La mia idea di Dio

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di Adriano Sofri

Sbaglierebbe chi ritenesse l’idea che Dio sia costruito da noi umani, a nostra immagine e somiglianza, infantile, facilona e tantomeno deresponsabilizzante. Al contrario. L’idea che mi faccio di Dio la dice lunga, che me ne renda conto o no, su chi sono io. Io, per esempio, non credo in Dio, ma il Dio in cui non credo non è fesso come quello in cui non crede Piergiorgio Odifreddi. Continua a leggere

Laika

di Vittorio Zucconilaika1

Il cane che rincorse le stelle avrebbe di molto preferito continuare a rincorrere gatti e ciclisti per le strade di Mosca, se avesse potuto decidere lei, ma Laika non era un cane qualsiasi. Era un soldato, una bandiera, un latrato di battaglia, un monumento che l’Urss voleva costruire a se stessa con il materiale della Guerra fredda, con i motori, i missili, le ambizioni e, soprattutto, con le bugie della propaganda. Laika, la bastardina arruolata dagli accalappiacani di Kruscev nei vicoli di Mosca per essere la prima creatura vivente spedita in orbita, non morì la morte indolore nello spazio dopo una settimana di orbite, che la propaganda ci aveva raccontato allora, ma una morte orrenda e struggente, inscatolata nel minuscolo Sputnik, poche ore dopo il lancio. Il suo cuore di cane fu schiantato dal panico e dalla solitudine incomprensibile. Continua a leggere

I grandi tennisti

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Poco fa, durante l’ennesima colica ispiratrice, pensavo a Cortellessa e il tennis. Non sapevo che fosse un appassionato. Le poche volte che ci siamo visti o scritti si è sempre parlato di libri, al massimo di arte. E’ stato bello scoprire che piace anche a lui, che abbiamo questa passione comune.
Quando iniziai a scrivere, cioè nel 99, perché fino ad allora mi limitavo a leggere, conobbi una persona speciale. La conobbi virtualmente, su un newsgroup letterario. Scriveva in un modo incredibile, ancora oggi non saprei definire bene il suo stile: uno strano miscuglio di Céline e Agamben, la chiarezza ed economia espressiva di quest’ultimo e l’umor nero del francese. Continua a leggere

Il divino briccone

johnmcenroe11di Andrea Cortellessa

Fa uno strano effetto celebrare i cinquant’anni di John McEnroe. Non perché la sua figura appartenga a un reame distante da quelli che bazzico d’abitudine; non solo lo spazio mentale che riservo al tennis è in tutti i sensi commisurabile a quello dedicato a letteratura e dintorni, ma penso sul serio che spetti a McEnroe un posto non minore fra i massimi genî del secondo Novecento. Un genio non è altro che un uomo il quale sposi il suo talento a una disciplina, rivoluzionandone dall’interno la tradizione. Genio è chi fonda un paragone per i tempi a venire. Geniale Kubrick, per esempio, non in quanto egli sia stato superiore a Resnais, Antonioni o Tarkovskij: ma perché ogni suo film ha rivoluzionato un genere di narrazione per immagini, spostando i termini di quanto sia lecito attendersene. Continua a leggere

Breve viaggio con Fellini #1 – di Franz Krauspenhaar

Notte estiva, la luna è calante. Guardo dalla finestra e per associazione di idee musicali penso immediatamente a Peppino Di Capri. Poi penso a mio padre, il tedesco, perché Peppino era il suo cantante italiano preferito. Parlando con Jan, giorni fa, concordiamo sul fatto che i tedeschi delle vecchie generazioni hanno gusti musicali piuttosto standard. Che poi, a pensarci ora, Peppino Di Capri è standard fino a un certo punto. Lo era, magari, ma con il registratore del tempo, riavvolgendo il nastro di decenni di musica popolare, dal twist al pop beatleasiano al rock fino a oggi, abbiamo il risultato non tanto di una rivalutazione, quanto di una vera e propria valutazione fuori dal tempo. La sua musica è davvero leggera, nel bene e anche nel male. Continua a leggere

Buchenwald

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di Giulia Colavolpe Severi

Fra i suoni che mi ricordano l’infanzia c’è anche quello della parola Buchenwald. La leggevo tutte le mattine su una targa di marmo, prima di entrare in classe. Ho frequentato le elementari in una scuola che portava il nome di Mafalda di Savoia, principessa d’Assia: era crepata proprio lì, a Buchenwald. Quando entrai in quell’istituto, il fatto che fosse intitolato a una principessa mi apparve subito come qualcosa di cui vantarmi. Per un sistema di vasi comunicanti, per una specie di magia simpatica, ciò conferiva anche a me un che di regale, in fondo. Una spanna sopra le amiche di famiglia, che andavano in scuole intitolate a eroi del Risorgimento o a sante bambine o a pedagoghe malvestite. Continua a leggere

Due poesie sull’Iraq e non soltanto – di Tiziano Fratus

[Pubblico qui due poesie in anticipazione di Tiziano Fratus che credo siano oggi come non mai attuali. FK]

PICTA I
[58193 e 4142]

interpretare cifre dici
per penetrare qualcosa che non è mai penetrato a fondo nella tua vita
dici che qua la gente non conosce
si occupa di schemi delle partite di basket
di come risparmiare sul tragitto per andare al lavoro
di come pagare il mutuo della casa nuova a tre piani
di votare contro l’aborto e l’unione in matrimonio degli omosessuali
di portare i figli a disneyland e alla fiera annuale
di mettere la mano sul petto ogni volta che in televisione c’è un accenno di inno nazionale Continua a leggere

Echi

[Ho il piacere di pubblicare qui un inedito di Gianpaolo Serino, noto critico letterario e “patron” della rivista letteraria Satisfiction. Una volta tanto, gli rubo il mestiere… Grazie dell’attenzione. Franz Krauspenhaar.]

di Gianpaolo Serino

Mio padre un falco mia madre un pagliaio

stanno sulla collina

i loro occhi senza fondo seguono la mia luna

notte notte notte sola

sola come il mio fuoco

piega la testa sul mio cuore e spegnilo poco a poco.

Fabrizio De Andrè, Canto del servo pastore

Sono tornato oggi in questa città ora crudele. La città dove siamo cresciuti insieme, padre. Davanti a me le strade deserte; e il tempo intristito, il tempo fermo e molto più triste di quando i tuoi occhi, chiari di verde, accarezzavano questa luce ora crudele, di quando i tuoi occhi parlavano in silenzio e il mondo non voleva essere altro che esistere. E, intanto, tutto come se continuasse. La vita crudele perché vita. Come all’ospedale. Continua a leggere

Siamo i Fangio della cultura che non paga #2

BLOB DELL’IMBECILLITA’, DELLA MANCANZA DI SOLIDARIETA’, DEL CINISMO.

di Franz Krauspenhaar

[Prima di Natale ho pubblicato su Nazione Indiana un pezzo che forse avrete letto. “Siamo i Fangio della cultura che non paga.” Lo potete eventualmente leggere o rileggere qui. Qui su Lpels pubblico ora un blob folle e disperato di interventi particolarmente demenziali – a mio, ma certo non solo, siamo in tanti- modo di vedere. Un parata di interventi “mostre”, scritti da “mostri letterari” e anche umani, gente che, se fosse minimamente spettacolare, sarebbe stata forse cinematografata da Dino Risi in una versione “intellettuale” del suo famoso film sul cinismo civico, e non solo, degli italiani. Non cito gli “autori”, non separo un intervento dall’altro: leggete tuto come una poltiglia indifferenziata di cazzate sulla cresta dell’onda di merda che ci affogherà. FK] Continua a leggere

Case di cartone

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(Case di Cartone è un libro fotografico di Max Rommel e Marissa Morelli che documenta ciò che rimane di un villaggio di sfollati del Vajont, confinato fuori Claut, in provincia di Pordenone

di Gianmario Villalta

Non ho visitato questo posto, non ho visto queste case, non ho conosciuto queste persone. Dirò quello che vedo in queste fotografie, nel vedere che offrono al mio sguardo e nell’intenzione che lo costruisce mediante una meditata regia. Mi fiderò di questo vedere, perché mi dà fiducia. Non percepisco la ricerca di originalità a tutti i costi, in queste immagini, né la volontà di ritrovare illustrata nelle immagini una propria idea; per questo ho fiducia, perché sento che la volontà di comprensione e di vicinanza chiede risorse alla forma, pure così ben studiata e conosciuta, e non è la volontà della forma – come spesso accade – a imporsi sulla materia. La vicenda di queste persone, la storia di queste abitazioni, la realtà che si espone in queste immagini non aggredisce (eppure è una vicenda ‘forte’, una pagina drammatica della storia) ma emerge con quieta potenza e, aggiungerei, con delicatezza, dalla composizione. Continua a leggere

Salva con nome

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Partendo per una vacanza all’estero, tempo fa acquistai dal giornalaio dell’aeroporto un libretto con delle storielle di logica dei paradossi. Credo fossero due giovani professori universitari italiani in America, gli autori del libro. Uno di questi racconti aveva come protagonista una donna di mezza età di nome Norma, che con grande insistenza veniva disturbata telefonicamente per dei sondaggi di vario tipo: le sue preferenze politiche, o in fatto di automobili, detersivi e quant’altro. Un giorno si stufa e chiede al sondaggista perché proprio lei, e questi risponde che lei è l’unica a essere interpellata, dal momento che si sono resi conto che i suoi gusti incarnano alla perfezione quelli dell’americano medio. Per es: sapere da lei chi voterà fra Mc Cain e Obama significa conoscere subito chi vincerà le elezioni. Norma si arrabbia, protesta, dice che non è vero, che lei si sente unica e irripetibile, altro che ipostasi dell’americano medio, e il sondaggista replica: “appunto”, ossia proprio come avrebbe reagito l’uomo qualunque. Continua a leggere

FACEBOOKMANIA. Nel condominio elettronico senza fine.

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di Franz Krauspenhaar

1) In pieno reality.

E’ la moda del momento. Via ai salotti, via ai ritrovi, stasera si resta a casa. Per molti, milioni di persone sparse in tutti i continenti, è venuta l’ora di ritrovarsi con tante persone a distanza, proprio comodamente a casa. Ognuno se ne sta seduto al suo computer e interagisce con gli altri. Parla? No, tace, nel silenzio ovattato delle fibre ottiche. E’ il “social network”, il circolo allargato a possibile dismisura. E’ Facebook, il “faccialibro”, una specie di catalogo elettronico di se stessi messo in rete. Con tanto di profilo, corredato di foto, sostituibile in ogni momento, di informazioni personali. E descrizione dei gusti, delle preferenze, delle adesioni politiche, calcistiche, eccetera. E la possibilità di inserire album fotografici, di pubblicare pezzi scritti di varia provenienza (anche la propria), di inserire video, registrazioni di eventi. Di tutto quanto fa spettacolo. E poi gli “amici”, rigorosamente tra virgolette. Continua a leggere

La mia naja, tra sogno e realtà

di Franz Krauspenhaar

Ancora mi succede. Nel pieno rimbombante del sogno, sono in una caserma. Non è la solita, non è una delle caserme che ho frequentato da militare. Ha il tetto basso come un seminterrato, anzi è un seminterrato. Su questo tetto poco più in alto delle nostre teste, che ci racchiude come in una scatola di soldatini semoventi, quasi fossimo delle opere di uno scultore postmoderno e iperrealista, una plafoniera enorme, cioè lunghissima ma stretta non più di mezzo metro, che emette una luce spettrale. Nella camerata-seminterrato ci sono solo delle brande abbastanza classiche, con lenzuola e coperte verdi militare; il pavimento è di linoleum chiaro. L’atmosfera è di cupa rassegnazione. Sono seduto su una delle brande, in mutandoni di lana e maglietta verde (c’è una foto che mi ritrae in questa mise nella realtà, seduto nella mia caserma del CAR assieme a un caporalmaggiore e a un altro tizio in pigiamino di lana portato direttamente dal supermercato sotto casa), ho la testa abbassata del calciatore seduto in panchina dopo una sostituzione non gradita ma necessaria per mancanza di fiato. Continua a leggere

Dizionario idiosincratico della lingua italiana

IMPEGNO

Stiamo ammalandoci di eccesso di igiene. Così dicono gli scienziati. L’ossessione per la pulizia indebolisce le nostre difese immunitarie, e in questo modo ci ritroviamo con un esercito disoccupato che se la prende con nemici inesistenti, provocando allergie e intolleranze alimentari verso sostanze innocue. Anche nel linguaggio si avverte la stessa ossessione per la pulizia. Il sintomo più evidente sono le parole collutorio, quelle con cui ci si sciacqua la bocca e che basta sputarle per sentirsi più sani e puliti. In realtà sono vocaboli eviscerati, svuotati di senso per l’abuso. Impegno è uno di questi. Apparentemente è innocuo, ma a me il solo sentirlo provoca un’allergia fastidiosa. Adoperato in ambito letterario ricorda molto il coniuge ricco, che non è mai così benvoluto come quando se ne può denunciare la scomparsa. E’ la sua funzione precipua, il mancare. Ci si lamenta costantemente della sua assenza, pare che non ce ne sia mai abbastanza. Le rare volte in cui viene riconosciuto, sembra che il solo nominarlo produca effetti miracolosi, guarisca addirittura dalle scrofole. Sì, è vero, scrive da cani; in effetti non ha niente da dire, però, signora mia, che impegno! E’ l’esatto contrario di ciò che avveniva a scuola, quando ci dicevano “è intelligente ma non si impegna”. Ecco, in letteratura chi si vanta del proprio impegno, chi lo sbandiera ad ogni occasione, sempre in prima fila negli appelli e nelle petizioni (i cosiddetti sotto-scrittori), di solito lo fa per sopperire a qualche deficienza imbarazzante. Parafrasando Brecht, beata la letteratura che non ha bisogno di scrittori impegnati.

Il safari della realtà

di Andrea Cortellessa

 

«Il genere umano non può sopportare troppa realtà». Non lo ha detto qualche oscuro sofista della derealizzazione postmoderna. Lo ha detto, e più d’una volta, un grande della modernità più «eroica», quella più esposta al vento della storia, Thomas Eliot (si veda Burnt Norton, primo dei Quattro quartetti). Ciò malgrado – e anzi proprio per questo, data la coazione al citazionismo di noi postmoderni – sembrano queste le parole perfette per dar corpo all’evasività superstiziosa, all’esorcismo terrorizzato che ci ha iscritto d’ufficio, come scrive Antonio Scurati a pagina 140, a un apprendistato all’irrealtà. L’oroscopo funesto di quel suo libro intelligente, La letteratura dell’inesperienza, non era troppo diverso da quello formulato da Walter Benjamin nel celebre saggio sul Narratore di Angelus Novus. Se il racconto per antonomasia, in tutta la storia umana, era quello del guerriero che una volta tornato cantava le gesta e le ambagi, il peregrinare e la nostalgia di casa, si accorgeva Benjamin che ora «la gente tornava dal fronte ammutolita, non più ricca, ma più povera di esperienza comunicabile». Solo che l’ora di Benjamin era il 1936; e la guerra restata muta, sigillata in gola a quegli uomini tornati cogli occhi sbarrati, era la Prima guerra mondiale. La grande narrativa della modernità è stata il tentativo strenuo, eroico, di combattere quell’ammutolimento: di premere sulle mascelle, sulla glottide. Per forzare quel blocco. Cosa sono stati Musil e Kafka, Gadda e Céline, se non lo sforzo di alzare la voce (in tutti i sensi) per risvegliarsi e risvegliarci – come diceva un altro di loro, Joyce – dall’incubo della storia? La forza di quella narrativa si scatenava di fronte a interdetti tragici. Più si alzava il livello dello scontro, più quegli scrittori innalzavano se stessi. A fronte di quei veti, i nostri sono barzellette. Quel silenzio era tragico: spezzarlo faceva sanguinare lingua e orecchie. Il nostro è annoiato: interromperlo produce solo rumore di fondo. E allora l’inesperienza di cui parla Scurati è molto simile, ma è anche molto diversa, da quella diagnosticata da Benjamin.

Le assomiglia, certo: come assomiglia, a un padre guerriero, il fi glio che (per sua fortuna) non ha dovuto mai sparare un colpo. È vero, siamo una generazione di traumatizzati senza evento traumatico: l’unica esperienza che conosciamo a menadito, l’unico evento che ci ha penetrati in modo capillare, che sappiamo riconoscere – e, ammettiamolo, apprezzare – in tutte le sue sfumature, è proprio l’inesperienza. Per usare la metafora di Andrea Bajani, il dente che ci duole davvero è quello che ci hanno già tolto: l’arto fantasma. È per questo che sempre più di frequente, nei decenni seguiti a quel versante immenso e crudele, gli scrittori si sono trasformati in reporter. Apro Il poeta postumo di Franco Cordelli appena riedito, prima pagina: «Il reportage rappresenta l’irruzione del dogmatismo nel processo di organizzazione della realtà e del lessico della realtà». Pare oggi, e invece sono passati esattamente trent’anni: già allora a discutere di «dogmatica dell’iperrealismo ». Se «qui» non succede più niente, allo scrittore un mandato sociale resta, in effetti: quello di trasformarsi in bracconiere di atrocità, collezionista di disagi, sommelier di efferatezze.

Proprio come dice Daniele Giglioli: lo scrittore come qualcuno che va dove noi non andiamo, che ci va al posto nostro. In questo senso non cambia (non cambia qualitativamente) se va, questo scrittore, sulle montagne dell’Afghanistan durante l’invasione sovietica, tra i camorristi che gestiscono i traffi ci del porto di Napoli, o a seguire Joyce (Michael Joyce) nel tour tennistico ATP. A spartiacque si possono indicare due libri degli anni Sessanta, A sangue freddo di Truman Capote e Guerre politiche di Goffredo Parise (uscito nel ’76 ma in gran parte scritto e pubblicato in precedenza). Ma erano più meno gli stessi anni anche quando uscì quel film, Mondo cane, di Gualtiero Jacopetti: lì dentro, in fondo, c’erano già (al di là del valore specifico di ciascuno di loro) William Vollmann o Michel Houellebecq. Per non parlare di Jonathan Littell. Il punto è che tutto questo, in sé, non è né un bene né un male. Il punto è cosa succede quando quello scrittore torna, e ci proietta l’horror movie del suo safari nel Reale. Ci lascia indifferenti, ci trasforma in voyeur, ci fa invidia? È moralistico? È pornografico? È le due cose insieme? Oppure è davvero conoscitivo? Incide sulla nostra mente, come dice Laura Pugno? Ci scoperchia la testa, ci opera a cranio aperto? Sono risposte che può dare solo il singolo lettore, ogni volta che apre un libro.

È per questo che mi sento di dar ragione soprattutto a Gabriele Pedullà, che una volta avrebbe rischiato di apparire tautologico nel richiamare gli scrittori all’agone con lo stile, a confrontarsi con quell’Altro, quell’oggetto alieno e minaccioso che è vicino, vicinissimo a loro e che, se non stanno attenti, è capace di strozzarli (come capitò a Mallarmé): la loro stessa lingua. Mentre oggi tale richiamo, ai più, appare un vezzo rétro. Dice bene Tommaso Ottonieri: la letteratura sconta un handicap, rispetto ad altre arti. Meno immediata, difficilmente ci metterà di fronte all’astanza del Reale. Provate a dire, di fronte a un Sacco di Burri, che «non è realistico»: è lì. La letteratura quel Reale lo può bensì rappresentare, cioè stare in suo luogo. Simboleggiarlo, allegorizzarlo, emblematizzarlo. La storia della letteratura è la storia dei progressivi allontanamenti e dei repentini avvicinamenti, a quel Tremendo: senza mai toccarlo davvero. Il che non toglie, però, che le foto di alcuni di quei safari effettivamente ci tocchino. Ma se lo fanno, spiace dover ribadire simili ovvietà, è per la loro qualità. Sono assolutamente certo che fra trent’anni, quando ripenserò a Gomorra di Matteo Garrone, non mi indignerò – come non manco di fare ora, insieme a tutti – per le malefatte dei Casalesi, non solidarizzerò con le disgrazie di Saviano. Quello che ricorderò sarà la luce della scena in cui i ragazzi, seminudi nell’acqua, giocano coi mitra. È la scommessa di ogni arte, stavolta senza distinzione: essere presente ora, nell’urgenza e nella rappresentatività dei suoi contenuti.

Ma insieme, e soprattutto, esserci domani, cioè idealmente sempre: nella potenza con cui esprime contenuti che, un giorno, ci lasceranno di per sé indifferenti. Piuttosto che l’11 settembre 2001 – massimo inganno dell’iper-realtà, il suo convincerci di non essere tale – forse un giorno, e più modestamente, vedremo una data epocale, per la letteratura, nel 12 settembre 2008. Se ha dimostrato qualcosa la morte di David Foster Wallace è che, moderni o postmoderni che si sia, scrivere e leggere può lasciarci perfettamente indifferenti o, al contrario, fare un’enorme differenza. Mi sono riletto quel che DFW scrisse di David Lynch, il cui «vero e unico obiettivo», secondo lui, era «entrarti nella testa». DFW era uno che sapeva spiegare le cose, e spiega benissimo come Lynch in effetti ci entri in testa. Naturalmente, così facendo c’è entrato anche lui, DFW. Con le sue euforie e i suoi ripiegamenti, con la malinconia impaurita di chi è sempre in fuga dal silenzio, col bruciore degli occhi ipercinetici quando sono stanchi, la sera. Con la tentazione di chiuderli, una buona volta, e mandare tutto al diavolo. Scrittore postmoderno? Facciamo scrittore, e basta.

 

Il magnifico impostore

Le sentenze sono i crampi dell’intelletto. Lo so, eppure non posso fare a meno di ricorrervi quando scrivo, o di esserne attratto quando ne ascolto o leggo una particolarmente illuminante. Senza contare che la frase “le sentenze sono i crampi dell’intelletto”, che credo sia di Wittgenstein, è in fondo una sentenza, una sentenza che denuncia se stessa, la sua comodità di formula, di citazione prêt-à-porter buona per impressionare l’uditorio durante una conversazione brillante. Nella civiltà dell’immagine la parola si è ridotta al ruolo di didascalia, al ragionamento è subentrata la battuta. Quando leggo qualcosa, di narrativa o di saggistica, le parti che mi rimangono più impresse sono proprio le sentenze. Le sottolineo come dei mirabili parti dell’intelligenza, e già il fatto di individuarle e apprezzarle mi gratifica, mi fa sentire socio del club. Mi pare che nella loro mirabile sintesi racchiudano una profonda verità, e tuttavia mi rendo conto che sacrificano molto dell’irriducibile complessità della vita. Forse l’impostura dello scrivere inizia qui, in questa vanitosa scorciatoia della ragione. Continua a leggere

Una spiegazione

Ieri pomeriggio ho pubblicato qui una breve poesia che ricalcava, nel numero delle lettere di ogni singola parola, il segmento iniziale della celebre sequenza del matematico Leonardo Fibonacci, e poche ore dopo l’ho cancellata. L’ho fatto deliberatamente, e non per un ripensamento circa il valore del testo, al quale non attribuivo particolare importanza e originalità ma che consideravo a suo modo valido. E’ che amo l’arte effimera. Una delle opere che più mi colpirono la vidi una sera di alcuni anni fa in una galleria d’arte di San Gimignano. Era una sorta di plastico della città, con tutte le case e le torri fatte di cera, candele accese che a fine serata si erano completamente consumate. Questo tipo di espressione artistica vanta illustri predecessori. Si narra infatti che Leonardo, alla corte di Ludovico il Moro, fosse solito realizzare, in occasione delle feste più importanti, delle imponenti sculture di panna montata, che venivano di lì a poco metabolizzate diventando così per i fruitori non solo nutrimento dello spirito, ma anche della carne. E siccome nella vita bisogna farsi ispirare da grandi modelli, e dato che la modestia non è mai stata il mio forte, ho pensato di scrivere dei brevi testi effimeri, da pubblicare sia qui che altrove (magari su Nazione Indiana, se mi ospiteranno), che verranno cancellati nel giro di poche ore. Si riconosceranno per il fatto di avere un asterisco nel titolo. Questo valga anche come avvertenza per gli eventuali commentatori, affinché sappiano che le loro parole seguiranno in poco tempo lo stesso destino caduco del post a cui si riferiscono. Grazie dell’attenzione.