La parola autunno

di Stefanie Golisch

L’autunno è l’uomo dal naso molto lungo che ogni anno, alla fine di settembre, appare nella mia città, per qualche giorno lo vedo di qui e di là, sul ponte romano sopra il Lambro, sotto i portici, seduto su una panchina al parco, poi, a un certo punto, non lo vedo più, la prima volta l’ho visto in stazione, portava con sé due ombrelli e più valigie colorate, camminava senza fretta, potrei chiamarlo il viaggiatore, l’archetipo dell’inquietudine, la mia inquietudine, ma non voglio dargli un nome preciso, lo stavo già aspettando da qualche giorno, ed ecco, lunedì mattina, puntualmente, è apparso, l’ho salutato come si saluta un vecchio conoscente, lui non mi ha risposto, ma so che mi conosce, sa chi sono Continua a leggere

Question di May Swenson ( USA, 1913-1989)

May Swenson

Question

Body my house
my horse my hound
what will I do
when you are fallen

Where will I sleep
How will I ride
What will I hunt

Where can I go
without my mount
all eager and quick
How will I know
in thicket ahead
is danger or treasure
when Body my good
bright dog is dead

How will it be
to lie in the sky
without roof or door
and wind for an eye

With cloud for shift
how will I hide? Continua a leggere

Mal d’estate

Sul Ponte dei Leoni

Sul Ponte dei Leoni che in altre città si potrebbe chiamare delle Tigri o addirittura della Vittoria è seduto un uomo non giovane e non vecchio che espone le sue ferite alla gente che passa, chiede ad alta voce la carità e in compenso fa brillare grandi macchie sanguinanti nella luce del luglio impietosa, non ho mai visto prima questo uomo venuto da chissà dove per fare ogni giorno più schifo e per morire finalmente sotto gli occhi di tutti nel giorno più caldo dell’estate come se il morire nel giorno più caldo dell’estate fosse il modo più naturale di prepararsi all’inevitabile inverno

John Spaulding

John Spaulding

Once in the moonlight

Once in moonlight when I had not slept for three nights,
when there was no food and a long rain had stopped,
and some had slept outside in the rain you could see
the streaks it had left on their skin,
once in the eighth week of my captivity,
alone in the moonlight outside on the ledge,
I looked up and felt the stars move
strangely back and forth, a slow rocking,
as though the Lord were rocking us somehow back and forth,
and I was not afraid but tears came anyway
as I remembered my children so far away,
the way children can call you back
in through your thoughts and keep you awake
like hearing the stars ring all night long. Continua a leggere

sapete cosa mi manca di più

di Sofia Cavallari

sapete cosa mi manca di più?
mi manca tutto ciò che ritenevamo troppo faticoso, stancante o che davamo per scontato, mi mancano le corse la mattina per non perdere l’autobus, la paura di essere sempre in ritardo, la colazione mancata o fatta di fretta, la sveglia che suona in ritardo e che ti fa preparare velocemente. mi manca l’autobus pieno di gente, di cui ci lamentiamo tanto, ma dove spesso incontriamo gli amici e ci fermiamo a parlare e quasi ci scordiamo di scendere alla nostra fermata, mi manca la strada mezza addormentata la mattina per andare a scuola con le amiche, dove posso raccontare quello che mi è successo la sera prima e farmi quattro risate, o sfogarmi o arrabbiarmi e insultare il mondo, mi mancano le scale stancanti del Mosè e la mia piccola classe in cui entravo e potevo abbracciare tutti e urlare il mio ‘buongiorno’, giusto per svegliarli e vederli sorridere, mi mancano i compiti in classe in cui ci mettiamo d’accordo con i compagni per copiare, le chiacchierate all’intervallo, scendere per prendere la merenda, le battute sui prof e i litigi con loro, l’ansia pre-interrogazione e la soddisfazione di prendere i bei voti o di recuperare una materia, mi manca l’assembramento fuori dalla scuola e gli spintoni per uscire che ti fanno quasi cadere, mi manca aspettare l’autobus con le mie amiche e tornare a casa e trovare il mio cane a cui sono mancata e mi salta addosso, un pasto pronto e meritato dopo una giornata a scuola, spesso stancante e difficile, ecco, mi mancano Continua a leggere

Lettera di una studentessa al suo professore

di Serena Gerli

Caro professore,

ho trovato queste parole su internet. Ci tengo a precisare che, ovviamente, è un discorso generico che, però, esprime ciò che molti studenti provano in questo periodo così particolare. Certo, ci sono dei professori come Lei che hanno a cuore l’individualità dello studente. Ma purtroppo non è così per tutti.
Con queste parole (ripeto, non mie) non vorrei puntare il dito, ma invitare i professori a riflettere, in particolare coloro che non si interessano a nient’altro se non all’aspetto didattico.
In quarantena siamo privati di una cosa molto importante, considerando la nostra giovane età. Va compreso che vita privata e scolastica non sono due comparti stagni indipendenti, ma sono strettamente interconnessi, come ogni aspetto della vita di una persona, fa tutto parte della stessa realtà dell’individuo.
Ci sono ragazzi con parenti malati, con parenti lontani, con situazioni familiari complesse, con problemi di gestione di situazioni a volte molto difficili…
Io stessa sono tutt’altro che esente da queste problematiche.
Situazioni che influiscono sulla concentrazione e sulla serenità, e che non permettono ad uno studente di adempiere ai suoi obblighi scolastici come richiesto normalmente. Continua a leggere

Mostrare la faccia

di Stefanie Golisch

Prima di ogni forma di comunicazione verbale è il nostro viso che comunica a chi abbiamo di fronte chi siamo o chi vogliamo essere. La nostra mimica parla prima ancora di aver pronunciato la prima parola. L’innamoramento a prima vista è rivolto a un viso che ancora non conosciamo, ma dal quale, misteriosamente, ci sentiamo attratti. Il nostro viso, più che ogni altra parte del nostro corpo, ci identifica. È il mio viso che racconta la mia storia, che svela, se lo voglio o meno, chi sono.
Infatti, molti modi di dire usano il viso come metafora: si può perdere la faccia e si può salvare la faccia. In tedesco, ma anche in italiano, si può anche mostrare la faccia, che significa prendere posizione, uscire pubblicamente senza nascondersi. Continua a leggere

Lettera ai miei studenti

di Stefanie Golisch

Cari ragazzi,

parliamo di una situazione kafkiana quando, improvvisamente, ci sfugge il senso, quando ci troviamo in circostanze poco chiare, paradossali che non siamo più in grado né di comprendere né di controllare. Apparentemente tutto sembra come prima, la nostra casa è la nostra casa, i nostri familiari sono i nostri famigliari, noi siamo noi, eppure qualcosa è cambiato radicalmente: l’ordine conosciuto nel quale ci muoviamo e che, oltre magari alla noia, ci trasmette comunque un senso di sicurezza e di prevedibilità, non c’è più.

Il disorientamento esistenziale dell’uomo moderno in un mondo che non comprende più e che non può assolutamente dominare è IL tema di Franz Kafka, un autore che, come sanno molti di voi, mi è particolarmente caro e che cerco ogni anno di trasmettervi senza mai essere veramente soddisfatta, perché ogni volta mi sembra di averlo in qualche modo ridotto ad un autore che “si deve conoscere” perché fa parte della Weltliteratur, o, peggio ancora, perché potrebbe essere tema di una verifica!

Vi scrivo questa lettera perché la situazione nella quale ci troviamo attualmente ci fa leggere Kafka e, ovviamente molti altri autori, con un interesse o addirittura una urgenza nuova: le stesse nostre domande, alle quali in questo momento nessuno ha una risposta (anche se molti, troppi, pretendono di averla!) le troviamo già tra le righe della grande letteratura di tutti i tempi. Dico a proposito: le nostre domande, non le risposte perché credo che quello che alla fine conta è il flusso continuo delle domande e non certo il facile accontentarsi di risposte più o meno convenienti. Continua a leggere

Pensieri a spasso ( loro possono) di Alessandro Di Bari ( Italia, 2002)

È ormai passato più di un mese dalla chiusura delle scuole, un periodo che in qualche maniera ha cambiato il modo di vivere di tutte le persone e che continuerà a farlo per le settimane a venire.
Ci siamo ritrovati di colpo chiusi nelle nostre case, vivendo quello che sarebbe stato un sogno nella normalità: niente lezioni, niente compiti, niente interrogazioni o pressioni, possibilità di riposarsi e fare quello che si vuole.
Le prime settimane sono state viste da tutti gli studenti come qualcosa di incredibile, ma non ci è voluto molto tempo per capire che in realtà sotto tutto questo si nascondeva qualcosa di inaspettato e cioè la consapevolezza dell’importanza della scuola.
Non pensavo l’avrei mai detto e invece mi trovo a ripeterlo ogni volta che qualcuno mi chiede cosa ne penso di questa situazione.
Ho passato i primi dieci giorni nel letto, alzandomi solo per mangiare e lavarmi e mi sono accorto di star sprecando il mio tempo. Tempo che per un ragazzo di 18 anni può sembrare infinito, ma che in realtà non lo è, ed è in occasioni come questa che triplica la sua velocità e tutto quello che si vive passa in un batter d’occhio. Continua a leggere

La vita ritornerà di Yasmin Khadra ( Italia 2002)

A volte ci si prova ad adattarsi, abituarsi al presente ma il passato spesso fa troppo rumore in confronto e ti ritrovi a piangere più spesso di quanto non immaginavi. Spesso succede che hai voglia solo di addormentarti e non svegliarti mai più perché la realtà non ha più niente di bello da offrire e i sogni sono l’unica cosa ancora in grado di illuderti.

Ci sono vuoti che non puoi riempire in nessun modo. Tu ci provi, ci riprovi e straprovi ma l’oblio è solo temporaneo. Come una fitta dolorosa, il ricordo verrà sempre a trovarti anche nei momenti meno opportuni. E l’unica cosa che potrai fare è accoglierlo e subirne le conseguenze.

Ci hanno insegnato che i mostri si nascondono nel buio, nell’oscurità, nel dubbio. Eppure con gli anni ho scoperto che ognuno ha del mostro in sé, c’è chi lo nasconde con arguta precisione e c’è chi invece lo mostra, spavaldo. E fa paura. Continua a leggere

Semplicità di Emanuele Capra (Italia 2005)

Semplicità.
Forse è questo di cui ha bisogno l’umanità.
Molti di noi probabilmente non l’hanno mai conosciuta davvero.
La semplicità di uno sguardo, di una parola gentile, di un sorriso. La semplicità del silenzio, del compleanno in famiglia, di un bel film.
I pensieri nella mente sono diversi, hanno più spazio, arrivano in profondità e si riesce a coglierli nella loro essenza.
Semplicità, ancora semplicità.
Osservando da lontano prati, alberi e terrazzi, sembrano quasi un miraggio.
La natura si sta risvegliando, come ogni anno.
Ogni anno che non l’abbiamo apprezzata abbastanza, ogni anno che l’abbiamo guardata di sfuggita.
Lei instancabile ci parla ancora, ci parla sempre.
Ogni anno prova a trasmetterci lo stesso semplice messaggio di nuova vita, di speranza, che oggi diventa quasi una incitazione a reagire, a credere, per poi stupirsi di nuovo, come non si è mai fatto.

Attenzione. Questa non è una poesia.

di Stefanie Golisch

Solo per quelli che non sperano, ci è data la speranza.
Walter Benjamin

Ho sempre pensato che bruciare i libri sarebbe stato il torto più grande che si potesse fare ad essi.
Un crimine contro l’uomo e contro i valori culturali che, nonostante tutto, è riuscito a creare nei secoli.
Uno schiaffo agli scrittori e ai suoi lettori, alle idee, ai racconti, alla poesia, alla fantasia e all’immaginazione che (tra molte altre cose!) appartengono all’uomo da sempre.
Nel 1933 i nazisti bruciavano i libri perché avevano paura di essi: paura del libero pensiero, dell’intimo (e quindi incontrollabile) dialogo tra scrittore e lettore che nel miglior caso si può trasformare in una vera e propria storia d’amore… Continua a leggere

Fuori dal tuo sonno

di Stefanie Golisch

Fuori dal tuo sonno ti ho atteso, eri non laddove pensavo che
fossi, ma nemmeno laddove non pensavo che fossi, sapevo
che non ti avrei trovato da nessuna parte, non aveva senso
continuare ad aspettarti ovunque, ma speravo che un verso
come fuori dal tuo sonno ti avrebbe chiamato in vita, eppure,
mi sono sbagliata, non ci si trova dentro un verso se prima
non ci si trova fuori, laddove, appunto, noi due non ci siamo
mai trovati, a dire la verità, sono stata io ad inventare quella
persona da attendere fuori dal suo sonno, non suona male,
vero? perché fa pensare al sonno come la condizione naturale
del nostro essere uomini, e, se fosse davvero così, se davvero
potessimo essere stanchi senza sentirci in colpa, troppo stanchi
per combattere, per chiacchierare, per chiarire le cose una volta
per tutte, se davvero fosse la stanchezza la cosa più bella di te,
di me, allora forse non avrei atteso invano dentro e fuori dal
tuo, dal mio sonno, non avrebbe avuto nessuna importanza,
saremmo stati insieme così leggeri da non accorgerci
nemmeno

L’immagine è di Fritz Winter

Morire di dicembre

di Stefanie Golisch


Morire di dicembre

a Gianni Fumagalli (1950-2019), scrittore

Un uomo se ne va con in tasca una mela e
un coltello, non si sa mai, un uomo se ne
va, la sua storia finisce qui, compiuta, non
compiuta come tutte le storie, un uomo se ne
va, dice ci vediamo domani per non dire non
ci vediamo più, è stato bello raccontare le
vostre storie, la mia ora la porto con me, non
pensate di sapere chi sono stato, sono stato
tutto quello che voi pensate più qualcosa che
non si sa, è stato bello stare con voi, vi saluto
tutti, ma ora devo andare

Breve storia di noi

di Stefanie Golisch

Questa storia è di tutti, delle badanti russe con i denti
d’oro e gli stivaletti rossi che fanno colazione nei
giardinetti, dell’uomo con il gatto a macchie di iena che
abita davanti alla figliale di Zara, di chi sa dove andare
e di chi non lo sa, dei ragazzi che si fanno nella piazza
deserta, di chi cammina come se volesse chiedere scusa
per essere nato e di chi riempie il palco da protagonista
subito, della donna che di casa non esce mai e di chi
conta il tempo per non perderlo, di chi ha una storia da
raccontare e di chi si accontenta del solito gelato, davanti
alla stazione dimorano gli indecisi, uno è appena arrivato
e l’altro non vede l’ora di partire, c’è chi dorme e c’è chi
canta e c’è chi predica la fine del mondo da sempre, c’è
l’uomo sul ponte che ride a più non posso e in fondo alla
via che porta non si sa dove c’è il bambino mendicante,
ci guarda come se volesse chiedere qualcosa, ma non sa
come e ad ogni modo, noi non sapremmo rispondere,
facciamo finta di niente come al solito, ma lui c’è, non
molla, non ha paura di noi

Il quadro è di Ernesto Treccani: Il popolo dei volti

Testamento di Joaquín Giannuzzi (Argentina,1924-2004)

Testamento

Hijas mías, este
es es sueño decisivo de papá. Pidan silencio.
El ruido del mundo ya es bastante
para su edad y su juicio. Que su resto de luz
cese con dignidad. Su corazón bombea
pesadamente. La realidad se atasca
en las arterias del cerebro. Él está
clínicamente terminado, el ser
universal y privado huye de sus ojos. Continua a leggere

La parola autunno

di Stefanie Golisch

a quelli che non possiamo conoscere

La prima volta, l’ho visto davanti alla stazione, lunghi capelli
grigi, valigia scalcinata, ombrello rosa pallido sotto il braccio,
lentamente si stava incamminando per non so dove, io avevo
appena perso il treno o forse non avevo perso il treno, ma la
parola autunno, il che suona più poetico e quindi c’è da
insospettirsi immediatamente, Continua a leggere

Primo giorno di scuola

di Stefanie Golisch

Mai più solo che in quel giorno, il tuo
primo giorno di scuola: sei un grosso
panino imbottito di menzogne. Dolci
parole ti accompagnano fino al cancello
per consegnarti ai lupi dai denti bianchissimi.
Dopo questo tradimento, come fai ancora a
fidarti delle parole di quelli che dicono di
amarti: ti hanno ingannato. Tu lo sai e loro
lo sanno, ma non ve lo potrete mai confessare.
E così che comincia der Ernst des Lebens,
la tua solitudine irrevocabile

Requiem per una amica

di Stefanie Golisch

La penultima volta che ci siamo viste mi volevi
dire qualcosa. Ce l’avevi sulla punta della lingua
proprio nel momento in cui il treno stava entrando
in stazione. Ci salutammo educatamente. Aggiungo
alla tua immagine in partenza alcune precedenti:
tu, bambina che sfidi un maschio di una testa più
alta di te. Voglio e non voglio essere come te. Sono
innamorata di te, odio la tua presenza senza via di
scampo. Distrattamente, ti prendi tutti i ragazzi
tranne uno che proprio non ti piace. Me lo posso
tenere. Grazie, amica. Anni di silenzio, poi, una tua
foto in un giornale. Ti scrivo: La mia vita è bella come
tutte le vite.
E aggiungo: vorrei rivederti. Ci incontriamo
d’inverno, in una città casuale. Ancora, almeno così
mi sembra, vogliamo cose dall’altra che questa,
semplicemente, non può dare. Intanto facciamo
conversazione in lingua straniera. A un certo punto,
tu dici credo che non sia né colpa tua, né mia e mi
sento rispondere hai ragione come sempre. È inutile
continuare e, infatti, ci fermiamo qui. È andato tutto
storto tra di noi, cosa faccio ora senza di te