Ilaria Palomba, “Disturbi di luminosità”

Da Disturbi di luminosità, di Ilaria Palomba. Gaffi Editore, 2018

Ascolto i rumori della strada, invadono. Mi lascio invadere, senza tuttavia lasciarmi scalfire. Fuori ci sono gli zingari, un uomo che vende rose e un altro che rovista nel cassonetto.

Arriva una voce di donna, il rombo di un’auto, c’è il vento. Poggio le mani sul vetro, lascio i segni. Disegno serpenti con le dita, le porto a me, stringo la carotide fino a farmi mancare l’aria.

Immaginami sul divano, i piedi scalzi, laidi, il vestito nero arricciato sulle cosce, i capelli scarmigliati e il cuore che batte a centottanta bpm.

Non c’è nulla che somigli a un attacco di panico, l’ansia è fisica, quello che io provo ha a che fare con il pensiero. Anche se il corpo dovrebbe essere tutt’uno col pensiero, io li vivo dissociati. Di fondo anche il mio corpo non sta bene. La mia testa è piena di rimbombi. Ma sono le cose che penso a gettarmi di faccia in un baratro. È l’eterno ritorno dell’identico, da questo non si può guarire, non si può guarire da sé stessi. Posso soltanto tapparmi le orecchie. Sbatto contro un caleidoscopio dai mille volti e sono sempre io e non posso fingere di non vedere.

Dicevo: Non sono sicura che questa realtà sia vera. Continua a leggere

“Notturno con sax”, di Rossana Pavone

Notturno con sax

di Rossana Pavone

Aveva imboccato per caso il viottolo in discesa e la vecchia moto che lo accompagnava da tanti anni sembrava scegliere autonomamente il percorso migliore su quel terreno sconnesso.

Arrivato alla spiaggetta compì l’unico consueto movimento con cui, smontando, appoggiava il mezzo al cavalletto. Questa volta, però, non c’era nessuno da aiutare a scendere dalla sella.

Sfilò il casco e si avviò seguendo i suoi passi. Non si accorse del respiro cadenzato del mare, né delle cicale che avevano ritrovato il ritmo del loro canto, l’ultimo prima del calare della notte, interrotto dal rombo estraneo di quel motore sconosciuto e potente.

Si era lasciato cadere sulla sabbia, stordito dall’assenza dolorosa che aveva preso il posto dei suoi pensieri. La sua figura era in contrasto stridente con l’armonia di quell’angolino riposto, abbracciato dalle rocce ancora tiepide di sole, lambito dal mare già tremolante dei riflessi della notte. Dopo un tempo indefinito si rialzò, allacciando meccanicamente il giubbotto, con passo rigido e cieco raggiunse la moto fedele, l’avviò col gesto noto e si allontanò accompagnato dal rombo basso del motore.

Non notò la piccola abitazione abbarbicata alle rocce, dello stesso colore, in perfetta sintonia con esse, che apriva piccole finestre da cui trapelava una luce. Non sentì muovere un’imposta, né scivolare leggero un gatto ritagliato nel colore della notte.

La baia tornò silenziosa per poco, per riaccendersi poi del frinire dei grilli che davano, nel buio, il cambio alle cicale.

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“I BISCOTTI AL GINGER”, DI HELENA MOLINARI

“I BISCOTTI AL GINGER”

(dal romanzo Emma di Helena Molinari)

I rintocchi dell’Ora Media non furono sufficienti a destarla, ma la sconosciuta voce di un uomo, l’insistente bussare all’uscio sì, molto dopo, quasi all’imbrunire, a Vespro cominciato d’un feriale sfollato, dove la sua assenza si fece ancor più notare.

«Emma, Emma, apri ! Emma stai bene?»

«Arrivo, arrivo!» Ciao Emma… Padre mi dica…

«Emma, sono padre Eugenio, priore di questa piccola comunità da molto poco.»

«Oh padre mi scusi davvero, il tempo è volato ed io ho mancato i Salmi.»

«Non temere Emma, non sono qui per questo; solo per sincerarmi che tu stia bene, per ascoltare da te il racconto dell’anima e di questo luogo, dove a lungo, mi dicono, tu hai risieduto, quando ancora ero un semplice novizio in cammino. Insomma se vorrai io ci sarò, disse impavido e mosso da quella perfetta letizia tipica del francescanesimo.»

Non una parola di più e rapido ridiscese la scalinata, che ingombra di autunno accompagnò il suo commiato rumorosamente, come un crepitio vivace di fuoco.

Oramai del sole un pallore a glassare di poco quelle tante foglie, nella piazzetta antistante l’alloggio.

Quella visita e quello spettacolo agli occhi la trattennero un po’ sulla soglia, confusa quasi imbambolata, nonostante il freddo fuori. Continua a leggere

SU “AUTISMI”, DI GIACOMO SARTORI

Questo pezzo su Autismi di Giacomo Sartori (Miraggi Editore) è stato scritto e postato da Frederika Randall, in inglese, sul suo blog. La traduttrice e giornalista americana ha tradotto alcuni testi della raccolta (postati in origine su “NazioneIndiana”, e poi rivisti) per la “Massachusetts Revue” (2015), così come il romanzo dell’autore Sono Dio, di prossima pubblicazione negli Stati Uniti.

 

AUTISMI, RECITATIVI D’AUTORE

Autismi, stilato nel 2010 e appena pubblicato in una elegante edizione da Miraggi, è uno degli esperimenti narrativi più originali e riusciti di Giacomo Sartori. In sedici episodi separati ma tra loro interconnessi (l’editore li definisce recitativi d’autore), il testo evoca persone e luoghi tratti liberamente dalle esperienze dell’autore. Le vicende dell’io narrante disegnano una creatura tragicomica, problematica e marginale, spesso ai ferri corti con l’universo tardocapitalistico, perpetuamente disorientata dalle regole del gioco che governano famiglia lavoro e società. La sua voce è dolorosamente candida e ingenuamente poetica, e in apparenza spontanea, può ricordare l’assurdità ribelle di Samuel Beckett o l’ilarità mostruosa di Kafka. Il volume si apre con quello che è forse episodio migliore, l’ipnotico Il mio lavoro, a proposito di una strana professione che poi ricalca quella dell’autore stesso, agronomo di formazione, e specialista del suolo (una disciplina scientifica in notevole fermento di questi tempi). “Il mio lavoro consiste nel fare buche nella terra. Bu­che grandi e profonde, in cui ci entra comodamente una persona. Poi appunto ci entro dentro. Mi ci seppellisco, si potrebbe dire.” E il libro si chiude con disposizioni stravaganti per il fine di vita, Il mio testamento biologico: “Se nonostante questi miei disinteressati consigli, non riuscirete a svegliarmi, sopprimetemi. Fatelo con gioia, come si sfila una carota dalla terra, pensando già a mangiarla. Procedete pensando che avete il mio pieno avvallo. Ditevi che anch’io al vostro posto agirei nello stesso modo.” Continua a leggere

“BUONA LETTURA”. Roberto Plevano, “Marca gioiosa”

Buona lettura 15 – Marca gioiosa, di Roberto Plevano

Buona lettura è una rubrica curata da Mara Pardini. Uno spazio per “assaggiare” libri buoni, ovvero utili, piacevoli, intelligenti, capaci di lasciare un segno nell’immaginazione di chi li sfoglia.
Un taccuino per catturare le impressioni, i messaggi e le parole che escono di pagina in pagina ma anche per incontrare scritture nuove e legate all’attualità.
Un angolo per parlare di libri e condividere il gusto di una buona lettura.

Romanzo vincitore della II edizione del Premio Nazionale di Letteratura “Neri Pozza”, Marca Gioiosa di Roberto Plevano si presenta come un libro largo e maestoso, in linea con la storia e i tempi narrati, quando Impero e Papato si sfidavano senza esclusione di colpi.

Il giovane studioso Amalrico torna a Besièrs, città della Provincia, dopo l’apprendistato dal suo maestro di Tolosa e, purtroppo, al rientro trova morte e distruzione, segni lasciati in nome di un “dio folle e criminale” che pare aver preso possesso di ogni cosa e non risparmiare neppure i bambini.

L’intellettuale Almarico capisce che deve trovare una via di fuga. E così, in compagnia del giullare Uc de San Sir, inizia il viaggio nel Nord Italia e va incontro al compiersi del suo destino, segnato dalla lotta e dall’amore. Continua a leggere

“DIARIO DELL’ALPINO FRANCESCO MACCARIO”

Da Diario dell’alpino Francesco Maccario, a cura di Paola Maccario (ed. arabAFenice)

2 settembre 1944

Le mie condizioni sono sempre stazionarie. Faccio il calcio endovenoso, passo qualche ora a leggere il vangelo ed altri libri religiosi che mi da il cappellano: la vista mi è ritornata normale con una leggera anisocoria soltanto.

3 settembre 1944

In questa lotta di vita o di morte penso sovente ai miei cari ed alla mia cara lontana: immagineranno che in questi giorni sto combattendo contro la morte una lotta decisiva!?

4 settembre1944

Nella mia camerata ho tre cari amici: Fantozzi e Stoppane (romani), Pafundi (napoletano) i quali mi cantano canzoni bellissime delle loro città lontane tenendomi di buon umore. Continua a leggere

BUONA LETTURA: “Sesso e apocalisse a Istanbul”. Giuseppe Conte

“BUONA LETTURA” 14. “Sesso e apocalisse a Istanbul“, di Giuseppe Conte

Buona lettura è una rubrica curata da Mara Pardini. Uno spazio per “assaggiare” libri buoni, ovvero utili, piacevoli, intelligenti, capaci di lasciare un segno nell’immaginazione di chi li sfoglia.
Un taccuino per catturare le impressioni, i messaggi e le parole che escono di pagina in pagina ma anche per incontrare scritture nuove e legate all’attualità.
Un angolo per parlare di libri e condividere il gusto di una buona lettura.

In Sesso e apocalisse a Istanbul (Giunti Editore) il balzo creativo di Giuseppe Conte ci permette di cogliere la realtà contemporanea su livelli che s’intrecciano di continuo e rimangono in bilico tra Oriente e Occidente, anima e carne, speranze e paure, dolore e amore per la vita.

Il racconto di Conte è sopraffatto da eros e libri, tra le cui pagine nascono vere e proprie passioni come quella incontrollabile tra Giona, libraio genovese costretto a chiudere l’attività per colpa della crisi, e Vero, la sua bellissima e ricchissima amante, moglie di un importante politico italiano. Continua a leggere

I TANTI INTRECCI MEDIALI DEI COMICS

Dal testo introduttivo di ComicShow. Fumetti e spettacolo (2012) di Claudio Bertieri, revisionato dall’autore

Tutto è cominciato una sera della primavera 1964. Su una panchina di fronte al Palazzo del Parco di Bordighera, dove con alcuni amici/colleghi si tirava a far tardi. Eravamo stati invitati per prendere parte ad un convegno sulla “Commedia cinematografica” promosso dal Salone dell’Umorismo. Ragionando di vari argomenti saltò fuori che, seppure in misura diversa, eravamo un po’ tutti interessati ai fumetti.

La copertina di “ComicShow”, da ibs.it

Si trattava, in genere, di un rapporto vissuto più in passato che partecipato al presente, comunque non interamente appassito. Anzi, per certi versi, sollecitato di recente da alcuni incontri “festivalieri”. Delle isolate esperienze cinematografiche -dirette o indirette- che appunto sospingevano a riprendere in mano letture abbandonate da tempo. Non si viveva certo, in quei giorni, la stagione trionfante dei moviecomix, delle trascrizioni su pellicola di personaggi a lungo pedinati sui giornalini. Tuttavia, sembrava di capire che qualcosa si stava muovendo nella direzione di un recupero (tardivo) culturale di quella narrativa disegnata per converso messa all’indice dalle accademie. Continua a leggere

“Non c’è ombra in South Dakota”, di Andrea B. Nardi

di Marino Magliani

Le prefazioni e le postfazioni ai libri non servono; un critico italiano diceva che i libri dovrebbero giungere al lettore senza nulla, non una dedica, non un ringraziamento, non uno strillo, intonsa persino la copertina. Alla Landolfi. A meno che l’autore, dopo Ecce Deus (Impero Romano) e Ali (moderno western sideral-teologico), non scriva il suo non-western e Enzo G. Castellari non lo legga e si chieda: ma dove ti sei nascosto in questi trascorsi decenni? In effetti, ci sono libri di autori italiani che quando li leggiamo ci aprono paesaggi di praterie e vallate provenienti da un cinema che diventa sempre più insostituibile.        

Il libro s’intitola Non c’è ombra in South Dakota (Robin Edizioni, 2017), l’autore è Andrea B. Nardi.

Un altro autore con la sua voce inconfondibile che sa raccontarmi spazi e cieli è Vincenzo Pardini. Mentre scrivo queste linee, penso proprio al suo Grande Secolo d’oro e di dolore (Il Saggiatore, 2017), che ho qui in libreria.

Forse per il gusto di capire cos’hanno in comune le due storie e non trovarne. Se in Grande secolo abbiamo un io narrante esterno, in Dakota è il protagonista stesso a raccontarci come arriva “involontariamente” a Calahorra, nella profonda prateria, e a partire da lì l’io narrante è quasi sempre presente, giusto tranne periodi come quello della Guerra Civile, di cui in effetti ha potuto solo sentire parlare.                                             Continua a leggere

“Le facce del fiume”. Clemente Castelli e le sue sculture

Testo introduttivo e intervista di Oreste Verrini

C’è un piccolo borgo in provincia di Lucca, nel comune di Piazza al Serchio, fatto di sassi. Sassi per costruire le strade, per costruire le case e per abbellire. Non è inusuale, camminando in quelle stradine, incontrare un signore alto, di bianchi capelli, che con fare dinoccolato, passeggia. Siamo a Nicciano, in Garfagnana, e il signore è Clemente Castelli. Postino di professione e scultore per passione, ha abbellito il borgo di statue in arenaria. Ognuna di esse racchiude una storia, una leggenda, un desiderio.
Così l’ho conosciuto, camminando nel borgo. E sempre camminando ho conosciuto le sue opere e poi la sua storia. Non poteva rimanere ancora nascosta. Meritava di essere raccontata. Ad aiutarmi in questa avventura, Angelica Polverini, storico dell’arte e docente d’Accademia. Assieme abbiamo cercato di raccontare Clemente e il suo mondo. Le Facce del Fiume, Tarka Edizioni, è il risultato di questo lavoro. Continua a leggere

GABRIELE BORGNA, “ARTIGIANATO SENTIMENTALE”

Gabriele Borgna, Artigianato sentimentale, ed. Collezione Letteraria, 2017

Prefazione di Giuseppe Conte

Così è ormai verificabile come Porto Maurizio, u Portu, un piccolo antico paese verticale, di pietra e vento, alto sul mare, sia un luogo propizio alla poesia, di più, sia un luogo dove la poesia continua ritmicamente, segretamente a incarnarsi. Questo ho pensato leggendo i versi del libro di Gabriele Borgna: benvenuto nella compagnia che conta Giovanni Boine, Cesare Vivaldi e chi scrive questa nota. Non sapevo niente di questo giovane uomo, se non che fosse molto alto e atletico, dopo averlo incontrato per la prima volta lontano dalla Liguria, durante un happening poetico da me promosso al Teatro Filodrammatici di Milano. Ma sono i suoi versi, sorprendenti per energia, invenzione, passione -qualità molto rare oggi- ad avermi detto abbastanza di lui. E’ uno che sa cosa è la poesia, uno che la vive, uno che sa esprimere al meglio il suo mondo interiore in connessione con il tempo, e con il cosmo. Continua a leggere

ORESTE VERRINI, “LA VIA FRANCIGENA DI MONTAGNA”

Oreste Verrini, La Via Francigena di Montagna, Edizioni dei Cammini, 2017

(le illustrazioni qui riportate sono di Chiara Fabbri Colabich; il testo è di Oreste Verrini)

 

La passione per la letteratura di viaggio nasce, per caso, ai tempi dell’università e non ricordo un elemento scatenante, come un compagno di casa o di corso amante di quel genere, dal quale prese forma. Ricordo invece Le Vie dei Canti di Bruce Chatwin come il primo libro, un caposaldo della letteratura e forse nemmeno il più semplice da cui iniziare. Ma fu In Vespa di Giorgio Bettinelli ad aprirmi un mondo fatto di strade infinite, di racconti e persone incontrate, di lingue diverse, sorrisi e curiosità, seminando dentro di me quel seme che germoglierà solo molti anni più tardi.

Figurarsi come possa essermi sentito, immaginando i viaggi di quelle persone, il loro toccare con piede luoghi e nazioni sempre nuovi a centinaia di chilometri da casa, mesi e mesi lontani dalla famiglia e dagli affetti, spinti da una insaziabile sete di curiosità e di avventura.

Quale complesso di inferiorità mi abbia assalito quando ho realizzato di come il mio libro, La Via Francigena di Montagna, parli di un cammino fatto nella terra dove sono nato ed il percorso si sviluppi a pochi chilometri da dove sono cresciuto. Per un lungo periodo di tempo mi sono sentito un “viaggiatore” inferiore – non solo uno scrittore e narratore – per la vicinanza del luogo camminato, in senso metaforico il mio giardino di casa, per i pochi giorni, alla fine solamente dieci, per la relativa semplicità, zone conosciute e prive di pericoli e difficoltà oggettive. Continua a leggere

BUONA LETTURA: “Shiai e Ai. Combattimento e amore”. Lamberto Garzia

“BUONA LETTURA” 13. “Shai e Ai. Combattimento e amore“. Lamberto Garzia

Buona lettura è una rubrica curata da Mara Pardini. Uno spazio per “assaggiare” libri buoni, ovvero utili, piacevoli, intelligenti, capaci di lasciare un segno nell’immaginazione di chi li sfoglia.
Un taccuino per catturare le impressioni, i messaggi e le parole che escono di pagina in pagina ma anche per incontrare scritture nuove e legate all’attualità.
Un angolo per parlare di libri e condividere il gusto di una buona lettura.

Shiai e Ai (effigie edizioni, 2014) è certamente uno dei lavori più ispirati e compiuti di Lamberto Garzia, dove la poesia segna la storia di un amore guerriero, dei suoi abbandoni e del suo ritrovarsi, delle sue confidenze e delle sue conquiste, unicamente sotto forma di combattimento, scontro di corpi  che si annusano, si cercano e si respingono. Continua a leggere

BUONA LETTURA: “L’ho sposato, lettore mio. Sulle tracce di Charlotte Brontë”

“BUONA LETTURA” 12. “L’ho sposato, lettore mio. Sulle tracce di Charlotte Brontë“. A cura di Tracy Chevalier

Buona lettura è una rubrica curata da Mara Pardini. Uno spazio per “assaggiare” libri buoni, ovvero utili, piacevoli, intelligenti, capaci di lasciare un segno nell’immaginazione di chi li sfoglia.
Un taccuino per catturare le impressioni, i messaggi e le parole che escono di pagina in pagina ma anche per incontrare scritture nuove e legate all’attualità.
Un angolo per parlare di libri e condividere il gusto di una buona lettura.

Le storie racchiuse in L’ho sposato, lettore mio hanno in comune una qualità che le rendono audace organismo narrativo: il ricorso, seppur a tratti molto calibrato, ad una delle battute più celebri e citate della letteratura inglese.
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GIOVANNI NIKIFOROS, “ELIAL. IL FIGLIO DEI DUE POPOLI”

Da Giovanni Nikiforos, Elial. Il figlio dei due popoli, ed. Atene, 2016

PROLOGO

Era nato, per la seconda volta. La Terra, dopo averlo di nuovo partorito, ne ebbe paura. Il Fato l’aveva chiamata a quella gestazione, perché così era deciso che fosse.

Immani pareti di roccia riflettevano le luci emanate dall’infante, ancora fioche. La sua mente, mai del tutto sopita, si muoveva veloce, pregustando il momento in cui sarebbe riuscito a rimettersi in piedi, per non essere più abbattuto. Serviva ancora tempo, ma il tempo pare un’inezia a chi abbia riposato per ere covando propositi di vendetta. Incominciò a respirare e crescere.

Due occhi lo osservarono, poi il loro proprietario prese a risalire l’altissima scalinata quasi verticale. Si stava preparando un’epoca di dolore. Continua a leggere

Grande secolo d’oro e di dolore. Intervista a Vincenzo Pardini

Grande secolo d’oro e di dolore. Intervista a Vincenzo Pardini

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di Marino Magliani
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Prendiamo l’incipit di Grande secolo d’oro e di dolore (Il Saggiatore, 2017) di Vincenzo Pardini:
«In una stanza bianca come un sudario, il pavimento di mattoni, rossi e sgretolati, le travi che hanno resistitito ai terremoti, un giorno di febbraio del 1983 è morta Leonide Francesca Lusetti dei Longobardi, ultima discendente d’una antica casata della Media Valle del Serchio».
Il lettore è conquistato dall’onestà dell’io narrante, un discendente del casato, che nella stessa pagina ci dirà:
«Con l’aiuto della memoria e di documenti, tenterò di ricostruire una cronaca di vicende ed eventi che il tempo sta cercando di ingiallire»

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Il coraggio di Cion. Intervista a Daniele La Corte

daniele-la-corte-il-coraggio-di-cionDaniele La Corte, Il coraggio di Cion, Fusta Editore, 2016, pp.208, € 16
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di Marino Magliani
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Magliani: La letteratura della Resistenza è un po’ strana, come per certi aspetti lo è la Resistenza. Si scrivono migliaia di libri sull’epopea dell’esercito scalzo, mostrandola da ogni angolatura, quota, marginalità, e poi occorre aspettare il 2016 per veder sulla copertina di un libro Il coraggio di Cion (Fusta Editore) di Daniele La Corte. Cosa c’è di strano? Una sola cosa: Cion, nome di battaglia di Silvio Bonfante, nato nel 1921 e morto nel 1944, è quanto di più leggendario, assieme a Felice Cascione, ha combattutto nazisti e fascisti sulle montagne e sulle colline imperiesi. Continua a leggere

Mauro Francesco Minervino, “Stradario di uno spaesato”

mauro-francesco-minervino-stradario-di-uno-spaesatoMauro Francesco Minervino, Stradario di uno spaesato, Melville, 2016, pp. 253, € 17.50

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di Marino Magliani

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Qualche settimana fa, trovandomi in Italia in un paesino pietroso di nome Costa d’Oneglia, ho scoperto su una pietra la forma di un serpentello. Era come se la superficie della pietra fosse una pellicola e il serpentello si facesse spazio là sotto da millenni e al mio arrivo si fosse fermato per sempre. Mi fu chiaro fin da subito che ogni qualvolta io avessi ricordato quel mio soggiorno in Liguria, mi sarebbe tornata alla mente la scoperta del serpentello e che, conoscendomi, questa cosa l’avrei infilata in chissà quante storie. Il padrone della pietra “serpentata” che stava sopra il muretto di una villetta, mi ha spiegato il trucco. Ora qualcosa so.

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Alessandro Zaccuri, “Lo spregio”

alessandro-zaccuri-lo-spregioAlessandro Zaccuri, Lo spregio, Marsilio, 2016, pp.120, 16 €

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di Marino Magliani

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Leggendo Lo spregio, (Marsilio, 2016), di Alessandro Zaccuri, anche se il libro è ambientato nel comasco e io mi trovavo nell’estrema Liguria occidentale, ho ritrovato quel senso di frontiera invernale e piovosa che conosco molto bene. È tuttavia l’ultimo dei temi, e non avrei mai immaginato che decidendo di scriverne avrei iniziato proprio da “quel senso”. Sia chiaro, è qualcosa che vivo io, e che a molti lettori magari non è importato o non l’hanno saputo riconoscere, e comunque non lo sceglierebbero come attacco di un pensiero, visto che qui le cose ottime non mancano. Forse ne parlo perché quel senso che fa della frontiera un dentro o fuori, in realtà, se vogliamo ben vedere, nel libro appare molto sullo sfondo. Come rimane ai margini l’altro senso di frontiera, quello di una zona pulsante che prende un bel po’ di là, in questo caso di Svizzera, e un bel po’ di qua, la vallata italiana di traffico intenso. Ma è davvero così, lo è come se a Zaccuri non fosse importato ricreare con dovizia di dettagli (quando lo fa lo fa bene) certe atmosfere? Io un’idea ce l’ho.

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“DA ROMA A DIGIONE”, A CURA DI LUIGI PREZIOSI

Da Roma a Digione. Garibaldinismi a 150 anni da Bezzecca (1866-2016). A cura di Luigi Preziosi (ed. Nerosubianco)

A centocinquant’anni da Bezzecca, una nuova antologia della letteratura garibaldina, dopo quelle pubblicate nella seconda metà del secolo scorso, tra le quali – certo imprescindibili e ancora attualissime – le raccolte di Giani Stuparich (Gli scrittori garibaldini, Garzanti, 1948), di Gaetano Trombatore (Scrittori garibaldini, Einaudi, 1979) e di Paolo Ruffilli (Antologia di scrittori garibaldini, Mondadori, 1996).

da-roma-a-digioneLa particolarità dell’antologia di Luigi Preziosi è nell’aver puntato maggiormente su una narra­zione collettiva, in seno alla quale i brani selezionati vengono a comporre un unico romanzo, che da uno specifico punto di vista racconta come nasce una nazione. Di più. Leggendolo, si possono percepire l’odore di cuoio degli spallacci e dei fuochi dei bivacchi, ascoltare i canti di marcia, sentire le carezze della brezza della primavera siciliana e lo scricchiolio del ghiaccio sotto gli scarponi delle pattuglie nei boschi dei Vosgi. Insomma, ritornano all’immaginazione di chi legge, presenti come cose vissute, gli ordini urlati con voci arrochite, gli scherzi tra commilitoni, le discussioni su repubblica e unità, la timidezza negli occhi delle monacelle palermitane, gli orrori dell’ospedale da campo, il languore di un addio alla fidanzata, il senso di sospensione del momento che precede l’assalto e soprattutto la fiducia verso il futuro – propria della giovinezza e dei protagonisti dell’epopea e del paese che stava nascendo – che suscita ancora in noi tanta ammirazione (e pure un po’ di invidia), nonostante il nostro (a tratti davvero eccessivo) disincanto. Continua a leggere