. Non ha voglia di parlare. Del resto anch’io sto pensando ai fatti miei… “È libero?” mi chiede un signore attempato con un largo sorriso. “Certo, si accomodi” rispondo. Dinanzi a lui siede sua moglie. L’uomo aggrotta la fronte, la smorfia della bocca diviene ancora più marcata. “Andiamo a Modena, la nostra città” mi dice il nuovo passeggero sempre gioviale. “Bene” rispondo con un cenno del capo. “Andiamo a trovare un cugino” interloquisce la moglie, una donna piccola e minuta. “Abbiamo lavorato tanto, sa” prosegue il marito. “Non abbiamo avuto figli… ora siamo pensionati e quando è possibile facciamo qualche viaggetto.” Annuisco. L’uomo-cane guarda dal finestrino come se cercasse qualcosa all’orizzonte, poi apre la borsa e ne trae nervosamente un quotidiano. “Ho lavorato tanto” ribadisce il signore che ho di fianco. “Ho fatto mille mestieri… I primi anni sono stati duri: in Belgio, nella miniera… Poi ho conosciuto lei, ci siamo sposati… Ne ho visti ammalarsi di silicosi!… Continua a leggere

Addio a Luigi Meneghello

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THIENE – Era il suo paese d’origine Malo, in terra vicentina. E lui l’ha raccontato in un romanzo che è uno dei capolavori del secondo Novecento italiano, Libera Nos a Malo, letto in tutto il mondo. A pochissimi chilometri dal paese dell’infanzia, nella sua casa di Thiene, stamattina Luigi Meneghello è stato trovato privo di vita.

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Corrado Costa (1929-1991)

ANCORA SULLA POSSIBILITA’ PER VIVERE

Così non essere legati ad un contesto – contestare
così non aspettare revisione – restare condannati
così fuori tribù, fuori scheda o catalogo – essere salvati
come se dio nascesse preghiera per preghiera
come se ogni ostaggio impugnasse la storia
come se ogni sillaba contestasse il poema

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Domenico Lombardini – inediti

Propongo con piacere qui alcune poesie inedite di Domenico Lombardini fattemi conoscere da Fabrizio Centofanti. Poesia lucidamente attenta alla realtà attuale che si fa dolente ricordo di chi non c’è più come nella prima poesia dedicata a Ninetto Davoli in cui il poeta si rivolge con umile canto nel ricordo disperato: “Inutile dire che mi manchi. E la neve degli anni/ algidi sotto coltri hanno sepolto il ricordo – il tuo – […]”. In questa poesia diventa quasi ossessiva la ripetizione del verso “non ci sei” e il poeta si sente “come un pària” ; parola che ricorda una splendida raccolta di Bellintani. Continua a leggere

Attilio Bertolucci (1911-2000)

Lasciami sanguinare

Lasciami sanguinare sulla strada
sulla polvere sull’antipolvere sull’erba,
il cuore palpitando nel suo ritmo feriale
maschere verdi sulle case i rami

di castagno, i freschi rami, due uccelli
il maschio e la femmina volati via,
la pupilla duole se tenta
di seguirne la fuga l’amore

per le solitudini aria acqua del Bràtica,
non soccorrermi quando nel muovere
il braccio riapro la ferita il liquido
liquoroso m’inorridisce la vista,

attendi paziente oltre la curva via
l’alzarsi del vento nel mezzogiorno, fingi
soltanto allora d’avermi udito chiamare,
entra nella mia visuale da un giorno

quieto di settembre, la tavola apparecchiata
i figli stanchi d’attendere, i figli
giovani col colore della gioventù
esaltato da una luce che quei rami inverdiscono.

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Monica Borettini su “Album feriale” di Maria Pia Quintavalla

Album feriale: OVVERO: dalla radice all’acqua e dall’acqua al cielo passando per il cuore.

Sofocle diceva che esiste una parola, una sola, capace di liberarci da tutto il peso ed il dolore della vita: questa parola come molti di voi sanno o immaginano è “amore”. Con Album feriale, Maria Pia Quintavalla, parte dal nucleo marmoreo di una sofferenza intima, localizzata nelle proprie radici, e analizza con lucidità, gli orizzonti degli insegnamenti ricevuti, gli atavici conflitti tra figli e genitori, e il desiderio di riaffermarsi quale entità femminile finalmente libera e nudata da inutili sovrastrutture e ci offre un saggio che incarna “l’amore” tramite un canto poetico e non privo di una certa accattivante e fascinosa melodia. Continua a leggere

Danilo Dolci (1924-1997)

Annunciano di avere ammazzato
milletrecentoventisette persone,
si vantano di averne rovinate
di schianto altre diecimila,
si gloriano di aver distrutto
dighe, industrie
“anche per elevare il morale del popolo”,
di aver sconvolto undici strade:

anacronistici mostri
lo sterminio lo chiamano vittoria.
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Giuseppe Ungaretti (1888-1970)

Veglia
Cima Quattro il 23 dicembre 1915

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

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Umberto Saba – 2 giugno

Mi piace ricordare il 2 giugno con questa poesia di Umberto Saba.

Teatro degli Artigianelli

Falce martello e la stella d’Italia
ornano nuovi la sala. Ma quanto
dolore per quel segno su quel muro!

Esce, sorretto dalle grucce, il Prologo.
Saluta al pugno; dice sue parole
perché le donne ridano e i fanciulli
che affollano la povera platea.
Dice, timido ancora, dell’idea
che gli animi affratella; chiude: “E adesso
faccio come i tedeschi: mi ritiro”.
Tra un atto e l’altro, alla Cantina, in giro
rosseggia parco ai bicchieri l’amico
dell’uomo, cui rimargina ferite,
gli chiude solchi dolorosi; alcuno
venuto qui da spaventosi esigli,
si scalda a lui come chi ha freddo al sole.

Questo è il Teatro degli Artigianelli,
quale lo vide il poeta nel mille
novecentoquarantaquattro, un giorno
di Settembre, che a tratti
rombava ancora il cannone, e Firenze
taceva, assorta nelle sue rovine.

Cesare Pavese (1908-1950)

Il vino triste

La fatica è sedersi senza farsi notare.
Tutto il resto poi viene da sé. Tre sorsate
e ritorna la voglia di pensarci da solo.
Si spalanca uno sfondo di lontani ronzii,
ogni cosa si sperde, e diventa un miracolo
esser nato e guardare il bicchiere. Il lavoro
(l’uomo solo non può non pensare al lavoro)
ridiventa l’antico destino che è bello soffrire
per poterci pensare. Poi gli occhi si fissano
a mezz’aria, dolenti, come fossero ciechi. Continua a leggere

Giorgio Vigolo (1894-1983)

Diluvio

Mi coglie lo scroscio dirotto
a mezzogiorno sul ponte:
dintorno la città – chiese e palazzi –
si scioglie in fumo e non si vede più.

Anche quell’ ultima cupola spare.

Rimasto solo è il ponte,
tagliato dalle sponde,
sospeso in alto in alto fra le nuvole
con le sue statue d’ angioli grondanti.

Ma mentre la città mi si cancella
nel fumante diluvio
dentro la nube uno spiraglio ride
verso uno sfondo di monti sereni:
e dietro un vetro limpido e sottile
l’ ultima pioggia un praticello splende
avvicinato in quell’ umida lente.

Fuori di porta è già tornato il sole.

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