Che figura! La preterizione


Il bar aux Folies Bergère di Manet è un quadro di cui commissionerei senz’altro il furto, se fossi vergognosamente ricco (e conseguentemente così egoista da tenerlo solo per me).
Manet lavora a questo dipinto negli ultimi anni di vita (il quadro è realizzato nel 1881-82, l’autore si spegne l’anno dopo), già quasi paralizzato agli arti inferiori. Ma ciò non gli impedisce di realizzare questo capolavoro.
Gli occhi della cameriera. In un primo momento è lì che viene attratto lo sguardo dell’osservatore. Mentre guardiamo gli occhi mesti della ragazza, il contorno a poco a poco prende consistenza e non si fa più contorno. In primo piano la natura morta, bottiglie , bicchiere con rosa, fruttiera di cristallo. Poi di riflesso iniziamo a vedere quello che l’artista sembrava non voler dipingere, o non porre in attenzione.
Non è questo il meccanismo della preterizione? Continua a leggere

Che figura! L’anastrofe


Godere dell’inversione, del capovolgimento, dominare la scena mentre il mondo si ribalta, come S.Pietro in questa tela di Caravaggio, dove c’è una rappresentazione esemplare dell’anastrofe.
San Pietro è raffigurato in un momento particolare del suo martirio, mentre i serventi si affannano per sollevare la croce. Il genio del Caravaggio sta, anche, nello scegliere il momento da rappresentare. E la scelta cade sul momento che esalta il ribaltamento delle aspettative. Il momento in cui il corpo di S. Pietro sta per essere rovesciato, in una sorta di suggestiva anastrofe visiva, per la volontà dell’apostolo di differenziare la sua dalla crocifissione del Cristo. Continua a leggere

Che figura! La metalepsi


Ancora Magritte. Lo so, rischio di diventare ripetitivo. Eppure Euclidean Promenades è il più calzante esempio di metalepsi che mi venga in mente.
Ribadisco il mio intento di non cedere a lascivie definitorie, ma è imprescindibile inquadrare la metalepsi come figura di sostituzione che produce un’incongruenza.
In campo visivo, poi, ricorre ogni volta che si gioca con la somiglianza formale, e la tempo stesso con l’incongruità rispetto al contesto: ed è questo contrasto che crea un effetto straniante e una moltiplicazione di senso. E quindi, chi più straniante di Magritte? Continua a leggere

Che figura! L’enfasi

Partendo dalle arti figurative, gli esempi più interessanti di enfasi li ritrovo in Munch e Picasso. In questo caso, a mio parere, meglio il norvegese pazzo rispetto al genio iberico. Certo, in Guernica, in quel coacervo di figure straziate, la madre col bambino, i volti terrorizzati, le persone che cercano di sfuggire dalle fiamme, l’enfasi galoppa sovrana. Ma vuoi mettere con L’Urlo? E’ un manifesto dell’enfasi, quella figura stravolta nel terrore che si propaga come onde psichiche a tutto il paesaggio, quel condensare in un’unica immagine la deformazione della realtà prodotta dal senso di angoscia e insieme la pressione insostenibile che il mondo esterno esercita sull’individuo, come a deformarlo in una maschera grottesca.
Del resto tutto il successivo movimento espressionistico, di cui l’Urlo è geniale precursore, trova nell’enfasi espressiva la sintesi della dilatazione della presenza del soggetto, quell’urgenza di ripristinare una lacerata centralità dell’individuo mortificata dallo sviluppo dell’industrializzazione e dell’abnorme crescita della città, come ricorda Achille Bonito Oliva in un saggio dedicato all’enfasi. Altro esempio illuminante è Lo sbadiglio, di Max Beckmann, del 1918.

E l’enfasi in letteratura?
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Fàtica

Riprendendo il nostro viaggio attraverso il “gergo linguistico” ci imbattiamo in un termine relativamente recente, coniato dall’antropologo polacco-americano B. Malinowschi (1884-19429), ‘fàtica’, con il quale si intende quella particolare funzione che talvolta presenta il linguaggio verbale, non nel comunicare e chiedere informazioni, bensí nello stabilire o mantenere un ‘contatto’ fra due persone (locutore e destinatario). Hanno tale funzione, per esempio, le frasi interrogative fàtiche (o di cortesia): “Pronto, come sta?, mi sente?, come va?” con cui si avvia una conversazione telefonica o un ‘dialogo’ in ascensore. Il termine non ha nulla che vedere con la “fatica” (latino: ‘fatíga’) vale a dire con lo ‘sforzo’ fisico o mentale che si sostiene nel compiere un lavoro e che mette a dura prova le nostre energie; la “fàtica linguistica” viene dal vecchio verbo latino ‘fari’ (parlare, pronunziare). Come abbiamo scritto piú volte molti ‘sacri testi’ ignorano il gergo linguistico che, al contrario, deve essere portato a conoscenza di tutti coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere. Continua a leggere

Che figura! L’accumulazione

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Perchè parlare di figure retoriche? e perchè proprio dell’accumulazione?
Provo a rispondere partendo au contraire, dall’opposto dell’accumulazione: la sottrazione.
“Un buon scrittore non deve mai spiegare..” diceva Ennio Flaiano.
E’ opinione diffusa e condivisa che il lavoro dello scrittore debba essere di sottrazione. Il non detto ha fascino, ed è efficace, a condizione che quello che si omette sia conosciuto e dominato dall’autore. Altrimenti ciò che è fuori dal testo resta anche fuori dalla comprensione del lettore.
Fior di scrittori hanno raggiunto grandiosi risultati utilizzando le figure retoriche che rientrano nel gruppo della sottrazione. Tanto per gradire, un piccolo esempio, tratto dal romanzo d’esordio di Davide Longo, Un mattino a Irgalem: Continua a leggere

Suo e proprio

Alcuni ritengono che gli aggettivi suo e proprio si possono adoperare indifferentemente perché sono sinonimi. Non è proprio cosí.

Suo e proprio, è bene chiarirlo, sono sinonimi solo in alcuni casi: Giovanni conferma le sue/le proprie idee, ha messo a profitto la sua/ la propria capacità comunicativa; a volte si rafforzano a vicenda: Goffredo ha scritto la lettera di sua propria mano. L’uso di proprio, in particolare, è obbligatorio – secondo la legge grammaticale – nelle costruzioni impersonali: occorre difendere i propri convincimenti; è preferibile a suo, invece, quando il soggetto della frase è un pronome indefinito e in frasi che altrimenti potrebbero originare fraintendimenti di senso (e in casi del genere ‘proprio’ si riferisce al soggetto): ognuno può manifestare il proprio pensiero; Luca ha dato un passaggio a Giuseppe con la propria automobile (l’uso di “sua” potrebbe generare ambiguità, cioè equivoci, sul proprietario dell’automobile). Continua a leggere

Un’amalgama

“Un’amalgama”

Dal quotidiano l’Unità in rete:

Culture

Alcol, alcova, assassino
Nella lingua le tracce delle migrazioni

Un’amalgama di tante contaminazioni. Il vocabolario non è un sistema statico, ma un insieme dinamico che risente delle migrazioni passate. I prestiti da altre lingue.
di Tullio De Mauro.

Fa un certo effetto vedere uno strafalcione redazionale (un’amalgama) in un articolo “culturale” firmato, per giunta, da un insigne linguista.

* * *

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Tassonomia (2)

tassonomia2

Riprendiamo il discorso sulla “tassonomia” cominciato il 9 agosto scorso. In quelle noterelle avevamo dimenticato di dire che il termine è un prestito del linguaggio scientifico perché con tassonomia si intende una branca della storia naturale che studia la classificazione degli esseri viventi e dei fossili (dal greco “taxi”, collocazione e “nomía”, nome). La “tassonomia linguistica” si potrebbe definire, quindi, la scienza che studia il “sesso” dei sostantivi in base alla loro collocazione nei vari settori. In base a questa classificazione, contrariamente al “buon senso”, tendono a collocarsi nel genere femminile i nomi militari che indicano mansioni: guardia; ronda; pattuglia; sentinella e via dicendo. Ma perché proprio femminili dal momento che queste mansioni erano svolte, fino a qualche anno fa, esclusivamente dagli uomini? Continua a leggere

Tassonomia

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Si tranquillizzino i cortesi blogghisti, non abbiamo intenzione alcuna di angosciarvi trattando di tasse o della legge finanziaria, per questo bastano i vari radiotelegiornali che, implacabili, entrano nelle nostre case proprio quando avremmo un gran bisogno di rilassarci dopo una giornata faticosa, seduti davanti a una tavola imbandita a gustarci un buon piatto. No, state tranquilli. Vogliamo parlarvi di un argomento che non tutti i sacri testi grammaticali riportano – essendo riservato agli addetti ai lavori – che va sotto il nome di “tassonomia” (tassonomia) e che, ripetiamo, non ha nulla che vedere con le tasse. Continua a leggere

Complemento di fine

Il sito “Dossier.Net” (http://www.dossier.net/) tra le tante cose si occupa anche di grammatica italiana. Cosa lodevolissima. Alla voce “uso corretto delle preposizioni”, per quanto attiene al complemento di fine fa questo esempio:

“Gli sposi entrarono in camera da letto”

Non ci sembra che l’esempio riportato contenga una frase con il complemento di fine (o scopo). Se siamo in errore siamo pronti a scusarci, attendendo chiarimenti in merito dai responsabili della sezione linguistica del sito. Continua a leggere

I verbi in ere

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Perché l’infinito dei verbi della seconda coniugazione – quelli che finiscono in “-ere”, per intenderci – si presenta ora in forma piana, cioè con l’accento tonico sulla penultima sillaba (vedere, temere), ora in forma sdrucciola, vale a dire con l’accento tonico sulla terzultima (credere, leggere ecc.)? Il motivo va ricercato risalendo all’origine della nostra lingua, cioè al… latino. Nell’idioma dei nostri padri latini esistevano due coniugazioni in “-ere” di cui una con l’infinito piano (vidère) l’altra con l’infinito sdrucciolo (lègere) che costituivano, nell’ordine, la seconda e la terza coniugazione. Queste due coniugazioni latine che differivano non solo nell’infinito ma anche in altre forme si sono unificate nella “parlata” durante il passaggio dal latino al volgare (l’italiano) mantenendo, però, la distinzione di accentazione dell’infinito, mentre le altre forme sono divenute uniche per entrambe le coniugazioni. Da notare che a questa coniugazione in “-ere” appartengono i verbi “fare” e “dire” che alcune grammatiche classificano rispettivamente ed erroneamente nella prima e terza coniugazione. Fanno parte, invece – come abbiamo visto – della seconda coniugazione essendo le forme sincopate dei verbi latini “fa(ce)re” e “di(ce)re”. La sincope, sarà bene ricordarlo, è la caduta di una o piú lettere nel corpo della parola. La “prova” dell’appartenenza alla seconda coniugazione si ha confrontando alcuni tempi e modi dei verbi “fare” e “dire”con altri della medesima coniugazione: facevo (temevo); dicevo (temevo); facessi (temessi); dicessi (temessi).

Titubare

Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:

Il dubbio mi attanaglia e io…titubo

Innanzitutto mi complimento per la formula fresca ed intelligente con la quale si propone di sciogliere i nostri dubbi lessicali e, proprio a questo proposito, mi rivolgo a Lei per dissiparne uno che mi sta attanagliando da che è cominciata la nuova pubblicità del gestore telefonico 3. Le spiacerebbe confermarmi se le prime tre persone singolari del tempo presente del verbo titubàre sono accentate sulla prima sillaba (tìtubo) o, come ritengo più corretto visto che nel passaggio dall’infinito all’indicativo perde una sillaba, l’accento venga spostato verso la penultima e quindi si dica titùbo?

La ringrazio anticipatamente

Sergio

(risposta)

De Rienzo Lunedì, 13 Luglio 2009

Il verbo ha una coniugazione regolare: le forme del presente sono dunque piane, con accento sulla penultima sillaba.

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Cortese Professore, mi duole contraddirla. Le forme del presente sono sdrucciole, con l’accento, quindi, sulla “i”, come riporta anche il Dizionario di ortografia e di pronunzia della Rai:

http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=6755&r=98195

E come si legge in quasi tutti i vocabolari.

Tal qual

Forse è il caso di ribadire – ancora una volta – che “tale”, come “quale”, non si apostrofa mai: si tronca. Un cortese blogghista ci ha fatto notare, in proposito, un “tale” apostrofato contenuto nella “Grammatica pratica dell’italiano dalla A alla Z” disponibile in rete. Il madornale strafalcione si può vedere al punto 9 cliccando su questo collegamento:

Il plurale dei nomi in “-io”

Molto spesso siamo assaliti da dubbi amletici quando dobbiamo formare il plurale dei sostantivi che finiscono in “-io”: lenocini o lenocinii? Oli o olii? Insomma, prendono o no la doppia “i”? La questione non è semplice in quanto occorre rifarsi all’etimologia e non sempre si è in grado di farlo. Si può, tuttavia, fissare una regola generale. I nomi in “-io” con la “i” tonica, vale a dire i sostantivi sulla cui “i”, nella pronuncia, si “posa” l’accento, prendono regolarmente la doppia “i” (ii): zio, zii; leggio, leggii; oblio, oblii; tramestio, tramestii. I nomi, invece, che hanno la “i” atona (sulla quale non cade l’accento tonico) nella forma plurale prendono una sola “i”, perdono, cioè la “i” del tema: olio, oli; bacio, baci; odio, odi; vizio, vizi. Vi sono dei casi, però, in cui una o due “i” possono creare degli equivoci è bene, quindi, mettere l’accento circonflesso (^) sulla “i”: principî (per non confonderlo con il plurale di “principe”); direttorî (per non confonderlo con il plurale di “direttore”); templî (per non confonderlo con il plurale di “tempo”). Non tutti i vocabolari, però, concordano su queste “regole”; consigliamo di seguire i… consigli del Dop (Dizionario di Ortografia e di Pronunzia della Rai) cliccando su questo collegamento:

http://www.dizionario.rai.it/ricerca.aspx

Sepàro o sèparo?

La coniugazione di questo verbo, forse non tutti lo sanno, può avere l’accentazione piana (sepàro) o sdrucciola (sèparo). A seconda che si privilegi la dizione latina o greca. La pronuncia sdrucciola, però, è di uso prettamente letterario, nel parlare comune si preferisce quella piana (separo). Si veda, in proposito, qui.
Lo stesso discorso per quanto attiene al verbo “elevare”: io elèvo o io èlevo. Si veda qui
E sempre a proposito di accentazione forse non tutti sanno che la pronuncia corretta del verbo “evaporare” deve essere piana, io evapòro. Perché? Semplice, il verbo in questione è un denominale, vale a dire un verbo derivato da un sostantivo (nome), deve conservare, quindi, l’accentazione del “padre”: vapòre.

Corbellerie…

Dunque, cos’è una corbelleria? Tutti lo sappiamo: una sciocchezza, una stupidaggine, uno sproposito, un atto o parole da sciocco e via dicendo. Come la corbelleria riportata da alcune grammatiche – e fatta propria da certi insegnanti – sul corretto uso della congiunzione dunque.
Costoro sostengono – a spada tratta – il concetto secondo il quale dunque essendo una congiunzione deve congiungere, appunto, due frasi ed è adoperata correttamente solo se serve per concludere o trarre una conseguenza: gliel’ho promesso, dunque non posso esimermi. Corbellerie, corbellerie. Continua a leggere

Troncamento (“nessun” straniero)

Due parole due sul troncamento perché abbiamo notato che non tutti lo usano correttamente, vale a dire non seguono le norme che lo regolano. Il troncamento, dunque, è la caduta di una vocale non accentata o dell’intera sillaba di una parola davanti a un’altra che cominci sia con una vocale sia con una consonante: un(o) amico sincero; un buon(o) cuore. Attenzione, però, e qui è il “punto”: la consonante iniziale della parola non deve essere una “s impura”, “x”, “z” o formata con i digrammi “gn”, “pn”, “ps”. Non possiamo scrivere (o dire), per esempio, “un” zaino; “nessun” straniero; “un” psicologo ecc. Per poter fare il troncamento è inoltre necessario che la parola da “accorciare” non sia monosillabica e non sia – come già visto – accentata sull’ultima sillaba e che davanti alla vocale finale che si vuole eliminare sia presente una delle seguenti consonanti: “l”, “m”, “n”, “r”. Cosa importantissima: la parola troncata non si apostrofa e non si accenta mai [a parte qualche eccezione tra cui: piè (piede); mo’ (modo); po’ (poco) ]. Un’ultima annotazione. Scrivendo, cadiamo molto spesso nell’errore di confondere il troncamento con l’elisione (apostrofo) e di mettere per tanto un apostrofo di troppo. Non è raro, infatti, incontrare un “qual’ è” in luogo della forma corretta “qual è” (senza apostrofo) anche presso buoni giornalisti e scrittori. Una regola empirica ci viene in aiuto: se la parola che intendiamo elidere o troncare può star bene, senza la vocale finale, anche davanti a parola che inizia per consonante vuol dire che si può troncare.

C’è etichetta e… etichetta

 

L’etichetta intesa come “cartellino apposto su bottiglie, vasetti ecc. per indicarne il contenuto” oppure la “marca di fabbricazione” ecc. e l’etichetta nell’accezione di “cerimoniale” hanno la medesima “matrice” iberica pur avendo, per l’appunto, due significati distinti? La risposta è: sí e no. Ma vediamo di spiegarci. La maggior parte degli iberismi sono entrati nel nostro idioma attorno al Seicento. Proprio in quel periodo uno squisito scrittore – anche se non molto conosciuto – si recò in Spagna per studio e per diporto. Essendo un “uomo di mondo” ebbe modo di frequentare i salotti piú raffinati e alla moda di quel Paese apprendendo, cosí, usi e costumi che “spedí” in Italia attraverso lettere indirizzate a parenti e amici. Continua a leggere

Il “Dalfonismo”

Con il termine “dalfonismo” – coniato a bella posta sulla scia di “daltonismo”, vocabolo con il quale si indica un difetto della vista per cui non si distinguono alcuni colori, in particolare il rosso e il verde (dal nome dello scienziato inglese che nell’Ottocento studiò questa malattia) – ci piace indicare una “malattia linguistica” di cui soffrono molti ‘dicitori’ delle radiotelevisioni: pronunciano in modo errato alcune parole, sbagliano, cioè, l’accentazione di certi vocaboli, in particolare la pronuncia esatta di alcuni “fonemi” (termine di origine greca che alla lettera vale “suono della voce”). Continua a leggere