Andrea legge nel tubo: “Sarudda” di Giovanni Meli.

Un nuovo ciclo di letture, con Andrea Sciuto.

Nato in provincia di Bergamo da genitori siciliani, Andrea Sciuto vive tra Catania e Bergamo, dove lavora come insegnante di lettere. Fa parte del Circolo dei Narratori di Bergamo, gruppo di volontari che organizza iniziative di promozione della lettura insieme alle biblioteche pubbliche.
Oggi vi proponiamo una sua video-lettura dal titolo “Sarudda” di Giovanni Meli

Andrea legge nel tubo: “Amore di lontano”

Un nuovo ciclo di letture, con Andrea Sciuto.

Nato in provincia di Bergamo da genitori siciliani, Andrea Sciuto vive tra Catania e Bergamo, dove lavora come insegnante di lettere. Fa parte del Circolo dei Narratori di Bergamo, gruppo di volontari che organizza iniziative di promozione della lettura insieme alle biblioteche pubbliche.
Oggi vi proponiamo una sua video-lettura dal titolo “Amore di lontano“.

Il diritto al respiro

Del diritto al respiro avevo già parlato in un articolo su Eric Garner, nel 2014.
A quei tempi il presidente degli Stati Uniti era Barack Obama ma essere di colore, in una qualunque città del cosiddetto Mondo Libero, era ancora una ragione sufficiente per essere giustiziati per mano di agenti, in strada, durante un banale arresto.
Adesso che alla lunga lista di nomi si è aggiunto anche quello di George Floyd, mi trovo costretto a riproporlo, ancora volta e mio malgrado, nella speranza che possa finalmente essere l’ultima.

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Viviamo in un mondo in lotta tra diritti e soprusi, povertà crescente e ricchezza sempre più concentrata nelle mani di pochi. Viviamo in una società basata sempre più sui conflitti, di razza, di genere, di religione e non ultimo, appunto, di ricchezza, che poi è divenuta l’attuale scala di valori su cui giudicare gli altri, dopo la scomparsa di quel concetto di ‘classe’ che tanto a lungo aveva caratterizzato il secolo scorso.
Dagli Stati Uniti, nazione che fino a non molti anni fa veniva indicata come luogo simbolo delle lotte per i diritti civili, e che all’indomani dell’elezione di Barack Obama sembrava aver definitivamente superato i fantasmi della discriminazione razziale, arrivano ogni giorno storie di violenze e ingiustizie operate da parte delle forze dell’ordine nei confronti di persone di colore. In Italia più che il colore sembrano contare (come spesso accade dalle nostre parti) le conoscenze. E così, per un’escort appena maggiorenne che fa la vita della milionaria tra il Messico e Dubai, ci sono i vari Giuseppe Uva, i Federico Aldovardi, gli Stefano Cucchi, entrati Continua a leggere

Ripensare la nostra maniera di vivere?

Tucidide, Boccaccio, Manzoni, Defoe, Camus… sono solo alcuni degli autori che nel passato ci hanno raccontato le devastazioni causate da epidemie e pandemie d’ogni genere, e rileggendo oggi le loro opere sorprende la straordinaria somiglianza con la contemporaneità.

Nella sua Guerra del Peloponneso, Tucidide descrive, con la dovizia di particolari e il presupposto d’oggettività che lo contraddistinguono, una malattia proveniente dall’Africa che, dopo aver mietuto innumerevoli vittime in Etiopia, Egitto e Libia, raggiunse il mondo greco devastando in particolare Atene, già stremata dalla guerra con Sparta. La piaga, che a detta dello storico greco non trovava precedenti nell’antichità, era così terribile e sconosciuta che chiunque la contraeva moriva nel giro di pochi giorni. In base alla ricostruzione offerta da Tucidide, quasi due terzi della popolazione ateniese scomparve, e l’unica ragione per cui l’epidemia non si diffuse in altre città (Sparta su tutte) fu che i soldati assedianti, spaventati dai roghi appiccati ad Atene per bruciare i cadaveri, decisero di ritirarsi lasciando la capitale del Peloponneso in preda a se stessa.

Parecchi secoli dopo è il turno di Boccaccio, che ci descrive la peste nera del 1348, di cui fu diretto testimone. La peste, primo esempio ben documentato di pandemia, ebbe origine in Asia centrale, durante gli anni ‘30 del ‘300, e da qui si diffuse in Medio Oriente, Africa e Turchia, fino a raggiungere l’Italia e il resto d’Europa. La devastazione della peste durò fino al 1853, quando i focolai andarono rapidamente spegnendosi fino a scomparire dopo aver causato circa 20 milioni di vittime, un terzo della popolazione europea del tempo. Scrive il Boccaccio: “… e più avanti ancora ebbe di male: ché non solamente il parlare e l’usare cogli infermi dava a’ sani infermità o cagione di comune morte, ma ancora il toccare i panni o qualunque altra cosa di quegli infermi tocca o adoperata pareva seco quella cotale infermità nel toccator trasportare”. Continua a leggere

Andrea legge nel tubo: “La novella del lusignuolo”

Un nuovo ciclo di letture, con Andrea Sciuto.

Nato in provincia di Bergamo da genitori siciliani, Andrea Sciuto vive tra Catania e Bergamo, dove lavora come insegnante di lettere. Fa parte del Circolo dei Narratori di Bergamo, gruppo di volontari che organizza iniziative di promozione della lettura insieme alle biblioteche pubbliche.
Oggi vi proponiamo una sua video-lettura di alcune settimane, nel pieno della quarantena, per ricordarci da dove veniamo e dove non vogliamo tornare: Giovanni Boccaccio, Decameron, novella quarta della quinta giornata, detta “La novella del lusignuolo“.

Andrea legge nel tubo: il 25 aprile

Un nuovo ciclo di letture, con Andrea Sciuto.

Nato in provincia di Bergamo da genitori siciliani, Andrea Sciuto vive tra Catania e Bergamo, dove lavora come insegnante di lettere. Fa parte del Circolo dei Narratori di Bergamo, gruppo di volontari che organizza iniziative di promozione della lettura insieme alle biblioteche pubbliche.
Per celebrare il 25 aprile insieme, anche se virtualmente e con un giorno di ritardo, vi proponiamo la sua video-lettura tratta da La Macchina del Vento di WM1 e initolata Poseidone e il fascismo.
Buon ascolto!

 

L’emergenza Covid-19 in Nuova Zelanda: il traguardo dei ‘zero casi’.

Nelle ultime settimane, la stampa internazionale, soprattutto di matrice anglosassone, ha lodato l’operato del governo neozelandese, e in particolare del suo Primo Ministro Jacinda Ardern, nella gestione dell’emergenza causata dal Covid-19.
La CNN ha definito quella della Ardern “una lezione di leadership” e “un esempio a cui guardare” per tutte le nazioni afflitte dalla pandemia.
La risposta della Nuova Zelanda al Covid-19 è stata caratterizzata da empatia, efficienza, determinazione e chiarezza nei confronti della popolazione. Non c’era da stupirsi. Fin dall’inizio, il governo laburista della Ardern (Presidente dell’Organizzazione Giovanile dell’Internazionale Socialista nel 2008, agnostica, socialdemocratica, progressista, salita alla guida del Paese nel 2017 a soli 38 anni d’età) ha preso posizione contro ogni manifestazione d’odio e di razzismo (esemplare la sua reazione al massacro alla moschea di Cristhchurch, nel marzo 2019) difendendo i principi Continua a leggere

Andrea legge nel tubo: “La Veglia di Venere”.

Un nuovo ciclo di letture, con Andrea Sciuto.

Nato in provincia di Bergamo da genitori siciliani, Andrea Sciuto vive tra Catania e Bergamo, dove lavora come insegnante di lettere. Fa parte del Circolo dei Narratori di Bergamo, gruppo di volontari che organizza iniziative di promozione della lettura insieme alle biblioteche pubbliche.
Qui di seguito vi proponiamo una sua video-lettura de La Veglia di Venere (Pervigilium Veneris) che, in tempi di quarantena da Coronavirus, ha sostituito il consueto appuntamento nelle biblioteche.
Buon ascolto!

Sotto la grande nuvola bianca #4 (Come il Kiwi salvò la foresta)

Sotto la grande nuvola bianca.
(Un ciclo di brevi excursus su passato, presente e futuro della Nuova Zelanda e dei suoi abitanti)

In questi tempi di Covid-19 vi propongo uno dei più famosi miti maori, per ringraziare tutti quelli che, scendendo oggi nel sottobosco, stanno ancora una volta salvando la foresta.

Un giorno, Tāne (figlio di Rangi – il Padre Cielo – e Papa – la Madre Terra) stava camminando nella foresta quando si accorse che i suoi figli (gli alberi) crescevano verso l’alto ma si stavano ammalando alla base, divorati dagli insetti del sottobosco.
Decise allora di chiedere aiuto a suo fratello Tanehokahoka, che chiamò al raduno gli uccelli.
“Qualcosa sta uccidendo i figli di mio fratello Tāne” disse Tanehokahoka. “Ho bisogno che uno di voi scenda dai rami più alti della foresta e vada a vivere sul terreno per salvarli e salvare al tempo stesso la vostra unica casa. Chi si offre volontario?”
Nessuno degli uccelli rispose.
Tanehokahoka si guardò attorno e riconobbe il Tui.
Tui” chiese, “lascerai tu i rami più alti per andare alla base della foresta?”
“Il Tui guardò verso le cime degli alberi e vide il sole luccicare tra le foglie. Poi guardò il sottobosco e vide la terra fredda, scura e brulicante d’insetti. Continua a leggere

Dieci domande a dieci scrittori-traduttori. Scrivere come un lettore: Heddi Goodrich

               

Heddi Goodrich è nata a Washington nel 1971 ed è arrivata a Napoli nel 1987 per un breve scambio culturale finendo per rimanervi (tranne brevi periodi di ritorno negli Stati Uniti) fino al 1998. A Napoli ha abitato nei Quartieri Spagnoli e si è laureata in Lingue e Letterature Straniere all’Istituto Universitario Orientale. Insegnante, tiene un blog bilingue su traduzioni, letteratura e curiosità dell’italiano e dell’inglese (Il buono, il brutto e l’ulivo). Attualmente vive ad Auckland, Nuova Zelanda, con il marito e due figli. Perduti nei Quartieri Spagnoli, Giunti, 2019, è il suo primo romanzo.

 

1) Parlami della genesi del tuo libro, quando si è accesa la piccola fiamma, come l’hai custodita, quanto hai impiegato e come sei riuscita a trasformarla in un falò di 450 pagine fitte ed avvolgenti?

Ho scritto la prima bozza, in inglese, più di dieci anni fa. Mi ero trasferita ad Auckland da alcuni anni e avevo nostalgia di Napoli, dove avevo trascorso molti dei miei anni formativi. La motivazione principale era egoistica: volevo Continua a leggere

Sotto la grande nuvola bianca #3 (Tāne Mahuta)

Sotto la grande nuvola bianca.
(Un ciclo di brevi excursus su passato, presente e futuro della Nuova Zelanda e dei suoi abitanti

Il Re della Foresta: Tāne Mahuta

Una camminata di pochi minuti all’interno del parco naturale di Waipoua, nella più grande foresta pluviale ancora intatta nell’Isola del Nord della Nuova Zelanda, e ci si trova davanti a Tāne Mahuta, un gigante di 51,5 metri, con una circonferenza del tronco di 13,77 metri, il più grande esemplare di albero kauri sopravvissuto al disboscamento seguito alla colonizzazione europea.
Nella mitologia maori Tāne è il dio della foresta e degli uccelli, il figlio di Ranginui (Padre Cielo) e Papatūanuku (Madre Terra), nonché colui che avrebbe dato origine al genere umano.
Con un’età stimata di circa 2000 anni, Tāne Mahuta è il più maestoso albero kauri al mondo, attualmente protetto, insieme col resto del parco e con Te Matua Ngahere, il suo vicino di 30 metri d’altezza (età stimata, tra i 2500 e i 3000 anni), dal Dipartimento della Conservazione della Nuova Zelanda.
Come le sequoie in California, i kauri appartengono alla famiglia delle conifere e un tempo costituivano una riserva illimitata di legno per il popolo maori che li utilizzavano per costruire waka (grandi canoe lunghe fino a 40 metri), realizzare sculture ed elevare abitazioni, oltre che per Continua a leggere

Diffondendo aroha

Se l’identità di un individuo o di una comunità non viene definita da quello che gli succede ma dalla maniera in cui reagisce a quanto gli è accaduto, la Nuova Zelanda sta dimostrando ancora una volta di essere una nazione a cui guardare quando si pensa alle sfide che un mondo sempre più globalizzato, multietnico, multiculturale e multireligioso presenterà negli anni a venire.
All’indomani dell’atto terroristico che ha portato alla morte di cinquanta fedeli islamici (uomini, donne e bambini) riuniti in due differenti moschee della città di Christchurch per la tradizionale preghiera del venerdì, l’intera nazione sta reagendo con toccante partecipazione e con un sorprendente senso di appartenenza.
Da una parte la prima ministra Jacinda Arden si è recata a portare conforto e solidarietà alla Continua a leggere

Lasciare L’Isola Che Non C’è

È importante chiarire subito una cosa: Leaving Neverland, il documentario prodotto da Channel 4 e da HBO, e diretto dal regista britannico Dan Reed, con protagonisti Wade Robson e James Safechuck, non è un’investigazione con al centro della propria indagine Michael Jackson (come invece potrebbe apparire ad una prima, superficiale analisi).
È invece un’inchiesta che vuole mostrare nei minimi dettagli il funzionamento psicologico di un adescamento, ovvero un’opera che, nelle parole del regista stesso, vuol far vedere “come un abuso sessuale ai danni dei bambini si pianifica, si sviluppa, si evolve e si verifica, e le conseguenze che comporta a lungo termine nelle vite delle sue vittime e delle loro famiglie”.
È anche importante chiarire subito una seconda cosa: Leaving Neverland è senza dubbio un’opera a senso unico, un’inchiesta in cui non si dà volutamente spazio alla controparte (Jackson e i suoi difensori) per concentrarsi unicamente, e con maniacale insistenza, sulla ricostruzione degli eventi fatta dalle Continua a leggere

Ricomincio da qui. (storia del 2010 rivisitata)

Quando la voce lo raggiunse, Arhat stava camminando con alcuni amici sulla strada antistante la moschea dell’Iman. Gli ci volle un po’ per fare ordine nelle parole. Aveva lo sguardo allacciato ai minareti, alle cupole, ai portali intarsiati, ai marmi, ai pavimenti e alle palme all’ombra delle quali aveva trascorso la mattinata conversando.
La voce era quella di un suo compagno di corso. Lo raggiunse alle spalle, e una volta vicina, ansimante, impaurita per il dubbio d’essere stata pedinata da orecchie invisibili, gli riferì che erano andati a cercarlo all’Università. Continua a leggere

Sotto la grande nuvola bianca #2 (Frank Sargeson)

Sotto la grande nuvola bianca.
(Un ciclo di brevi excursus su passato, presente e futuro della Nuova Zelanda e dei suoi abitanti)

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Un autore neozelandese: Frank Sargeson

Quasi sconosciuta in Italia, la storia della letteratura neozelandese annovera tra le sue fila molti autori interessanti, che in diverse maniere, e con stili ed approcci spesso contrapposti, hanno dato vita ad una produzione poliedrica e sotto molti punti di vista unica al mondo.
Da una parte personalità quali Janet Frame (autrice complessa dalla tribolata esistenza, a lungo rinchiusa in un ospedale psichiatrico, fu salvata dalla lobotomia grazie all’inaspettato successo della sua opera prima e venne poi candidata per ben due volte al Nobel per la letteratura), Patricia Grace (che con la raccolta di racconti Waiariki divenne la prima donna Maori a pubblicare in lingua inglese ed è ad oggi considerata una figura centrale della letteratura mondiale del secolo scorso), Keri Hulme (il cui romanzo The Bone People vinse nel 1985 il Continua a leggere

EDUCAZIONE SENTIMENTALE #10

Tutto cominciò il giorno in cui mio padre tornò a casa con I pirati della Malesia sottobraccio.
Il celebre romanzo di Salgari era in vendita dal suo giornalaio di fiducia e non aveva resistito alla tentazione di comprarmelo. È il primo, chiaro ricordo che ho di un regalo. Sulla prima pagina scrisse una dedica: A Matteo, con affetto, papà. D.O.C. dimenticandosi di aggiungere la data. Così ogni volta che lo riprendo tra le mani la mia ricerca del tempo perduto arranca tra dettagli chiarissimi ma di scarsa utilità (cosa intendeva poi con quel D.O.C?) quali l’emozione di possedere il mio primo libro ‘da adulto’ e le due righe iniziali “Mastro Bill, dove siamo?” “In piena Malesia, mio caro Kammamuri”, infine mia madre che mi chiama per andare a tavola, risvegliandomi da un viaggio che avrebbe continuato ad accompagnarmi negli anni a seguire. “Dov’eri finito?” mi chiese non appena entrai in cucina.
“In Malesia” risposi chinandomi con aria da furfante sul piatto.
Resta il mistero di quanti anni avessi.
L’unica memoria certa (la mia seconda, vividissima immagine) è la reazione che ebbe la maestra quando seppe cosa stavo leggendo. Disse che Continua a leggere

Luckiest man in the World

“I have been one of the luckiest man in the World” così fino a qualche giorno fa si definiva Stan Lee, la notizia della cui morte, avvenuta all’età di 95 anni, sta facendo in queste ore il giro del mondo.
Fumettista, editore, produttore cinematografico e televisivo, Stan Lee ha lasciato un’impronta nell’immaginario del mondo occidentale paragonabile solo a quella di Walt Disney, anche se rispetto al connazionale statunitense la sua fama rimane, e forse rimarrà per sempre, circoscritta ai soli amanti del fumetto.
Soprannominato L’Uomo (The Man) e Il Sorridente (The Smilin’) Stan Lee fu il primo ad introdurre, insieme a diversi disegnatori e co-creatori (Jack Kirby  e Steve Steve Ditko in particolare) la figura del “supereroe con superproblemi” umanizzando una categoria dell’immaginario post-war che fino a quel momento era stata caratterizzata esclusivamente da personaggi perfetti e bidimensionali (uno su tutti: Superman).
Stan Lee ideò la famiglia dei Fantastici Quattro (1961) e grazie alla sua fervente immaginazione videro la luce  Hulk (1962), Thor (1962), Iron Man (1963), gli X-Men (1963), Daredevil, 1964) e il Dottor Strange (1963), per non dimenticare uno dei personaggi Marvel di maggior successo, l’Uomo Ragno (1962).
Fu proprio grazie a Lee che la Marvel si trasformò da piccola casa editrice in multinazionale dell’intrattenimento su scala mondiale.
Ma il mio personaggio preferito, quello per cui ringrazierò sempre la fervida fantasia di Lee e dei suoi collaboratori, è senza dubbio Silver Surfer, in cui la sofferta umanità dei supereroi Marvel raggiunge apici insuperati.
Ideato grazie al fondamentale contributo di Jack Kirby, colui che di fatto lo disegnò per primo, Silver Surfer divenne in poco tempo il personaggio preferito di Lee: un moderno Prometeo, un surfista della galassia che cerca una ragione per continuare a vivere in un universo infinito e privo di risposte.
Ed è proprio così che mi raffiguro Stan Lee in questo momento, dopo aver letto la notizia della sua morte: seduto sul bordo di qualche sistema solare col sorriso in faccia e l‘ottimismo che lo contraddistingueva a spingerlo sempre oltre, ma con dentro l’anima quella nebulosa di domande che fa dei suoi personaggi – e oggi, possiamo dirlo, anche di tutti noi – supereroi vulnerabili alle prese col mistero di una vita che continua a sfuggirci.

Io sono El Diablo

Una periferia di Bologna inusuale, che sembra una sorta di landa pasoliniana dai toni apocalittici, un po’ deserto australiano e un po’ ritratto iperrealistico dell’Italia e dell’Europa contemporanei, e al suo interno l’Inglese, un finto clochard col volto coperto di cicatrici e una benda nera a coprirgli l’occhio destro, che come molti anni prima di fronte all’Ayers Rock (una storia che fa capolino in questo romanzo solo nei termini di rari flash back) prova “il desiderio irresistibile di entrare nel territorio desertico, e marciare senza fermarsi fino alle profondità del nulla”.
Poi l’incontro con una giovane albanese, Violeta, il cui passato è avvolto come quello dell’Inglese in un mistero intricato, sembra rimettere tutto in gioco: riportare in vita fantasmi che si pensavano sconfitti e aprire squarci su un futuro in cui non si vuole ancora rinunciare a credere.
Il tutto intriso di violenza feroce ed istanti di poesia, riflessioni inaspettate, dialoghi scarni, disperazione, crudo realismo limato con sapienza da slanci di forte immaginazione narrativa, come quando l’Inglese ripercorre gli anni della sua infanzia in un castello della Cornovaglia o nell’episodio in cui la chiave di lettura di una giornata come tante è offerta da un ricordo che si credeva dimenticato.
Nel romanzo Io sono El Diablo (Fanucci Editore, collana Neroitaliano) Mauro Baldrati mescola ingredienti diversi – stile pulp, atmosfere da graphic-novel e crime-fiction da una parte, realismo da reportage ed inquietanti incursioni nel traffico di giovani vite umane dall’altra – muovendosi con agilità tra  Continua a leggere

Time machine: scritto nel 2011 ma ancora attuale? Giudicate voi….

La discussione in rete (e non solo) sulla rete sta negli ultimi giorni tornando ad agitare i pomeriggi afosi di chi ha appena finito le vacanze. Internet continua a essere la nuova frontiera, il grande universo rigirato che vive dietro gli indici cliccanti di milioni di persone. Il buco del coniglio è uno schermo sempre più piatto, dove a detta di molti si potrà scendere sempre più in profondità, con orizzonti e confini tutt’ora impossibili da delineare. È una vera e propria ‘corsa all’ovest’ dove alle terre si sostituiscono i ‘domini’ e dove ognuno, come nella migliore tradizione pionieristica, può crearsi una nuova identità a cavallo della quale rifarsi un’altra vita.
Si cercano regole. Si parla di buon senso. Regole e buon senso che difficilmente potranno essere trovate, se pensate sulla base dei parametri del mondo, cosiddetto, reale. La prima regola del mondo-internet, infatti, è che non pare esserci distinzione tra reale e immaginario, in una sorta di paradossale ricostituzione delle tre unità aristoteliche secondo la quale tutti possono essere (quasi) chiunque, in (quasi) ogni luogo e (quasi) nel medesimo tempo. Continua a leggere

Good bye Anthony

Anthony Bourdain l’ho conosciuto grazie allo show televisivo The Layover  (traduzione letterale, Lo scalo, nella versione italiana Tutto in 24 ore) che ancora oggi considero uno dei programmi di viaggio/cultura(soprattutto culinaria)&società, più riusciti di sempre.
Malgrado l’apparente semplicità del format – cosa fare e dove andare nelle 24 ore di uno scalo in una qualche grande città del mondo – è la voce di Anthony e la sua maniera inimitabile di sviluppare potenzialità e contenuti a fare di ogni puntata un’opera d’interessante originalità e d’inaspettata forza narrativa: i tradizionali monumenti e i siti turistici restano sullo sfondo, recitando la parte che comunque ricoprirebbero nella quotidianità degli abitanti del luogo, e al loro posto diventano protagonisti i locali (ristoranti, bar, chioschetti, luoghi di ritrovo…) dove si sviluppa, freme, ribolle, sopravvive, si trascina, soffre e talvolta germoglia e si rinnova l’esistenza cittadina.
Indefesso viaggiatore, abituato a scendere e salire su ogni tipo di mezzo motorizzato o meno, dotato di quella rara capacità di connettersi e parlare con le persone che incontra, soprattutto gente di strada con un passato oscuro e un grande amore per la vita, Continua a leggere