Alla ricerca del mondo nuovo. Menabò, quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria

Menabò, quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria pubblicato dalla casa editrice Terra d’ulivi, è nato all’inizio dell’anno scorso accogliendo idealmente l’eredità di Elio Vittorini e Italo Calvino. L’intento della redazione è infatti quello di accogliere l’opportunità della parola intesa come azione che possa imprimere note di cambiamento nel contesto culturale non solo italiano. Ricordo che nel novero dei redattori e collaboratori della rivista figurano infatti studiosi che scrivono, oltre che dall’Italia, da Grecia, Polonia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Spagna.

È inevitabile che il pensiero corra a Il Menabò di letteratura che vide la luce nel 1959: un periodico che andava alla ricerca di un senso politico della prosa e della poesia, nonché della funzione dell’intellettuale. Obiettivo dei redattori della storica rivista era quello di scoprire cosa di nuovo avessero da offrire l’arte della scrittura e la ricerca letteraria nella convinzione che il mondo cambia e quindi va guardato ed espresso con mezzi linguistici anch’essi sempre in evoluzione.

Il fondamento dell’impresa avviata da Terra d’ulivi è quindi quello di cogliere l’attualità dell’invito suggerito da Vittorini e Calvino a scovare il nuovo che fiorisce qui e ora e che, responsabilmente, comporta per la redazione il piacere e la necessità assieme di avventurarsi in un percorso di valorizzazione della creatività poetica, narrativa, saggistica, artistica. Guardando al passato per cogliere il presente e immaginare il futuro prossimo. Con piena libertà di pensiero.

Il nodo, anzi lo snodo, sta proprio nel pensiero che ambisce a comprendere la letteratura in modo aperto, analizzandola e mettendola a confronto con filosofia, scienza, arti visive, sicché ne viene una tensione allargata, inclusiva, profonda, che guida l’operato della redazione. I canoni sono quelli dello studio, della riflessione e della ricerca.

Vorrei definire l’intento di Menabò come un’alchimia innovativa che estende i propri (non) limiti all’invenzione. L’obiettivo è quello di giungere al segreto della parola stessa, al suo mistero, tramite processi che si espandano, così come fa l’anima dell’Universo che sempre è in movimento, in noi e attorno a noi.

Oggi viviamo l’indomani di una pandemia storica e ci aspettiamo che qualcosa accada a rimodellare il nostro mondo. Avvertiamo un impulso potente che invoca una ventata di novità. Aleggia sempre un senso di tragedia nei segnali che leggiamo ovunque, eppure vogliamo trovare elementi aurorali a popolare il nostro orizzonte instabile e liquido, foss’anche fossero sogni diversi o illusioni. Intendendo tale aspirazione come voglia di cambiamento ecco che non possiamo che riflettere e poi agire lungo una strada di ricerca intellettuale e culturale. Sempre incerta, ovviamente, poiché per ogni determinatezza, per ogni definizione, si accumulano anche le indeterminazioni, le quali evidenziano non l’irrealtà, le infondatezze o le idee vuote, ma la coesistenza di due movimenti inseparabili eppure distinti. È un sentiero stretto e difficile, peraltro imbrigliato fra le maglie di un meccanismo mondiale ancora farraginoso e culturalmente opprimente, un dispositivo mastodontico che farebbe desistere molti dall’intento di scrivere per mutare le cose. Eppure è questa l’unica possibilità di interagire con la realtà nel tentativo di contribuire alla sua trasformazione. Una sfida ardua, certamente, ma giocare con l’ignoto è ruvida danza.

Questo è il Menabò che, a ogni uscita, vogliamo regalare al lettore, nell’ottica non solo di cercare o trovare il buono e il nuovo, ma anche di fare in modo che questi germogli esistano, ovvero che prendano corpo, favorendone la crescita.

Per ulteriori informazioni: http://www.edizioniterradulivi.it

Stefano Iori
Direttore responsabile di Menabò

Frammenti di Cinema # 28

“Hiroshima è il tuo nome”, le sussurra lei. “Sì, e il tuo nome è Nevers, Nevers en France”, gli risponde il suo amante. Lei è, appunto, francese. Lui è un ingegnere giapponese. Sono i protagonisti di Hiroshima mon amour (1959) di Alain Resnais, scritto da Marguerite Duras. E’ considerato il film d’esordio della Nouvelle Vague. I corpi abbracciati dei due amanti occasionali sono ripresi in primo piano, si fa fatica a distinguere l’uno dall’altro. Le loro forme sembrano delineare dei paesaggi lunari. I corpi sono dei luoghi. Comprendiamo così il reciproco riconoscersi con il nome delle loro rispettive città. Ecco, dunque, il corpo non è solo l’oggetto dell’amore e dell’erotismo. Può esserne un medium, un luogo di transizione da un mondo ad un altro.

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Frammenti di Cinema # 27

Il cinema ha messo spesso eros e sesso al centro delle proprie visioni. Per sedurre lo spettatore, per raccontare un’epoca, oppure per esprimere un’esperienza personale rispetto alla realtà e al vissuto. Anzi, queste motivazioni quasi sempre si sono intrecciate indissolubilmente. Il cinema stesso è un’esperienza unica, personale e collettiva allo stesso tempo. E’ anche un’esperienza, a suo modo, erotica. “Sono John Wilmot, il secondo conte di Rochester, e non ho alcuna intenzione di piacervi!” Si presenta così il personaggio storico interpretato da Johnny Depp ne The Libertine (2004) di Laurence Dunmore. Siamo nel XVIII secolo, l’esistenza erotica del conte finisce per essere un’avventura di dissipazione. Egli viene letteralmente consumato dalla sua stessa avidità fisica. Siamo lontani dal sentimento di alienazione che la modernità ha prodotto sugli individui. Qui la crisi si trova al polo opposto, della presa di possesso del proprio corpo dopo l’eclissi medievale. E’ quasi una scoperta infantile, stupita, ingorda, senza regole, né pensiero. L’illuminismo è agli albori. Spetterà a Casanova mettere ordine in questo campo, inaugurare una dottrina, scrivere un canone.

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Frammenti di Cinema # 26

In pieno lockdown a causa del covid-19 non sarebbe stato sbagliato dedicare un frammento di cinema alla produzione, per altro molto ricca, di film su virus e pandemie varie. Ho pensato, invece, di spostare lo sguardo su uno dei sentimenti che animano questo triste periodo di reclusione sociale. Ecco, in questi giorni abbiamo imparato a convivere con la paura. Dunque, ci occuperemo di film cha (mi) hanno fatto paura. E pare, che in questo modo, si riesca ad esorcizzarla, se non a scacciare. Esorcizzare, sì. Cominciamo subito. La mia più grande paura è di non riuscire più a controllare il corpo. Da qualche parte, credo, esistano energie e forze che non sappiamo ancora spiegare razionalmente ma che potrebbero essere rilevate avendo strumenti tecnologici adeguati. Queste energie, niente di paranormale, comunque, per esempio, esistenti nella mente, giacciono sopite e guai a scatenarle. Sarà questo il motivo per cui L’esorcista (1973) di William Friedkin mi ha letteralmente terrorizzato. Ed è l’unico film che non rivedrei una seconda volta.

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Frammenti di Cinema # 25

La devozione alla causa degli ultimi che il regista inglese Ken Loach ha mostrato in tutta la sua carriera cinematografica è ammirevole e suscita commozione. Non commuove, invece, Sorry we missed you (2019). Il film è dedicato ai trasportatori che con le loro storie hanno ispirato le vicende di Ricky e della sua famiglia. Sua moglie Abby presta assistenza domiciliare ad anziani e disabili. La loro vita, con i loro due figli, è davvero dura. Lo vediamo. Lo sappiamo. Qualcuno ha definito questa parabola una via crucis privata. Eppure, lo ripeto, questa storia, malgrado le intenzioni migliori del regista, non commuove. E’ piuttosto una fenomenologia del sacrificio. Incatena le scene come prevedibili quadri. Ci scorrono davanti come lastre in movimento all’interno di un laboratorio sociale. Ci scuote il loro riferimento ad una realtà che conosciamo bene. Ma in se stesse sono prive di emozione.

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Frammenti di Cinema # 24

Se Kobe Bryant avesse avuto venti anni negli anni ’60 è molto probabile che non sarebbe diventato un campione di basket. La segregazione razziale infatti riguardava anche lo sport. E le squadre di pallacanestro erano composte solo da bianchi. Poi, ad un allenatore di liceo viene proposto di rilanciare la squadra dei Texas Western Miners, quella del college di El Paso. Don Haskins, questo era il suo nome, decise di rischiare e aprì la squadra anche agli afroamericani. Nel 1966, pur ostacolato e molestato dai segregazionisti, riuscì a conquistare l’accesso al campionato nazionale. Contro l’Università del Kentucky schierò, per la prima volta nella storia, un quintetto base tutto nero. Questi fatti sono raccontati nel film di James Gartner, Glory road (2006).

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Frammenti di Cinema # 23

“J’accuse!” Anche i nostri tempi avrebbero bisogno di un Emile Zola, che nel 1898 denunciò l’ingiustizia subita dal capitano Alfred Dreyfus. Questo avvenimento ha conservato intatta la sua capacità didascalica se Roman Polanski lo riprende ne L’ufficiale e la spia (2019) per difendersi sotto traccia dalle accuse che lo hanno condannato da anni a non lasciare il territorio generoso della Francia. Nel 1969 a Zola fece ecco “Io so!” di Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera, esplicito atto di accusa del (mal)governo democristiano. Nel suo cinema il tema politico non fu mai così esplicito e diretto: politici lo furono tutti i suoi film, o nessuno in modo attuale. Tra questi uno in particolare possiede, a rivederlo, un’inquietante carica profetica. Porcile (1969), infatti, (pre)annuncia il cannibalismo al quale l’ultima rivoluzione tecnologica ci ha ridotto. Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), invece, quale apologo sulla pornografia del potere è meno attuale in quanto più universale.

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Frammenti di Cinema # 22

La famiglia come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi è una tipica istituzione borghese. Ecco che essa è risultata l’ambientazione ideale per le storie che, nella letteratura e nel cinema, ne hanno raccontato il modello sociale. La critica della società borghese è stata, quasi dogmaticamente, critica della famiglia. Come sempre accade in ogni analisi univoca, invece, non è stata colta la dimensione protettiva e la funzione potenzialmente antagonista che proprio essa può svolgere dentro un regime sociale oppressivo. Solo la Scuola di Francoforte, e Theodor Adorno in particolare, nella sua opera di revisione e arricchimento delle analisi marxiste, seppe coglierne questa inedita modalità di lotta. In Parasite, film sud-coreano di Bong Joon-ho, che ha vinto Cannes nel 2019 (altri film qui citati sono stati premiati a Cannes, prova, forse, della sensibilità per questi temi), infatti, è la famiglia Ki ha sferrare l’attacco al capitalismo, rappresentato dalla ricca famiglia Park. Purtroppo, come la storia, anzi la cronaca, ci insegna, la lotta al sistema, nella versione di semplice accaparramento di risorse, si tramuta in lotta di e tra poveri.

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Stefano Iori, Lascia la tua terra. Sinfonia del congedo (Fara Editore, 2019)

Stefano Iori definisce la sua raccolta di poesie un taccuino, un diario. Il titolo è un invito al cammino. Ed un commiato felice, senza rimpianto. Musicale. Lascia la tua terra. Sinfonia del congedo. Ecco, con il richiamo al comandamento divino ad Abramo nel Libro della Genesi, condividiamo il punto di partenza di questo percorso. Non ne conosciamo la destinazione. Non ancora, almeno. E abbandonare la propria “casa” è sempre lacerante. La terra ferma è il luogo della staticità, come pure delle certezze. Il cammino è il mare della scoperta, come pure delle insidie e del dubbio.

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Frammenti di Cinema # 21

Visitando il Museo del Cinema di Torino si può ammirare, in uno spazio dedicato a Ettore Scola, l’abito (acquistato all’asta dall’istituzione per 22.500 euro) indossato da Sofia Loren in una Giornata particolare (1977), da lei interpretato con Marcello Mastroianni. Per la precisione, si tratta di una vestaglia, a fiori, mai dai colori spenti, che il regista disegnò personalmente. Per interpretare Antonietta, la Loren dovette sottoporsi ad una dieta che svuotò del tutto le sue prorompenti forme femminili. E’ diventò così l’immagine di una femminilità mortificata e oscurata, ma non per questo annientata, che Gabriele, malgrado la sua omosessualità, saprà far rifiorire proprio grazie alla delicatezza e alla libertà.

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Frammenti di Cinema # 20

Dedichiamo questo frammento ad un solo film. Si tratta del capolavoro di Ettore Scola, La terrazza (1980). Perché? Perché nel documentarsi su di esso si scopre uno strano caso di realtà virtuale, narrata come vera nel web. Attenzione, non è un fake. Ma una sorprendente ipotesi di riscrittura  della storia; una ucronia che avrebbe suggestionato Saramago, ovvero un eteronimo degno di Pessoa. Partiamo dall’inizio. Ho cercato per mesi di rivedere Il viaggio di capitan Fracassa (1990) dello stesso Scola, di cui ricordavo la struggente interpretazione di Massimo Troisi e un’affascinante ricostruzione cinematografica della commedia dell’arte. Niente. Sulla rete questo film era del tutto inesistente, scomparso, rimosso, almeno fino a poco tempo fa. Ho ripiegato così sulla Terrazza, semplicemente per restare al regista. Questo film sono riuscito a trovarlo.

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Del fare spietato (Arcipelago Itaca, 2019), Pasquale Vitagliano. Una nota di Giuseppe Cerbino

La scrittura poetica di Pasquale Vitagliano da sempre riconosce negli oggetti e nelle cose la misura dell’uomo. Non può assolutamente fare a meno di questa prospettiva. L’oggetto è una sorta di arenaria che asciuga l’umor vitreo che rende possibile la visione. Vitagliano non manca di sottolinearlo soprattutto nella sua ultima raccolta “Del fare spietato” pubblicata per Arcipelago Itaca Editore:  il titolo  ricalca le formule dei saggi filosofici che trattano di determinati argomenti. Questo libro è, infatti, una trattazione in versi dell’inevitabile dramma che tiene insieme la realtà: “spietato” vuol dire letteralmente assenza di pietà ossia una condizione che non ci cautela e non ci preserva. Siamo nell’altezza più estrema ma con il vento in faccia.

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Frammenti di Cinema # 19

La “messa in abisso”  (la mise en abyme di André Gide) è un espediente narrativo collaudato e molto suggestivo, che il cinema ha solo adattato al proprio linguaggio. Esemplare è la rappresentazione teatrale che Amleto fa inscenare alla compagnia ambulante dei teatranti per smascherare la congiura di sua madre con lo zio paterno. Con Effetto notte (1973) di Francois Truffaut, l’uso di questo espediente è dichiarato. Il titolo richiama la tecnica di trasformare in notturna una scena mediante l’apposizione di un filtro sull’obiettivo. “Scrivo perché a vita non basta”, confessò Fernando Pessoa. Il cinema del grande regista francese sembra ribadire questa dichiarazione. Neppure il cinema basta. E’ necessario mettere un film dentro un altro film per tentare di spingersi ancora oltre nella rappresentazione più autentica di quello che siamo come esseri umani. Ecco che il suo film è, in realtà, il racconto di vite vere dentro le riprese di film immaginario, dal titolo Je vous présente Pamela (Vi presento Pamela),  inseguendo le esistenze del regista Ferrand e della truppa.

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Frammenti di Cinema # 18

 

 

Se Renato Zero, nella famosa canzone, il triangolo non l’aveva considerato, ironizzando su se stesso, cinema e letteratura invece lo hanno fatto, eccome. L’antropologo René Girard parte da un commedia minore di William Sheakespeare per fondare la tesi che tutta l’opera del bardo si fondi sul sentimento mimetico, ovvero sull’invidia verso l’altro, quasi sempre incentrata sul desiderio sentimentale.  Ne I due gentiluomini di Verona, Valentino e Proteo si contendono Silvia. Ma alla fine Valentino cede Silvia all’amico. Questo intreccio, solo apparentemente semplice, lo ritroviamo nel cinema, seppure con un esito più tragico. In Giù la testa di Sergio Leone un triangolo amoroso è alla base dei flashback di Séan l’irlandese, esperto di esplosivi e in passato membro dell’IRA, l’esercito repubblicano che combatte contro la corona inglese. Si scoprirà che dovette fuggire dalla sua patria perché tradito, sotto tortura, dall’amico John, con cui condivideva una donna che nel racconto resta senza nome.

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Sabatina Napolitano, Scritto d’autunno (Ensemble, 2019)

 

 

La poesia post-novecentesca può ancora essere legittimata se saprà emanciparsi dalla prosodia e dalla sintassi per scrivere una nuova fisica delle esistenze umane messe in versi. Ha un senso ancora scrivere poesia se riesce a collocare le nostre vite dentro uno spazio ed un tempo nuovi, se, attraverso la parola, ci permetta una comprensione piena del nostro posto sulla terra.

Come la fisica quantistica, la poesia di Sabatina Napolitano, all’esordio con la sua raccolta, Scritto d’autunno (Edizioni Ensemble, 2019), ma chiaramente maturata in un percorso di costruzione poetica che si percepisce sgorgato da lontano, è magmatica e reticolare. Si inserisce, anche senza volerlo, in questo nuovo cammino gravitazionale che non ha bisogno di protesi attive, musicali o vocali, per risvegliare il verso. E’ una poesia oggettiva in quanto vincolata ai dati e alle componenti dell’esperienza umana ma che non ci lascia in mano le cose inanimate o, all’opposto, icastiche quasi parlanti delle neo-avanguardie.  È solo pioggia a piovere./Sì c’è il pane sul tavolo, i piatti, le forchette/ c’è tutto tranne il mare, e non manca. Nella poesia della Napolitano le cose “non sono”, esse “accadono”. La sua poesia riesce a costruire un sistema di eventi che (ri)danno senso a tutto il vocabolario della biografia umana, di tutte e di ciascuna. Grazie a questa nuova poesia (ri)comprendiamo il mondo mettendo in versi relazioni; no fa poesia con le cose o con noi stessi altrettanto fissi e inerti. I poeti raccontano il tempo, il suono, lo spazio/ come l’ordine del mistero:/ a ricordare il vuoto che ora rendi ricco d’istanti,/ non chiedermi di più/ la luce fuori, il suono di ciò che dici,/il vento che non apre gli oggetti/ ma li chiude,/ in alcune righe c’è un’ombra,/ che quasi d’improvviso ti parla:/ sono alcuni nomi, di quelli che alla fine/ sembrano altri poeti, nuovi amici.

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Frammenti di Cinema # 17

 

 

Tra Roma violenta di Franco Martinelli (pseudonimo di Marino Girolami) del 1975 e Gomorra di Matteo Garrone del 2008 c’è il vuoto in Italia riguardo a questo genere di film. Il commissario Betti di Maurizio Merli ha avuto meno fortuna del Montalbano della serie televisiva. Il poliziesco infatti è sempre stato considerato di serie B, sia nel cinema e ancora di più in letteratura. Ancora oggi, infatti, che il genere è stato sdoganato, pochi hanno letto qualcosa di Giorgio Scerbanenco, misconosciuto giallista italiano degli anni ‘60. Non ha ricevuto neppure quel riconoscimento postumo che è spettato, anche con merito va detto, agli “spaghetti western”. L’unica eccezione sono stati i film della serie di Tomas Milan con il suo “er Monnezza”. In questo caso, però, è stato il trash e non il genere a fare da traino.

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Frammenti di Cinema # 16

Anche il cinema si è interrogato molto su Dio. Mi viene immediatamente in mente Luci d’inverno (1963) di Ingmar Bergman. Il film fa parte della trilogia sul “silenzio di Dio”, insieme a Come in uno specchio (1961) ed a Il silenzio (1963). Il film possiede una bellezza di immagine che credo sia la più alta espressione possibile che il cinema abbia potuto evocare della presenza di (un qualsiasi) Dio. Benché proprio questa, il pastore protestante insegua invano, ed in questa ostinata ricerca dell’amore divino, egli finisca per dissipare ogni traccia di amore umano. Krzysztof Kieślowski non affida alle immagini ma alla narrazione oggettiva, la sua personale declinazione religiosa. Lui addirittura ha realizzato una serie tv (in anticipo sui tempi) di dieci film brevi, Il decalogo (1989), quanti sono i comandamenti biblici, per rappresentare la sua visione dell’azione di Dio nella sequenza degli accadimenti quotidiani, dietro quello che a noi sembra essere il “caso”.

 

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Frammenti di Cinema # 15

Vi consiglio di non sottovalutare i film di genere. Molti di questi – alcuni veri capolavori – sono un pretesto per affrontare questioni importanti e delicate, pur divertendo. Per esempio, due registi sono maestri di questo schema, quasi un gioco allegorico con lo spettatore. Si tratta di David Cronenberg e M. Night M. Shyamalan. Il primo è ossessionato da alcuni temi: il doppio; le mutazioni della personalità; il corpo. Il regista indiano autore de Il sesto senso (1999), continuamente si confronta con quello di Dio e del deus ex machina. Eppure sono registi divenuti popolari per film di fantascienza o horror psicologici. La Mosca (1986) è un vero e proprio cult nel suo genere. Eppure, può anche essere visto come una drammatica e kafkiana allegoria sull’alienazione del corpo e della coscienza. In Signs (2002), Shyamalan, che non è neppure cristiano, addirittura riprende l’invocazione “beati coloro che hanno creduto senza aver visto”. Infatti, Mel Gibson, sacerdote in crisi di fede, verifica personalmente che pretendere di toccare per credere, talvolta, può serbare delle sorprese. Come trovarsi a tu per tu con un extraterrestre.

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Frammenti di Cinema # 14

 

 

Non so se esista, come per la letteratura, una cattedra universitaria di Cinema e Diritto. Il materiale di studio, sotto diversi profili, sarebbe copioso, ricco e interessante. Ad esempio, ai limiti della curiosità aneddotica, Il segreto dei tuoi occhi (2009) di Juan José Campanella (di cui Billy Ray ne ha fatto un remake con Julia Roberts) non è solo un bellissimo film sulla violenza e la vendetta. Può essere utilizzato come modello di diritto comparato. Si scopre, infatti, che in Argentina, e presumibilmente in altri paesi di ordinamento giuridico latino-americano, il cancelliere non è solo il notaio del giudice ma svolge anche compiti di direzione delle indagini di polizia. Il protagonista (Ricardo Darìn), infatti, non è un poliziotto ma un funzionario della Procura. Continua a leggere