Poesia italiana del XXI secolo

Anita Piscazzi, nata ad Acquaviva delle Fonti nel 1973, poeta, pianista e dottore di ricerca si occupa di studi etnomusicologici e didattico-musicali. Ha pubblicato le raccolte poetiche: Amal (Palomar, Bari 2007), Maremàje (Campanotto, Udine 2012), Alba che non so (CartaCanta, Forlì 2018). Sue poesie sono presenti in “Ossigeno Nascente” (Atlante dei poeti contemporanei italiani a cura del Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica Alma Mater Studiorum – Università di Bologna), in diverse antologie e in numerosi blog letterari. Tradotta in diverse lingue, ha collaborato ai progetti poetico-musicali : “Alda e il soldato rock” con Eugenio Finardi e Cosimo Damiano Damato, “Ferma l’Ali” con Michel Godard e al progetto teatrale: “Miss Kilimangiaro” in Kenya per “Avis for Children” con Lidia Pentassuglia.

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Poesia italiana del XXI secolo

Alberto Fraccacreta è nato a San Severo nel 1989, è assegnista di ricerca in Letteratura italiana contemporanea presso l’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo. Collabora con alcuni quotidiani e webzine nazionali. Di prossima pubblicazione l’antologia poetica Sine macula. Poesie 2007-2019 per l’editore Transeuropa.

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Frammenti di Cinema # 31

Mi ha intrigato su un articolo de L’Espresso di qualche settimana fa leggere che la recente fortuna delle serie televisive sarebbe da attribuire alla riscoperta e di conseguenza ad una rinnovata ricerca di totalità, dopo il dominio post-moderno del frammento e del precario di fine Novecento. Ancora più suggestivo il richiamo ad uno dei tre racconti di Gustave Flaubert, Un cuore semplice. Devo dire, purtroppo aggiungo, che memoria e documenti smentiscono facilmente questa tesi, salvo chiosarla che, se fosse davvero così, questa hegeliana attrazione verso la storia dello spirito è sempre stata presente. Tutti quelli nati negli anni ’60-’70, per esempio, cresciuti a pane e televisione si ricorderanno le gesta di Kunta Kinte nella serie Radici trasmessa su Rai 2 il venerdì a partire dal 1978, che racconta l’epopea dolorosa degli schiavi dalla loro deportazione all’approdo alla colonia britannica del Maryland. Ed escludo telenovelas, sceneggiati televisivi e telefilm, che pure un legame stilistico indubbiamente hanno con le serie dei nostri tempi.

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Poesia italiana del XXI secolo

Pina Ciancio di origine lucana è nata in Svizzera nel 1965 e dopo aver vissuto tanti anni in Basilicata, si è è trasferita da circa due anni nella zona dei Castelli Romani. Viaggia fin da quand’era giovanissima alla scoperta dei luoghi interiori e dell’appartenenza, quelli solitamente trascurati dai grandi flussi turistici di massa, in un percorso di riappropriazione della propria identità e delle proprie radici. Ha pubblicato testi che spaziano dalla poesia, alla narrativa, alla saggistica. Tra i suoi lavori più recenti ricordiamo La ragazza con la valigia (Ed. LietoColle, 2008), Storie minime e una poesia per Rocco Scotellaro (Fara Editore 2009), Assolo per mia madre (Edizioni L’Arca Felice, 2014). E’ presidente dell’Associazione Culturale LucaniaArt.

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Poesia italiana del XXI secolo

Luigi Cannillo, poeta, saggista e traduttore, consulente editoriale, è nato nel 1950 e vive a Milano. Ha pubblicato, tra le sue raccolte di poesia più recenti, Cielo Privato, Ed. Joker, Novi L. (Al), 2005,  e Galleria del Vento, Ed. La Vita Felice, Milano, 2014. È presente, come poeta, curatore  o con interventi critici, in antologie e raccolte di saggi. Ha curato recentemente con S. Aglieco e N. Iacovella Passione Poesia -Letture di poesia contemporanea (1990-2015), Ed. CFR, Milano, 2016. È stato redattore della collana Sguardi dell’Editore “La Vita Felice” e codirettore della rivista La mosca di Milano. Collabora alla rivista internazionale “Gradiva”, Olschki Ed, New York/Firenze.

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Frammenti di Cinema # 30

Il cinema comico è il più canonico dei generi. Che bisogno aveva Cervantes di far gravitare attorno a due personaggi anziché a uno solo il romanzo, scrive Vittorio Bodini, “giocando per tal modo su due distinti piani dell’anima? A questa domanda non c’è una risposta, precisa, come non ce n’è per chi si chiedesse per quale ragione il Bernini, qualche decina d’anni più tardi dal Don Chisciotte abbia preferito alla pianta centrale quella policentrica del barocco. Dunque il primo canone della comicità è il numero. C’è Charlie Chaplin e Totò, unici e irripetibili; poi, ci sono le coppie, da Stanlio e Ollio a Franco e Ciccio; oppure il trio, dai Fratelli Marx ad Aldo, Giovanni e Giacomo. Ma non sono mancate combinazioni stralunate come i francesi Cinque matti (Les Charlottes, nella versione originale).

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Frammenti di Cinema # 29

Prima dei numerosi e vari masterchef televisivi, già il cinema ha scoperto la fascinazione del cibo. Non solo mangiato. Anche guardato. Memorabile è la scena di Tom Jones (1963) di Tony Richardson in cui Albert Finney e Joan Greenwood sono seduti in una osteria l’uno di fronte all’altra e divorano un pasto di selvaggina con sguardi che alludono ad una voracità sessuale senza alcuna timidezza. Benché i corpi siano distanti, questa scena compete per erotismo con quella più recente e famosa di Nove settimane e ½ (1986) di Adrian Lyne, in cui Mickey Rourke imbocca Kim Basinger prendendo dal frigo, come fosse un pozzo dei desideri, ogni tipo di alimento.  Un anno dopo con Il pranzo di Babette (1987), Gabriel Axel prova a dimostrare che attraverso il cibo non si appaga solo il corpo, ma anche l’anima. La prova è affidata ad una cuoca, sfuggita alla repressione dopo la caduta della Comune di Parigi, Babette Hersant. Troverà ospitalità come governante di due austere sorelle puritane, Martina e Filippa, chiamate così in onore appunto di Lutero e Melantone. Per loro e per i loro ospiti, Babette preparerà un pranzo grazie al quale, come dichiara uno degli ospiti in un brindisi, “rettitudine e felicità si sono baciate.”  

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Alla ricerca del mondo nuovo. Menabò, quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria

Menabò, quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria pubblicato dalla casa editrice Terra d’ulivi, è nato all’inizio dell’anno scorso accogliendo idealmente l’eredità di Elio Vittorini e Italo Calvino. L’intento della redazione è infatti quello di accogliere l’opportunità della parola intesa come azione che possa imprimere note di cambiamento nel contesto culturale non solo italiano. Ricordo che nel novero dei redattori e collaboratori della rivista figurano infatti studiosi che scrivono, oltre che dall’Italia, da Grecia, Polonia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Spagna.

È inevitabile che il pensiero corra a Il Menabò di letteratura che vide la luce nel 1959: un periodico che andava alla ricerca di un senso politico della prosa e della poesia, nonché della funzione dell’intellettuale. Obiettivo dei redattori della storica rivista era quello di scoprire cosa di nuovo avessero da offrire l’arte della scrittura e la ricerca letteraria nella convinzione che il mondo cambia e quindi va guardato ed espresso con mezzi linguistici anch’essi sempre in evoluzione.

Il fondamento dell’impresa avviata da Terra d’ulivi è quindi quello di cogliere l’attualità dell’invito suggerito da Vittorini e Calvino a scovare il nuovo che fiorisce qui e ora e che, responsabilmente, comporta per la redazione il piacere e la necessità assieme di avventurarsi in un percorso di valorizzazione della creatività poetica, narrativa, saggistica, artistica. Guardando al passato per cogliere il presente e immaginare il futuro prossimo. Con piena libertà di pensiero.

Il nodo, anzi lo snodo, sta proprio nel pensiero che ambisce a comprendere la letteratura in modo aperto, analizzandola e mettendola a confronto con filosofia, scienza, arti visive, sicché ne viene una tensione allargata, inclusiva, profonda, che guida l’operato della redazione. I canoni sono quelli dello studio, della riflessione e della ricerca.

Vorrei definire l’intento di Menabò come un’alchimia innovativa che estende i propri (non) limiti all’invenzione. L’obiettivo è quello di giungere al segreto della parola stessa, al suo mistero, tramite processi che si espandano, così come fa l’anima dell’Universo che sempre è in movimento, in noi e attorno a noi.

Oggi viviamo l’indomani di una pandemia storica e ci aspettiamo che qualcosa accada a rimodellare il nostro mondo. Avvertiamo un impulso potente che invoca una ventata di novità. Aleggia sempre un senso di tragedia nei segnali che leggiamo ovunque, eppure vogliamo trovare elementi aurorali a popolare il nostro orizzonte instabile e liquido, foss’anche fossero sogni diversi o illusioni. Intendendo tale aspirazione come voglia di cambiamento ecco che non possiamo che riflettere e poi agire lungo una strada di ricerca intellettuale e culturale. Sempre incerta, ovviamente, poiché per ogni determinatezza, per ogni definizione, si accumulano anche le indeterminazioni, le quali evidenziano non l’irrealtà, le infondatezze o le idee vuote, ma la coesistenza di due movimenti inseparabili eppure distinti. È un sentiero stretto e difficile, peraltro imbrigliato fra le maglie di un meccanismo mondiale ancora farraginoso e culturalmente opprimente, un dispositivo mastodontico che farebbe desistere molti dall’intento di scrivere per mutare le cose. Eppure è questa l’unica possibilità di interagire con la realtà nel tentativo di contribuire alla sua trasformazione. Una sfida ardua, certamente, ma giocare con l’ignoto è ruvida danza.

Questo è il Menabò che, a ogni uscita, vogliamo regalare al lettore, nell’ottica non solo di cercare o trovare il buono e il nuovo, ma anche di fare in modo che questi germogli esistano, ovvero che prendano corpo, favorendone la crescita.

Per ulteriori informazioni: http://www.edizioniterradulivi.it

Stefano Iori
Direttore responsabile di Menabò

Frammenti di Cinema # 28

“Hiroshima è il tuo nome”, le sussurra lei. “Sì, e il tuo nome è Nevers, Nevers en France”, gli risponde il suo amante. Lei è, appunto, francese. Lui è un ingegnere giapponese. Sono i protagonisti di Hiroshima mon amour (1959) di Alain Resnais, scritto da Marguerite Duras. E’ considerato il film d’esordio della Nouvelle Vague. I corpi abbracciati dei due amanti occasionali sono ripresi in primo piano, si fa fatica a distinguere l’uno dall’altro. Le loro forme sembrano delineare dei paesaggi lunari. I corpi sono dei luoghi. Comprendiamo così il reciproco riconoscersi con il nome delle loro rispettive città. Ecco, dunque, il corpo non è solo l’oggetto dell’amore e dell’erotismo. Può esserne un medium, un luogo di transizione da un mondo ad un altro.

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Frammenti di Cinema # 27

Il cinema ha messo spesso eros e sesso al centro delle proprie visioni. Per sedurre lo spettatore, per raccontare un’epoca, oppure per esprimere un’esperienza personale rispetto alla realtà e al vissuto. Anzi, queste motivazioni quasi sempre si sono intrecciate indissolubilmente. Il cinema stesso è un’esperienza unica, personale e collettiva allo stesso tempo. E’ anche un’esperienza, a suo modo, erotica. “Sono John Wilmot, il secondo conte di Rochester, e non ho alcuna intenzione di piacervi!” Si presenta così il personaggio storico interpretato da Johnny Depp ne The Libertine (2004) di Laurence Dunmore. Siamo nel XVIII secolo, l’esistenza erotica del conte finisce per essere un’avventura di dissipazione. Egli viene letteralmente consumato dalla sua stessa avidità fisica. Siamo lontani dal sentimento di alienazione che la modernità ha prodotto sugli individui. Qui la crisi si trova al polo opposto, della presa di possesso del proprio corpo dopo l’eclissi medievale. E’ quasi una scoperta infantile, stupita, ingorda, senza regole, né pensiero. L’illuminismo è agli albori. Spetterà a Casanova mettere ordine in questo campo, inaugurare una dottrina, scrivere un canone.

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Frammenti di Cinema # 26

In pieno lockdown a causa del covid-19 non sarebbe stato sbagliato dedicare un frammento di cinema alla produzione, per altro molto ricca, di film su virus e pandemie varie. Ho pensato, invece, di spostare lo sguardo su uno dei sentimenti che animano questo triste periodo di reclusione sociale. Ecco, in questi giorni abbiamo imparato a convivere con la paura. Dunque, ci occuperemo di film cha (mi) hanno fatto paura. E pare, che in questo modo, si riesca ad esorcizzarla, se non a scacciare. Esorcizzare, sì. Cominciamo subito. La mia più grande paura è di non riuscire più a controllare il corpo. Da qualche parte, credo, esistano energie e forze che non sappiamo ancora spiegare razionalmente ma che potrebbero essere rilevate avendo strumenti tecnologici adeguati. Queste energie, niente di paranormale, comunque, per esempio, esistenti nella mente, giacciono sopite e guai a scatenarle. Sarà questo il motivo per cui L’esorcista (1973) di William Friedkin mi ha letteralmente terrorizzato. Ed è l’unico film che non rivedrei una seconda volta.

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Frammenti di Cinema # 25

La devozione alla causa degli ultimi che il regista inglese Ken Loach ha mostrato in tutta la sua carriera cinematografica è ammirevole e suscita commozione. Non commuove, invece, Sorry we missed you (2019). Il film è dedicato ai trasportatori che con le loro storie hanno ispirato le vicende di Ricky e della sua famiglia. Sua moglie Abby presta assistenza domiciliare ad anziani e disabili. La loro vita, con i loro due figli, è davvero dura. Lo vediamo. Lo sappiamo. Qualcuno ha definito questa parabola una via crucis privata. Eppure, lo ripeto, questa storia, malgrado le intenzioni migliori del regista, non commuove. E’ piuttosto una fenomenologia del sacrificio. Incatena le scene come prevedibili quadri. Ci scorrono davanti come lastre in movimento all’interno di un laboratorio sociale. Ci scuote il loro riferimento ad una realtà che conosciamo bene. Ma in se stesse sono prive di emozione.

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Frammenti di Cinema # 24

Se Kobe Bryant avesse avuto venti anni negli anni ’60 è molto probabile che non sarebbe diventato un campione di basket. La segregazione razziale infatti riguardava anche lo sport. E le squadre di pallacanestro erano composte solo da bianchi. Poi, ad un allenatore di liceo viene proposto di rilanciare la squadra dei Texas Western Miners, quella del college di El Paso. Don Haskins, questo era il suo nome, decise di rischiare e aprì la squadra anche agli afroamericani. Nel 1966, pur ostacolato e molestato dai segregazionisti, riuscì a conquistare l’accesso al campionato nazionale. Contro l’Università del Kentucky schierò, per la prima volta nella storia, un quintetto base tutto nero. Questi fatti sono raccontati nel film di James Gartner, Glory road (2006).

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Frammenti di Cinema # 23

“J’accuse!” Anche i nostri tempi avrebbero bisogno di un Emile Zola, che nel 1898 denunciò l’ingiustizia subita dal capitano Alfred Dreyfus. Questo avvenimento ha conservato intatta la sua capacità didascalica se Roman Polanski lo riprende ne L’ufficiale e la spia (2019) per difendersi sotto traccia dalle accuse che lo hanno condannato da anni a non lasciare il territorio generoso della Francia. Nel 1969 a Zola fece ecco “Io so!” di Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera, esplicito atto di accusa del (mal)governo democristiano. Nel suo cinema il tema politico non fu mai così esplicito e diretto: politici lo furono tutti i suoi film, o nessuno in modo attuale. Tra questi uno in particolare possiede, a rivederlo, un’inquietante carica profetica. Porcile (1969), infatti, (pre)annuncia il cannibalismo al quale l’ultima rivoluzione tecnologica ci ha ridotto. Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), invece, quale apologo sulla pornografia del potere è meno attuale in quanto più universale.

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Frammenti di Cinema # 22

La famiglia come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi è una tipica istituzione borghese. Ecco che essa è risultata l’ambientazione ideale per le storie che, nella letteratura e nel cinema, ne hanno raccontato il modello sociale. La critica della società borghese è stata, quasi dogmaticamente, critica della famiglia. Come sempre accade in ogni analisi univoca, invece, non è stata colta la dimensione protettiva e la funzione potenzialmente antagonista che proprio essa può svolgere dentro un regime sociale oppressivo. Solo la Scuola di Francoforte, e Theodor Adorno in particolare, nella sua opera di revisione e arricchimento delle analisi marxiste, seppe coglierne questa inedita modalità di lotta. In Parasite, film sud-coreano di Bong Joon-ho, che ha vinto Cannes nel 2019 (altri film qui citati sono stati premiati a Cannes, prova, forse, della sensibilità per questi temi), infatti, è la famiglia Ki ha sferrare l’attacco al capitalismo, rappresentato dalla ricca famiglia Park. Purtroppo, come la storia, anzi la cronaca, ci insegna, la lotta al sistema, nella versione di semplice accaparramento di risorse, si tramuta in lotta di e tra poveri.

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Stefano Iori, Lascia la tua terra. Sinfonia del congedo (Fara Editore, 2019)

Stefano Iori definisce la sua raccolta di poesie un taccuino, un diario. Il titolo è un invito al cammino. Ed un commiato felice, senza rimpianto. Musicale. Lascia la tua terra. Sinfonia del congedo. Ecco, con il richiamo al comandamento divino ad Abramo nel Libro della Genesi, condividiamo il punto di partenza di questo percorso. Non ne conosciamo la destinazione. Non ancora, almeno. E abbandonare la propria “casa” è sempre lacerante. La terra ferma è il luogo della staticità, come pure delle certezze. Il cammino è il mare della scoperta, come pure delle insidie e del dubbio.

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Frammenti di Cinema # 21

Visitando il Museo del Cinema di Torino si può ammirare, in uno spazio dedicato a Ettore Scola, l’abito (acquistato all’asta dall’istituzione per 22.500 euro) indossato da Sofia Loren in una Giornata particolare (1977), da lei interpretato con Marcello Mastroianni. Per la precisione, si tratta di una vestaglia, a fiori, mai dai colori spenti, che il regista disegnò personalmente. Per interpretare Antonietta, la Loren dovette sottoporsi ad una dieta che svuotò del tutto le sue prorompenti forme femminili. E’ diventò così l’immagine di una femminilità mortificata e oscurata, ma non per questo annientata, che Gabriele, malgrado la sua omosessualità, saprà far rifiorire proprio grazie alla delicatezza e alla libertà.

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Frammenti di Cinema # 20

Dedichiamo questo frammento ad un solo film. Si tratta del capolavoro di Ettore Scola, La terrazza (1980). Perché? Perché nel documentarsi su di esso si scopre uno strano caso di realtà virtuale, narrata come vera nel web. Attenzione, non è un fake. Ma una sorprendente ipotesi di riscrittura  della storia; una ucronia che avrebbe suggestionato Saramago, ovvero un eteronimo degno di Pessoa. Partiamo dall’inizio. Ho cercato per mesi di rivedere Il viaggio di capitan Fracassa (1990) dello stesso Scola, di cui ricordavo la struggente interpretazione di Massimo Troisi e un’affascinante ricostruzione cinematografica della commedia dell’arte. Niente. Sulla rete questo film era del tutto inesistente, scomparso, rimosso, almeno fino a poco tempo fa. Ho ripiegato così sulla Terrazza, semplicemente per restare al regista. Questo film sono riuscito a trovarlo.

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Del fare spietato (Arcipelago Itaca, 2019), Pasquale Vitagliano. Una nota di Giuseppe Cerbino

La scrittura poetica di Pasquale Vitagliano da sempre riconosce negli oggetti e nelle cose la misura dell’uomo. Non può assolutamente fare a meno di questa prospettiva. L’oggetto è una sorta di arenaria che asciuga l’umor vitreo che rende possibile la visione. Vitagliano non manca di sottolinearlo soprattutto nella sua ultima raccolta “Del fare spietato” pubblicata per Arcipelago Itaca Editore:  il titolo  ricalca le formule dei saggi filosofici che trattano di determinati argomenti. Questo libro è, infatti, una trattazione in versi dell’inevitabile dramma che tiene insieme la realtà: “spietato” vuol dire letteralmente assenza di pietà ossia una condizione che non ci cautela e non ci preserva. Siamo nell’altezza più estrema ma con il vento in faccia.

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