Frammenti di Cinema # 31

Mi ha intrigato su un articolo de L’Espresso di qualche settimana fa leggere che la recente fortuna delle serie televisive sarebbe da attribuire alla riscoperta e di conseguenza ad una rinnovata ricerca di totalità, dopo il dominio post-moderno del frammento e del precario di fine Novecento. Ancora più suggestivo il richiamo ad uno dei tre racconti di Gustave Flaubert, Un cuore semplice. Devo dire, purtroppo aggiungo, che memoria e documenti smentiscono facilmente questa tesi, salvo chiosarla che, se fosse davvero così, questa hegeliana attrazione verso la storia dello spirito è sempre stata presente. Tutti quelli nati negli anni ’60-’70, per esempio, cresciuti a pane e televisione si ricorderanno le gesta di Kunta Kinte nella serie Radici trasmessa su Rai 2 il venerdì a partire dal 1978, che racconta l’epopea dolorosa degli schiavi dalla loro deportazione all’approdo alla colonia britannica del Maryland. Ed escludo telenovelas, sceneggiati televisivi e telefilm, che pure un legame stilistico indubbiamente hanno con le serie dei nostri tempi.

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Frammenti di Cinema # 30

Il cinema comico è il più canonico dei generi. Che bisogno aveva Cervantes di far gravitare attorno a due personaggi anziché a uno solo il romanzo, scrive Vittorio Bodini, “giocando per tal modo su due distinti piani dell’anima? A questa domanda non c’è una risposta, precisa, come non ce n’è per chi si chiedesse per quale ragione il Bernini, qualche decina d’anni più tardi dal Don Chisciotte abbia preferito alla pianta centrale quella policentrica del barocco. Dunque il primo canone della comicità è il numero. C’è Charlie Chaplin e Totò, unici e irripetibili; poi, ci sono le coppie, da Stanlio e Ollio a Franco e Ciccio; oppure il trio, dai Fratelli Marx ad Aldo, Giovanni e Giacomo. Ma non sono mancate combinazioni stralunate come i francesi Cinque matti (Les Charlottes, nella versione originale).

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Frammenti di Cinema # 29

Prima dei numerosi e vari masterchef televisivi, già il cinema ha scoperto la fascinazione del cibo. Non solo mangiato. Anche guardato. Memorabile è la scena di Tom Jones (1963) di Tony Richardson in cui Albert Finney e Joan Greenwood sono seduti in una osteria l’uno di fronte all’altra e divorano un pasto di selvaggina con sguardi che alludono ad una voracità sessuale senza alcuna timidezza. Benché i corpi siano distanti, questa scena compete per erotismo con quella più recente e famosa di Nove settimane e ½ (1986) di Adrian Lyne, in cui Mickey Rourke imbocca Kim Basinger prendendo dal frigo, come fosse un pozzo dei desideri, ogni tipo di alimento.  Un anno dopo con Il pranzo di Babette (1987), Gabriel Axel prova a dimostrare che attraverso il cibo non si appaga solo il corpo, ma anche l’anima. La prova è affidata ad una cuoca, sfuggita alla repressione dopo la caduta della Comune di Parigi, Babette Hersant. Troverà ospitalità come governante di due austere sorelle puritane, Martina e Filippa, chiamate così in onore appunto di Lutero e Melantone. Per loro e per i loro ospiti, Babette preparerà un pranzo grazie al quale, come dichiara uno degli ospiti in un brindisi, “rettitudine e felicità si sono baciate.”  

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Frammenti di Cinema # 28

“Hiroshima è il tuo nome”, le sussurra lei. “Sì, e il tuo nome è Nevers, Nevers en France”, gli risponde il suo amante. Lei è, appunto, francese. Lui è un ingegnere giapponese. Sono i protagonisti di Hiroshima mon amour (1959) di Alain Resnais, scritto da Marguerite Duras. E’ considerato il film d’esordio della Nouvelle Vague. I corpi abbracciati dei due amanti occasionali sono ripresi in primo piano, si fa fatica a distinguere l’uno dall’altro. Le loro forme sembrano delineare dei paesaggi lunari. I corpi sono dei luoghi. Comprendiamo così il reciproco riconoscersi con il nome delle loro rispettive città. Ecco, dunque, il corpo non è solo l’oggetto dell’amore e dell’erotismo. Può esserne un medium, un luogo di transizione da un mondo ad un altro.

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Frammenti di Cinema # 27

Il cinema ha messo spesso eros e sesso al centro delle proprie visioni. Per sedurre lo spettatore, per raccontare un’epoca, oppure per esprimere un’esperienza personale rispetto alla realtà e al vissuto. Anzi, queste motivazioni quasi sempre si sono intrecciate indissolubilmente. Il cinema stesso è un’esperienza unica, personale e collettiva allo stesso tempo. E’ anche un’esperienza, a suo modo, erotica. “Sono John Wilmot, il secondo conte di Rochester, e non ho alcuna intenzione di piacervi!” Si presenta così il personaggio storico interpretato da Johnny Depp ne The Libertine (2004) di Laurence Dunmore. Siamo nel XVIII secolo, l’esistenza erotica del conte finisce per essere un’avventura di dissipazione. Egli viene letteralmente consumato dalla sua stessa avidità fisica. Siamo lontani dal sentimento di alienazione che la modernità ha prodotto sugli individui. Qui la crisi si trova al polo opposto, della presa di possesso del proprio corpo dopo l’eclissi medievale. E’ quasi una scoperta infantile, stupita, ingorda, senza regole, né pensiero. L’illuminismo è agli albori. Spetterà a Casanova mettere ordine in questo campo, inaugurare una dottrina, scrivere un canone.

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L’affaire Allen

affaire allenIn un gruppo femminista su Facebook una delle membre ha commentato un post su Woody Allen dicendo in difesa del regista: “Io so che Soon-Yi e Allen hanno cominciato una relazione quando la ragazza era maggiorenne ed era figlia adottiva della ex compagna Mia Farrow, ma non di Allen stesso.”
Ci sono una serie di aspetti problematici in questa affermazione, fatta sicuramente in buona fede, che è necessario mettere in luce.

Quando la bambina Soon-Yi ha conosciuto Allen aveva un’età tra gli otto e i dieci anni (la sua data di nascita è solo presunta). Il regista aveva nei suoi confronti un ruolo di adulto predisposto alla protezione dato che era un uomo di quarantacinque anni che aveva una relazione con la donna che era in quel momento l’affidataria alla cura di questa bambina. Che lui avesse una certificazione oppure un obbligo legale o meno nei confronti di Soon-Yi, non cambia molto ai fini di ciò che lui ha rappresentato per lei: la sua figura vista con gli occhi di quella bimba era quella di un co-affidatario. Continua a leggere

Steven Soderbergh, Elmore Leonard e l’amore vero

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di: Guido Tedoldi

In questi giorni di ritiro casalingo causa virus sono passati in tv 4 (almeno) film di Steven Soderbergh, regista tra i più premiati degli ultimi 30 anni con all’attivo premi Oscar e Palme d’Oro di Cannes, oltre a svariate nomination in questi e altri premi cinematografici. Continua a leggere

Frammenti di Cinema # 26

In pieno lockdown a causa del covid-19 non sarebbe stato sbagliato dedicare un frammento di cinema alla produzione, per altro molto ricca, di film su virus e pandemie varie. Ho pensato, invece, di spostare lo sguardo su uno dei sentimenti che animano questo triste periodo di reclusione sociale. Ecco, in questi giorni abbiamo imparato a convivere con la paura. Dunque, ci occuperemo di film cha (mi) hanno fatto paura. E pare, che in questo modo, si riesca ad esorcizzarla, se non a scacciare. Esorcizzare, sì. Cominciamo subito. La mia più grande paura è di non riuscire più a controllare il corpo. Da qualche parte, credo, esistano energie e forze che non sappiamo ancora spiegare razionalmente ma che potrebbero essere rilevate avendo strumenti tecnologici adeguati. Queste energie, niente di paranormale, comunque, per esempio, esistenti nella mente, giacciono sopite e guai a scatenarle. Sarà questo il motivo per cui L’esorcista (1973) di William Friedkin mi ha letteralmente terrorizzato. Ed è l’unico film che non rivedrei una seconda volta.

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Frammenti di Cinema # 25

La devozione alla causa degli ultimi che il regista inglese Ken Loach ha mostrato in tutta la sua carriera cinematografica è ammirevole e suscita commozione. Non commuove, invece, Sorry we missed you (2019). Il film è dedicato ai trasportatori che con le loro storie hanno ispirato le vicende di Ricky e della sua famiglia. Sua moglie Abby presta assistenza domiciliare ad anziani e disabili. La loro vita, con i loro due figli, è davvero dura. Lo vediamo. Lo sappiamo. Qualcuno ha definito questa parabola una via crucis privata. Eppure, lo ripeto, questa storia, malgrado le intenzioni migliori del regista, non commuove. E’ piuttosto una fenomenologia del sacrificio. Incatena le scene come prevedibili quadri. Ci scorrono davanti come lastre in movimento all’interno di un laboratorio sociale. Ci scuote il loro riferimento ad una realtà che conosciamo bene. Ma in se stesse sono prive di emozione.

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Frammenti di Cinema # 24

Se Kobe Bryant avesse avuto venti anni negli anni ’60 è molto probabile che non sarebbe diventato un campione di basket. La segregazione razziale infatti riguardava anche lo sport. E le squadre di pallacanestro erano composte solo da bianchi. Poi, ad un allenatore di liceo viene proposto di rilanciare la squadra dei Texas Western Miners, quella del college di El Paso. Don Haskins, questo era il suo nome, decise di rischiare e aprì la squadra anche agli afroamericani. Nel 1966, pur ostacolato e molestato dai segregazionisti, riuscì a conquistare l’accesso al campionato nazionale. Contro l’Università del Kentucky schierò, per la prima volta nella storia, un quintetto base tutto nero. Questi fatti sono raccontati nel film di James Gartner, Glory road (2006).

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Frammenti di Cinema # 23

“J’accuse!” Anche i nostri tempi avrebbero bisogno di un Emile Zola, che nel 1898 denunciò l’ingiustizia subita dal capitano Alfred Dreyfus. Questo avvenimento ha conservato intatta la sua capacità didascalica se Roman Polanski lo riprende ne L’ufficiale e la spia (2019) per difendersi sotto traccia dalle accuse che lo hanno condannato da anni a non lasciare il territorio generoso della Francia. Nel 1969 a Zola fece ecco “Io so!” di Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera, esplicito atto di accusa del (mal)governo democristiano. Nel suo cinema il tema politico non fu mai così esplicito e diretto: politici lo furono tutti i suoi film, o nessuno in modo attuale. Tra questi uno in particolare possiede, a rivederlo, un’inquietante carica profetica. Porcile (1969), infatti, (pre)annuncia il cannibalismo al quale l’ultima rivoluzione tecnologica ci ha ridotto. Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), invece, quale apologo sulla pornografia del potere è meno attuale in quanto più universale.

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Frammenti di Cinema # 22

La famiglia come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi è una tipica istituzione borghese. Ecco che essa è risultata l’ambientazione ideale per le storie che, nella letteratura e nel cinema, ne hanno raccontato il modello sociale. La critica della società borghese è stata, quasi dogmaticamente, critica della famiglia. Come sempre accade in ogni analisi univoca, invece, non è stata colta la dimensione protettiva e la funzione potenzialmente antagonista che proprio essa può svolgere dentro un regime sociale oppressivo. Solo la Scuola di Francoforte, e Theodor Adorno in particolare, nella sua opera di revisione e arricchimento delle analisi marxiste, seppe coglierne questa inedita modalità di lotta. In Parasite, film sud-coreano di Bong Joon-ho, che ha vinto Cannes nel 2019 (altri film qui citati sono stati premiati a Cannes, prova, forse, della sensibilità per questi temi), infatti, è la famiglia Ki ha sferrare l’attacco al capitalismo, rappresentato dalla ricca famiglia Park. Purtroppo, come la storia, anzi la cronaca, ci insegna, la lotta al sistema, nella versione di semplice accaparramento di risorse, si tramuta in lotta di e tra poveri.

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Frammenti di Cinema # 21

Visitando il Museo del Cinema di Torino si può ammirare, in uno spazio dedicato a Ettore Scola, l’abito (acquistato all’asta dall’istituzione per 22.500 euro) indossato da Sofia Loren in una Giornata particolare (1977), da lei interpretato con Marcello Mastroianni. Per la precisione, si tratta di una vestaglia, a fiori, mai dai colori spenti, che il regista disegnò personalmente. Per interpretare Antonietta, la Loren dovette sottoporsi ad una dieta che svuotò del tutto le sue prorompenti forme femminili. E’ diventò così l’immagine di una femminilità mortificata e oscurata, ma non per questo annientata, che Gabriele, malgrado la sua omosessualità, saprà far rifiorire proprio grazie alla delicatezza e alla libertà.

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Frammenti di Cinema # 20

Dedichiamo questo frammento ad un solo film. Si tratta del capolavoro di Ettore Scola, La terrazza (1980). Perché? Perché nel documentarsi su di esso si scopre uno strano caso di realtà virtuale, narrata come vera nel web. Attenzione, non è un fake. Ma una sorprendente ipotesi di riscrittura  della storia; una ucronia che avrebbe suggestionato Saramago, ovvero un eteronimo degno di Pessoa. Partiamo dall’inizio. Ho cercato per mesi di rivedere Il viaggio di capitan Fracassa (1990) dello stesso Scola, di cui ricordavo la struggente interpretazione di Massimo Troisi e un’affascinante ricostruzione cinematografica della commedia dell’arte. Niente. Sulla rete questo film era del tutto inesistente, scomparso, rimosso, almeno fino a poco tempo fa. Ho ripiegato così sulla Terrazza, semplicemente per restare al regista. Questo film sono riuscito a trovarlo.

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È giusto quello che fai, se sei uno strumento in mano ad altri?

di: Guido Tedoldi

(Dopo la visione de: «5 è il numero perfetto», Italia, 2019, regia: Igort, con: Toni Servillo, Valeria Golino, Carlo Buccirosso)

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Napoli è una città vuota, non c’è in giro nessuno. E piove sempre. Possibile?

Sì, almeno nel 1972 immaginato in questo film. Sarà che i personaggi sono tutti camorristi, e quindi la presenza degli altri abitanti della città è irrilevante al punto che le telecamere non riescono a inquadrarli.

O forse è un messaggio trasversale del regista, Igort (Igor Tuveri), che in passato è stato fumettista e perciò preferisce inquadrare i personaggi in primo piano e in ombra. Come si conviene a dei criminali, del resto. In Giappone di dice che i criminali camminano sul lato in ombra delle strade lasciando alle persone oneste il lato soleggiato – e Igort ci ha vissuto diversi anni, in Giappone. Continua a leggere

Frammenti di Cinema # 19

La “messa in abisso”  (la mise en abyme di André Gide) è un espediente narrativo collaudato e molto suggestivo, che il cinema ha solo adattato al proprio linguaggio. Esemplare è la rappresentazione teatrale che Amleto fa inscenare alla compagnia ambulante dei teatranti per smascherare la congiura di sua madre con lo zio paterno. Con Effetto notte (1973) di Francois Truffaut, l’uso di questo espediente è dichiarato. Il titolo richiama la tecnica di trasformare in notturna una scena mediante l’apposizione di un filtro sull’obiettivo. “Scrivo perché a vita non basta”, confessò Fernando Pessoa. Il cinema del grande regista francese sembra ribadire questa dichiarazione. Neppure il cinema basta. E’ necessario mettere un film dentro un altro film per tentare di spingersi ancora oltre nella rappresentazione più autentica di quello che siamo come esseri umani. Ecco che il suo film è, in realtà, il racconto di vite vere dentro le riprese di film immaginario, dal titolo Je vous présente Pamela (Vi presento Pamela),  inseguendo le esistenze del regista Ferrand e della truppa.

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Frammenti di Cinema # 18

 

 

Se Renato Zero, nella famosa canzone, il triangolo non l’aveva considerato, ironizzando su se stesso, cinema e letteratura invece lo hanno fatto, eccome. L’antropologo René Girard parte da un commedia minore di William Sheakespeare per fondare la tesi che tutta l’opera del bardo si fondi sul sentimento mimetico, ovvero sull’invidia verso l’altro, quasi sempre incentrata sul desiderio sentimentale.  Ne I due gentiluomini di Verona, Valentino e Proteo si contendono Silvia. Ma alla fine Valentino cede Silvia all’amico. Questo intreccio, solo apparentemente semplice, lo ritroviamo nel cinema, seppure con un esito più tragico. In Giù la testa di Sergio Leone un triangolo amoroso è alla base dei flashback di Séan l’irlandese, esperto di esplosivi e in passato membro dell’IRA, l’esercito repubblicano che combatte contro la corona inglese. Si scoprirà che dovette fuggire dalla sua patria perché tradito, sotto tortura, dall’amico John, con cui condivideva una donna che nel racconto resta senza nome.

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Frammenti di Cinema # 17

 

 

Tra Roma violenta di Franco Martinelli (pseudonimo di Marino Girolami) del 1975 e Gomorra di Matteo Garrone del 2008 c’è il vuoto in Italia riguardo a questo genere di film. Il commissario Betti di Maurizio Merli ha avuto meno fortuna del Montalbano della serie televisiva. Il poliziesco infatti è sempre stato considerato di serie B, sia nel cinema e ancora di più in letteratura. Ancora oggi, infatti, che il genere è stato sdoganato, pochi hanno letto qualcosa di Giorgio Scerbanenco, misconosciuto giallista italiano degli anni ‘60. Non ha ricevuto neppure quel riconoscimento postumo che è spettato, anche con merito va detto, agli “spaghetti western”. L’unica eccezione sono stati i film della serie di Tomas Milan con il suo “er Monnezza”. In questo caso, però, è stato il trash e non il genere a fare da traino.

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Frammenti di Cinema # 16

Anche il cinema si è interrogato molto su Dio. Mi viene immediatamente in mente Luci d’inverno (1963) di Ingmar Bergman. Il film fa parte della trilogia sul “silenzio di Dio”, insieme a Come in uno specchio (1961) ed a Il silenzio (1963). Il film possiede una bellezza di immagine che credo sia la più alta espressione possibile che il cinema abbia potuto evocare della presenza di (un qualsiasi) Dio. Benché proprio questa, il pastore protestante insegua invano, ed in questa ostinata ricerca dell’amore divino, egli finisca per dissipare ogni traccia di amore umano. Krzysztof Kieślowski non affida alle immagini ma alla narrazione oggettiva, la sua personale declinazione religiosa. Lui addirittura ha realizzato una serie tv (in anticipo sui tempi) di dieci film brevi, Il decalogo (1989), quanti sono i comandamenti biblici, per rappresentare la sua visione dell’azione di Dio nella sequenza degli accadimenti quotidiani, dietro quello che a noi sembra essere il “caso”.

 

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Frammenti di Cinema # 14

 

 

Non so se esista, come per la letteratura, una cattedra universitaria di Cinema e Diritto. Il materiale di studio, sotto diversi profili, sarebbe copioso, ricco e interessante. Ad esempio, ai limiti della curiosità aneddotica, Il segreto dei tuoi occhi (2009) di Juan José Campanella (di cui Billy Ray ne ha fatto un remake con Julia Roberts) non è solo un bellissimo film sulla violenza e la vendetta. Può essere utilizzato come modello di diritto comparato. Si scopre, infatti, che in Argentina, e presumibilmente in altri paesi di ordinamento giuridico latino-americano, il cancelliere non è solo il notaio del giudice ma svolge anche compiti di direzione delle indagini di polizia. Il protagonista (Ricardo Darìn), infatti, non è un poliziotto ma un funzionario della Procura. Continua a leggere