Ahmet Altan: Mi possono imprigionare, ma non mi possono tenere

“Un oggetto in movimento non è né là dov’è, né là dove non è.” – così recita il famoso paradosso di Zeno. Già quando ero ancora molto giovane ho dedotto che questo paradosso, più che la fisica, riguardasse la letteratura e in particolare la posizione dello scrittore.
Sto scrivendo nella cella di una prigione.
Se si inserisse la frase “Scrivo nella cella di una prigione” nel testo di un racconto, assumerebbe immediatamente una tensione interiore vibrante, il suono di una voce che si alzerebbe in modo spaventoso da un mondo oscuro e misterioso, una voce che parlerebbe del coraggio di una vittima e che chiederebbe in modo inequivocabile pietà.
Prima di cominciare ad impietosirvi, però, ascoltate ciò che ho da dire.
Questa è una frase pericolosa che facilmente può essere utilizzata per sfruttare i sentimenti delle persone. Anche gli scrittori non sono sempre immuni davanti alla tentazione di usare la lingua e le emozioni che queste evocano in funzione dei propri interessi. Continua a leggere

Sera di ottobre, dall’autobus

di Stefanie Golisch

Breve storia di una finestra illuminata
con gatto sdraiato decorativamente sul
davanzale. A cena si mangia con le mani
aperte a coppa, sotto il tavolo, gambe e
piedi se ne fregano della decenza. Ognuno
parla per conto suo e a un certo punto si
accendono le luci e c’è chi all’improvviso
sembra più bello e chi sparisce svergognato
dietro gli specchi. Anche tu sei cresciuto
in questo vicolo cieco all’odore di verdure
cotte e mele al forno. Uno, a occhi chiusi,
comincia a fischiare e uno si gratta la
schiena con la matita. Tentiamo di essere
sempre noi stessi, recita una voce da vecchio,
ma la sagezza non è di tutti, si sa. A letto
si va sempre alla stessa ora: chi è già nato
e chi impaziente attende ancora. Tutti insieme
ci infiliamo sotto coperte pesanti di notti
altrui come se il destino fosse uno soltanto

L’ultimo

di Stefanie Golisch

Nella mia città natia, l’ultimo era una donna
chiamata Hunde-Martha che viveva con i
suoi cani non si sapeva dove. A volte, nel
pomeriggio, si andava alla sua ricerca, ma
il luogo non fu mai trovato. A Monza,
l’ultimo è un uomo di età incerta, piccolo,
scuro, peloso, vestito casualmente. Non so
nulla di lui, così come allora non sapevo
nulla di lei. Gli ultimi non hanno una storia
da raccontare. Ci sono e poi non ci sono più
e quando ci si accorge, non c’è nessuno a
cui chiedere delle loro sorti. All’improvviso
manca qualcosa che non si sa, ma è destino
che ci si dimentichi presto di chi abita il
mondo senza contare le ore

Parigi, autunno 1980


let love be brought to ignorance again
Lisel Mueller

A Parigi si arriva una volta sola, ma lei non
lo sa quando scende dal treno in una mattina
di primo autunno, lo zaino pesante di tante
cose sulle spalle. Ha viaggiato tutta la notte,
impaziente di cominciare una nuova vita.
Non sa che la vita è una sola e continua
sempre. Al contraio di quello che pensa, non
sa nulla. Ed è per questo che è così bella,
quando, una volta depositato il bagaglio
nella sua chambre de bonne, scende le scale
e, aprendo il portone di casa, esce sul
Boulevard S. Michel. In questo momento,
Parigi è tutta sua e subito dopo non più.
Ma lei non lo sa e cammina, cammina

Patria madre parola di Rose Ausländer

Bekenntnis

Ich bekenne mich

zur Erde und ihren
gefährlichen Geheimnissen

zu Regen Schnee
Baum und Berg

Zur mütterlichen mörderischen
Sonne zum Wasser und
seiner Flucht

zu Milch und Brot

zur Poesie
die das Märchen vom Menschen
spinnt

zum Menschen

bekenne ich mich

mit allen Worten
die mich erschaffen Continua a leggere

Saluto da Riccione

di Stefanie Golisch

Quando uno scapolo, senza lavoro, senza soldi,
senza un animale domestico da accarezzare di
tanto in tanto, parte per una vacanza di appena
tre giorni, gli altri sono già tornati a casa da
tempo. Oramai sono scattate le tariffe di bassa
stagione, eppure, la pensione completa rimane
un sogno. A colazione, inclusa nel prezzo del
pernottamento, fa il criceto, il pranzo lo salta,
la cena è una mela consumata in camera davanti
al telegionale delle otto e mezzo. Se dovesse
mandare una cartolina a una persona cara,
scriverebbe: il tempo è variabile, ora piove,
ora c’è sole, si mangia bene e le spiagge, meno
male, sono vuote. Ma le cartoline da tempo sono
state rimpiazzate dai selfie e allora imaginiamo
il suo: un uomo di mezza età, pelato, con la
barbetta che a colazione ha mangiato sette
brioches, in costume da bagno sbiadito davanti
al mare di primo autunno. Non è veramente il
suo viso la cosa più triste e nemmeno le gambe
bianche con i lunghi peli neri sui polpacci, ma
sono i suoi piedi dentro un paio di vecchie
ciabatte, rotte ai lati. Il mare, colmo di ricordi
d’estate, alle spalle

In times of terror and war

di Stefanie Golisch

the end of the world; in which we live forever.
Thomas McGrath

Unsteady light over the tabby cat Berlin.
Summer, they say. A man hanging origami
parrots in a white birch long the alley. Life
runs slower while I’m watching him from
the café on the other side of the street. Friday
morning, breathing beauty and shame in the
steady rhythm of a parrots uncertain
paper heart Continua a leggere

Summertime

di Stefanie Golisch

Il romanticismo non è una scienza esatta.
Flavio Almerighi

Weltzeituhr

L’appuntamento è a una certa ora in
punto. Poi, a lui viene in mente qualcosa
e lei, all’improvviso, deve partire. Sono
laddove non mi cerchi, dice all’uomo
capovolto sotto la Weltzeituhr. Da qualche
parte sono le undici e trentacinque, un tempo
anche io avevo un cane di nome straniero.
Ma uno è di fretta e l’altro non ha tempo
da perdere. Un bambino travestito da vecchio
dice a sua madre torno presto. Oggi compie
gli anni, ma quanti non se ne ricorda. È bello
seguire il primo che passa senza pensarci.
Wie spät ist es eigentlich, chiede la donna
di antica tristezza, ma nessuno lo sa. In ogni
caso è troppo tardi per andare a dormire. Ti
amo, dice un lui distrattamente mentre lei si
volge dall’altra parte

Canicola

Quando ti dicono che questa sarà la tua
ultima estate, cosa fai? Come si può pensare
la parola ultima quando l’aria vibra di luce
e dalla finestra giunge il brusio del mercato
del sabato? Presto tu non ci sarai più e il
mercato continuerà, il caldo insopportabile,
il freddo insopportabile, il chiacchiericcio.
Mancherà soltanto una voce. Niente di che.
In quel giorno. Ma oggi è oggi. Ti sei appena
alzato. Devi ancora lavarti, tagliarti i baffetti.
Vestirti come si vestivano i vecchi quando
eri bambino tu. Più tardi scenderai in strada.
Andrai al bar a prendere un caffè. Darei la
solita occhiata ai titoli del Corriere della
sera, mentre le ragazze fuori sfidano i tuoi
sguardi. Ti levi il cappello davanti a tanto
inganno, ma non c’è nessun cappello, solo
un cane che abbaia e, quando chiudi gli
occhi, delle immagini che non narrano una
storia compiuta

Ricordare Liu Xiaobo

Ho pubblicato questa poesia di Liu Xiaobo sei anni fa – quando si sperava ancora che il poeta e premio nobel per la pace potesse, un giorno, essere liberato.
Infatti, ieri o l’altro ieri, ha lasciato la prigione. Non come uomo libero però, ma con un tumore in fase terminale. Senza, così sembra, alcuna speranza.
Ripropongo la lettura della sua poesia che è la lettura della sua persona.
Voglio anche ricordare che in questi giorni, precisamente il 7./8. 7, ad Amburgo si svolgerà il vertice del G20, dei potenti di questa terra. Ottimo occasione per stringere ancora più forte le nostre intime relazioni eco-politiche con la Cina, un regime totalitario che, per nulla diverso dalla Germania nazista, commette i suoi crimini contro l’umanità sotto la luce del sole che vuol dire alla visti di tutti.
Probabilmente, in questo intreccio perfido di esclusivamente interessi economici, siamo coinvolti tutti quanti.
Basta controllare le etichette dei vestiti che abbiamo addosso!

Per Liu Xiaobo – e per tutti colore di cui non conosciamo nemmeno il nome! – vivere significa morire.

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Il poeta cinese Liu Xiaobo è l’unico premio nobel per la pace al mondo, tutt’ora in prigione.  Co-autore della “Charter 2008”, un manifesto a favore della democratizzazione nel suo paese, nel 2009, Liu Xiaobo è stato condannato a 11 anni di prigione. Ovviamente gli fu impedito dalle autorità cinesi di andare a Oslo per la consegna del premio.

L’unico caso paragonabile nella storia è quello del giornalista  e pacifista tedesco Carl von Ossietzky ( 1889-1938) , impedito dal regime nazista a ricevere il premio a Oslo nel 1936. Due anni più tardi, von Ossietzky muore a Berlino in seguito ai maltrattamenti e la tortura subita in vari campi nazisti.

“Writers in Prision” , un organizzazione internazionale che si occupa di scrittori e poeti in tutto il mondo, detenuti in prigione per motivi politici, ha lanciato una campagna per la liberazione immediata di Liu Xiaobo.

Si propone la lettura pubblica della  sua poesia Tu mi attendi insieme alla polvere il giorno 20 marzo come atto simbolico. In questi versi, il poeta presta la sua voce a  tutti coloro che non hanno la libertà di parola e che, anzi, per le loro parole non gradite dai tanti regimi dittatoriali nel mondo, rischiano di pagare con la propria vita.

Come membro di “Writers in Prison” ho deciso di tradurre – e fare tradurre –   la poesia di Liu Xiaobo in più lingue possibili. Voglio precisare che tutte le traduzioni si basano sulla traduzione in inglese della poesia. Si tratta quindi di traduzioni libere. Sarà un atto filologicamente non del tutto corretto, ma, spero, giustificato dallo scopo…

Vorrei ringraziare di cuore a  tutti i traduttori che hanno risposto alla mia richiesta e invitare altri lettori ad aggiungere una traduzione nella loro lingua!

L’attività verrà segnalata a  “Writers in Prison” (London) e al “ Internationales Literaturfest Berlin” . Disse lo stesso Liu Xiaobo che  in un sistema dittatoriale, campagne pubbliche come questa , a volte, sono l’unico mezzo per  fare pressione sui regimi in questione.

E, purtroppo, al mondo ce ne sono ancora tanti.

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Vivere

di Stefanie Golisch

Eisbären-Fotos aus der Sammlung des Franzosen Jean-Marie Donat, veröffentlicht 2015 in seinem Buch “TeddyBär” im Innocenes-Verlag, Paris http://www.innocences.net Aufnahmedatum 1920 bis 1960

Ora che sa di morire presto, tutto si collega. Di giorno in giorno, il quadro si fa più complesso, più caotico, più colorato. Non si riconoscono più i singoli pezzi – uomini, luoghi, abbozzi di storie – ma sotto la superficie appare un altro quadro. Ora che gli rimane poco tempo, il tempo è finalmente suo. Dice che solo da quando la vita lentamente se ne va, gli coglie un senso di immortalità. Continua a leggere

STULTIFERA NAVIS di Beppe Mariano

di Beppe Mariano

A man holds onto a tree by the seashore (possibly along the Shore Parkway Greenway) against severe winds during Hurricane Carol’s assault on the Northeastern seaboard, Brooklyn, New York, August 31, 1954. (Photo by Hulton Archive/Getty Images)

STULTIFERA NAVIS

I
Mentre la mia automobile corre
sulla mezzeria, è il bus
a precedermi nello sprofondamento
che, come pus improvviso, si apre…
terremoto di troppo tardo preavviso.

II
Le pecore, forzatamente abbandonate
dal pastore terremotato, s’aggirano
smarrite tra le macerie della stalla,
slanate, come per alopecia sulla schiena:
di lana han dovuto alimentarsi,
strappandola coi denti l’una all’altra,
pur di non sbranarsi.

Pur di non sbranarsi, molte hanno preferito
morire con l’intestino ingolfato.

L’uomo invece per vivere sbrana, o è sbranato.

(testimonianza di un pastore abruzzese)

III
Cervino e Monviso erano fratelli
-solo un po’ più alto e più magro
il primo- e stavano affiancati:
finché un maleficio, forse
di Merlino, non li ha separati;
o più probabilmente un litigio,
come tra fratelli succede.

Il mio auspicio è che quando,
causa trumpismo, un’ultima guerra
renderà la terra non più umana,
indeclinabile ogni ismo,
un sommovimento tellurico li riavvicini
(e che la Terra post-umana si disinquini). Continua a leggere

Ho sete di vita

Ho sete di vita

Non è un verso e questa non è una poesia.
È la frase di un uomo seduto davanti alla
vetrina di un negozio di scarpe di lusso.
Milano piove, e chi sarebbe all’altezza di
questa sete? Lui decora dei sassi con lo
smalto delle unghie. Una donna canta a
bassa voce una canzone anni ‘60. I punti
cardinali sono soltanto una grande illusione,
non si fa arte per piacere a qualcuno, ma
perché piove, perché non smette mai
di piovere

Vita? O teatro? Charlotte Salomon a Milano

di Stefanie Golisch

Devi capire te stesso per poterti reinventare.
da: Leben? Oder Theater? di Charlotte Salomon

Si dipinge, si crea, perché?
Per diventare qualcuno o per scoprire chi si è veramente?
Nel caso di Charlotte Salomon, la risposta a questa domanda non è difficile.
In condizioni estreme, davanti all’imminente minaccia della morte, lei dipinge per esplorare la sua vita in tutte le sue sfumature, smascherando le sue falsità e ambiguità e rievocando le sue gioie perdute.
Senza abbellirla.
Senza pregiudizio.
Per fare chiarezza.
E per combattere le sue paure.
Dipingendo il suo grande ciclo Vita? O teatro? Charlotte Salomon si riappropria della sua vita, ripercorrendola tappa per tappa con crescente intensità.
Dopo 18 mesi di frenetico lavoro in cui dipinge oltre 1300 tempere di piccolo formato, non è più la stessa donna di prima anche se non sarà in grado di cambiare il suo destino.
Morirà. A soli 26 anni, incinta di qualche mese, ad Auschwitz.
Eppure non è una vittima. Continua a leggere

L’uomo delle tre Rose

In paese lo chiamavano l’uomo delle tre Rose,
la prima, la più brutta, era sua moglie, le
altre due moglie altrui. Allora. Quando alla
sera si andava al letto presto. I bambini
morivano appena nati e le donne sfiorivano
appena sbocciate per la fatica del quotidiano
vivere. Non si sapeva nulla della misteriosa
ora blu, ma nelle braccia dell’uomo più
bello del paese, per la breve durata di un
amplesso misericordioso, una moglie di tanto in
tanto si poteva sentire donna o quasi

Il maestro Secondo

Il maestro Secondo

Quando ha perso il lavoro a cinquantadue
anni, non si è arreso e si è reinventato
maestro d’asilo. Ed ecco, questa montagna
di uomo in mezzo a venticinque bambini di
venticinque paesi del mondo in un asilo di
periferia a giocare insieme per terra. È un
luogo di vita dove la poesia fa fatica a
mettere a fuoco cose e uomini e quando a
malapena riesce, fa fatica a giocarci
insieme per terra

Cortile

di Gianni Fumagalli

gianni-rubinetto

Se neum a mangium in sci ben, sa la mai de mangià ul cunt Casà!

Un luogo dell’infanzia, più di altri, ha rappresentato per me l’ideale di vita: il cortile dove sono nato e cresciuto: la modesta curt di Brivi.
Era un agglomerato di sole due case costruite, quella più grande a forma di elle l’altra rettangolare, in modo da formare un piccolo cortile che nel complesso ospitava una trentina di persone distribuite in otto appartamenti di diverse dimensioni.
La casa dove abitavo era la più grande, risiedevano venti persone, compresa la mia famiglia che era una delle più numerose. Vivevano vicino a noi Assunta e Cesare, i genitori di Peppino che sentivo come miei, da quando, molto piccolo, rimasi orfano del padre. In quel tempo mi aggiravo senza preoccupazioni, avevo una spontanea fiducia nella bontà del mondo da non essere sfiorato da pensieri negativi di sorta, nell’incoscienza generale, l’unica inconscia certezza era di essere ammesso in quell’universo, come individuo libero di muovermi a piacimento e che, qualsiasi cosa sbagliata provocassi o mi potesse capitare, avrei sempre trovato la persona che la riparasse. Peppino rappresentava un esempio da imitare e la sua parola era, per me, più autorevole di quella del maestro. Sin dall’età di sei anni avevo iniziato un programma di formazione calcistica. Sotto la sua direzione, serio e continuativo. Ogni sera, al ritorno dal lavoro, passava da casa per verificare i progressi: “allora quanti palleggi dobbiamo fare? – Cinque” Rispondevo prontamente io cercando scherzosamente di imbrogliare sul numero. “Ma cinque non erano quelli che dovevi fare ieri?” Replicava Peppino raccogliendo la sfida “Se stasira tan fet no des, ta saltet la cena” Io ci mettevo tutto l’impegno per non deluderlo, a volte riuscivo a volte no. Quando fallivo Peppino mi prendeva il braccio e, torcendolo progressivamente, mi chiedeva:”ta tegnet a l’Inter o al Milan ?” Continua a leggere

Studia, rimani disoccupato, muori

di Aysh Violet

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Ho da poco compiuto 25 anni, sono esattamente nella fascia d’età dei giovani disoccupati, senza certezze e speranze per il futuro, la fuga di cervelli, la generazione che scappa a Kreuzberg per fare il cameriere laureato. Così mi si classifica.
Davanti al Liceo classico della mia città, c’è una scritta sul muro: studia, rimani disoccupato, muori. Quando ho letto la frase, mi è venuto da ridere.
Ma posso permettermi di ridere? Non significa ridere del pensiero collettivo di una generazione intera?
Se tornassi indietro di qualche decennio non penso proprio che avrei visto una frase del genere scritta sul muro. Il sentimento comune non era caratterizzato dall’ amareggiamento collettivo, si voleva la lotta di classe, si odiava il potere, si inneggiava alla rivoluzione e si aveva la speranza di poter cambiare le cose.
Quello che la mia generazione prova oggi è dolore e paura, la convinzione, anzi, la certezza, di essere in balia di quello che avviene, di non avere le armi per difendersi. Non si vota, non si manifesta, non si pensa, non si critica. Non si crede che sia possibile un mondo diverso e, forse, non lo si vuole nemmeno.
Della lotta di classe non si sa nemmeno fare lo spelling. Continua a leggere

The fist di Derek Walcott

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The fist clenched round my heart
loosens a little, and I gasp
brightness; but it tightens
again. When have I ever not loved
the pain of love? But this has moved

past love to mania. This has the strong
clench of the madman, this is
gripping the ledge of unreason, before
plunging howling into the abyss.

Hold hard then, heart. This way at least you live.

Il pugno

Il pugno si stringeva intorno al mio cuore,
rallenta appena, e io boccheggio
luce; ma è solo
tregua. Quando mai non avrei amato
il dolore dell’amore? Questo però

ha mutato l’amore in ossessione. Questo
ha la forza della follia, questo
si aggrappa al bordo dell’insensatezza prima
di precipitare urlando nell’abisso.

Non arrenderti, cuore. È l’unico modo per rimanere vivo.

Traduzione di Stefanie Golisch