Curriculum scolastico

Chi leggerà questo post avrà l’impressione di sentirsi raccontare una sceneggiatura per l’ennesimo remake del libro Cuore. Invece è tutto vero.
Ho fatto le scuole elementari negli anni ’50 a Busto Arsizio, in provincia di Varese. Si portava il grembiule nero, si scriveva usando penna, pennini e calamaio (ogni tanto veniva il bidello a riempirlo d’inchiostro: i calamai erano incassati nei banchi), c’era il voto di condotta, si studiavano a memoria le poesie, la disciplina non arrivava al punto da essere militaresca ma era una cosa piuttosto seria. In classe eravamo più di quaranta e la maestra era una sola. Non posso dire di ricordarla con particolare simpatia, ma in fin dei conti neanche con astio. Tutto sommato, faceva il suo mestiere.
Il preside si vedeva solo in rare occasioni ed era un tizio pieno di sussiego, neanche fosse stato un generale dei carabinieri. In classe c’erano i figli degli industriali e degli operai, del farmacista e del fruttivendolo. C’erano esami anche in seconda elementare. L’analisi logica faceva la sua prima comparsa in quarta, e in quinta era pane quotidiano. Maestri e preside mostravano di considerare gli esami di quinta come una tappa fondamentale nella vita di un essere umano. Continua a leggere

Tori, Hemingway e altro (seconda parte)

Il toro da combattimento ha le corna ma, se è per questo, le hanno anche i tori delle razze mansuete, le hanno anche le vacche da latte. Quando è libero nella dehesa, nei campi sterminati della Castiglia e dell’Andulsia, il toro selvaggio è indolente come tutti i bovini. Non chiede di meglio che essere lasciato in pace a pascolare. Il timore che suscita è contenuto in ciò che non fa, ma tutti sanno che può fare. A distinguerlo dagli altri bovini c’è soltanto il morrillo, il fascio di muscoli che gli gonfia il collo come una gobba. È quello il segno caratteristico di un animale che, a quattro anni, è capace di scattare al galoppo con la velocità di un purosangue, fermarsi, voltarsi e tornare a caricare senza prendere fiato. Quel fascio di muscoli lo distingue dal toro delle razze da carne che nel resto del mondo viene macellato a diciotto mesi, o anche prima, per fare bistecche. Continua a leggere

Tori, Hemingway e altro

Nel 1923 Ernest Hemingway aveva ormai messo a profitto il suo anno di guerra come infermiere sul fronte italiano: tornato negli USA, dove era stato accolto più o meno come se la guerra l’avesse vinta lui da solo, e mosso da due potenti motivi (la passione per la letteratura e la determinazione a vivere senza lavorare), aveva trovato un contratto con un giornale canadese, era tornato in Europa e aveva fatto il corrispondente nella guerra greco-turca (dalla parte ellenica). Dopo la riscossa di Kemal Ataturk e la ritirata greca, Hemingway si sistemò a Parigi facendo un po’ di vie de bohème (ma non la fame, come cercò di far credere). Frequentò Gertrude Stein e Francis Scott Fitzgerald, fece finta di interessarsi alle problematiche di James Joyce, Ezra Pound e T.S. Eliot (stando bene attento a restarne alla larga), ma soprattutto cercò qualcosa di straordinario da raccontare. Quando capì che a Parigi di straordinario non c’era proprio niente, prese il treno e andò in Spagna a vedere le corride. Continua a leggere

Qualche oziosa considerazione sull’arte

Quando capita di conoscere un artista, è meglio non intervistarlo. Se proprio non si può fare a meno di avviare una conversazione, meglio farlo parlare di donne, di cibo, di sport, di qualunque cosa ma, per amor di Dio, non di arte. Almeno, non della sua.
Quando era già vecchio e piuttosto suonato, Manzù presentò al pubblico la sua ultima scultura. Era una maternità, e bastava darle un’occhiata per sentirsi trasportare in un mondo di idee platoniche. C’era anche la tv: il solito imbecille schiaffò il microfono sotto il naso dello scultore e gli chiese quale fosse il significato della sua opera. Manzù, serio serio, rispose che si trattava di una donna che teneva in braccio un bambino.
Mai chiedere a un artista di svelare il segreto della sua arte. Come potrebbe rispondere? Non lo sa neanche lui. Continua a leggere

Il tram

Non gli era mai successo. Dopo pranzo si era seduto in poltrona con l’idea di ascoltare un telegiornale, e invece si era addormentato. In certi assolati pomeriggi della sua infanzia non avrebbe chiesto di meglio che dormire per un paio d’ore. Non c’era mai riuscito. Questa volta si svegliò a pomeriggio inoltrato, fluttuando nel torpore, e rimpianse di non aver continuato a dormire, placidamente, senza sogni.
Scese in strada galleggiando su una nuvola di incoscienza, con in bocca uno strano sapore di nostalgia. Montò in macchina senza aver deciso dove andare e procedette a caso lungo strade curve. Perse l’orientamento. La città gli appariva smisurata, come l’aveva vista da bambino, e tutto ciò che avrebbe dovuto ricordare sembrava scritto su una lavagna dove qualcuno aveva passato un colpo di straccio. I pensieri si attardavano lungo i profili di un albero, di un palazzo, di una pensilina alla fermata del tram. Poche ore prima, pensieri senza scopo gli sarebbero parsi un’assurdità. Ma in quella condizione aurorale, con la mente beata e i lineamenti distesi in una espressione estatica, la strada era il letto di un fiume in secca e le sponde erano pareti ripide, piene di buchi ai quali ogni tanto si affacciava una donna. La doppia fila di platani che fiancheggiava le rotaie del tram segnava le rive di un fosso. Il cielo era un’ovatta azzurra che chiudeva tutti gli interstizi. Al di là dell’ovatta c’era un coperchio, e intorno al coperchio un giro di scotch. Continua a leggere

Perché son tristi

La città dove conobbi Judy ha un nome che significa “collina della primavera”, ma la collina chissà dov’è. È una città in riva al mare, ma non è un porto. Anche le strade ce la mettono tutta per incrociarsi ad angolo retto, ma finiscono sempre per confluire in qualche piazza sbilenca. In Medio Oriente le cose non sono mai come sembrano.
La prima volta ci andai per lavoro. Negli uffici dove ero atteso, un usciere arcigno e poliglotta mi sbarrò la strada. Ci voleva il passi. Ci voleva una foto formato tessera. Ero già in ritardo e dovetti fare tutto di corsa. A due isolati di distanza entrai nel negozio di un fotografo, un uomo di mezza età, piccolo e stempiato, che aspettava clienti in giacca e cravatta nonostante il caldo infernale. Aveva una pronuncia blesa da vecchia checca e dovetti fare uno sforzo per non ridergli in faccia.
Disse che, certo, mi avrebbe fatto quattro foto per venti scellini. Senza discutere, misi i soldi sul banco e lui mi guardò con occhi pieni di sorpresa. Continua a leggere

I flagellanti

Ricordate i “dietrologi” e i “disguidati”? Un’altra categoria, che fin dai tempi di Savonarola non ha fatto che danni e ancora oggi non perde occasione per avvelenare la vita al mondo intero, è quella dei flagellanti. Gente assolutamente incapace di gustare i piccoli piaceri della vita senza provare rimorso. La scopata è stata grandiosa? Vergogna: era peccato! Non è stata niente di che? Ti sta bene, così impari a cedere alla concupiscenza! La parmigiana di melanzane era superba e non ho neanche fatto fatica a digerirla? Sta’ in guardia, perché sicuramente c’è in arrivo una punizione tremenda.
E avanti di questo passo, fra terrori e tremori, mortificandosi e compiacendosi della propria mortificazione.
I rimedi che i flagellanti mettono in campo per gestire i loro sensi di colpa sono puerili e ipocriti.
Primo rimedio: quello che oggi si chiama politically correct (ma c’è sempre stato) e, stringi stringi, consiste nel chiamare le cose con un nome diverso. Non cambia niente? Sì, ma per un attimo la coscienza smette di rimordere.
Secondo rimedio: costringere gli altri a piangere e far penitenza insieme a te. Anche così non cambia niente? Chi se ne frega. L’importante è battere il petto, umiliarsi, recitare il mea culpa. Non serve a nulla, ma per un attimo ci sentiamo “buoni”.
Il brano che segue è un estratto del solito romanzo in fieri. Chi racconta è sempre Giorgio, il protagonista, che ricupera un episodio dalle nebbie della sua amnesia.
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I disguidati

Oltre ai dietrologi, la realtà contemporanea presenta almeno altre due sfaccettature singolari: i “disguidati” e i “flagellanti”. Dei flagellanti parlerò in una prossima puntata. Oggi vorrei intrattenervi sui disguidati.
Chi sono costoro? Quelli che hanno consumato la vita rincorrendo un sogno impossibile, poi tutt’a un tratto si trovano di fronte al fallimento e non ci vogliono credere. Non classificateli nella categoria degli “ultimi romantici”: non lo sono affatto. Sono rancorosi, permalosi, vendicativi. Non vogliono ammettere di avere preso fischi per fiaschi: è la realtà che ha sbagliato, mica loro. Ormai non cercano più la realizzazione di un (bel) sogno, ma solo una rivincita (possibilmente cruenta e da ottenersi con qualunque mezzo). Però se glielo fate notare si incazzano.
Anche il brano che segue fa parte del fantomatico romanzo di cui vi ho parlato e può darsi che contenga qualche riferimento poco comprensibile. Vi do la mia parola che in quei riferimenti non c’è niente di rilevante ai fini dell’episodio. Il protagonista si trova in uno stato mentale alterato: ha dei vuoti di memoria e ricorda a sprazzi. Si è perso in una zona semidesertica della Sierra de Guadarrama, ha incontrato un accampamento di gitani che l’hanno rifocillato. Gli torna in mente un episodio successo due mesi prima.
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I dietrologi

Ci sono dei modi di pensare così diffusi da essere diventati automatici. Generalmente mi provocano un vago fastidio, come quei bocconi indigesti che si vanno a piazzare sulla bocca dello stomaco e non vogliono saperne di andare né su né giù. Uno di questi modi di pensare è il complottismo, e cioè l’insopprimibile voglia di vedere “grandi vecchi” dietro a tutto ciò che capita. La voce del complotto nasce dal desiderio di denigrare qualcuno, ma ciò che la alimenta è la vocazione dei gonzi ad atteggiarsi a furbi, a far vedere che loro sanno cosa c’è sotto. Per loro le cose non sono mai come sembrano, non sono il risultato degli sforzi di chi si è dato apertamente da fare per ottenerle. E d’altra parte niente succede mai per caso. Dunque, dietro ad ogni evento ci sono strumentalizzazioni ordite da poteri occulti che vogliono l’esatto contrario di ciò che sembra. Loro, i dietrologi, lo sanno. E te lo dimostrano.
Il brano che segue faceva parte di un romanzo che vado componendo con frequenti ripensamenti e seghe mentali. L’ho tagliato perché, a un certo punto, la storia ha preso una direzione che l’ha reso marginale (e, si sa, in un libro tutto ciò che è inutile è dannoso). Ma l’ho tagliato a malincuore, per due motivi: il primo è che il pezzo, in sè, non mi sembra malriuscito; il secondo è che una frecciatina ai complottisti l’avrei data volentieri.
Ecco qua: una sedicente professoressa, dall’improbabile nome di Armida Sésostris, sta tenendo una conferenza ai soci della Filarmonica di Costanza (ridente cittadina tedesca affacciata sul lago omonimo). Guardate un po’ che cosa è capace di dare a bere.
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Samir

Lo conobbi quando avevo i canini aguzzi e giravo per il Medio Oriente. Samir era un agente marittimo con gli uffici in due stanzette buie in fondo a un vicolo: non aveva bisogno di impressionare i clienti, preferiva disorientarli. Gli proposi di concorrere insieme a un appalto ad Alessandria d’Egitto.
Era un buon contratto, ma avrei dovuto sapere che la burocrazia egiziana è intricata come il delta del Nilo e le pratiche finiscono sempre per incagliarsi in qualche meandro limaccioso. Non me ne preoccupai: in un modo o nell’altro ero sicuro di cavarmela.
Vincemmo la gara e aprii il cantiere. Ma i pagamenti non arrivarono. Ogni fine mese incontravo Samir ad Alessandria: tiravamo le somme del dare e dell’avere, e lui mi guardava da dietro le ciglia socchiuse, in silenzio. Io sorridevo e lo invitavo a cena. Continua a leggere

Il giorno del Giudizio

Forse sei già morto. Forse no. In fondo, si muore solo per scelta. Ma non stare a far domande: non servirebbero a niente. Piuttosto, non c’è qualcosa che dovresti aspettarti, se fossi morto? Non dovrebbe succedere qualcosa come il Giudizio Universale? Sai, il Giudizio si fa alla fine dei secoli. Ma ogni volta che un essere vivente esce dalla canna dell’imbuto, quella è la fine dei secoli, e non solo per lui ma per tutti. Dall’altra parte dell’imbuto il tempo non esiste. L’eternità è sempre lì.
Per quanto strano possa sembrare, il Giudizio è una faccenda priva di complicazioni. La Valle di Giosafat è un canyon come tanti altri, sassoso e sabbioso. Secondo un rabbi vissuto a Bisanzio nel V secolo, nel mondo antipode la valle di Giosafat si chiama Uadi el Boèb. Il rabbi la descrive come un imbuto ed è probabile che si tratti di una specie di anfiteatro naturale, un po’ come la valle di Häuser. Dice il rabbi che laggiù fa un caldo micidiale e gli scorpioni sono costretti a nascondersi sotto i sassi. Continua a leggere

Oroscopi e orologi

La bottega all’angolo di Judenplatz non aveva insegna. Vista dalla strada, faceva pensare all’antro di un alchimista o a un laboratorio di anatomia: il buio al di là della vetrina era una notte dai confini incerti dove una lampada schermata pulsava come una stella bassa sull’orizzonte. Ma tenendo gli occhi fissi e abituandoli all’oscurità si riusciva a distinguere la sagoma di un uomo curvo sul banco, dove giacevano i meccanismi di orologi sventrati. Continua a leggere

André Rieu e la sopravvivenza del mito

Avete mai sentito nominare André Rieu? No? Be’, avete perso qualcosa. Ma ve ne parlo più avanti, perché il discorso va preso da lontano.
Forse avete visto in televisione il concerto di Capodanno della Filarmonica di Vienna. I professori della più famosa orchestra sinfonica del mondo si riuniscono tradizionalmente la mattina di Capodanno sotto la bacchetta di un grande direttore per suonare, non musica classica, ma i valzer di Strauss. Come mai?
Vienna è un posto tutto particolare. È vero che i viennesi parlano tedesco, ma per certi aspetti somigliano ai napoletani. Non c’è poi da meravigliarsene gran che. Vienna non è in Austria: è in Kakania (come Musil chiamava l’Impero Asburgico) e probabilmente non smetterà mai di starci. Tanto l’Austria è montanara e provinciale (e se non ci credete chiedetelo a Thomas Bernhard), tanto Vienna è cosmopolita. Un esempio: se ci andate in auto e uscite dall’autostrada a Schoenbrunn, scendendo verso il centro percorrerete la Mariahilfer (Maria dell’Aiuto), uno stradone pieno di negozi di tappeti. Sono tutti gestiti da ungheresi scappati a ovest ai tempi della cortina di ferro, e i viennesi hanno cambiato nome alla strada: la chiamano Magyarhilfer (Aiuto per i Magiari). Altro esempio: la chiesa più veneranda di Vienna è la cattedrale di Santo Stefano, ma quella che i viennesi sentono più propria è la chiesa di San Carlo (che è poi san Carlo Borromeo; proprio lui, il Sancarlone di Arona). Continua a leggere

L’infernale Harold Bloom

Si può essere più o meno d’accordo con le “canonizzazioni” che Harold Bloom opera nel suo (ormai canonico) “Canone occidentale”. Personalmente ho sempre trovato ostica la sua interpretazione del Faust, ma ultimamente ho cominciato a ricredermi. Confesso: quando un critico interpreta un’opera interamente ed esclusivamente da un punto di vista sessuale, storco il naso. Credo e spero che il senso dell’esistenza degli esseri umani sulla terra vada oltre il puro e semplice “crescete e moltiplicatevi”. Un parametro interpretativo di questo genere varrà forse per Melissa P. Nel caso di Goethe non sarebbe il caso di andare un po’ più a fondo? Continua a leggere

Credere in Dio? (quinta puntata – Opinione personale)

Nei post precedenti ho cercato di fare divulgazione, e cioè di dar conto degli argomenti pro o contro l’esistenza di Dio nel modo più obbiettivo possibile, cercando di dipanare i contorcimenti mentali di cui si compiacciono i filosofi professionisti. Ma ora devo affrontare il quinto argomento di Tommaso (che coincide con il terzo di Kant) e cioè la necessità di dare un senso alla vita umana e all’universo. Qui devo ammettere che faccio fatica a essere obbiettivo.
Il senso dell’universo, lo confesso, non è cosa che mi tolga il sonno. È un problema che mi pongo, naturalmente; ma con la stessa freddezza con cui analizzo l’argomento ontologico. Ciò che invece mi tocca profondamente è il senso della vita, la mia vita. E questo, se da un lato mi fa sospettare di essere sulla strada di un argomento convincente, dall’altro mi fa temere di non saperlo valutare in modo spassionato. Continua a leggere

Credere in Dio (quarta puntata – Gli indizi)

Torniamo al problema originale: è possibile provare se Dio esiste o no? Come si può evitare di cadere nel tranello di una logica ristretta o nei paradossi dell’autoreferenzialità?
Si può provare a prendere una strada che non sia l’analisi di un concetto. Si possono andare a cercare dei punti di partenza nella realtà. Per esempio nella fisica, nella morale, nell’estetica. Tommaso d’Aquino individuò cinque di questi punti di partenza, Kant tre.
Le strade prese da Tommaso (le riporto con un po’ di editing) sono le seguenti: Continua a leggere

Credere in Dio? (terza puntata – C’è chi dice no)

Nel doppio binario su cui cammina la Dea Ragione si incontra di tutto. C’è chi preconizza l’avvento dello Spirito Assoluto, ma c’è anche chi proclama: “L’uomo è ciò che mangia”. Per di più, i binari non sono paralleli: ogni tanto si intersecano, si scambiano idee, se le prestano e se le restituiscono. Marx mette insieme la dialettica di Hegel e il materialismo di Feuerbach. Spencer sostituisce la dialettica con l’evoluzione. Nietzsche aggiunge la volontà di potenza, il superuomo e l’eterno ritorno.
Stranamente, i figli dell’illuminismo non si preoccupano di dimostrare le loro tesi con dei sillogismi: per lo più le propongono in forma di assiomi, come se fossero verità evidenti di per se stesse. Spesso si lasciano andare a vere e proprie profezie. La prova di ciò che predicano, più che da esperimenti o dimostrazioni razionali, la aspettano dalla diffusione e dal successo. E così le dottrine che procedono dalla vittoria della Dea Ragione adottano il metodo dei predicatori di religioni e di dottrine esoteriche. Il Così parlò Zarathustra è costruito anche formalmente in modo da presentarsi come un anti-Vangelo. Continua a leggere

Credere in Dio? (Seconda puntata – Il ribaltamento)

Ed ecco il ribaltamento alla maniera di Raymond Chandler: credevamo che l’argomento di Anselmo volesse dimostrare che Dio esiste, ma in realtà dimostra tutt’altro.
Kant era già quasi arrivato a dirlo a chiare lettere, ma se ne era trattenuto per una specie di timore reverenziale. Si era limitato a dire che l’argomento ontologico non contiene errori e dunque non è criticabile, ma che non raggiunge lo scopo per cui era stato pensato. A duecentoventisette anni di distanza, possiamo fare qualche passo avanti su questa linea di pensiero. Continua a leggere

Credere in Dio? (Prima puntata – La prova)

Questo post e i seguenti partono dal presupposto che nessuno è tenuto ad avere l’hobby della filosofia, ma che almeno una volta nella vita tutti si trovano di fronte al problema dell’esistenza di Dio. Fra gli “intellettuali” italiani è diffusa l’idea che certi argomenti, come la storia o la filosofia, debbano essere riservati agli addetti ai lavori, e hanno sempre fatto il possibile per escludere le masse da certi discorsi. Però ultimamente sembra esserci un risveglio di interesse per Dio. Vito Mancuso con “L’anima e il suo destino” ha avuto un grande successo; Eugenio Scalfari, dopo aver girato a lungo intorno al tema, l’ha preso di petto nel suo ultimo libro; i pamphlets pro-ateismo di Piergiorgio Odifreddi sono diventati dei best seller; su un blog prestigioso come Nazione Indiana appaiono periodicamente post a favore dell’ateismo. Eccetera eccetera.
Stando così le cose, e a beneficio di chi gradirebbe un po’ di divulgazione sull’argomento, credo che valga la pena di ripercorrere le “prove” a favore e contro l’esistenza di Dio, e relative critiche. Certo, una serie di post divulgativi non può avere la pretesa di passare in rivista l’intera storia della filosofia e nemmeno di esplorare ogni argomento nei particolari, ma può fornire alcune informazioni basilari, e il viaggio non dovrebbe essere poi troppo lungo. Per poco che ci si appassioni alla materia, sarà come leggere un giallo di Raymond Chandler: nelle prime pagine sembrerà che il caso sia già bell’e risolto e invece, andando avanti, si scoprirà che non soltanto il colpevole non è l’indiziato, ma che addirittura il delitto non era quello che sembrava: era tutta un’altra faccenda. Continua a leggere

Hassan

“Are you a believer?”
Questa è una scorrettezza, Hassan, un vero colpo basso. Stiamo discutendo di affari, come ti viene in mente di chiedermi se credo in Dio? No, non dirmi niente. Conosco già il tuo argomento: voi europei fate tante distinzioni, ma siete incoerenti. Vi arrampicate sugli specchi pur di non fare i conti con la morale e con la religione.
Abbi pazienza, Hassan, vediamo di capirci. Ogni quindici giorni tu e io ci incontriamo a questo tavolo. Passiamo venti ore a discutere, poi ci diciamo arrivederci e io torno in Europa a far rapporto, a ricevere istruzioni. Apparentemente, lavoriamo per mettere in piedi una società: come due sensali di matrimonio contrattiamo a chi toccherà allestire la cucina e a chi la camera da letto. In realtà, mentre discutiamo di investimenti, manodopera e tecnologia, sappiamo bene che il punto è: quanto costa tutto ciò? E in ultima analisi: ne vale la pena?
Ma non è tutto: tu e io vogliamo far carriera, uno a spese dell’altro, se necessario. Vogliamo consegnare ai nostri superiori un risultato del quale possano valersi per ascendere lungo una scala infinita, che si perde nelle nuvole di chissà quale Paradiso. Perché l’unico modo per far carriera è diventare vassallo di chi sta un gradino più su e salire con lui montando sulle spalle degli altri, tutti impegnati a salire la stessa scala. Eppure, troppi sono i gradini. La speranza di raggiungere una condizione beata, presto o tardi, si trasforma in un imperativo fine a se stesso. Che differenza fa arrivare al centesimo o al millesimo scalino se, tanto, in cima non si arriva mai? Continua a leggere