Let evening come di Jane Kenyon (USA, 1947-1995)

Let Evening Come

Let the light of late afternoon
shine through chinks in the barn, moving
up the bales as the sun moves down.

Let the cricket take up chafing
as a woman takes up her needles
and her yarn. Let evening come.

Let dew collect on the hoe abandoned
in long grass. Let the stars appear
and the moon disclose her silver horn.

Let the fox go back to its sandy den.
Let the wind die down. Let the shed
go black inside. Let evening come.

To the bottle in the ditch, to the scoop
in the oats, to air in the lung
let evening come.

Let it come, as it will, and don’t
be afraid. God does not leave us
comfortless, so let evening come. Continua a leggere

Essere uomini

di Yasmin Khadra (Italia, 2002)

Ci sono parti di universo che ancora non abbiamo scoperto, è certo. Posti dove non ci sono atomi né molecole, dove la luce è presente in ogni momento, dove non abbiamo i piedi legati a terra; posti dove possiamo volare, dove siamo liberi di essere ciò che siamo, fuori da ogni regola o schema terrestre.
Son certa, signori, che altrove, miliardi di anni luce di distanza da qui, c’è un piccolo mondo dove gli animali vivono per sempre, dove la pace regna sovrana, dove le acque di ogni ruscello non son contaminate e dove l’uomo non combatte l’uomo. Continua a leggere

In the secolar night di Margaret Atwood (Canada, 1939)

In the secular night

In the secular night you wander around
alone in your house. It’s two-thirty.
Everyone has deserted you,
or this is your story;
you remember it from being sixteen,
when the others were out somewhere, having a good time,
or so you suspected,
and you had to baby-sit.
You took a large scoop of vanilla ice-cream
and filled up the glass with grapejuice
and ginger ale, and put on Glenn Miller
with his big-band sound,
and lit a cigarette and blew the smoke up the chimney,
and cried for a while because you were not dancing,
and then danced, by yourself, your mouth circled with purple. Continua a leggere

instagram poetry di r.m. drake

madness is somewhere
between chaos
and having a dream.

la follia è da qualche parte
tra il caos
e avere un sogno.

if loving you kills me
tonight, then I was ready
for death the moment you
said hello.

se amarti mi uccide
questa sera, allora ero pronto
a morire nell’attimo in cui
tu dicesti hello.

she had the power to
change the world, but
she couldn’t save the
one she loved.

aveva il potere di
cambiare il mondo, ma
non poteva salvare chi
amava. Continua a leggere

Anche questa è poesia…

Sehr geehrter Herr Oberinspektor,
ich habe heute früh einen kleinen Ohnmachtsanfall gehabt
und habe etwas Fieber. Es ist aber bestimmt ohne Bedeutung,
und ich komme bestimmt heute noch, wenn auch vielleicht nach
12 ins Bureau.
Ihr ergebener
Dr. Franz Kafka
23.9.1912

Egregio Sig. ispettore maggiore,
questa mattina sono svenuto e tutt’ora ho un po’ di febbre.
È sicuramente senza alcuna importanza e, sicuramente, verrò
in ufficio, sebbene, forse, soltanto dopo le 12.
Vostro devoto
Dr. Franz Kafka
23.9.1912

Questa lettera al suo capo fu scritta da Kafka dopo quella notte in cui
compose Il verdetto, dando, in poche ore, una svolta decisiva alla sua opera,
ma forse all’intera letteratura del XX secolo…

Giardini immaginari con rospi veri

Marianne Moore

Poetry

I, too, dislike it: there are things that are important beyond all
this fiddle.
Reading it, however, with a perfect contempt for it, one
discovers in
it after all, a place for the genuine.
Hands that can grasp, eyes
that can dilate, hair that can rise
if it must, these things are important not because a

high-sounding interpretation can be put upon them but because
they are
useful. When they become so derivative as to become
unintelligible,
the same thing may be said for all of us, that we
do not admire what
we cannot understand: the bat
holding on upside down or in quest of something to

eat, elephants pushing, a wild horse taking a roll, a tireless wolf
under
a tree, the immovable critic twitching his skin like a horse that
feels a
flea, the base-
ball fan, the statistician–
nor is it valid
to discriminate against ‘business documents and

school-books’; all these phenomena are important. One must
make a distinction
however: when dragged into prominence by half poets, the
result is not poetry,
nor till the poets among us can be
‘literalists of
the imagination’–above
insolence and triviality and can present

for inspection, ‘imaginary gardens with real toads in them’, shall
we have
it. In the meantime, if you demand on the one hand,
the raw material of poetry in
all its rawness and
that which is on the other hand
genuine, you are interested in poetry.
Continua a leggere

All of us can fly

di Stefanie Golisch

Cinque

Siamo cinque amici.
Abitiamo tutti nello stesso palazzo.
Di giorno stiamo davanti al portone di casa, braccia conserte.
In fila, stretto l’uno all’altro.
Non facciamo passare nessuno.
Siamo importanti e lo sappiamo.
Tutto bene, se non ci fosse quell’altro.
Numero sei.
Uno che vuole stare con noi, ma che noi non vogliamo con noi.
Perché vogliamo essere in cinque e non in sei.
È così. Non c’è nulla da capire, ma lui non capisce
che non c’è nulla da capire.
Ogni giorno tenta di unirsi a noi e ogni giorno,
appena appare, noi cominciamo ad abbaiare.
Da una bocca sola.
Lui non molla.
E torna sempre.
Ma noi vogliamo essere in cinque.
E non in sei.

Musca Press, 2018
Inglese
ISBN-10: 1941892361
ISBN-13: 978-1941892367

Educazione sentimentale # 2

Leggere il mondo

di Stefanie Golisch

Oggi mi accompagnano per la prima volta in biblioteca.
La biblioteca della nostra piccola città si trova in uno scantinato del municipio. Dietro un banco molto alto c’è una signora e dietro di lei s’intravedono delle lunghe file di scaffali pieni di libri.
Non ho mai visto tanti libri insieme.
Sono agitata, perché questi libri stanno proprio aspettando me.

Leggo da quando ho imparato a leggere.
Quando nel primo anno di università, un compagno mi chiede quale facoltà frequentassi e cosa avrei voluto fare in futuro, rispondo senza rifletterci: studio lettere perché mi piace leggere.
Mi sembra evidente. In fondo, non c’è nulla da spiegare.
Leggere era ed è tuttora il mio modo di stare nel mondo. Ho bisogno della presenza dei libri ovunque io sia, come oggetti, amici, protettori. Mi piace il loro aspetto, il loro formato relativamente piccolo, mi piace toccare la carta e mi piace il loro odore, in particolare quando sono vecchi, vissuti, consunti. Quando, oltre a raccontare una storia, essi stessi sono diventati una storia, non raccontata, soltanto intuibile.
I libri mi hanno spiegato e non spiegato il mondo, mi hanno accolto e respinto, mi hanno fatto capire chi sono e chi non sono e quando pensavo di aver finalmente compreso come stavano le cose, si sono allontanati per riapparire in caso di bisogno, pronti a distrarmi, a confondere le mie idee e qualche rara volta a farmi intuire una possibile risposta. Continua a leggere

Belle Époque

di Stefanie Golisch

Entra il nano con una capriola. La ragazza
dietro il banco porta una mela verde in testa.
La signora con il cagnolino non è bella e
giovane, ma pronta a tutte le eventualità. Alle
dieci entra l’uomo del corvo in spalla e subito
dopo la coppia che si illumina a vicenda. È la
fiaba d’infanzia di tutti i clienti della Belle
Époque
, il lieto fine di storie andate così così.
Accanto alla robusta signora decorata di cane
risplende un secondo soltanto, poi si confonde
a poco a poco con i rumori del vivere comune

Le gran voyage

di Stefanie Golisch

in memoriam Francesco Zaccaria (1930-2017)

Un uomo parte. A mani vuote, in mente un
romanzo da finire, ma non sa come. Ha
dimenticato il nome del suo cane d’infanzia
e non ricorda il viso di sua moglie da giovane.
Nella sua stanza suona sempre la stessa ora.
Il giorno è una domenica piovosa. Tante cose
si avrebbe potuto fare, ma è sempre troppo
presto. Le frasi rimaste pesano poco. Sono
stanco, ma non voglio dormire, ho sete, ma non
voglio bere. Ha sempre detestato le domeniche
e in particolare quelle piovose. Vorrebbe dire
la sua frase e chiudere in bellezza, ma quella
frase non c’è. Il suo romanzo finisce così. Con
il protagonista che si è appena alzato e che ora
si sta vestendo faticosamente

Foto di famiglia

di Stefanie Golisch

A lui mancano i due denti incisivi, lei pesa
almeno un quintale. I due bambini portano
nomi da telenovela. Niente lavoro, niente
soldi, niente sogni. Si vive così, tra un oggi
e l’altro. Solo una volta sono stati felici tutti
insieme quando avevano vinto un biglietto
famiglia per il circo. Con quattro magri cavalli,
due vecchi lillipuziani e una trapezista senza ali,
in quella domenica pomeriggio il piccolo circo
ambulante aveva fatto del suo meglio a fare
da circo vero e loro a fare da famiglia vera.
A fine spettacolo, erano stanchi tutti. I cavalli,
i lillipuziani, la trapezista con il rossetto sbavato
e loro quattro. Perché vivere stanca, sporca,
puzza e promette senza tregua, senza tregua

Madre con figlio non come gli altri

di Stefanie Golisch

Di un incontro carnale consumato in fretta,
le è rimasto un figlio gonfio di amore materno.
Nessuna fata cantò alla sua culla guarnita di
fiocchi azzurri. Doveva crescere come gli altri,
ma non è come gli altri che lui in segreto
s’immagina sempre felici come una famiglia
pubblicità. Lei si tinge di biondo cenere e lui
porta soltanto capi firmati. Per essere ammessi
alla tavola di tutti, non smettono mai di sorridere.
Quella coppia di madre e figlio è lo zimbello
della parrocchia, l’occasione unica di mostrare
un poco di pietà. Vedrai che presto troverai una
ragazza. Farai dei viaggi bellissimi, ascolta
la mamma che spera senza speranza, e lui risponde,
mamma voglio dormire

Ahmet Altan: Mi possono imprigionare, ma non mi possono tenere

“Un oggetto in movimento non è né là dov’è, né là dove non è.” – così recita il famoso paradosso di Zeno. Già quando ero ancora molto giovane ho dedotto che questo paradosso, più che la fisica, riguardasse la letteratura e in particolare la posizione dello scrittore.
Sto scrivendo nella cella di una prigione.
Se si inserisse la frase “Scrivo nella cella di una prigione” nel testo di un racconto, assumerebbe immediatamente una tensione interiore vibrante, il suono di una voce che si alzerebbe in modo spaventoso da un mondo oscuro e misterioso, una voce che parlerebbe del coraggio di una vittima e che chiederebbe in modo inequivocabile pietà.
Prima di cominciare ad impietosirvi, però, ascoltate ciò che ho da dire.
Questa è una frase pericolosa che facilmente può essere utilizzata per sfruttare i sentimenti delle persone. Anche gli scrittori non sono sempre immuni davanti alla tentazione di usare la lingua e le emozioni che queste evocano in funzione dei propri interessi. Continua a leggere

Sera di ottobre, dall’autobus

di Stefanie Golisch

Breve storia di una finestra illuminata
con gatto sdraiato decorativamente sul
davanzale. A cena si mangia con le mani
aperte a coppa, sotto il tavolo, gambe e
piedi se ne fregano della decenza. Ognuno
parla per conto suo e a un certo punto si
accendono le luci e c’è chi all’improvviso
sembra più bello e chi sparisce svergognato
dietro gli specchi. Anche tu sei cresciuto
in questo vicolo cieco all’odore di verdure
cotte e mele al forno. Uno, a occhi chiusi,
comincia a fischiare e uno si gratta la
schiena con la matita. Tentiamo di essere
sempre noi stessi, recita una voce da vecchio,
ma la sagezza non è di tutti, si sa. A letto
si va sempre alla stessa ora: chi è già nato
e chi impaziente attende ancora. Tutti insieme
ci infiliamo sotto coperte pesanti di notti
altrui come se il destino fosse uno soltanto

L’ultimo

di Stefanie Golisch

Nella mia città natia, l’ultimo era una donna
chiamata Hunde-Martha che viveva con i
suoi cani non si sapeva dove. A volte, nel
pomeriggio, si andava alla sua ricerca, ma
il luogo non fu mai trovato. A Monza,
l’ultimo è un uomo di età incerta, piccolo,
scuro, peloso, vestito casualmente. Non so
nulla di lui, così come allora non sapevo
nulla di lei. Gli ultimi non hanno una storia
da raccontare. Ci sono e poi non ci sono più
e quando ci si accorge, non c’è nessuno a
cui chiedere delle loro sorti. All’improvviso
manca qualcosa che non si sa, ma è destino
che ci si dimentichi presto di chi abita il
mondo senza contare le ore

Parigi, autunno 1980


let love be brought to ignorance again
Lisel Mueller

A Parigi si arriva una volta sola, ma lei non
lo sa quando scende dal treno in una mattina
di primo autunno, lo zaino pesante di tante
cose sulle spalle. Ha viaggiato tutta la notte,
impaziente di cominciare una nuova vita.
Non sa che la vita è una sola e continua
sempre. Al contraio di quello che pensa, non
sa nulla. Ed è per questo che è così bella,
quando, una volta depositato il bagaglio
nella sua chambre de bonne, scende le scale
e, aprendo il portone di casa, esce sul
Boulevard S. Michel. In questo momento,
Parigi è tutta sua e subito dopo non più.
Ma lei non lo sa e cammina, cammina

Patria madre parola di Rose Ausländer

Bekenntnis

Ich bekenne mich

zur Erde und ihren
gefährlichen Geheimnissen

zu Regen Schnee
Baum und Berg

Zur mütterlichen mörderischen
Sonne zum Wasser und
seiner Flucht

zu Milch und Brot

zur Poesie
die das Märchen vom Menschen
spinnt

zum Menschen

bekenne ich mich

mit allen Worten
die mich erschaffen Continua a leggere