Cortile

di Gianni Fumagalli

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Se neum a mangium in sci ben, sa la mai de mangià ul cunt Casà!

Un luogo dell’infanzia, più di altri, ha rappresentato per me l’ideale di vita: il cortile dove sono nato e cresciuto: la modesta curt di Brivi.
Era un agglomerato di sole due case costruite, quella più grande a forma di elle l’altra rettangolare, in modo da formare un piccolo cortile che nel complesso ospitava una trentina di persone distribuite in otto appartamenti di diverse dimensioni.
La casa dove abitavo era la più grande, risiedevano venti persone, compresa la mia famiglia che era una delle più numerose. Vivevano vicino a noi Assunta e Cesare, i genitori di Peppino che sentivo come miei, da quando, molto piccolo, rimasi orfano del padre. In quel tempo mi aggiravo senza preoccupazioni, avevo una spontanea fiducia nella bontà del mondo da non essere sfiorato da pensieri negativi di sorta, nell’incoscienza generale, l’unica inconscia certezza era di essere ammesso in quell’universo, come individuo libero di muovermi a piacimento e che, qualsiasi cosa sbagliata provocassi o mi potesse capitare, avrei sempre trovato la persona che la riparasse. Peppino rappresentava un esempio da imitare e la sua parola era, per me, più autorevole di quella del maestro. Sin dall’età di sei anni avevo iniziato un programma di formazione calcistica. Sotto la sua direzione, serio e continuativo. Ogni sera, al ritorno dal lavoro, passava da casa per verificare i progressi: “allora quanti palleggi dobbiamo fare? – Cinque” Rispondevo prontamente io cercando scherzosamente di imbrogliare sul numero. “Ma cinque non erano quelli che dovevi fare ieri?” Replicava Peppino raccogliendo la sfida “Se stasira tan fet no des, ta saltet la cena” Io ci mettevo tutto l’impegno per non deluderlo, a volte riuscivo a volte no. Quando fallivo Peppino mi prendeva il braccio e, torcendolo progressivamente, mi chiedeva:”ta tegnet a l’Inter o al Milan ?” Continua a leggere

Studia, rimani disoccupato, muori

di Johanna Combi

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Ho da poco compiuto 25 anni, sono esattamente nella fascia d’età dei giovani disoccupati, senza certezze e speranze per il futuro, la fuga di cervelli, la generazione che scappa a Kreuzberg per fare il cameriere laureato. Così mi si classifica.
Davanti al Liceo classico della mia città, c’è una scritta sul muro: studia, rimani disoccupato, muori. Quando ho letto la frase, mi è venuto da ridere.
Ma posso permettermi di ridere? Non significa ridere del pensiero collettivo di una generazione intera?
Se tornassi indietro di qualche decennio non penso proprio che avrei visto una frase del genere scritta sul muro. Il sentimento comune non era caratterizzato dall’ amareggiamento collettivo, si voleva la lotta di classe, si odiava il potere, si inneggiava alla rivoluzione e si aveva la speranza di poter cambiare le cose.
Quello che la mia generazione prova oggi è dolore e paura, la convinzione, anzi, la certezza, di essere in balia di quello che avviene, di non avere le armi per difendersi. Non si vota, non si manifesta, non si pensa, non si critica. Non si crede che sia possibile un mondo diverso e, forse, non lo si vuole nemmeno.
Della lotta di classe non si sa nemmeno fare lo spelling. Continua a leggere

The fist di Derek Walcott

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The fist clenched round my heart
loosens a little, and I gasp
brightness; but it tightens
again. When have I ever not loved
the pain of love? But this has moved

past love to mania. This has the strong
clench of the madman, this is
gripping the ledge of unreason, before
plunging howling into the abyss.

Hold hard then, heart. This way at least you live.

Il pugno

Il pugno si stringeva intorno al mio cuore,
rallenta appena, e io boccheggio
luce; ma è solo
tregua. Quando mai non avrei amato
il dolore dell’amore? Questo però

ha mutato l’amore in ossessione. Questo
ha la forza della follia, questo
si aggrappa al bordo dell’insensatezza prima
di precipitare urlando nell’abisso.

Non arrenderti, cuore. È l’unico modo per rimanere vivo.

Traduzione di Stefanie Golisch

A day in a life

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Sto alla finestra. Non
penso a nulla. Non
attendo. Fumo.
M’illumino e mi
spengo nel ritmo dei
tiri. Sono

Ich stehe am Fenster. Ich
denke an nichts. Ich warte
nicht. Ich rauche. Erleuchte
und erlösche im Rhythmus
der Züge. Ich bin

I’m standing by the window.
Not thinking of anything. Not
waiting. I’m smoking. I light
and lapse in the rhythm of the
drags. I am

Estoy junto a la ventana.
No pienso en nada. No espero
espero. Fumo. Me ilumino y me
apago en el ritmo de las
caladas. Soy

Poesia Presente di Beppe Mariano

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CHI È?

È contornato da donne berlusconiane,
coltiva una biondezza da opposizione razziale,
ha la boccuccia a O, a cul di gallina (ma per la verità
quasi tutti i politici hanno le bocche a vocale…).
Si dichiara per l’inquinamento progressivo,
per la libera tortura. È certo:
allargherà Guantanamo a dismisura.
Innalzerà lungo il suo Grande Paese
un muro perimetrale, a misura di quello cinese,
e finirà per incarnare quel che l’ing. Vacca
aveva previsto: il medioevo prossimo venturo.

STULTIFERA NAVIS

Non c’è bisogno che il pensiero
s’inoltri nel cosmo e vi si smarrisca;
è sufficiente raggiungere il fondo marino,
la sua molteplice biodiversità,
perché la presunzione umana
di avere cielo e mare e terra
al proprio servizio, venga meno.
Ci sono voluti secoli per capire questo…

Eppure basta un giorno infausto
per cancellare un secolare progresso.
Basterà il trampismo, incombente
come un terremoto, o una slavina,
il ricercare soltanto l’utile nel fine delle cose
per affrettare delle cose la fine.

Who Understands Me But Me di Jimmy Santiago Baca (USA, 1952)

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They turn the water off, so I live without water,
they build walls higher, so I live without treetops,
they paint the windows black, so I live without sunshine,
they lock my cage, so I live without going anywhere,
they take each last tear I have, I live without tears,
they take my heart and rip it open, I live without heart,
they take my life and crush it, so I live without a future,
they say I am beastly and fiendish, so I have no friends,
they stop up each hope, so I have no passage out of hell,
they give me pain, so I live with pain,
they give me hate, so I live with my hate,
they have changed me, and I am not the same man,
they give me no shower, so I live with my smell,
they separate me from my brothers, so I live without brothers,
who understands me when I say this is beautiful?
who understands me when I say I have found other freedoms?

I cannot fly or make something appear in my hand,
I cannot make the heavens open or the earth tremble,
I can live with myself, and I am amazed at myself, my love,
my beauty,
I am taken by my failures, astounded by my fears,
I am stubborn and childish,
in the midst of this wreckage of life they incurred,
I practice being myself,
and I have found parts of myself never dreamed of by me,
they were goaded out from under rocks in my heart
when the walls were built higher,
when the water was turned off and the windows painted black.
I followed these signs
like an old tracker and followed the tracks deep into myself,
followed the blood-spotted path,
deeper into dangerous regions, and found so many parts of myself,
who taught me water is not everything,
and gave me new eyes to see through walls,
and when they spoke, sunlight came out of their mouths,
and I was laughing at me with them,
we laughed like children and made pacts to always be loyal,
who understands me when I say this is beautiful?
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I Am Offering this Poem di Jimmy Santiago Baca (USA, 1952)

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I Am Offering this Poem

I am offering this poem to you,
since I have nothing else to give.
Keep it like a warm coat
when winter comes to cover you,
or like a pair of thick socks
the cold cannot bite through,

I love you,

I have nothing else to give you,
so it is a pot full of yellow corn
to warm your belly in winter,
it is a scarf for your head, to wear
over your hair, to tie up around your face,

I love you,

Keep it, treasure this as you would
if you were lost, needing direction,
in the wilderness life becomes when mature;
and in the corner of your drawer,
tucked away like a cabin or hogan
in dense trees, come knocking,
and I will answer, give you directions,
and let you warm yourself by this fire,
rest by this fire, and make you feel safe

I love you,

It’s all I have to give,
and all anyone needs to live,
and to go on living inside,
when the world outside
no longer cares if you live or die;
remember,

I love you. Continua a leggere

Naomi Shihab Nye (USA, 1952) Jerusalem

GEORGIA. 1995.

GEORGIA. 1995.


I’m not interested in
who suffered the most.
I’m interested in
people getting over it.

Once when my father was a boy
a stone hit him on the head.
Hair would never grow there.
Our fingers found the tender spot
and its riddle: the boy who has fallen
stands up. A bucket of pears
in his mother’s doorway welcomes him home.
The pears are not crying.
Later his friend who threw the stone
says he was aiming at a bird.
And my father starts growing wings.

Each carries a tender spot:
something our lives forgot to give us.
A man builds a house and says,
“I am native now.”
A woman speaks to a tree in place
of her son. And olives come.
A child’s poem says,
“I don’t like wars,
they end up with monuments.”
He’s painting a bird with wings
wide enough to cover two roofs at once.

Why are we so monumentally slow?
Soldiers stalk a pharmacy:
big guns, little pills.
If you tilt your head just slightly
it’s ridiculous.

There’s a place in my brain
where hate won’t grow.
I touch its riddle: wind, and seeds.
Something pokes us as we sleep.

It’s late but everything comes next. Continua a leggere

Hans-Jörg Dost (Germania, 1941): Tre poesie

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ZUR GEOGRAFIE
an Ilse Aichinger

ich fuhr nie
zur see
habe an keinem krieg
teilgenommen

wir lebten
überwiegend
in wörtern

die namen der orte
waren tatsächlich orte
für uns

straßenanfänge
anfänge
von straßen

von denen wir allerdings hofften
wir könnten sie einmal wirklich
wenn schon nicht zuende
so doch ein längeres stück
begehen

vieles
sprach damals dagegen
doch wussten wir:
etwas wird kommen
das geht
über unser gehen
hinaus – das

meint nicht mehr uns Continua a leggere

Undici figli

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di Stefanie Golisch secondo un motivo di Franz Kafka

Undici figli

Ho undici figli.
Undici!
Le dita di due mani e un pollice.
Sarebbe facile confondersi ma io non mi confondo:
Perché Uno
è brutto di aspetto ma saggio come un vecchio.
Perché Due
è bello e ha viaggiato molto.
Perché Tre
è sempre bello ma nel suo petto batte un cuore di pietra.
Perché Quattro
è buono e cammina con passi leggeri sulla terra.
Perché Cinque
è quasi invisibile. Si sta preparando per diventare un grande uomo.
Perché Sei
pensa tanto e parla ancora di più.
Perché Sette
ride sempre ma non ha nessuno che ride insieme a lui.
Perché Otto
è piccolo e magro ed è l’unico dei miei figli che porta una lunga barba.
Perché Nove
è molto elegante e piace alle donne.
Perché Dieci
non ha un solo amico al mondo.
Perché Undici
è delicato di salute, ma forte dentro e capace di distruggere.
Questi sono i miei undici figli e ciò che oggi posso dire di loro.
Ciò che dirò domani, oggi non lo so ancora.
Perché dove sta scritto che un padre conosce i suoi figli
e i figli il proprio padre?

Questo testo fa parte di un libro (alla ricerca di editore!) rivolto ai bambini: Tutti possiamo volare. Dal mondo di Kafka. E’ il tentativo di introdurre i bambini al mondo di Kafka.

Joy Harjo (USA, 1951): Perhaps the World Ends Here

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The world begins at a kitchen table. No matter what, we must eat to live.

The gifts of earth are brought and prepared, set on the table. So it has been since creation, and it will go on.

We chase chickens or dogs away from it. Babies teethe at the corners. They scrape their knees under it.
It is here that children are given instructions on what it means to be human. We make men at it, we make women.
At this table we gossip, recall enemies and the ghosts of lovers.

Our dreams drink coffee with us as they put their arms around our children. They laugh with us at our poor falling-down selves and as we put ourselves back together once again at the table.

This table has been a house in the rain, an umbrella in the sun.

Wars have begun and ended at this table. It is a place to hide in the shadow of terror. A place to celebrate the terrible victory.

We have given birth on this table, and have prepared our parents for burial here.

At this table we sing with joy, with sorrow. We pray of suffering and remorse. We give thanks.
Perhaps the world will end at the kitchen table, while we are laughing and crying, eating of the last sweet bite. Continua a leggere

How I Discovered Poetry di Marilyn Nelson (USA, 1946)

libro

It was like soul-kissing, the way the words
filled my mouth as Mrs. Purdy read from her desk.
All the other kids zoned an hour ahead to 3:15,
but Mrs. Purdy and I wandered lonely as clouds borne
by a breeze off Mount Parnassus. She must have seen
the darkest eyes in the room brim: The next day
she gave me a poem she’d chosen especially for me
to read to the all except for me white class.
She smiled when she told me to read it, smiled harder,
said oh yes I could. She smiled harder and harder
until I stood and opened my mouth to banjo playing
darkies, pickaninnies, disses and dats. When I finished
my classmates stared at the floor. We walked silent
to the buses, awed by the power of words. Continua a leggere

Lettera da Berlino

berliner bären

di Stefanie Golisch

Il centro di accoglienza di Marienfelde, a sud di Berlino, ha una lunga tradizione.
Creato negli anni ‘50 dello scorso secolo per dare un tetto alle migliaia di tedeschi dell’est in fuga dalla Germania comunista, oggi è popolato da profughi di tutto il mondo.
Con ben 700 posti è una delle strutture più grandi nel territorio, destinata soprattutto alle giovani famiglie.
Infatti, la prima cosa che si nota quando si entra in questa piccola città nella città, è la presenza dei bambini.
Quale luogo migliore per realizzare un progetto fotografico dedicato alle loro storie?
L’idea della mostra Neue Welt (Nuovo mondo) è del gallerista Gunter Haedke, le foto sono di Edith Held.
Nell’arco di quasi un anno, e con l’aiuto degli operatori sociali del centro, sono entrati in contatto con i bambini e le loro famiglie, cercando di conquistare quel minimo di fiducia necessario alla realizzazione del loro progetto. I bellissimi ritratti della mostra, rigorosamente in bianco e nero, non sono quindi degli snapshot, ma il risultato di un lento processo di avvicinamento, un tentativo, si potrebbe dire, di amicizia, che per ogni bambini si concretizza in una foto e una breve intervista, dando spazio alla massima eterogeneità delle vedute. Continua a leggere

Lettera da Berlino

berliner fenster

di Stefanie Golisch

In questa città di laghi e alberi, di morbido terreno sabbioso non può succedere
nulla di male.
Il bosco protegge gli uomini che credono in esso: la sua antica sapienza,
la sua forza di sopportare tutti i mali.
Il bosco come teatro di guerra, teatro d’amore, luogo intimo di maghi e
di ibridi che vivono nella logica incontestabile di miti e fiabe.
Forse un tempo erano loro i padroni del mondo,
forse sono morti, forse il loro tempo presente non può finire.
Vado per il bosco con passo leggero, fiduciosa.
La luce respira lentamente, respiro lentamente anche io, silenziosa nel silenzio,
eppure sempre io, pesante di vita, condannata ad essere tante cose, tutte
contemporaneamente.
Mai come gli alberi, destinati ad essere sempre e solo se stessi.
Loro non hanno bisogno di me.
Loro sono, io vedo, mi vedo, faccio, mi vedo fare, penso, mi vedo pensare.
Una passeggiata mattutina carica di sogni notturni e realtà luminosa,
leggera che mi vuole altrettanto leggera.
So distinguere.
So troppe cose. Continua a leggere

Mascha Kaléko : Rezept

koudelka engel

Rezept

Jage die Ängste fort
und die Angst vor den Ängsten.
Für die paar Jahre
wird wohl alles noch reichen.
Das Brot im Kasten
und der Anzug im Schrank.

Sage nicht mein.
Es ist dir alles geliehen.
Lebe auf Zeit und sieh,
wie wenig du brauchst.
Richte dich ein.
Und halte den Koffer bereit.

Es ist wahr, was sie sagen:
Was kommen muss, kommt.
Geh dem Leid nicht entgegen.
Und ist es da,
sieh ihm still ins Gesicht.
Es ist vergänglich wie Glück. Continua a leggere

Antiche domande: Poesie di Maria Rosaria Madonna

mito

Sono arrivati i barbari

«Sono arrivati i barbari, Imperatore! – dice un messaggero
che è giunto da luoghi lontani – sono già
alle porte della città!».
«Sono arrivati i barbari!», gridano i cittadini nell’agorà.
«Sono arrivati, hanno lunghe barbe e spade acuminate
e sono moltitudini», dicono preoccupati i cittadini nel Foro.
«Nessuno li potrà fermare, né il timore degli dèi
né l’orgoglio del dio dei cristiani, che del resto
essi sconoscono…».
E che farà adesso l’Imperatore che i barbari sono alle porte?
Che farà il gran sacerdote di Osiride?
Che faranno i senatori che discutono in Senato
con la bianca tunica e le dande di porpora?
Che cosa chiedono i cittadini di Costantinopoli?
Chiedono salvezza?
Lo imploreranno di stipulare patti con i barbari?
«Quanto oro c’è nelle casse?»
chiede l’Imperatore al funzionario dell’erario
«E qual è la richiesta dei barbari?».
«Quanto grano c’è nelle giare?»
chiede l’Imperatore al funzionario annonario
«E qual è la richiesta dei barbari?».
«Ma i barbari non avanzano richieste, non formulano pretese»
risponde l’araldo con le insegne inastate.
«E che cosa vogliono da noi questi barbari?»,
si chiedono meravigliati i senatori.
«Chiedono che si aprano le porte della città
senza opporre resistenza»
risponde l’araldo con le insegne inastate.
«Davvero, tutto qui? – si chiedono stupiti i senatori –
e non ci sarà spargimento di sangue? Rispetteranno le nostre leggi?
Che vengano allora questi barbari, che vengano…
Forse è questa la soluzione che attendevamo.
Forse è questa». Continua a leggere

La confessione

Giuseppe Cinquina con la veste da chierichetto

di Gianni Fumagalli

Veniva preparata molto tempo prima dalle suore che ci facevano catechismo. Per fare la prima comunione bisognava, innanzitutto, pulire la nostra anima che, per ricevere Gesù, doveva essere immacolata. La confessione aveva il compito di rendere bianca l’anima che i nostri peccati avevano macchiato. Solo il sacerdote godeva di questo potere, conferitogli da Gesù Cristo, solo il suo ministro poteva cancellare i peccati. Ma anche per andare di fronte al sacerdote bisognava prepararsi. Il libretto distribuito a tutti i bambini era il catechismo di Pio X, considerato al pari di una Bibbia in miniatura. Venne consegnato all’inizio del corso con un’aura di solenne soddisfazione e una serie di moniti, tra i quali campeggiava quello che vincolava la nostra prima comunione al fatto di imparare a memoria l’intero libretto. Un severo esame, condotto personalmente dalle suore, avrebbe garantito la solida preparazione di ogni singolo aspirante. Alcune parti bisognava impararle alla perfezione, su altre erano concesse attenuanti, ma i capitoletti sulla trinità, sulla confessione e comunione occorreva saperli senza esitazione, dimostrare di non avere incertezze e di conoscerle, quindi, “a mena dito,” come dicevano le suore. La preparazione alla confessione era meticolosa, comprendeva, la formula introduttoria: “perdonatemi padre perché ho peccato”, l’elenco dei peccati, sul quale le suore si esibivano in una serie di esercizi di fantasia al limite dell’equilibrismo, la contrizione, la soluzione e la penitenza. Quali peccati confessare? Si poteva cominciare dai piccoli furti in casa, quando la mamma proibiva di mangiare il cioccolato o la marmellata e furbescamente, approfittavamo della sua assenza per disubbidire. Continua a leggere

All’ombra del campanile

matisse vita

di Gianni Fumagalli

La nostra infanzia è stata dominata da una presenza possente, distaccata ma fiera, dominante ma necessaria: il campanile della nuova chiesa parrocchiale, dedicata a S. Margherita . Alto, elegante, conquistava la simpatia dei parrocchiani con il suono forte e caldo delle sue campane e lo sguardo austero ma rassicurante. Abitavo allora nella curt di Brivi, il cui muro di cinta confinava con il piazzale della chiesa. E’ inutile dire che la prima cosa che vedevo appena alzavo lo sguardo era proprio il campanile, ma occorre dire che la mia fantasia si è esercitata sulla sua ardita altezza e sulla sua forma slanciata. Fu ultimato nel 1933 e per la sua costruzione le maestranze si avvalsero della collaborazione volontaria di molti parrocchiani, tra i quali mio zio Luigi e mio padre. Ho una chiara istantanea della piazza della chiesa, parte erbosa :la famiglia Barachetti quasi al completo, il sacrestano Giuseppe, davanti a tutti col suo passo lesto, un po’ dietro la moglie, sempre sorridente, a seguire Ermanno, con la sua grande e lenta falcata e lo sguardo pensieroso, ultimo Sem, leggero nella camminata e sorridente nel viso. Continua a leggere

Come è finita la guerra di Troia non ricordo.

Antologia cop come è finita la guerra di Troia non ricordo

di Mario M. Gabriele

La recente antologia di Giorgio Linguaglossa: Come è finita la guerra di Troia non ricordo. Poesia italiana contemporanea, Edizioni Progetto Cultura, 2016”, non appartiene a nessuna di quelle pubblicate nel Secondo Novecento, in quanto ha una sua specifica particolarità, che è quella della diversità progettuale, al di là dei consueti sistemi linguistici omologati. Questa antologia ha il pregio di essere un ventaglio poetico aperto a tutto campo, rispetto alle antologie generazionali e sperimentali degli anni Settanta-Ottanta. Essa si collega, senza preclusione alcuna, nelle diverse proposte poetiche, mai ferite dal pregiudizio, e da qualsiasi altra interferenza. Il curatore ha operato un proprio sistema di “guida” per immettere la poesia nel giusto raccordo anulare. Nel Postmoderno la poesia ha cambiato il proprio cromosoma. Continua a leggere

Nove nuove poesie di Beppe Mariano

PH269B

PH269B

LIMPIDO E’ IL MARE…

Limpido è il mare, secondo secoli

di poesia. Dalla riva carezzo

con lo sguardo la sua distesa

e mi prolungo nel suo infinito.

Mi verrebbe voglia di citare versi

con romantico atteggiamento…

Ma so che appena oltre il mio

sguardo vi è un barcone pericolante,

stracarico di aggiogati per fame

e di qualche infame aggiogante. Continua a leggere