Archivi categoria: Cinema

Frammenti di Cinema # 36

Ritorniamo sul tema della famiglia. Non si tratta di una predilezione ma della constatazione, fin troppo ovvia, che essa registra i cambiamenti più profondi e significativi della società. L’art. 29 della nostra Costituzione, infatti, la definisce “società naturale.” E la conferma viene dai numerosissimi film che su di essa e sulla sua evoluzione hanno rivolto il proprio occhio indiscreto. Vi ritorna spesso, per esempio, Ferzan Ozpetek, con la sua particolare ma delicata attenzione verso la sessualità. Con La dea fortuna (2019), tuttavia, compie un’opera “ideologica.” La famiglia allargata, anzi a sessualità variabile (lo dico senza alcuna ironia), è la culla dell’amore, in quanto nutrito nella libertà. La famiglia tradizionale è una gabbia, anzi, può essere una vera e propria prigione. Si tratta solo di uno spaccato, si dirà, ma la vocazione universale dell’apologo è palpabile e rovina il film.  All’opposto, è “ideologico” anche La comune (2016) di Thomas Vinterberg. Solo che qui è il libero amore a soccombere, soffocato dentro l’insopprimibile e mortifera camicia di forza della necessità sociale. 

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Frammenti di Cinema # 35

Non è facile trovare nel cinema italiano titoli di musical, almeno di memorabili. Il genere ha due patrie, una d’origine, gli Stati Uniti, l’altra di elezione, l’India, e in particolare Bollyhood (guardate The millionaire del 2008 di Danny Boyle). In Italia è in teatro che ha fatto fortuna grazie alla coppia Garinei e Giovannini. Sul grande schermo niente, solo qualche timido tentativo, poco fortunato (con qualche eccezione). Tra i primi, grazie a qualche passaggio televisivo  ricordiamo Carosello napoletano (1954) con Sophia Loren. Si tratta di un film “operistico”, ed infatti è la versione cinematografica di un’ opera teatrale dello stesso regista, Ettore Giannini.

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Frammenti di Cinema # 34

Vedi alla voce Teflon. Dai carrarmati (per refrigerarli) alle padelle (per non far aderire il cibo). Guardate Cattive acque (2019) di Todd Haynes e butterete tutte le padelle di casa. Racconta la (vera) battaglia legale di un avvocato contro il colosso chimico DuPont, colpevole dell’inquinamento delle acque della cittadina di Parkersburg. Mi domando come mai il cinema italiano non abbia voluto o saputo fare film “civili” su questi temi, per esempio su Seveso per la diossina, su Casal Monferrato sull’Eternit, o su Taranto. Il cinema americano ne è ricchissimo. Noi italiani ci siamo riusciti solo per raccontare la mafia o i Casalesi. Con un terribile sospetto: che raccontare la criminalità porti successo per un effetto emulativo, mentre l’ecologia è noiosa perché mette in gioco le nostre responsabilità.

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Frammenti di Cinema # 33

I disaster movies sono uno dei generi più esplorati dal cinema, almeno a partire dalla metà degli anni ’70. E’ probabile che la crisi petrolifera ed economica, più che la guerra fredda, abbia influito sulle paure apocalittiche degli spettatori e così sulla scelta dei registi e dei produttori di esorcizzarle assecondandole. In realtà, il primo film di genere è La distruzione del mondo (Deluge, Il diluvio) diretto nel 1933 Felix E. Feist. Sono trascorsi, però, appena quattro anni dal il Crack del 1929. Tratto da un romanzo inglese del 1928 racconta la fine del mondo a causa di una serie di disastri naturali. Nel 1973 George A. Romero, vero e proprio padrino di questo filone, lo inaugura nel 1973 con La città verrà distrutta all’alba (The Crazies). A causa di un incidente, il Trixie, un’arma batteriologica che fa impazzire gli esseri umani inducendoli alla violenza, si diffonde nell’ambiente mettendo in pericolo la vita degli abitanti. Il film che, però, ha consacrato il genere, è Meteor (1979) diretto da Ronald Neame, con Sean Connery e Martin Landau tra i protagonisti. Questa volta siamo in piena “guerra fredda” ma le due super-potenze mettono in comune i loro sforzi per impedire, grazie al lancio di missili, la collisione con la terra di un asteroide. La fonte del film, direi non a caso, non è un romanzo di fantascienza ma un vero progetto sperimentale, chiamato Project Icarus.

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Frammenti di Cinema # 32

Black lives matter. La vita dei neri conta. Races lives matter. La vita delle razze conta. Può essere riscritto così lo slogan del più recente movimento a difesa dei “neri” negli Usa, e non solo. Sì, perché la lotta per i diritti delle minoranze è sensibilmente mutata, come gli studi più recenti hanno rivelato. Le rivendicazioni razziali post-moderne, infatti, invocano più differenza che uguaglianza, più identità che integrazione. Le implicazioni sono notevoli, nel bene e nel male. Ancor prima della sociologia è stato il cinema, come spesso accade con l’arte, a cogliere questo cambiamento di prospettiva. Il primo esempio, forse, è un film, addirittura, del 1970, L’uomo caffellatte (Watermelon man) di Melvin Van Peebles, il padre della blaxploitation, un genere di film popolari destinati principalmente ad un pubblico di colore. Invertendo la tradizione della black face degli anni ’20, in cui un attore bianco si tingeva di nero il volto, l’attore afroamericano Godfrey Cambridge interpreta Jeff, un borghese bianco che un mattino si sveglia e scopre con orrore allo specchio di essere diventato nero. 

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Frammenti di Cinema # 31

Mi ha intrigato su un articolo de L’Espresso di qualche settimana fa leggere che la recente fortuna delle serie televisive sarebbe da attribuire alla riscoperta e di conseguenza ad una rinnovata ricerca di totalità, dopo il dominio post-moderno del frammento e del precario di fine Novecento. Ancora più suggestivo il richiamo ad uno dei tre racconti di Gustave Flaubert, Un cuore semplice. Devo dire, purtroppo aggiungo, che memoria e documenti smentiscono facilmente questa tesi, salvo chiosarla che, se fosse davvero così, questa hegeliana attrazione verso la storia dello spirito è sempre stata presente. Tutti quelli nati negli anni ’60-’70, per esempio, cresciuti a pane e televisione si ricorderanno le gesta di Kunta Kinte nella serie Radici trasmessa su Rai 2 il venerdì a partire dal 1978, che racconta l’epopea dolorosa degli schiavi dalla loro deportazione all’approdo alla colonia britannica del Maryland. Ed escludo telenovelas, sceneggiati televisivi e telefilm, che pure un legame stilistico indubbiamente hanno con le serie dei nostri tempi.

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Frammenti di Cinema # 30

Il cinema comico è il più canonico dei generi. Che bisogno aveva Cervantes di far gravitare attorno a due personaggi anziché a uno solo il romanzo, scrive Vittorio Bodini, “giocando per tal modo su due distinti piani dell’anima? A questa domanda non c’è una risposta, precisa, come non ce n’è per chi si chiedesse per quale ragione il Bernini, qualche decina d’anni più tardi dal Don Chisciotte abbia preferito alla pianta centrale quella policentrica del barocco. Dunque il primo canone della comicità è il numero. C’è Charlie Chaplin e Totò, unici e irripetibili; poi, ci sono le coppie, da Stanlio e Ollio a Franco e Ciccio; oppure il trio, dai Fratelli Marx ad Aldo, Giovanni e Giacomo. Ma non sono mancate combinazioni stralunate come i francesi Cinque matti (Les Charlottes, nella versione originale).

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Frammenti di Cinema # 29

Prima dei numerosi e vari masterchef televisivi, già il cinema ha scoperto la fascinazione del cibo. Non solo mangiato. Anche guardato. Memorabile è la scena di Tom Jones (1963) di Tony Richardson in cui Albert Finney e Joan Greenwood sono seduti in una osteria l’uno di fronte all’altra e divorano un pasto di selvaggina con sguardi che alludono ad una voracità sessuale senza alcuna timidezza. Benché i corpi siano distanti, questa scena compete per erotismo con quella più recente e famosa di Nove settimane e ½ (1986) di Adrian Lyne, in cui Mickey Rourke imbocca Kim Basinger prendendo dal frigo, come fosse un pozzo dei desideri, ogni tipo di alimento.  Un anno dopo con Il pranzo di Babette (1987), Gabriel Axel prova a dimostrare che attraverso il cibo non si appaga solo il corpo, ma anche l’anima. La prova è affidata ad una cuoca, sfuggita alla repressione dopo la caduta della Comune di Parigi, Babette Hersant. Troverà ospitalità come governante di due austere sorelle puritane, Martina e Filippa, chiamate così in onore appunto di Lutero e Melantone. Per loro e per i loro ospiti, Babette preparerà un pranzo grazie al quale, come dichiara uno degli ospiti in un brindisi, “rettitudine e felicità si sono baciate.”  

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Frammenti di Cinema # 28

“Hiroshima è il tuo nome”, le sussurra lei. “Sì, e il tuo nome è Nevers, Nevers en France”, gli risponde il suo amante. Lei è, appunto, francese. Lui è un ingegnere giapponese. Sono i protagonisti di Hiroshima mon amour (1959) di Alain Resnais, scritto da Marguerite Duras. E’ considerato il film d’esordio della Nouvelle Vague. I corpi abbracciati dei due amanti occasionali sono ripresi in primo piano, si fa fatica a distinguere l’uno dall’altro. Le loro forme sembrano delineare dei paesaggi lunari. I corpi sono dei luoghi. Comprendiamo così il reciproco riconoscersi con il nome delle loro rispettive città. Ecco, dunque, il corpo non è solo l’oggetto dell’amore e dell’erotismo. Può esserne un medium, un luogo di transizione da un mondo ad un altro.

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Frammenti di Cinema # 27

Il cinema ha messo spesso eros e sesso al centro delle proprie visioni. Per sedurre lo spettatore, per raccontare un’epoca, oppure per esprimere un’esperienza personale rispetto alla realtà e al vissuto. Anzi, queste motivazioni quasi sempre si sono intrecciate indissolubilmente. Il cinema stesso è un’esperienza unica, personale e collettiva allo stesso tempo. E’ anche un’esperienza, a suo modo, erotica. “Sono John Wilmot, il secondo conte di Rochester, e non ho alcuna intenzione di piacervi!” Si presenta così il personaggio storico interpretato da Johnny Depp ne The Libertine (2004) di Laurence Dunmore. Siamo nel XVIII secolo, l’esistenza erotica del conte finisce per essere un’avventura di dissipazione. Egli viene letteralmente consumato dalla sua stessa avidità fisica. Siamo lontani dal sentimento di alienazione che la modernità ha prodotto sugli individui. Qui la crisi si trova al polo opposto, della presa di possesso del proprio corpo dopo l’eclissi medievale. E’ quasi una scoperta infantile, stupita, ingorda, senza regole, né pensiero. L’illuminismo è agli albori. Spetterà a Casanova mettere ordine in questo campo, inaugurare una dottrina, scrivere un canone.

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L’affaire Allen

affaire allenIn un gruppo femminista su Facebook una delle membre ha commentato un post su Woody Allen dicendo in difesa del regista: “Io so che Soon-Yi e Allen hanno cominciato una relazione quando la ragazza era maggiorenne ed era figlia adottiva della ex compagna Mia Farrow, ma non di Allen stesso.”
Ci sono una serie di aspetti problematici in questa affermazione, fatta sicuramente in buona fede, che è necessario mettere in luce.

Quando la bambina Soon-Yi ha conosciuto Allen aveva un’età tra gli otto e i dieci anni (la sua data di nascita è solo presunta). Il regista aveva nei suoi confronti un ruolo di adulto predisposto alla protezione dato che era un uomo di quarantacinque anni che aveva una relazione con la donna che era in quel momento l’affidataria alla cura di questa bambina. Che lui avesse una certificazione oppure un obbligo legale o meno nei confronti di Soon-Yi, non cambia molto ai fini di ciò che lui ha rappresentato per lei: la sua figura vista con gli occhi di quella bimba era quella di un co-affidatario. Continua a leggere

Steven Soderbergh, Elmore Leonard e l’amore vero

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di: Guido Tedoldi

In questi giorni di ritiro casalingo causa virus sono passati in tv 4 (almeno) film di Steven Soderbergh, regista tra i più premiati degli ultimi 30 anni con all’attivo premi Oscar e Palme d’Oro di Cannes, oltre a svariate nomination in questi e altri premi cinematografici. Continua a leggere

Frammenti di Cinema # 26

In pieno lockdown a causa del covid-19 non sarebbe stato sbagliato dedicare un frammento di cinema alla produzione, per altro molto ricca, di film su virus e pandemie varie. Ho pensato, invece, di spostare lo sguardo su uno dei sentimenti che animano questo triste periodo di reclusione sociale. Ecco, in questi giorni abbiamo imparato a convivere con la paura. Dunque, ci occuperemo di film cha (mi) hanno fatto paura. E pare, che in questo modo, si riesca ad esorcizzarla, se non a scacciare. Esorcizzare, sì. Cominciamo subito. La mia più grande paura è di non riuscire più a controllare il corpo. Da qualche parte, credo, esistano energie e forze che non sappiamo ancora spiegare razionalmente ma che potrebbero essere rilevate avendo strumenti tecnologici adeguati. Queste energie, niente di paranormale, comunque, per esempio, esistenti nella mente, giacciono sopite e guai a scatenarle. Sarà questo il motivo per cui L’esorcista (1973) di William Friedkin mi ha letteralmente terrorizzato. Ed è l’unico film che non rivedrei una seconda volta.

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Frammenti di Cinema # 25

La devozione alla causa degli ultimi che il regista inglese Ken Loach ha mostrato in tutta la sua carriera cinematografica è ammirevole e suscita commozione. Non commuove, invece, Sorry we missed you (2019). Il film è dedicato ai trasportatori che con le loro storie hanno ispirato le vicende di Ricky e della sua famiglia. Sua moglie Abby presta assistenza domiciliare ad anziani e disabili. La loro vita, con i loro due figli, è davvero dura. Lo vediamo. Lo sappiamo. Qualcuno ha definito questa parabola una via crucis privata. Eppure, lo ripeto, questa storia, malgrado le intenzioni migliori del regista, non commuove. E’ piuttosto una fenomenologia del sacrificio. Incatena le scene come prevedibili quadri. Ci scorrono davanti come lastre in movimento all’interno di un laboratorio sociale. Ci scuote il loro riferimento ad una realtà che conosciamo bene. Ma in se stesse sono prive di emozione.

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Frammenti di Cinema # 24

Se Kobe Bryant avesse avuto venti anni negli anni ’60 è molto probabile che non sarebbe diventato un campione di basket. La segregazione razziale infatti riguardava anche lo sport. E le squadre di pallacanestro erano composte solo da bianchi. Poi, ad un allenatore di liceo viene proposto di rilanciare la squadra dei Texas Western Miners, quella del college di El Paso. Don Haskins, questo era il suo nome, decise di rischiare e aprì la squadra anche agli afroamericani. Nel 1966, pur ostacolato e molestato dai segregazionisti, riuscì a conquistare l’accesso al campionato nazionale. Contro l’Università del Kentucky schierò, per la prima volta nella storia, un quintetto base tutto nero. Questi fatti sono raccontati nel film di James Gartner, Glory road (2006).

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Frammenti di Cinema # 23

“J’accuse!” Anche i nostri tempi avrebbero bisogno di un Emile Zola, che nel 1898 denunciò l’ingiustizia subita dal capitano Alfred Dreyfus. Questo avvenimento ha conservato intatta la sua capacità didascalica se Roman Polanski lo riprende ne L’ufficiale e la spia (2019) per difendersi sotto traccia dalle accuse che lo hanno condannato da anni a non lasciare il territorio generoso della Francia. Nel 1969 a Zola fece ecco “Io so!” di Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera, esplicito atto di accusa del (mal)governo democristiano. Nel suo cinema il tema politico non fu mai così esplicito e diretto: politici lo furono tutti i suoi film, o nessuno in modo attuale. Tra questi uno in particolare possiede, a rivederlo, un’inquietante carica profetica. Porcile (1969), infatti, (pre)annuncia il cannibalismo al quale l’ultima rivoluzione tecnologica ci ha ridotto. Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), invece, quale apologo sulla pornografia del potere è meno attuale in quanto più universale.

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Frammenti di Cinema # 22

La famiglia come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi è una tipica istituzione borghese. Ecco che essa è risultata l’ambientazione ideale per le storie che, nella letteratura e nel cinema, ne hanno raccontato il modello sociale. La critica della società borghese è stata, quasi dogmaticamente, critica della famiglia. Come sempre accade in ogni analisi univoca, invece, non è stata colta la dimensione protettiva e la funzione potenzialmente antagonista che proprio essa può svolgere dentro un regime sociale oppressivo. Solo la Scuola di Francoforte, e Theodor Adorno in particolare, nella sua opera di revisione e arricchimento delle analisi marxiste, seppe coglierne questa inedita modalità di lotta. In Parasite, film sud-coreano di Bong Joon-ho, che ha vinto Cannes nel 2019 (altri film qui citati sono stati premiati a Cannes, prova, forse, della sensibilità per questi temi), infatti, è la famiglia Ki ha sferrare l’attacco al capitalismo, rappresentato dalla ricca famiglia Park. Purtroppo, come la storia, anzi la cronaca, ci insegna, la lotta al sistema, nella versione di semplice accaparramento di risorse, si tramuta in lotta di e tra poveri.

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Frammenti di Cinema # 21

Visitando il Museo del Cinema di Torino si può ammirare, in uno spazio dedicato a Ettore Scola, l’abito (acquistato all’asta dall’istituzione per 22.500 euro) indossato da Sofia Loren in una Giornata particolare (1977), da lei interpretato con Marcello Mastroianni. Per la precisione, si tratta di una vestaglia, a fiori, mai dai colori spenti, che il regista disegnò personalmente. Per interpretare Antonietta, la Loren dovette sottoporsi ad una dieta che svuotò del tutto le sue prorompenti forme femminili. E’ diventò così l’immagine di una femminilità mortificata e oscurata, ma non per questo annientata, che Gabriele, malgrado la sua omosessualità, saprà far rifiorire proprio grazie alla delicatezza e alla libertà.

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Frammenti di Cinema # 20

Dedichiamo questo frammento ad un solo film. Si tratta del capolavoro di Ettore Scola, La terrazza (1980). Perché? Perché nel documentarsi su di esso si scopre uno strano caso di realtà virtuale, narrata come vera nel web. Attenzione, non è un fake. Ma una sorprendente ipotesi di riscrittura  della storia; una ucronia che avrebbe suggestionato Saramago, ovvero un eteronimo degno di Pessoa. Partiamo dall’inizio. Ho cercato per mesi di rivedere Il viaggio di capitan Fracassa (1990) dello stesso Scola, di cui ricordavo la struggente interpretazione di Massimo Troisi e un’affascinante ricostruzione cinematografica della commedia dell’arte. Niente. Sulla rete questo film era del tutto inesistente, scomparso, rimosso, almeno fino a poco tempo fa. Ho ripiegato così sulla Terrazza, semplicemente per restare al regista. Questo film sono riuscito a trovarlo.

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È giusto quello che fai, se sei uno strumento in mano ad altri?

di: Guido Tedoldi

(Dopo la visione de: «5 è il numero perfetto», Italia, 2019, regia: Igort, con: Toni Servillo, Valeria Golino, Carlo Buccirosso)

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Napoli è una città vuota, non c’è in giro nessuno. E piove sempre. Possibile?

Sì, almeno nel 1972 immaginato in questo film. Sarà che i personaggi sono tutti camorristi, e quindi la presenza degli altri abitanti della città è irrilevante al punto che le telecamere non riescono a inquadrarli.

O forse è un messaggio trasversale del regista, Igort (Igor Tuveri), che in passato è stato fumettista e perciò preferisce inquadrare i personaggi in primo piano e in ombra. Come si conviene a dei criminali, del resto. In Giappone di dice che i criminali camminano sul lato in ombra delle strade lasciando alle persone oneste il lato soleggiato – e Igort ci ha vissuto diversi anni, in Giappone. Continua a leggere