La passione di Franz

di Marilù Oliva

È da poco uscita “La passione del calcio” (Perdisa Pop, 2011), di Franz Krauspenhaar, poeta, saggista, intellettuale poliedrico e anticonformista, e soprattutto romanziere con diversi libri all’attivo, tra i quali: “Le cose come stanno”, Baldini & Castoldi, 2003, “Cattivo sangue”, Baldini Castoldi Dalai, 2005, Era mio padre, Fazi, 2008).
“La passione del calcio” è un romanzo breve dove la trama è intarsiata dal susseguirsi dei ricordi e degli eventi calcistici che hanno segnato il nostro paese. O, in alternativa, si potrebbe definire un racconto lungo, fatto di reminescenze autobiografiche ma non solo: 154 pagine che scorrono in un baleno e lasciano un po’ di nostalgia anche a quelli che, come me, si disinteressano totalmente all’argomento calcio. Perché questo sport nel libro assurge ad allegoria di una passione che ha accompagnato per mezzo secolo una nazione, i suoi palpiti, le sue cedevolezze, le sue ombre. Tale nazione Krauspenhaar ha descritto attuando un passaggio magico dalla storia alla società al costume, dal globale all’individuale, dal tempo rarefatto e sfuggente all’istante fotografato. E l’ha fatto con la sua scrittura meticolosa e lirica, con la forza prorompente già preannunciata nel titolo.

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Intervista ad Alessandro Berselli

“Non fare la cosa giusta” (Perdisa Pop) di Alessandro Berselli racconta la storia di Claudio Roveri, un informatore medico scientifico, in apparenza un professionista affermato senza problemi economici, con una famiglia che sembra felice, una moglie avvocato e una figlia adolescente. Una sera, durante un rapporto sessuale extraconiugale, Claudio sente suonare il cellulare ma non risponde. Se ne pentirà amaramente perché chi lo cercava era sua figlia Erica, pochi istanti prima di essere uccisa. L’avrebbe salvata, Claudio, se avesse risposto? Perché, nonostante siamo incanalati in binari preconfezionati e dispensatori di certezze, molte cose non funzionano? E soprattutto: esiste una cosa giusta da fare? Lungo queste direttrici si muovono i sussulti nichilistici del protagonista, un uomo prototipo di mille altri uomini di oggi, individui persi nelle loro contraddizioni, annientati tra un’inadeguatezza esistenziale e un senso etico smarrito nelle incoerenze di una società destabilizzante. E i grandi pilastri — lavoro, amicizia, famiglia –, quelli dove dovremmo trovare riparo, sono i primi impianti sdrucciolevoli. Perché è da lì che parte una catabasi che prosegue nell’animo umano. Come nella produzione precedente, l’autore ha scelto una narrativa tagliente e minimalista, a tratti segmentata, sempre intimistica, qui esaltata da una seconda persona che amplifica gli echi dei sensi di colpa e dei rapporti mancati. Ma partiamo dall’origine della storia, con la prima delle dieci domande cui ha risposto.

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Bacchiglione Blues, Intervista a Matteo Righetto

Si può leggere “Bacchiglione Blues” di Matteo Righetto, ultima uscita per la collana “I corsari” di Perdisa Pop, come un omaggio al movimento da lui creato, perché ne propone tutti gli ingredienti e lo fa in tono ironico-grottesco – ma senza tralasciare importanti spunti di riflessione anche in chiave sociologica–, da vero precursore di un rinnovato sabroso genere di polenta-western: siamo in quella Bassa provincia patavina che tanto assomiglia alla Louisiana occidentale, non ci sono mandrie né sceriffi ma barbabietole a gogo e tre delinquenti scalcagnati, Tito, Ivo e Toni, magistralmente rappresentati nei loro difetti e nelle loro miserie. Organizzano alla meno peggio il sequestro della moglie di un grande industriale dello zucchero: la rapiscono, chiedono il riscatto e, in attesa di riscuoterlo, la tengono rinchiusa nel loro rifugio cadente, specchio disadorno della loro pochezza umana.
Questo romanzo è una pastiche di piombo e nebbie, vino rosso e devianze, momenti spassosi ed epica dissacratoria alla Pulp Fiction nostrana: l’imprevedibile s’intrufola dall’inizio alla fine, perché ce n’è per tutti. Crimine, territorio, stranieri, vecchiette, e tante, tantissime barbabietole da zucchero, mentre il Bacchiglione sbircia dalle sue acque e, ci scommetto, strizza pure l’occhiolino.

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Dove tutto brucia, intervista a Mauro Marcialis

di Marilù Oliva

“Dimensione Italia non è misurabile,
non è ascrivibile a limiti geografici.
Dimensione Italia è una slogatura dell’Occidente,
i parametri di valutazione sono esclusivamente criminali.
La storia ci aveva già fatto a pezzi:
eravamo un’accozzaglia di stati,
tutti orgogliosamente fondati sull’autocompiacimento.
L’unità è stata un’operazione di marketing, un grottesco malinteso.
Ci siamo illusi, trascinando l’inganno per decenni
e fasciandoci con una retorica tricolore che,
nell’incuria, si è completamente annerita.
Dimensione Italia ha poi smerciato la propria presunta potestà
al prodigo parente a un tiro di schioppo oceanico:
gli Stati Uniti d’America.
Ha congedato la sua resistenza e contrabbandato la sua anima nera.
Ha liquidato la propria sovranità
iscrivendosi al registro dell’anagrafe planetaria
con l’acronimo S.r.l. «società a responsabilità limitata»
acquistando quote di cieca partecipazione re-azionaria.
Così, tanto per mercanteggiare…”

Dove tutto brucia di Mauro Marcialis, Piemme, 2011

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Le donne e la scrittura

(disegno di Niccolò Pizzorno)

di Marilù Oliva e Laura Costantini

Questa ricerca nasce da un confronto privato durante il quale sono emerse alcune riflessioni sull’editoria e la scrittura al femminile. Volendo approfondire l’argomento, abbiamo interpellato alcune donne (scrittrici, giornaliste, blogger, studiose di storia delle donne) e abbiamo posto loro una domanda. Avvertiamo senza ricorrere a troppe statistiche (comunque essenziali) che gli autori sono in sovrannumero rispetto alle autrici, ma non crediamo che questo fenomeno si riesca a spiegare con una risposta univoca o ricorrendo al vittimismo. Grazie ai contributi che seguono è stata evidenziata una pluralità di punti di vista che rendono la risposta complessa e ci portano a considerare diversi fattori.

La domanda posta è la seguente:

Pensi che nell’ambito editoriale ci siano le stesse possibilità e gli stessi trattamenti per un uomo e per una donna o pensi che questo, come molti altri ambiti, sia contraddistinto da una forma di differenza (preferiamo non chiamarla discriminazione)?
Come si spiega allora la presenza consistente di autori maschi in libreria (cfr. Indagine Istat http://www.calamandrei.it/editoria.htm o siti delle più importanti case editrici – ma anche quelle minori – alla pagina “autori”), in contrasto con la tendenza che vede prevalere le donne tra gli aspiranti scrittori (dato emerso da un sondaggio effettuato tra 10 scuole di scrittura italiana e seminari) e tra i lettori (cfr. Indagine Istat e tabella p. 48 di “Libri e Riviste d’Italia”: http://www.bv.ipzs.it/bv-pdf/007/MOD-BP-07-4-12_542_1.pdf)?

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La vita oscena

di Marilù Oliva

La vita oscena” è l’ultimo romanzo di Aldo Nove, uscito nel 2010 per Einaudi nella collana Stile libero, stessa dei precedenti Puerto Plata Market (1997), Superwoobinda (1998), Amore mio infinito (2000) e La più grande balena morta della Lombardia (2004), Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese… (2006).

Bildungsroman inverso che parte dalla fanciullezza e arriva alle soglie dell’età adulta senza comportare una crescita intesa come acquisizione di consapevolezza, questo struggente romanzo è un tracciato tutto interiore che conduce il lettore dall’infanzia alla perdizione del protagonista, perdizione intesa come vita svuotata – la recherche, semmai, potrebbe acquisire valore di significato se questa non portasse ogni volta al non-sense dell’esistenza.

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Banksy. Il terrorista dell’arte


di Marilù Oliva
Sabina de Gregori, giovane critica d’arte che vive e lavora a Roma, ginevrina di nascita, studiosa dei linguaggi del contemporaneo e della Street Art, ha pubblicato per Castelvecchi un’indagine/ saggio/disamina su Banksy, l’artista inglese che con la sua Guerrilla Art è diventato celebre. I suoi stencil sono apparsi prima a Bristol, poi a Londra e nelle maggiori capitali europee, non solo sui muri delle strade, ma anche nei posti più impensati come le gabbie dello zoo di Barcellona e, clandestinamente, nei musei più importanti. Nonostante il mondo dell’arte lo reclami e nonostante lo star system lo adori e la stampa lo insegua, lui ha mantenuto fino a oggi l’anonimato. Ironico, pacifista e anticapitalista, ha spiegato il suo lavoro con una pennellata semplice ma inappuntabile: «Alcuni diventano poliziotti per fare del mondo un posto migliore, altri diventano vandali per farne un posto più bello».

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Il giorno dei morti, intervista a Maurizio de Giovanni

di Marilù Oliva

Il romanzo “Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi” (Fandango) di Maurizio de Giovanni comincia in una mattina napoletana sopravvissuta alla pioggia. Siamo in pieno ventennio fascista, il clima di oppressione si sovrappone alla povertà dei quartieri bassi quando, ai piedi dello scalone che porta a Capodimonte, viene trovato il cadaverino grigio di un bambino. È Matteo, Tettè, scugnizzo affidato alla sorte, spesso cattiva, che tocca ai miserabili. C’è chi vuole chiudere il caso imputando la morte agli stenti, ma Ricciardi non è convinto, fa partire le indagini e le prosegue personalmente.

In questo quarto libro del ciclo del commissario Ricciardi, Maurizio de Giovanni dà ulteriore prova della sua sensibilità di autore, grazie a una prosa capace di imprimere nel lettore la disperazione e il male con intensa delicatezza. Una scrittura pulita, fluida, scorrevole come la pioggia che bagna le pagine, malinconica come questo autunno lontano in cui tutto sembra rarefatto: i segreti, i peccati, i sospiri d’amore. Ecco come ha risposto all’intervista…

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Il noir è morto?

di Marilù Oliva

Al di là delle mode, i generi letterari hanno una conclusione? Se ne può fare un uso ed abuso tale da farli divenire obsoleti o ripetitivi? O si sottopongono a rivisitazioni cicliche? Se così fosse, ad esempio, il fatto che il Cinque e Seicento siano stati i secoli della trattatistica dovrebbe imporre che il genere non venga oggi più trattato, pena il rischio di replica. A tal proposito, onde evitare la ripetitività, di recente è stata sollevata da diversi scrittori l’opportunità di rompere con gli schemi del giallo e del noir. Senza dilungarci sul discorso trito che molti autori o pseudo-autori si occupano di noir per ossequiare una richiesta di mercato, la questione è: il noir è morto o piuttosto si è diffusa in alcuni casi una scrittura morta, banale, in grado di ingrigire qualunque genere? O più in generale: può un genere morire?

(le risposte sono elencate in ordine di arrivo)


Marco Vichi
Credo che i generi letterari – anche riguardo alla loro denominazione – siano soggetti a una variabile importante, cioè l’epoca. Lo stesso genere trattato in epoche storiche diverse dà luogo necessariamente a soluzioni diverse. Oggi il noir si sta smagliando per abbracciare confini più estesi, includendo nel genere romanzi che in altre epoche non sarebbe stati classificati come tali. Succede anche per volontà degli editori, che pensano di poter vendere meglio un romanzo solo perché viene collocato nello scaffale del noir. Detto questo, penso che a lungo andare le mode letterarie rischino di obbedire a elementi stereotipati che influiscono sulla qualità dei romanzi. Per il noir, il giallo, il poliziesco, il rischio è grande: si può cadere nella pericolosa illusione che una bella trama intricata e condita di colpi di scena, studiata a tavolino, diventi senza fallo un bel romanzo. Ma non è così. La bellezza di un romanzo non è nella trama, ma nella scrittura, nello “sguardo” della narrazione. Estremizzando il concetto per farmi capire meglio, i Canti di Leopardi e la Divina Commedia non fondano il loro altissimo valore sulle storie che raccontano o nei concetti che esprimono, ma nella potenza dei versi. Le stesse cose in mano ad altri poeti potrebbero diventare banali e noiose.

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