Ridere

di Antonio Sparzani

Conosceva storie di lingue, a pezzi e bocconi, qua e là nel mondo. Aveva letto che presso gli Inuit la perifrasi ridere con te significava far l’amore con te e gli era sembrato molto bello, perché i migliori amori che gli erano capitati nella vita erano stati densi di buonumore e il ridere spesso gli piaceva, altro che il riso abbonda ecc. dello stupido adagio latino, lui non lo credeva vero per niente.
Un giorno erano, lui e Gabriella, in un rifugio di montagna a dormire insieme in un grande camerone stipato di cuccette come spesso nei rifugi, con altri amici, tra i quali c’era un altro pretendente, o un passato amore, di Gabriella. Il numero di cuccette era inferiore di uno al numero di persone, così lui trovò naturale distendersi vicino a lei, che tendeva a chiudersi nel suo bozzolo, nella sua cuccetta. Quando fu spenta la luce fu altrettanto naturale continuare a parlarsi sottovoce, anche un po’ abbracciati, così che lui trovò modo di dire la sua informazione eschimese, con tono casuale. Gabriella sorrise e lui interpretò al meglio: una grande risposta, pensò, di chi vuole mettere in pratica, mostrarti come si può sorridere bene, anche in un rifugio quando si è tutti imbacuccati. Continua a leggere

mare che ride

di Antonio Sparzani

Dev’essere quando viene su un bel vento gagliardo e le onde formano quelle creste bianche spumose, che si immagina un dilagante sorriso, tanto che la letteratura ne è così variamente costellata. Prendete ad esempio una delle più intense tragedie di Eschilo, Il prometeo legato, nel quale si narra con grande forza drammatica la pena che Prometeo deve subire per aver regalato il fuoco all’umanità: l’essere legato ad una rupe della lontana Scizia con un’aquila che gli rode il fegato ogni giorno. L’entrata in scena di Prometeo, dopo che è stato assicurato alla roccia da Efesto, che esegue gli ordini di suo padre Zeus, comincia così:

ὦ δῖος αἰθὴρ καὶ ταχύπτεροι πνοαί,
ποταμῶν τε πηγαί, ποντίων τε κυμάτων
ἀνήριθμον γέλασμα, παμμῆτόρ τε γῆ,
καὶ τὸν πανόπτην κύκλον ἡλίου καλῶ.
ἴδεσθέ μ᾽ οἷα πρὸς θεῶν πάσχω θεός.

Ovvero:
O volta del cielo splendente e venti dalle rapide ali, sorgenti dei fiumi, sorriso infinito di onde marine – e terra, che d’ogni cosa sei madre e sole, occhio onniveggente io vi supplico, guardate quali dolori soffro per opera degli dèi, io, che pure sono un dio. [vv. 88-92]. Continua a leggere

Tracce di cammino

di Antonio Sparzani

DCF 1.0


Era nato nel 1905 a Jönköping, popolosa cittadina sulla sponda meridionale del lago Vättern, nella Svezia meridionale, Dag Hammarskjöld, figlio d’arte, si potrebbe dire, data la sua carriera futura e dato che il padre Hjalmar fu presidente del Consiglio in Svezia nei difficili anni 1914-17. La carriera di Dag fu lineare e in continua ascesa: divenne presidente della Banca di Svezia nel 1941, carica che mantenne fino al 1948, quando entrò al Ministero degli Esteri.
Il 7 aprile 1953 venne eletto all’unanimità nell’assemblea delle Nazioni Unite Continua a leggere

Natalia a Leone

leone-e-natalia-ginzburg
Leone Ginzburg (Odessa 4 aprile 1909 – Roma 5 febbraio 1944) morì, come sappiamo, nel carcere di Regina Coeli in seguito alle torture inflittegli dalla Gestapo. Sua moglie Natalia Ginzburg (nata Levi, Palermo 1916 – Roma 1991) pubblicò nel 1944 nella rivista “Mercurio” questa poesia in sua memoria

Gli uomini vanno e vengono per le strade della città.
Comprano cibi e giornali, muovono a imprese diverse.
Hanno roseo il viso, le labbra vivide e piene.
Sollevasti il lenzuolo per guardare il suo viso,
Ti chinasti a baciarlo con un gesto consueto. Continua a leggere

Inerzia #9: il piano inclinato di Galileo

di Antonio Sparzani

Galileo opere

Non si può riprendere il discorso che avevamo interrotto qui  a proposito di Newton senza soffermarsi sull’opera di Galileo (Pisa 1564 – Arcetri 1642), che ebbe l’onere – e soprattutto l’onore – di prestare il suo nome, presso i posteri, al cosiddetto principio d’inerzia.

Se Galileo abbia o no formulato completamente il principio d’inerzia, quello poi ufficializzato da Newton nei Principia, è stata materia di ampie e contrastanti discussioni. Le interpretazioni della sua opera sono state davvero molteplici nella storia del pensiero occidentale, da Koyré a Duhem, da De Santillana a Koestler, da Maier a Geymonat, da Drake a Feyerabend e a Barbour. Per non dire poi dell’evoluzione della riflessione galileiana dagli scritti giovanili ai Discorsi.

Io qui vorrei darvi conto di un momento particolarmente felice del suo argomentare, Continua a leggere

Inerzia #8: un salto decisivo – Guglielmo di Occam

di Antonio Sparzani

William of Ockham

William of Ockham

Pluralitas non est ponenda sine necessitate
William of Ockham

Se volessimo azzardare un riassuntino delle puntate precedenti, potremmo dire che fino a questo punto, le ragioni che sono state addotte per spiegare, per dar conto, del fatto che quando la mano lancia un sasso questo continua, invece di cadere subito verso terra, in una traiettoria in un primo tempo orizzontale, o addirittura verso l’alto, consistevano, con varie sfumature, nell’ipotizzare o un’azione del mezzo interposto (l’aria) o invece qualcosa che viene trasmesso dal proiciente – la mano – al proietto – il sasso –, qualcosa che assume vari nomi e che con varie modalità si trasmette dalla mano al sasso.
Voi vi immaginate che chi abbia risolto poi definitivamente il problema siano stati Galileo e Newton, ma la storia è sempre più articolata e complicata delle versioni che vanno per la maggiore. E, come già ho avuto modo di dire, le idee che a un certo punto sembra spuntino fuori dal nulla come funghi, o come fiori nel deserto, in realtà hanno sempre origini più lontane, ci sono dei “precursori” spesso inaspettati. E così oggi vi presento un illustre precursore, William of Ockham, spesso italianizzato in Guglielmo di Occam. Eccolo a voi. Continua a leggere

Inerzia #7: L’ impetus

di Antonio Sparzani

Giovanni Buridano

Giovanni Buridano


Nell’Europa del Medioevo il problema del moto dei proietti viene dibattuto, in varie forme e da diversi studiosi. Si possono raggruppare le posizioni assunte in due filoni principali, il primo dei quali, assolutamente maggioritario, è quello di cui parlerò qui, considerando le posizioni dei fisici parigini. L’altro, di cui scriverò nella prossima puntata, fa capo alle posizioni di Petrus Johannis Olivi, e soprattutto del francescano inglese William of Ockham; filone forse minoritario ma di straordinario interesse, almeno se osservato nel solo modo in cui noi possiamo osservare, con il senno del poi.

Vi ho già raccontato che il primo distacco dalle posizioni aristoteliche è consistito nell’assumere che il proseguimento del moto di un proietto (sasso) dopo il distacco dal proiciente (mano) sia causato da un qualche cosa che è stato impresso, o immesso, o comunicato al proietto all’atto del distacco. Continua a leggere

Inerzia #6: l’ambiente arabo e il grande Avicenna

di Antonio Sparzani

statua di Avicenna nell'Ufficio delle Nazioni Unite a Vienna

statua di Avicenna nell’Ufficio delle Nazioni Unite a Vienna

Nel prologo generale ai Racconti di Canterbury che Geoffrey Chaucer, una volta smesso il mestiere di controllore delle dogane, scrive nel 1387, viene presentato, tra i variopinti personaggi che formeranno la compagnia di pellegrini che durante il viaggio a Canterbury raccontano i racconti, un Doctour of Phisyk, un dottore in medicina cioè (ricordo che ancor oggi, in inglese, physician è il medico, non il fisico), esperto di ogni arte di guarigione e attento anche alla propria salute, grazie ad una dieta “nutriente e digeribile”. Per comprovare la sua dottrina, Chaucer non esita ad elencare i maestri che “ben conosceva”, il cui repertorio suona così: Continua a leggere

Inerzia #5: La rottura di Giovanni Filopono.

sasso-nell-oceano

Chi disputa allegando l’autorità, non adopra lo ‘ngegno,
ma più tosto la memoria.
(Leonardo da Vinci)

Torniamo ancora indietro, perché il sentiero sul quale desidero condurvi è tortuoso assai, come tutti i sentieri che in qualche modo inseguono il filo della conoscenza che la nostra specie crede di accumulare un po’ alla volta sul mondo che la circonda. E invece è assai raro che davvero accumuli, il più delle volte cambia, trasforma, raffina, abbandona e rinnova completamente. Vorrei farvi tornare alla prima vera rottura nella riflessione su questa faccenda dell’inerzia, tradotta in questi termini: perché i proietti continuano ad andare avanti anche quando li lasciamo e non toccano più la nostra mano? Voglio dire la prima vera rottura rispetto alla dottrina aristotelica che per secoli nessuno si sognò di contestare. Continua a leggere

Inerzia 4: un passo indietro: Giordano Bruno

di Antonio Sparzani

Statua di Giordano Bruno in piazza Campo dei Fiori a Roma

Statua di Giordano Bruno in piazza Campo dei Fiori a Roma

Non corriamo troppo. Con inerzia 3 eravamo arrivati con un balzo a Newton, ma meglio è procedere più adagio e indagare più da vicino che cosa spinse gli scienziati o, per meglio dire, i filosofi naturali, a promuovere faticosamente un simile allargamento dell’idea d’inerzia; qual era il problema che li assillava e che non aveva alcuna chiara soluzione?

Il problema era molto semplice e, si direbbe, di un candore disarmante: se prendiamo in mano un sasso e lo lanciamo, perché mai il sasso, dopo che la nostra mano l’ha abbandonato, continua a muoversi e, così sembra, in un modo che certamente è influenzato dalla sua storia precedente, cioè dal fatto che la nostra mano l’ha portato fino a un certo punto nell’aria, e in una certa direzione? Perché cioè, dal momento in cui la nostra mano lo lascia andare, e perde ogni contatto con esso, il sasso non cade verticalmente fino al suolo, Continua a leggere

Inerzia 3: un salto di due millenni

di Antonio Sparzani

Sesto Empirico
Vi raccontavo, nell’iniziare questi discorsi sull’inerzia, che un modo per caratterizzare la rivoluzione, detta comunemente Copernicana, che si verificò nella conoscenza del mondo occidentale nei primi secoli dell’era moderna, è quello di dire che il cambiamento più drastico fu un sostanziale allargamento, nella nascente scienza del moto, dell’idea di inerzia.

Per spiegare questa affermazione dobbiamo riferirci allo studio dei fenomeni naturali, riguardanti oggetti inanimati, e ricordare che per la filosofia antica ciò che va spiegato da una scienza naturale del moto è il moto stesso, di qualsiasi tipo esso sia: qualsiasi moto va spiegato, cioè deve possedere una causa: solo la quiete non richiede spiegazione; quiete e moto sono due estremi, due opposti, essi si escludono a vicenda, come il bianco e il nero, o il bene e il male (paragone da brivido, chissà mai . . .). Continua a leggere

Inerzia 2: un vizio antico

di Antonio Sparzani
accidia
Dopo aver conosciuto la singolare inerzia del pigro Sole, conviene forse, per meglio comprendere l’idea d’inerzia e quanto le sta intorno, rifarsi alle origini almeno (perché altre parole appariranno lungo la strada) delle parole inerzia e accidia nelle letterature classiche. L’antecedente etimologico immediato per la prima è naturalmente il latino classico inertia, formato da in – ars, cioè assenza di arte, di attività, con lo slittamento di significato verso l’idea di non-fare in generale, e quindi inattività, pigrizia, inettitudine. L’antecedente etimologico del secondo è invece greco (esiste in latino un verbo acedior, d’uso assai raro e che significa mi intristisco, divento scontroso) ed è il sostantivo, anche qui piuttosto raro, akēdìa (ἀκηδία), talvolta akēdeia (ἀκήδεια), non usato dagli scrittori attici, ma solo in testi più tardi, tipicamente medici, per indicare spossatezza, esaurimento, abbattimento dello spirito.

Certo che se però si desse un’occhiata ad esempio al recente libro del monaco eremita Gabriel Bunge, intitolato Akedia, il male oscuro (Qiqajon, 1999) Continua a leggere

Inerzia 1: come fu che il Sole s’impigrì

di Antonio Sparzani
accidia2

Scrive il domenicano lionese Guglielmo Peraldo, (citato nel capitolo dedicato all’accidia del bel libro di C. Casagrande e S. Vecchio, I sette vizi capitali, Einaudi, Torino 2000, p. 90), vissuto intorno alla metà del XIII secolo e autore di uno dei più diffusi manuali medievali di vizi e virtù, la Summa virtutum ac vitiorum, che un grande esempio di operosità è dato innanzitutto dall’universo intero: in particolare dal Sole, che ogni giorno viaggia da Oriente a Occidente, e ogni notte torna indietro, non concedendosi mai un momento di riposo né in estate né in inverno, senza peraltro aspettarsi alcuna remunerazione per il suo lavoro. Un simile esempio deve indurre – secondo Peraldo – a rendere il vizio dell’accidia sommamente esecrabile. Continua a leggere

Wolfgang Pauli, uomo a molte dimensioni

di Antonio Sparzani
Pauli a tavola
Wolfgang Pauli (Vienna 1900 – Zurigo 1958) è stato uno dei grandi fisici del Novecento. Su queste pagine l’avevo nominato qui nel post su Helgoland, l’isoletta dove Heisenberg andò a farsi ispirare dal vento del nord l’invenzione della nuova meccanica.
Ma Pauli, cui pure è dovuta buona parte della fondazione della nuova teoria, e che venne unanimemente indicato con l’appellativo di das Gewissen der Physik (la coscienza della fisica), era anche altro, era cioè, a differenza di tanti colleghi, un uomo a tutto tondo, uno che voleva capire l’uomo da tutti i punti vista, non solo da quello scientifico-razionale. Continua a leggere

il sogno di Wapee

di Antonio Sparzani
crochi
I Piedi Neri sono una tribù di nativi abitanti di una regione dell’America del Nord, al confine tra Stati Uniti e Canada. Di quelli, insomma che poi, i “visi pallidi” scelsero di chiamare “pellerossa”. Hanno conservato un grande patrimonio di storie della loro gente e della natura nella quale questa gente è da sempre cresciuta. La vicinanza alla natura, così tipica di queste popolazioni, si fa sentire anche nel modo in cui l’aspetto degli elementi della natura viene spiegato.
Wapee era figlio di un Capo e per entrare nella maturità doveva passare quattro giorni e quattro notti da solo sulla cima di una collina isolata, finché non avesse avuto una visione dell’adulto che sarebbe diventato. Continua a leggere

Le stanze dell’amor furtivo

di Antonio Sparzani
Boccali poesia d'amore indiana

1
Oggi ancora, lei, che splende inghirlandata
di magnolia d’oro,
volto di loto in fiore, tenue la linea della pelurie
sul ventre,
levata dal sonno, il corpo ardente turbato
dal desiderio,
magica sapienza come perduta per follia ripenso.

Ho di recente scoperto questo magnifico libretto che devo assolutamente farvi conoscere: Poesia d’amore indiana, a cura di Giuliano Boccali, Marsilio 2002: contiene, tradotti dal sanscrito dal curatore e da Daniela Rossella, tre dei maggiori capolavori della poesia indiana, Nuvolo Messaggero, di Kālidāsa, Centuria d’amore, di Amaruka e Le stanze dell’amor furtivo, attribuite a Bilhana. Qui citerò e parlerò, anzi, farò parlare Boccali, solo di quest’ultimo:

2
Oggi ancora, lei, volto di luna al colmo, rigogliosa
di giovinezza novella, Continua a leggere

questa disparità è un vero scandalo!

da qui

ha colpito molto anche me, che non sono certo un fan dell’istituzione Chiesa Cattolica Apostolica Romana, questo grido di papa Francesco in favore delle donne. Alcune parole presenti in quest’ultimo discorso hanno fatto il giro di tutti i media nazionali, e forse anche mondiali, non so.
Ma io sospetto, e in verità spero, che abbia fatto sobbalzare sui loro augusti scranni anche tutti i più rigorosi porporati della suddetta istituzione, perché credo che anche nelle loro teste, che son per lo più tutt’altro che sprovvedute, si sia insinuato l’orrendo sospetto: non sarà per caso questo un preliminare, un annuncio, un avviso ormai quasi esplicito dell’abolizione dell’assurda esclusione delle donne dal sacramento dell’ordine? Non sarà? Continua a leggere

via Cadore

di Antonio Sparzani
via Cadore - Milano
Cosa vedi in fondo a una tazza di buon pu-erh? Se guardi bene, vedi il liquido bruno che ancora ruota leggermente, si muove aderente alle pareti della tazzina, sempre più lentamente, ma intanto dentro quel liquido dal colore così intenso si sono formate delle immagini, quel marciapiede di via Cadore dove l’aspettavi con un po’ d’ansia, senza parere, però ti chiedevi, si sarà accorta che le faccio un po’ di corte, Continua a leggere

Come comincia la fisica: misurare lo spazio

di Antonio Sparzani
doppio braccio

La fisica che conosciamo oggi si è affermata da tre secoli abbondanti come una disciplina quantitativa; il che vuol dire che, a differenza da quel che si faceva prevalentemente nell’antichità, ci si sforza di dare una veste matematica alle osservazioni che si fanno sulla realtà e alle regolarità che si vanno scoprendo (o inventando). La fisica comincia con la meccanica, definita da molto tempo come la scienza del moto: lo studio del movimento dei corpi e di come esso dipende dalle cause che lo producono. Il primo ingrediente che entra nella storia è il come descriviamo un tale movimento: dobbiamo essere in grado di dire, e scrivere su un pezzo di carta, dove sta un corpo in ogni istante. Continua a leggere