Veltroni’s Gospel

muoiono gli operai nelle fabbriche
si ammala la gente nelle discariche
e il popolo stenta a sopravvivere

yes, we can change
yes, we can change
yes, we can change

si continua a morire negli ospedali
mentre i politici si arrichiscono
e la sanità edifica le sue cattedrali

yes, we can change
yes, we can change
yes, we can change

un bianco con il sangue neroblusy
scimmiotta il cambiamento
e le moratorie uccidono le donne
e i killer d’azienda scaricano i dipendenti

yes, we can change
yes, we can change
yes, we can change

il porpora è il colore dominante
uno stato nello stato con l’antistato
una guerra nella guerra con la guerra
una casta nella casta con la casta

no, we cannot change
no, we cannot change
no, we cannot change

Incubo

Quando il sonno giunge
se stringi forte forte gli occhi
il grigiore indefinito del buio
assumerà sembianze umane
quasi perfette all’inizio
per poi deformarsi in spettri raccapriccianti;
così come il bianco contorno delle nuvole,
giocoso e goliardico nelle forme,
prima di assumere nuovamente
quel grigiore indefinito,
già sognato,
ti riproietta nella tempesta del vivere.

Che sia questo il paradiso?

La traccia dei Guns N’ Roses prosegue la sua folle corsa…

E tutti dicono

E tutti dicono
Poi tacciono
Infine si nascondono

E tutti pretendono

Poi chiedono
con le palme tese
al crocevia dello scontato

Infine una delle tante croci
suggella il fallimento
dell’illusione pagata con comodi ratei

Pochi parlano con occhi aperti
Pochi ascoltano

Pochi accettano
la mediocrità
che vuole assurgere ad archetipo
di ogni tempo

Pochi salutano
l’umile albergo
dei turisti
occasionali

concerto in minuscolo punteggiato

solfeggio. 4/4.

do-orre, 4 volte,
leva la sveglia batte l’amor(t)e.
pause di respiro.
flash di intermittenza.
luci impazzite del microonde.
“dove corri?” , “in ufficio” meccanica risposta-suono.
suona il cell.
numero privato chiama.
“chi e?’” o “chi non è?” persevera il controllo.
meccanicizzo il mio stare.
come un orologio.
a ogni quarto il ticchettio.
Il successivo un’azione conclamata.
“so what”. così è.

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Cade per caso

Sanguina il dito
impronta su carta
assorbente

Assorbe la linfa
una goccia scappata

Pesa di meno
la vita (ora)

Quell’attimo mi sovrasta
sorpassa il presente

Ritorno al mio dito

L’indice
indica il rimedio

Continua e straripa
Lago (rosso di sera)
dispera di guarire

chè il futuro non vede
e un’altra goccia
cade per caso
e piove la vita

Presentazione nuovo libro Franco Buffoni

Libreria del Castello

Castello Sforzesco (Cortile delle Armi), Piazza Castello – 20121 Milano

Tel/Fax 02-878696 E.Mail: libreriadelcastello@vivalibri.it http://www.libreriadelcastello.com

Mercoledì 20 giugno alle ore 17.30 presentazione del nuovo libro di Franco Buffoni “Più luce, padre” (Luca Sossella Editore)

Incontro con l’Autore del recente
Più luce, padre.
Dialogo su Dio, la guerra, l’omosessualità
romanzo storico-autobiografico che,
attraversando il Novecento,
si propone nel nuovo secolo come
manifesto intellettuale del poeta,
proposta di valori e verità.

Presenta Stefano Raimondi.

Ingresso libero

Stanley Jordan al Bluenote Milano (31 Maggio – 1 Giugno)

Cercare di descrivere adeguatamente, e in poche parole, Stanley Jordan è impresa impossibile o quantomeno parziale: comunque, possiamo dire, che il chitarrista elettrico americano è tra le figure importanti e più originali della storia di questo strumento. Egli rinnova e porta a livelli massimi una tecnica marginale, il “Touch” o “Tapping” che gli permette un uso pianistico della chitarra. Jordan non usa il plettro e non “pizzica” ma ora “percuote” ora ne “tira” le corde fino a creare un sound in cui le linee melodiche, i contrappunti e le linee di basso s’incrociano, danzano, come se fossero una, due, tre chitarre che suonano insieme.

http://www.stanleyjordan.com/
http://www.bluenotemilano.com

Expasse

L’expasse al re, non sempre riesce.
Il semaforo talvolta è giallo, sempre di notte.
“Senti…” “Ma che ti prende?”
Questo senso di poco spazio,
neuroni nel recinto.
“Hai voglia di passeggiare?”
Leggo qualcosa di Marinetti.
Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
Zaff Tumb Tumb
Zaff Tumb Tumb
Zaff Tumb Tumb
Venite signori della guerra
voi che costruite i cannoni
voi che costruite gli aeroplani di morte
voi che costruite le bombe
voi che vi nascondete dietro i muri
voi che vi nascondete dietro le scrivanie
voglio solo che sappiate
che posso vedere attraverso le vostre maschere
Tambourine man, le maschere non cambiano,
sono più siliconate, passiamo le carte!

Reflections (2) – Milano

“dove vai?” mi chiedeva mia madre
solcata dalle rughe della paura,
“ancora non so”, le rispondo ( dopo vent’anni )
da guitto di circonvallazione,
sempre un casino Piazzale Lodi
sino al prossimo semaforo
e gli attimi ti consumano le mani,
anche il volante si deteriora!

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Reflections (1)

Strano questo millennio nel suo inizio,
figlio di un vecchio poco saggio che
si circonda delle peggiori disgrazie quasi
fossero belle dame da portare a un
happy-hour per un veloce aperitivo
e poi aspettare l’eclisse della città
oscurata e con occhi sopiti guardare
la metro che ingoia l’alba dell’ingordigia

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Tra il silenzio degli ulivi

Qui, tra il silenzio degli ulivi,
l’azzurro del cielo abbraccia la valle
e un campanaccio da chissà dove
spezza la monotonia del ritmo
uguale all’incedere di quel pastore
e a un cane che da rituale abbaia
per dire che c’è e che ci siamo
anche noi nel descrivere
la saggezza della natura
così bonaria nell’umore
di una giornata serena
in attesa di quel lampo
di buio pronto a deturpare
il paesaggio nel nuovo
ordine delle cose

Tratta da Noi atomi alla ricerca di un nucleo – ed. Il Filo – 2005

Domani

Domani sarò come oggi.
Dopodomani mi prenderà
la voglia di scherzare con
il passato in questo gioco
di stagioni che non mutano.
Nel reclinare il capo da una parte
guarderò il sonno
che mi stringe a sé
e mi conduce nel suo tempo
da cui imparerò a vedere la mia
pellicola a ritroso
e la forbice taglierà
il non ricordo delle cose morte
e un ago ricucirà
l’unico fotogramma vivo
nel prenatale limbo di un cordone
che mi lega all’origine celata.

Tratta da: M. Balsamello, D. Cipriano, A. Iftimie, M. Saya, 4 POETS, Roma, Il Filo, 2003]

Le città e i segni (1)

Milania si deposita nella pianura come la caducità delle foglie d’autunno o le polveri acide che sgorgano dagli occhi, vitree bilie incastonate in sguardi assenti, viste d’angoli tra strade ora vuote ora piene, talvolta linee che intersecano altre linee in concentriche ragnatele con smagliature più o meno fitte, più o meno spesse, fruscii di calze a rete nelle coppie di puntini che, in ogni dove, segnano il territorio.

Dall’alto si gode il panorama di guglie, cime di cipressi, cornicioni di sparuti grattacieli, una quantità infinita di piccole grandi nature vive, morte,corpi, oggetti, puzzle in movimento che si accoppiano, si intrecciano per poi lasciarsi perché l’elemento scappa, perché non sei nel posto giusto, nel momento adatto, nel centro del microcosmo.

Come veramente sia Milania sotto questo confuso tappeto di segni non ci è dato sapere. Fuori, la pianura prosegue arida sino all’orizzonte, s’alza il cielo dove le nuvole s’inseguono. Nelle forme che il caso e il vento regalano ad esse, l’uomo gioca a distinguerne i contorni; una barba, un dirigibile, un segno…

Non sparare e altre di Marcella Boccia

Non sparare

Non sparare
non mi piace questo gioco
Non sparare
sono solo una donna nata schiava
Non uccidere i miei sogni
sono solo una piccola donna che sogna
nella notte buia del suo burka
Non sparare
hai ucciso i miei figli
hai ucciso le mie sorelle
hai ucciso il mio sogno di libertà
Non sparare
per l’amor di Dio, aspetta un istante
dimmi almeno il tuo nome western
e poi spara
ma per l’amor di Dio
non mirare al cuore
perché non ho più un cuore
me l’hai spezzato uccidendo i miei figli
Allora spara
non puoi uccidermi due volte
e mira qui, al mio grembo
uccidi questo ultimo figlio
prima che possa guardarti negli occhi
mentre gli spari

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