Spazzar via la pioggia una volta per tutte.

Una delle memorie più chiare che ho della mia adolescenza ha a che vedere con un tizio dai capelli lunghi e dagli occhi azzurri che canta davanti a una piccola folla di coetanei in maglietta e calzoncini. Ricordo di essere rimasto ipnotizzato davanti alla TV, preda del desiderio di mettermi a mia volta a saltare sul divano urlando, e di aver passato i pomeriggi successivi a fare zapping su Videomusic: il tizio era Kurt Cobain e la canzone, “Smell like teen spirit”, avrebbe segnato profondamente la mia generazione.
Mi riconobbi all’istante in tutto quello che rappresentava: le All Star bucate, le camice pesanti, le felpe di seconda mano, i capelli disordinati, il rifiuto di ogni versione edulcorata della realtà che il resto del mondo sembrava volerci continuamente proporre. Continua a leggere

Dieci domande a dieci scrittori-traduttori. Il destino dell’esule che scrive: Marino Magliani

Scrittore di romanzi, racconti e sceneggiature, traduttore di autori spagnoli e ispanoamericani, conoscitore di genti, poeta del viaggio, sempre in bilico tra Italia, Olanda e Sudamerica, Marino Magliani rappresenta un unicum nel panorama letterario nostrano soprattutto per uno stile di scrittura essenziale e dal ritmo pacato e per l’amore verso storie che fanno del paesaggio, della ricerca, della lontananza e del ritorno i temi principali.

1) Comincerei da uno dei tuoi ultimi romanzi Il Creolo e la Costa, Fusta Editore, 2016, perché mi pare racchiuda in sé molte delle caratteristiche più interessanti della tua scrittura. In uno stile scarno e colmo di rimandi, ti muovi alla ricostruzione di un episodio poco chiaro nella vita dell’eroe argentino Manuel Belgrano, spostandoti tra Nuovo e Vecchio Mondo, utilizzando fatti di storia locale, epistolari e ipotesi personali, per poi fare dei luoghi, dei volti, del silenzio e del non-raccontato (il non-detto, il non-conosciuto) il centro della tua narrazione: una vera e propria indagine, che parte dall’altro per arrivare a noi stessi. Possiamo dire che la figura dello scrittore si avvicini in qualche maniera a quella del detective?

In questo caso sì, è la biografia stessa dell’autore che percorre geografie belgraniane e indaga. Sono nato in provincia di Imperia, terra del padre di Manuel Belgrano, Domenico Belgrano, che ha vissuto la sua gioventù tra Oneglia e Costa d’Oneglia, prima di emigrare in Spagna e poi in Argentina. Manuel Belgrano è il fondatore della Repubblica Argentina e creatore della bandiera. In Argentina una vera e propria icona.
L’autore si ritrova da ragazzo a Continua a leggere

Mantenere una piccola scintilla d’incoscienza al centro della propria vita

 

                    

 

Storie di formazione molto simili, in cui due ragazzini che vivono in realtà molto differenti vengono iniziati alla vita, alla ricerca di sé e alle inaspettate sfide dell’età adulta, The tender bar di J.R. Moehringer (Il bar delle grandi speranze, Piemme, traduzione italiana di Annalisa Carena) e Barbarian days : a surfing life di William Finnegan (Giorni selvaggi, 66th and 2nd, traduzione italiana di F. Conte, M. Esposito e S. Sacchini) sono due romanzi di cui in Italia si è parlato poco, e a torto.
The tender bar, scritto nel 2005 dal futuro autore di Open, ci porta a Manhasset, cittadina newyorkese famosa anche per aver ispirato la “East Egg” de Il grande Gatsby, dove il protagonista bambino, che vive con madre, nonni e zio, ascolta alla radio la voce del padre, un disc-jockey poco di buono da cui è stato abbandonato in tenera età, e cerca disperatamente esempi di mascolinità e redenzione nel mondo che lo circonda. Continua a leggere

Dieci domande a dieci scrittori-traduttori. Romanzi, serie tv, cinema: Giancarlo De Cataldo

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Magistrato, traduttore, drammaturgo, autore di romanzi di grande successo e di sceneggiature cinematografiche e televisive, Giancarlo De Cataldo è un autore poliedrico vicino, e qui mi riferisco soprattutto alla sua capacità di lavorare con media differenti, più ad esempi americani che nostrani. Raggiunge il successo nel 2002 con Romanzo criminale, ma la sua produzione sterminata (che per esigenze di spazio vi invito a consultare qui) comprende anche moltissimi altri best-seller, l’ultimo, La notte di Roma, scritto a quattro mani con Carlo Bonini ed edito da Einaudi nel 2015. Attento scrutatore del mondo contemporaneo, Giancarlo De Cataldo ha la capacità rara, per chi come lui trae ispirazione dai capitoli più oscuri del nostro presente e del nostro passato, di riuscire a parlarne con lucida competenza ed invidiabile chiarezza.

1) Vorrei partire dall’oggi, e da quello che è successo alle elezioni americane di novembre. In un’intervista del 2009 a proposito del romanzo La forma della paura, che alcuni hanno definito “il primo thriller del mondo post-Bush” (La forma della paura, Giancarlo De Cataldo e Mimmo Rafele, Einaudi, 2009) dichiaravi che “la mitologia della paura ha condizionato fortemente i nostri ultimi anni. Ora però è stato eletto un Presidente americano che parla un linguaggio diverso”. Sono passati sette anni e a Barack Obama è subentrato Donald Trump. L’uscita dalla paura a cui accennavi ha lasciato il posto a scenari forse più angoscianti, perché meno prevedibili. Credi che sia di forme sempre rinnovate di paura che l’umanità senta oggi il bisogno di nutrirsi?

Quella frase andava bene nel 2009, oggi, probabilmente, ha un sapore antico. Naturalmente, né io né Mimmo Rafele potevamo pensare agli sviluppi che il terrorismo avrebbe assunto al tempo dell’Isis. La paura è, effettivamente, un sentimento primordiale, ineludibile, dell’essere umano: ai bambini raccontiamo fiabe terrificanti per insegnare loro l’esistenza dell’elemento numinoso, quella minaccia incombente che tutti finiremo prima o poi per avvertire nel corso dell’esistenza e che affonda radici nella nostra transitorietà. Moriremo tutti, prima o poi, e l’angoscia di morte ci domina. Dobbiamo imparare a conviverci, e usiamo le fiabe per avviare i nostri figli su questo duro sentiero obbligato. Nello stesso tempo, la paura è un formidabile strumento di pressione, potere, governo e ricatto delle coscienze. Chi si ricorda più dell’influenza aviaria, che avrebbe dovuto decimare il genere umano? E chi della mucca pazza? Furono paure reali, concrete, al loro tempo, e incisero sulle nostre abitudini, sul nostro stile di vita, sulla nostra esistenza. Possiamo dunque dire che abbiamo, sì, bisogno della paura, ma che dobbiamo anche imparare a Continua a leggere

La grande paura americana

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Il timore di vivere sotto una sorta d’insidiosa, nascosta, feroce dittatura, soprattutto di destra, soprattutto di matrice nazi-fascista, attraversa in maniera discontinua la storia della letteratura americana della seconda metà del secolo scorso.
In un racconto poco conosciuto di BukowskiSvastica, parte dell’edizione americana originale di Storie di ordinaria follia ma mai inserito nelle corrispondenti edizioni italiane, il controverso autore americano narra di Adolf Hitler, mai morto e segretamente trasferitosi negli Stati Uniti, che riesce a sostituirsi al Presidente in carica e a prendere possesso dello Studio Ovale. Distopia lontana dai temi bukowskiani, e di conseguenza oggetto a fasi alterne di feroci critiche o di entusiastiche difese, Svastica trae ispirazione da una delle grandi ossessioni del secolo scorso: ovvero il mancato ritrovamento del cadavere del Führer e la paura mai sopita di un suo ritorno, in prima persona o sotto mentite spoglie, sul palcoscenico della Storia.
Circa trent’anni dopo l’uscita di Svastica, Philip Roth pubblicherà invece Continua a leggere

Dieci domande a dieci scrittori-traduttori. La corporeità della scrittura: Marco Mancassola

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Marco Mancassola esordisce nel 2001 con il romanzo Il mondo senza di me (Pequod; Mondadori) e a seguire pubblica il romanzo breve Qualcuno ha mentito (Mondadori, 2004) e il saggio narrativo Last Love Parade (Mondadori, 2005). Nel 2008 esce il romanzo La vita erotica dei superuomini (Rizzoli, 2008) seguito dai racconti contenuti in Non saremo confusi per sempre (Einaudi, 2011) e dal romanzo Gli amici del deserto (Feltrinelli, 2013).
A queste pubblicazioni se ne affiancano altre (tra cui Il ventisettesimo anno, edito da Minimum Fax nel 2005) e l’attività come sceneggiatore, collaboratore di giornali, editor e insegnante di scrittura creativa. Nel panorama letterario italiano Mancassola rappresenta a mio parere un autore atipico che, non solo per il fatto di vivere all’estero (Londra), ma anche e soprattutto per aver scritto storie che si sviluppano spesso fuori dall’Italia, può offrirci spunti di riflessione ben diversi da quelli ai quali siamo di solito abituati.

1) Parto da La vita erotica dei superuomini – che ritengo uno dei migliori romanzi pubblicati negli ultimi vent’anni (non solo in Italia) – perché forse anche a causa della sua ambientazione ben lontana dal cosiddetto ‘stereotipo italiano’ non ha ricevuto tutta l’attenzione che meritava. Solamente in Francia mi pare ne abbiano saputo cogliere appieno il valore: in un illuminante articolo comparso su Livres-Hebdo ad esempio si legge “e se Mancassola, con naturalezza, avesse scritto il grande romanzo, finora atteso invano, dell’America post-11 settembre?”
Ti riconosci in queste parole? E se sì, si tratta di un riconoscersi a posteriori o di una delle forze generatrici che si sono poste alla base della stesura del romanzo?

Suppongo che il grande libro sull’America post-11 settembre, propriamente parlando, lo abbia scritto o lo debba scrivere un americano; il mio tentativo era piuttosto un libro sull’immaginario americano condiviso globalmente; era una lettera d’amore-odio a quell’immaginario, e suppongo che il successo critico in Francia sia venuto anche perché Continua a leggere

Il resto del mondo là fuori

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L’uomo ha poco meno di quarant’anni, i capelli brizzolati e lo sguardo stanco. Si serve del vino con lentezza, osserva le foto del viaggio di nozze appese alla parete e ragiona su quanto tempo è passato dal giorno in cui sono state scattate. La cucina è un rettangolo ampio e ben illuminato, interrotto a metà da un tavolo a penisola sotto cui stazionano quattro sgabelli identici l’uno all’altro. Intorno a lui, nell’aria, ha cominciato da poco a spargersi un odore sempre più intenso di pomarola.
“Se una tua cara amica ti chiedesse aiuto per qualcosa di brutto che ha fatto” dice sedendosi sullo sgabello più vicino alla parete, “diciamo qualcosa d’illegale… come ti comporteresti?”
“Dipende” risponde la donna a cui si è appena rivolto. Finisce di mescolare il sugo e gli fa cenno di versare anche a lei del vino. “Illegale come aver evaso le tasse… o illegale come aver tradito il marito?”
L’uomo sospira. “Qualcosa come aver ucciso per errore il proprio marito…”
“Questa sì che è buona” dice la donna. “Prima o dopo aver scoperto che la tradiva?”
“Parlo sul serio” dice l’uomo. Indossa una camicia bianca con la cravatta allentata e le Continua a leggere

L’azzardo di andare a vedere cosa succederebbe se…

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Un’interessante articolo dello scrittore e accademico Tobias Stone sulle possibili conseguenze della Brexit e di un’eventuale elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti sta facendo in questi giorni il giro del mondo. Nel dubbio che nessuno abbia ancora provveduto a renderne  il contenuto accessibile al pubblico italiano, ne riassumo qui di seguito i punti essenziali.

Nell’articolo, l’autore individua nell’ascesa di Vladimir Putin e di Donald Trump, insieme alle future conseguenze della Brexit, i segni più riconoscibili dei presupposti di una possibile nuova guerra mondiale.

Stone mette in primo luogo in evidenza le inquietanti somiglianze tra i dittatori e gli eventi che portarono alle due guerre precedenti e gli atteggiamenti di politici moderni quali Putin, Mugabe, Farage e il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti.

Malgrado le dichiarazioni di Trump di rendere nuovamente grande l’America cozzino in maniera evidente contro le Continua a leggere

Non respiro…

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L’articolo qui di seguito lo avevo scritto nel 2014, all’indomani dell’uccisione dell’afroamericano Eric Garner da parte della polizia di New York. Sono passati quasi due anni e in Italia come negli Stati Uniti (e ovunque nel mondo occidentale) il diritto alla vita di chi ha il colore della pelle diverso dal nostro continua a non essere riconosciuto.
Mi permetto allora di ripostare le parole di ieri, nella speranza, auspicata già a suo tempo alla fine di questo articolo – e 
purtroppo contraddetta dai fatti – di non doverlo fare ancora una volta domani.

Viviamo in un mondo in lotta tra diritti e soprusi, povertà crescente e ricchezza sempre più concentrata nelle mani di pochi. Viviamo in una società basata sempre più sui conflitti, di razza, di genere, di religione e non ultimo, appunto, di ricchezza, che poi è divenuta l’attuale scala di valori su cui giudicare gli altri, dopo la scomparsa di quel concetto di ‘classe’ che tanto a lungo aveva caratterizzato il secolo scorso.
Dagli Stati Uniti, nazione che fino a non molti anni fa veniva indicata come luogo simbolo delle lotte per i diritti civili, e che all’indomani dell’elezione di Barack Obama sembrava aver definitivamente superato i fantasmi della discriminazione razziale, arrivano ogni giorno storie di violenze e ingiustizie operate dalle forze dell’ordine nei confronti di persone di colore. In Italia più che il colore sembrano contare (come spesso accade dalle nostre parti) le conoscenze. E così, per un’escort appena maggiorenne che fa la vita della milionaria tra il Messico e Dubai, ci sono i vari Giuseppe Uva, i Federico Aldovardi, gli Stefano Cucchi, entrati Continua a leggere

A me piacerebbe vederne una…

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Viviamo in anni di veloci (e feroci) cambiamenti. La frase viene pronunciata così spesso che sta rischiando di trasformarsi a sua volta in qualcosa di diverso da quello che ha sempre e che sempre dovrebbe significare. Tutto cambia in fin dei conti, e a sopravvivere è ogni volta quello che sa modificarsi in tempo al tempo che sta attraversando, fino a riuscire, nei migliori dei casi, a mantenere intatta l’identità di partenza mentre si propone nuovi punti d’arrivo.
Oggi questo vale anche e soprattutto per i libri in cartaceo, che l’oramai consolidata rivoluzione digitale sta relegando negli angoli più remoti delle nostre città, in piccole librerie che assomigliano sempre più ai negozi di vinili per gli appassionati di musica. Ma il mercato si modifica, alcune librerie Continua a leggere

Dalla parte di Blu

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Ricordo, all’università, un corso di sociolinguistica.
Erano gli ultimi anni del grunge, e più mi appassionavo alla questione e più mi rendevo conto che in qualche maniera il cosiddetto consumismo aveva attivato tutta una serie di anticorpi che, nel giro di poco tempo, lo avrebbero salvato da qualcosa potenzialmente capace di distruggerne la meccanica.
I ragazzi di Seattle, all’inizio degli anni novanta, avevano cominciato a vestirsi utilizzando vecchie camice dei loro nonni, scarponcini a basso prezzo usati per girare nei boschi, cappelli di lana di seconda mano e giacconi non di marca. Da Seattle il movimento (che movimento neppure era, essendosi sviluppato in maniera spontanea e senza direttive sulle note di gruppi musicali che ai tempi sradicavano il rock dalle patinature degli anni ottanta) si sparse in tutto il mondo. Sempre più giovani dei paesi occidentali cominciarono a voltare le spalle alle grandi marche e a vestirsi riutilizzando vecchi capi appartenuti a chi li aveva preceduti. L’inizio di una rivoluzione.
Poi successe qualcosa.
Successe che i negozi di marca, i grandi brand, gli stilisti e le grandi Continua a leggere

Dieci domande a dieci scrittori-traduttori. Lo scrittore di novelle: Matteo Righetto

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Scrittore (ha pubblicato quattro romanzi: Savana Padana, ZONA, 2009 e TEA, 2011; Bacchiglione Blues, Perdisa Pop, 2011; La pelle dell’orso, Guanda, 2013; e il quarto, Apri gli occhi, appena uscito con TEA; più vari racconti) ma anche insegnante di sociologia della letteratura e docente esterno della Scuola Holden, ideatore della Scuola Twain e fondatore, insieme a Matteo Strukul, del movimento letterario Sugarpulp

1) Ne viene fuori l’immagine di un autore poliedrico, capace di dedicarsi con entusiasmo ai vari campi connessi a quello che oramai, anche in Italia, viene chiamato lo storytelling. È così?

Poliedrico sì, anche se credo che questa mia caratteristica vada intesa soprattutto come una peculiarità legata a un personale percorso di ricerca narrativa. La continua ricerca  di una voce che tenta di trovare una propria originalità. L’entusiasmo è una componente necessaria in ogni tipo di attività, anche quella letteraria. Se esso mancasse o si affievolisse di fronte alle prime, inevitabili difficoltà che si debbono necessariamente affrontare e superare scrivendo un romanzo, allora non si arriverebbe mai a produrre alcunché. Credo infatti che entusiasmo e Continua a leggere

Dieci domande a dieci scrittori-traduttori. Lo sguardo obliquo sulla realtà: Wu Ming 2

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Wu Ming 2, uno dei componenti del collettivo Wu Ming, autori di romanzi e racconti sia collettivi che individuali, ma anche di una molteplicità di altre produzioni, iniziative, articoli, interventi, imprese, attività di diffusione e di guerrilla mediatica volte a mettere in evidenza le forzature e le contraddizioni del potere: il materiale è tale e tanto che, per la prima volta da quando è iniziato questo ciclo d’interviste, mi trovo in difficoltà a sintetizzare in dieci domande quello che vorrei chiedere.

1) Forse la cosa migliore è partire dal vostro romanzo d’esordio, Q, prima opera pubblicata da una grande casa editrice italiana con formula Creative Commons (ai tempi si trattava di qualcosa d’impensabile) e che quando uscì suscitò un vespaio di reazioni. Q contiene già in nuce, e al tempo stesso straordinariamente chiari nelle loro potenzialità, tutti gli elementi della vostra poetica. Una storia dalla parte dei reietti, insieme colta e popolare, raccontata con una scrittura quasi fiamminga, attenta al dettaglio ma con innumerevoli dinamiche interne. È una cosa che mi sono sempre chiesto: perché iniziare tutto così, con Q, con una travolgente avventura dietro le quinte della Riforma Protestante?

Il perché non lo sappiamo nemmeno noi, e se provassimo a ricostruirlo, sarebbe una spiegazione imposta a forza su una catena di eventi fatta di istinto, coincidenze, incoscienza e amicizia. All’epoca – era la metà degli anni Novanta – collaboravamo in vari progetti, dalla radio al teatro di strada. Pubblicavamo una rivista, scrivevamo racconti individuali, ci venne in mente di provare a concepirne uno collettivo, e per non rischiare di auto-limitarci cominciammo a parlare addirittura di un romanzo. Letture comuni – in particolare il saggio di Raoul Vaneigem, Il movimento del Libero Spirito – ci portarono a scegliere l’età della Controriforma come scenario condiviso nel quale animare l’intera vicenda.

2) Q era firmato Luther Blisset (pseudonimo collettivo utilizzato da un numero imprecisato di, cito Wikipedia, “destabilizzatori del senso comune”) mentre tutti i romanzi successivi portano la firma Wu Ming. C’è una ragione per questa sorta di passaggio di consegne?

La ragione è che Continua a leggere

Due o tre cose che (forse) non sapevate su Babbo Natale (replay)

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E’ cosa risaputa che i post non si debbano mai ripetere… eppure i libri vengono ristampati, i film e le serie televisive vengono ritrasmesse e, soprattutto sotto Natale, c’è una generale tendenza alla ricerca di qualcosa che abbia fatto parte dell’anno precedente. Per chi allora l’anno scorso l’avesse perso, o per chi vorrebbe che anche quest’anno gli fosse ricordato, vi ripropongo “due o tre cose che (forse) non sapevate su Babbo Natale“, augurandovi una buona lettura, delle serene vacanze e ovviamente tanti ma tanti regali da Babbo Natale (o da chi per lui)…

Tutto è cominciato con la mia compagna che mi chiedeva se mi ricordavo i nomi delle renne di Babbo Natale. “Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet…” ha detto, “e poi?”
Avevo appena finito di cucinare. Erano le 9.30 di sera. Fuori pioveva. La mia compagna era riuscita ad addormentare nostro figlio dopo due lunghe ore di discussioni, trattative, letture e domande su Babbo Natale.
“I nomi delle renne?” ho ripetuto assumendo quella cognizione di causa che tutti i padri devono avere quando si tratta di questioni riguardanti i propri figli.
‘Perché’, stavo pensando, ‘hanno dei nomi?’
Mi ha guardato. La mia Continua a leggere

Ci devi pensare tu

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Sei un bianco occidentale di circa trent’anni nel corpo di un nero di dodici che vive a Mogadiscio. La Storia ti è stata riassunta nel briefing iniziale: colonialismo, dittatura, guerra civile, pirati, Al Shebab, le carestie, le condizioni socio-economiche, tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli, le tue sorelle, la tua istruzione, le tue prospettive, il tuo presente, ora, adesso, quando tutto questo comincia. Poi, se vorrai, potrai approfondire il resto con calma, nel tempo – e di tempo ne hai -: i dettagli del passato, suo e della sua gente, quello che ancora non conosci e che potrebbe esserti utile sapere perché in Africa non ci sei nato e non ci sei cresciuto, non l’hai neppure mai vista, l’Africa. Ma non è questo che conta.
Quello che conta è che la Storia è una storia vera, e che il bambino è un bambino vero, e che la sua famiglia, i suoi amici, i suoi Continua a leggere

Dieci domande a dieci scrittori-traduttori. Riuscire a trasmettere la voce dell’autore: Silvia Pareschi

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Silvia Pareschi, traduttrice dall’inglese all’italiano di grandissimi autori – da Jonathan Frazen a Zadie Smith, da Junot Díaz a Julie Otsuka, da Nancy Mitford a Don DeLillo (e molti altri ancora) – …… Ciao Silvia, innanzitutto complimenti per il tuo lavoro di traduttrice e per aver dato la possibilità a moltissimi italiani di conoscere le opere di alcuni dei migliori autori degli ultimi anni. Comincerei con un paio di domande alle quali hai già risposto probabilmente molte volte, ma che possono aiutarci a capire chi sei.

1) Come sei arrivata a fare la traduttrice?

Grazie a una buona dose di fortuna. Mi sono laureata in lingue con una vaga idea di voler tradurre letteratura, quella russa, però. Dopo la laurea e una serie di lavoretti per sbarcare il lunario, mi sono iscritta al master in tecniche della narrazione alla scuola Holden di Torino, sempre con una vaga idea di voler lavorare nel mondo dell’editoria. Durante il master, mentre seguivo un seminario sulla traduzione, venni notata dalla docente, Anna Nadotti, che mi segnalò alla casa editrice Einaudi. La mia prima traduzione pubblicata fu Le correzioni di Jonathan Franzen. Non potevo sperare in un esordio migliore.

2) Parliamo, appunto, dei tuoi esordi nel difficile mondo della traduzione. Te lo chiedo soprattutto a nome di quanti non conoscono certe dinamiche dell’editoria. Come funziona? Scegli tu chi tradurre? Vieni scelta? E cosa succede se non riesci a sviluppare un feeling con l’autore e col testo?
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Da dove nasce un buon pugile.

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Amato da scrittori di grande fama quali ad esempio Ernest Hemingway ed Elmore Leonard, W.C. Heinz è in Italia ancora relativamente poco conosciuto.
Eppure fu Hemingway stesso, all’indomani dell’uscita del primo romanzo di Heinz, Il Professionista, che non esitò a definire questa storia l’unico bel romanzo sulla boxe che avesse mai letto e il suo autore uno dei più bravi e promettenti dell’epoca.
Heinz e Hemingway in realtà si erano già conosciuti anni prima dell’uscita de Il Professionista, in Germania, durante il secondo conflitto mondiale, quando Heinz lavorava come inviato di guerra del New York Sun ed Hemingway del Collier’s.
Heinz però impiegò molto tempo prima di riuscire a pubblicare il suo primo romanzo (Il Professionista è del 1958) e la sua fama restò per lunghi anni legata più alla sua attività di giornalista sportivo (insieme a Tom Wolfe, Jimmy Breslin e Gay Talese gettò le basi di quel “New Journalism” destinato a cambiare la nostra maniera di leggere i quotidiani e di Continua a leggere

Dieci domande a dieci scrittori-traduttori: Nicola Lagioia

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Nicola Lagioia, autore di romanzi, racconti e saggi, editor di nichel, la collana di letteratura italiana di minimum fax, e personalità molto attiva nel panorama culturale italiano, uno degli scrittori di cui, negli ultimi tempi, si è parlato (e si sta parlando) maggiormente…

1) Da Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi), pubblicato nel 2001 da Minimum Fax e vincitore del premio Lo Straniero, a La ferocia, 2015, pubblicato con Einaudi e vincitore del Premio Strega. E nel mezzo due altri romanzi Occidente per principianti, 2004, Einaudi, vincitore del premio Scanno e Riportando tutto a casa, 2009, vincitore del Premio Viareggio, senza contare le opere a più mani, i saggi e i racconti: com’è cambiata (se è cambiata) la tua maniera di raccontare storie e di rapportarsi al mondo?

Mi sembra di poter dire che, dal primo romanzo alla Ferocia, sono andato sempre più verso la costruzione di una storia. Verso romanzi, cioè, che avevano un impianto narrativo sempre più pronunciato e complesso. Credo di essermi reso conto, andando avanti, che il Continua a leggere

Milioni di nocche che bussano alla porta… e una classe politica non all’altezza del compito storico che le è stato affidato

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Si fa un gran parlare, e a ragione, dell’articolo scritto da Mario Calabresi e comparso sulla prima pagina de La Stampa ieri mattina. E non solo per la foto di Alan, il bimbo siriano di tre anni annegato insieme alla madre e al fratello più grande mentre cercava di raggiungere Kos, la Grecia, l’Europa, la salvezza.
Chissà se qualcuno gli aveva spiegato che quell’Europa che tanto disperatamente stavano cercando di raggiungere era, insieme al resto dell’Occidente, in larga parte corresponsabile del dramma che da anni si sta consumando sul suolo siriano.
Quando sui libri di Storia, a scuola e poi all’Università, mi fecero studiare la presa di potere del nazismo e la sua avanzata in Europa, il punto fondamentale dal quale ogni studente doveva partire era l’immobilità degli stati europei e la loro impotenza, il loro essere troppo deboli, troppo divisi, troppo distanti, nelle loro differenti e personali posizioni per riuscire ad affrontare con successo quell’ombra che si stava allungando su di loro e che li minacciava tutti, nessuno escluso.
L’Europa unita, questo Leviatano voluto da quegli stessi Stati che avevano giurato che non sarebbero mai più stati deboli, impotenti, immobili, divisi e distanti, nelle loro differenti e personali posizioni, al cospetto di chi ne avesse minacciato i Continua a leggere

E vedrai che un giorno ti servirà

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“La stellina e la luna”, “La quercia grande e i suoi visitatori”, “Le sette menestrelle” e a seguire “L’apetta golosetta”, “La signora Bisbetica e le sue ancelle Scarpa e Ciabatta”, “Lina la lucertolina”, “La scimmietta Pilù e la Savana”: sono solo alcune delle storie contenute nei volumi Le fiabe di Ambretta (Edilcolors, Joy Division, 2015) e I racconti fantasiosi di Ambretta (Edizioni Il Villaggio Ribelle, 2015) illustrati rispettivamente da Liliana Carone e Valentina Virdis.
Nelle parole dell’autrice, le storie contenute nelle sue opere sono “un inno al Creato e alle sue Creature e hanno tanti insegnamenti e valori che oramai, in questa nostra amata Italia, sono un po’ annebbiati. Nei miei scritti”, prosegue, “il rispetto per la Natura e i suoi abitanti è ricorrente, insieme a piccoli riferimenti religiosi”.
Ambretta Centofanti vive in un Continua a leggere