Prolegomeni alla sofferenza. “L’occasione della poesia” di Giuseppe Panella

Giuseppe Panella, L’occasione della poesia, Novara, Interlinea, 2015

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di Andrea Fallani

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1. La sublimazione del dolore
L’occasione della poesia (Interlinea, 2015) di Giuseppe Panella è una raccolta di poesie alla cui base vi è un’istanza autobiografica, «un’occasione» nella vita dell’uomo, prima ancora che del poeta: si tratta «dell’apparecchiamento della morte» e in particolar modo «il dolore, la fatica, il disagio, la noia che può precederla in molti casi»1. Tuttavia, meglio precisare sin da subito, il discorso poetico non si fa mai interamente autoreferenziale, al contrario, l’esperienza personale è spunto per indagare i rapporti tra vita e morte, tra tempo e spazio, tra sofferenza e serenità, tra l’uomo e il mondo.
L’imminenza della morte, pur cedendo a rimpianti per le occasioni e il tempo perduto (Proust sarà uno degli autori non citati che percorrono l’opera), lascia però adito alla speranza, alla costruzione di «un progetto di recupero delle radici vitali dell’esistenza e della sua modalità di sviluppo il più possibile armonioso»2. Sorretto dall’insegnamento epicureo e liberato dalla paura della morte, il poeta può così indagare i risvolti più dolorosi della vita e da essa trarne speranza, all’insegna della quale si concludono molte delle liriche («Ora ho solo bisogno del tempo – / di serenità nella sofferenza, / di sofferenze intente nella serenità / che ancora si congiunge / all’ambizione protetta / di continuare a vivere / nella gioia e nel dolore»3 oppure «Si può soltanto ritrovare / nello specchio del passato / tutto il desiderio del mondo / e riconoscerne intatto il valore fecondo»4).
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“DA ROMA A DIGIONE”, A CURA DI LUIGI PREZIOSI

Da Roma a Digione. Garibaldinismi a 150 anni da Bezzecca (1866-2016). A cura di Luigi Preziosi (ed. Nerosubianco)

A centocinquant’anni da Bezzecca, una nuova antologia della letteratura garibaldina, dopo quelle pubblicate nella seconda metà del secolo scorso, tra le quali – certo imprescindibili e ancora attualissime – le raccolte di Giani Stuparich (Gli scrittori garibaldini, Garzanti, 1948), di Gaetano Trombatore (Scrittori garibaldini, Einaudi, 1979) e di Paolo Ruffilli (Antologia di scrittori garibaldini, Mondadori, 1996).

da-roma-a-digioneLa particolarità dell’antologia di Luigi Preziosi è nell’aver puntato maggiormente su una narra­zione collettiva, in seno alla quale i brani selezionati vengono a comporre un unico romanzo, che da uno specifico punto di vista racconta come nasce una nazione. Di più. Leggendolo, si possono percepire l’odore di cuoio degli spallacci e dei fuochi dei bivacchi, ascoltare i canti di marcia, sentire le carezze della brezza della primavera siciliana e lo scricchiolio del ghiaccio sotto gli scarponi delle pattuglie nei boschi dei Vosgi. Insomma, ritornano all’immaginazione di chi legge, presenti come cose vissute, gli ordini urlati con voci arrochite, gli scherzi tra commilitoni, le discussioni su repubblica e unità, la timidezza negli occhi delle monacelle palermitane, gli orrori dell’ospedale da campo, il languore di un addio alla fidanzata, il senso di sospensione del momento che precede l’assalto e soprattutto la fiducia verso il futuro – propria della giovinezza e dei protagonisti dell’epopea e del paese che stava nascendo – che suscita ancora in noi tanta ammirazione (e pure un po’ di invidia), nonostante il nostro (a tratti davvero eccessivo) disincanto. Continua a leggere

ESTETICA DEL MITO E SCRITTURA MITOPOIETICA IN RICCARDO FERRAZZI

Riccardo Ferrazzi, Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggioESTETICA DEL MITO E SCRITTURA MITOPOIETICA IN RICCARDO FERRAZZI in Riccardo Ferrazzi, Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggio, Fusta Editore, 2016.

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di Giuseppe Panella

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«Ciò che è stato storicamente, ritorna con la morte nell’ambito della natura, e ciò che è stato naturalmente ricade infine con la morte nell’ambito della storia»

(Walter Benjamin)

Questo importante libro di Riccardo Ferrazzi non si presenta con i caratteri del classico studio accademico e paludato sul mito ma come una ricerca sul campo. L’autore esamina in dettaglio gli aspetti del problema che lo affascinano e che gli competono maggiormente e poi trae le proprie conclusioni da scrittore piuttosto che da antropologo o da etnologo (come accade di solito negli studi dedicati alla natura mitica dell’immaginario collettivo o della società umana).

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LUCA ORLANDINI, “VELLEITÀ DELLA MATERIA”

Conversazione tra Giovanni Agnoloni e Luca Orlandini

OrlandinivelleitaVelleità della materia (Aragno, Torino, 2016, pp. 190, Euro 15) è un testo di Luca Orlandini composto da pensieri brevi, introdotto da due paradossali citazioni d’eccezione; una lunga, pressoché sconosciuta al grande pubblico, di Giorgio Manganelli, nella quarta di copertina:

«Bisogna arrivare a parlare di cultura come si parla della figa: diciamolo chiaro, se la cultura, se il pensare, non è vitale, se non impegna proprio le viscere (e non metaforicamente, perché il pensare è cosa totale come il morire, è un ‘fatto’, un vero e tangibile oggetto), se non ha anche addosso qualcosa di sporco, di fastidioso, di disgustoso, come è di tutto ciò che appartiene ai visceri, se non è tutto questo, non è che vizio, o malattia, o addobbo: cose di cui è bene o anche necessario ed onesto liberarsi (spogliarsi). … I libri non esistono: ma esiste il nostro fare carne di loro. E sono anni che mi affatico a cercare il come, e tra i miei libri me ne sto goffo e prepotente come un orso, e sostanzialmente impotente. Sono afflitto da una vera, continua, maligna impotenza, che riconosco affatto estranea al mio carattere, ma che c’è, come un porro sul naso, o un odore fastidioso di vivande di terz’ordine. È la mia volgarità, una sorta di fisiologicità intellettuale: una cosa vergognosa

E una di Giacomo Leopardi (Zib., 1252):

«Nessuno è meno filosofo di chi vorrebbe tutto il mondo filosofo, e filosofica tutta la vita umana, che è quanto dire, che non vi fosse più vita al mondo. E pur questo è il desiderio ec. de’ filosofastri, anzi della maggior parte de’ filosofi presenti e passati.» Continua a leggere

Recensioni poetiche. N°7

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di Max Ponte

In questa settima tornata di recensioni vi propongo la lettura di 7 testi, di cui un romanzo. Il numero 7 ritorna quindi. Come sempre l’analisi non valuta l’autore ma la singola opera. Inoltre ribadisco che il mio (discutibile, bien sûr) giudizio è costruttivo e non distruttivo, lontano da influenze e apologie in voga, un lavoro militante. Continua a leggere

12 APOSTATI

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12 APOSTATI – 12 critici dell’ideologia italiana, a cura di Filippo La Porta. (Enrico Damiani Editore)

Con interventi di Paolo Morello, Guido Vitiello, Camilla Baresani, Matteo Marchesini, Massimo Onofri, Vittorio Giacopini, Daniela Ranieri, Filippo La Porta, Silvio Perrella, Paolo Febbraro, Franca D’Agostini, Alfonso Berardinelli, Giuseppe Samonà.

12 APOSTATI è una rapida sequenza di scritti Continua a leggere

Come per una congiura. Il carteggio Contini-Sinigaglia curato da Gualberto Alvino

Carteggio Contini-Sinigaglia
Dall’Introduzione di Gualberto Alvino

La corrispondenza tra Gianfranco Contini e Sandro Sinigaglia — iniziata nel 1944 e protrattasi quasi ininterrottamente fino al 1989, a pochi mesi dalla scomparsa d’entrambi — costituisce una vistosa eccezione nel folto epistolario del Domese, scaturendo non già, come negli altri casi, da ragioni d’ordine letterario o professionale, ma da un’attrazione indomabile, un’amicizia virile durata mezzo secolo senza l’ombra d’un attrito e scoccata da un «gesto» altrettanto istintivo che disinteressato compiuto all’insegna del pericolo e dell’avventura in uno dei frangenti più dolorosi della nostra storia nazionale. Continua a leggere

Sostituire il vuoto: su “Il canale bracco” di Marino Magliani

di Ade Zeno

Marino Magliani, Il canale bracco, ed. Fusta

(recensione originariamente pubblicata su Atti impuri)

MarinoHo incontrato di persona Marino Magliani in tre o quattro occasioni, quasi sempre di sfuggita, un abbraccio al volo e via, in ogni gesto la promessa di rivedersi prima o poi, unita al rimpianto di non essere riusciti, ancora una volta, a condividere qualche ora insieme in santa solitudine lasciando che le nostre voci e i nostri sguardi si affratellassero quel tanto che basta per suggellare definitivamente quell’istintivo senso di amicizia già collaudato grazie ai molto meno sporadici scambi a distanza. Di lui, in realtà, so poco, e il poco che so affiora dalla lettura dei suoi libri, dalle lettere che ci siamo scambiati e sopratutto dal ricordo nitido che conservo delle sue iridi acquose, quasi trasparenti. Ecco, credo che basterebbe intercettare gli occhi di Marino anche solo qualche secondo per capire che tutte le sue storie stanziano esattamente lì, aggrovigliate e fluide sotto quelle palpebre spalancate, sempre pronte a captare qualcosa di prossimo all’infinito. E credo anche che il segreto ultimo della sua letteratura tanto appartata e misteriosa si riveli nella condizione di esule in moto perenne fra i cui confini ha scelto di vivere. Continua a leggere

“Histoire d’une vie”. Fiorenza Alderighi racconta e si racconta. Saggio di Giuseppe Panella

La guerra degli uomini. Fiorenza Alderighi «Voi che sarete emersi dai gorghi / dove fummo travolti / pensate quando parlate delle nostre debolezze / anche ai tempi bui / cui voi siete scampati . // Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe, / attraverso le guerre di classe, disperati / quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta. // Eppure lo sappiamo / anche l’odio contro la bassezza / stravolge il viso. / Anche l’ira per l’ingiustizia / fa roca la voce. Oh, noi / che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza, / noi non si poté essere gentili. // Ma voi, quando sarà venuta l’ora / che all’uomo un aiuto sia l’uomo, / pensate a noi / con indulgenza» (Bertolt Brecht)

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di Giuseppe Panella

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Histoire d’une vie. Fiorenza Alderighi racconta e si racconta

1. Il racconto in prosa : la guerra, la morte, la pace

Da molto tempo ormai, Fiorenza Alderighi trasforma periodicamente la sua vita in una serie di racconti di vita e poi li rilancia in una prospettiva poetica di trasfigurazione necessaria.

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Da somministrare con cautela. Osservazioni su La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro

di Roberto Plevano

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Sul romanzo di Francesco Pecoraro si è concentrata una certa attenzione critica che non ha lesinato accostamenti con esperienze letterarie definitive. A titolo di esempio, A. Bajani (la Repubblica) mette in fila una discendenza “di grandi ulcerati, di Céline e del Volponi di Corporale, del Pasolini di Petrolio, di Luigi Di Ruscio, di Malcolm Lowry, del DeLillo di Rumore bianco e in qualche modo persino del Max Frisch de L’uomo nell’Olocene. In mezzo ci siamo noi, in questa guerra totale di tutti contro tutti, in quello che Michel Houllebecq (letterariamente parente, a suo modo, come lo è evidentemente Walter Siti) chiamava «l’estensione del dominio della lotta»” e risale a una matrice del canone letterario del Novecento occidentale come T.S. Eliot.
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Alla scoperta dell’iceberg Arlt. Postfazione di Raul Schenardi

Alla scoperta dell’iceberg Arlt. Nel vortice marino di Arlt. Roberto Arlt, Un viaggio terribile, traduzione e cura di Raul Schenardi, Salerno, Edizioni Arcoiris, 2014, pp. 100, euro 10,00

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di Raul Schenardi

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Bisognerà pure domandarsi prima o poi come mai la grande editoria italiana sia stata così ingenerosa o disattenta nei confronti dell’opera di Roberto Arlt: silenzio tombale sulla drammaturgia e sull’attività giornalistica1, fugaci apparizioni di una manciata di racconti2, sporadiche comparse dei romanzi: Il giocattolo rabbioso, I sette pazzi e I lanciafiamme3; e fino a ieri nessuno si era mai curato dell’esistenza di El amor brujo4.

E non stiamo parlando di uno scrittore di “seconda fila”: per quanto discussa e perlopiù misconosciuta in passato, mentre l’autore era in vita, la figura di Arlt non ha cessato di crescere nella considerazione della critica, almeno a partire dall’appassionata difesa di Ricardo Piglia negli anni Settanta, fino alla “consacrazione” da César Aira: «È il più grande romanziere argentino»7.

 

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DISPOSTI ALL’UBBIDIENZA. Fabio Ciaramelli – Ugo Maria Ulivieri, “Il fascino dell’obbedienza. Servitù volontaria e società depressa”

Fabio Ciaramelli – Ugo Maria Ulivieri, Il fascino dell’obbedienza. Servitù volontaria e società depressaDISPOSTI ALL’UBBIDIENZA. Fabio Ciaramelli – Ugo Maria Ulivieri, Il fascino dell’obbedienza. Servitù volontaria e società depressa, Milano, Mimesis, 2013

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di Giuseppe Panella

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L’obbedienza è una virtù, come lungamente ha sostenuto una tradizione di origine religiosa che parte con i Padri della Chiesa cristiana o è semplicemente l’”altra faccia” dell’ipocrisia, della pigrizia mentale e, in particolar modo, della mancanza di desiderio vitale? L’obbedienza è un fattore positivo della dinamica sociale in quanto permette alle strutture statuali di sopravvivere e operare proficuamente oppure è soltanto il nome che ha preso, in epoca moderna, la disposizione dell’eterno consenso umano all’oppressione tirannica? In che cosa consiste la “servitù volontaria”?

E’ quanto si chiedono Fabio Ciaramelli e Ugo Maria Ulivieri in un saggio denso e incisivo, ben fondato filologicamente e pieno soprattutto di inquietanti interrogativi.

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L’allegoria comunista del poeta Emilio Piccolo

Emilio Piccolo

Emilio Piccolo

a Emilio Piccolo

non sempre chi va via va via

tu andandotene sei rimasto

a.c.

L’allegoria comunista del poeta Emilio Piccolo

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di Antonino Contiliano

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È vero, la globalizzazione capital-neoliberista ha cambiato molte cose. Nessun stile di vita, singolare e sociale, dentro e fuori i confini di ciascuno popolo, è rimasto indenne. In questo passaggio, – che, tra XX e XXI, ha toccato strutture e sovrastrutture modificandole profondamente, – se da un lato rimangono costanti i rapporti di identità e potere del capitalismo egemone, dall’altro, a fronte dell’avanzare della comunicazione di massa, gestita dai nuovi media e “nuovi intellettuali collettivi organici” – tv e www –, il linguaggio e il pensiero della cultura e della ricerca critica, pur perdendo i vecchi punti di riferimento, aprono altre prospettive di revisione e progettazione. Il rullo compressore dell’azione neoliberale e ipermoderna ha impoverito ogni linguaggio; ogni segno e parola hanno perso la profondità per far spazio agli algoritmi della velocità digitale, piegandoli solo ai mercati e ai conti dei costi e ricavi di classe, alle identità dequalificate e degradanti dell’omogeneizzazione della finanza e dei salotti dell’audience. La logica dello scambio e della valorizzazione capitalistica, rivoluzionandosi, ha cambiato sola forma. La sostanza è rimasta invariata; anzi si è fatta più triste e perversa: la liberalizzazione, e non solo per caso, si è trasformata in una gabbia elettroinformazionale di disciplina e controllo più pervasiva e diffusa che mai.

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ROSSELLA MONACO: TRADURRE IL “TRIMALCIONE” DI F.S. FITZGERALD

di Giovanni Agnoloni

TrimalcioneRossella Monaco è la traduttrice di Trimalcione di Francis Scott Fitzgerald, edito da BUR in un volume che riporta anche la sua postfazione, mentre la prefazione è di Sara Antonelli, docente di Letteratura anglo-americana all’Università Roma Tre. Ho avuto il piacere di intervistarla.

1. Il tuo lavoro di traduzione su Trimalcione di Francis Scott Fitzgerald rivela una grande misura e una percezione della musicalità del testo. Come ti sei rapportata alla versione originaria del Grande Gatsby?

Come sappiamo, per F. Scott Fitzgerald la musica era molto importante. È stato più volte definito il “cantore dell’età del Jazz”, ma credo che le grandi orchestre, le ballerine dalle gonne corte che si agitavano negli shimmy o nei charleston significassero per lui molto di più della superficiale appartenenza a un determinato periodo storico e della sua cronaca. I vestiti con le frange, pensati per accentuare il movimento, il continuo scintillio dei gioielli e dell’acciaio delle automobili, dei ponti, dei treni, degli elementi naturali, hanno un senso che va oltre il loro essere semplici oggetti per Fitzgerald, oltre il loro essere simbolo di un’epoca e della modernità.
Nel testo ci sono moltissimi riferimenti a questi luccichii. Mi vengono in mente “la luce del sole che filtrava in mezzo alle travi metalliche creando un costante sfarfallio sulle macchine in movimento” e le varie descrizioni del paesaggio dalle automobili e dal finestrino del treno. Nei loro movimenti immutabili e definiti, ritmati. Continua a leggere

Le latitudini del metodo: Ezio Raimondi e la critica letteraria

Raimondi
di Giuseppe Panella

«Il nesso storico in cui si manifesta un’opera letteraria non è una sequenza di eventi fattizia, autonoma, in grado di esistere anche indipendentemente da un osservatore. Il Perceval diviene un evento letterario solo per il suo lettore, per chi legge quest’ultima opera di Chretien ricordando quelle da lui scritte prima, osservando ciò che vi è in esso di caratteristico in rapporto a queste o ad altre opere che già conosca, e che in questo modo acquisisce un nuovo metro di giudizio che potrà applicare alle opere successive. Esso può continuare ad agire solo dove è ancora o di nuovo recepito dai posteri: dove si trovano lettori che fanno nuovamente propria l’opera del passato o autori che vogliono imitarla, superarla o rifiutarla»
(Hans Robert Jauss, Perché la storia della letteratura?) Continua a leggere

BAUDELAIRE E L’ESPERIENZA DELL’ABISSO

ESCE, PER LA NINO ARAGNO, LA PRIMA TRADUZIONE ITALIANA, E LA PRIMA EDIZIONE CRITICA, DELL’IMPORTANTE MONOGRAFIA BAUDELAIRIANA DEL POETA E FILOSOFO ESISTENZIALE RUMENO BENJAMIN FONDANE

Baudelaire e l’esperienza dell’abisso

di Luca Orlandini

“Ogni filosofia non è che un consiglio alla rassegnazione… Esprimere il raccapricciante, l’orribile, senza disprezzarlo, è un atto che va oltre la nostra idea di ‘sincerità’.” Fondane

Benjamin Fondane (da Wikipedia)

Benjamin Fondane (da Wikipedia)

“La mia saggezza è disprezzata quanto il Caos”, scriveva Rimbaud, poeta di cui Fondane si considerava un “petit frère”. E come un tempo per Rimbaud, un certo silenzio ha avvolto l’opera di questo maverick esistenziale, un abbandono provvisorio; ma a volte essi ritornano, a ricordare una verità non tanto occulta ma forse più necessaria della ricerca del Bene (“la morale è estranea al Bello”), poco frequentata, scomoda: “Il est évident qu’il n’a pas été donné a tous les philosophes d’éprouver les vérités pressenties par Dostoïevski, Shakespeare. Mais ceux-là même qui en ont eu l’intuition véritable ont reculé de peur devant l’impasse logique, devant ses conséquences redoutable. Aussi ont-ils, pour nous persuader, essayé d’habiles arguments. Le monde a plus des droits que les individus d’occuper la Providence.” (Fondane). Continua a leggere

ROBERTO VIGEVANI, INTERVISTA TRA LETTERATURA E VITA

di Giovanni Agnoloni

Roberto VigevaniRoberto Vigevani, scrittore e pittore fiorentino nato nel 1939, è un autore di grande interesse, che la critica italiana – che pure, negli Anni Settanta, l’aveva scoperto grazie alla pubblicazione del suo primo libro, la raccolta di racconti Dalla pancia di un orso bianco (Adelphi, 1970 e poi, in riedizione accresciuta, 1992) – ha progressivamente dimenticato, lasciando in secondo piano quella che era ed è una voce di assoluto spessore nel panorama letterario italiano.

Inizialmente scoperto da Giorgio Manganelli, che lo segnalò alla casa editrice Adelphi con una sua lettera che sottolineava l’alto pregio della sua scrittura, Vigevani, nella sua prima opera, offre un campionario di situazioni, personaggi e stili grotteschi e paradossali, percorso e motivato da un’esigenza intima di ricerca nelle e tra le contraddizioni dell’esistere. Si sente gravare leggera – mi sia consentito l’ossimoro – sul suo stile la grande tradizione mitteleuropea e russa, che – come Raoul Bruni ha ben sottolineato in una recensione dell’unico saggio dedicato allo scrittore fiorentino (Paradossi e ironia nella narrativa di Roberto Vigevani, di Ivano Pierantozzi, edito da Nicomp nel 2010) – Vigevani ha assorbito attraverso la lettura approfondita di autori come Franz Kafka, Robert Walser, Fedor Dostoevskij e Nikolaj Gogol, solo per citarne alcuni. Continua a leggere

NESSUNO TOCCHI PASOLINI

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di Max Ponte

Pasolini l’ho riscoperto all’Università di Parigi-Nanterre grazie ad un corso di Christophe Mileschi, e a Parigi ho visto la mostra “Pasolini Roma” che ora arriverà anche in Italia. In questi mesi la figura dello scrittore mi ha accompagnato ovunque.

Il “corpo” di Pasolini è sicuramente dissepolto come fa notare Belpoliti, e rimane nell’oscurità della storia patria. E come per tutti i geni che hanno fatto della loro vita un’opera d’arte, anche la memoria è segnata dal conflitto. Continua a leggere

Achille Giovanni Cagna

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Achille Giovanni Cagna
Un omaggio all’autore del classico Alpinisti ciabattoni
con Giuseppe Zaccaria, Margherita Oggero, Bruno Gambarotta
(a cura di Guido Michelone)

All’Università Avogadro del Piemonte Orientale, nella sede di Vercelli (Facoltà di Lettere) viene di recente presentata una nuova iniziativa editoriale: Le Edizioni di Storia e Letteratura (Roma), grazie al Comitato Edizioni Gobettiane e al Centro Studi Piero Gobetti (Torino) stanno riproponendo il catalogo della case editrice fondata dal giovane studioso Piero Gobetti (1901-1926), giornalista, intellettuale, politico vicino a un nuovo liberalismo, stroncato dalle manganellate dei fascisti. Tra le varie iniziative si segnala la ristampa anastatica degli anni Venti di tre romanzi del grande scapigliato vercellese Achille Giovanni Cagna (1847-1931): Alpinisti Ciabattoni, Provinciali, La rivincita dell’amore, che tre piemontesi illustri, nonché valenti scrittori, illustrano in un dibattito di grande spessore culturale (come riportato quasi integralmente). Continua a leggere

9 libri per me posson bastare? – recensioni

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di Max Ponte

Ho fino ad ora incontrato pochi intellettuali, critici o scrittori o lettori che siano, che sostengano la folle idea di recensire tutto, sebbene nei tempi che la vita ci conceda. E con tutto intendo l’insieme di ciò che viene indirizzato al diretto interessato come novità editoriale ma anche come pubblicazione in rete (blog e siti). Dicevo fra questi pochi intellettuali c’è Lucia Dell’Aia, critico letterario, che la pensa esattamente come me: leggere ed esprimersi sul lavoro che ci viene inviato personalmente, qualsiasi esso sia, senza fare scelte di indifferenza, è una forma di rispetto nei confronti dell’alterità e allo stesso tempo un lavoro letterario militante. Sulla mia scrivania da qualche tempo sono presenti 9 libri di vario genere (questa volta non solo poesia) ed è giunto il momento di scrivere. Il mio giudizio come sempre è sintetico ed è un’indicazione, un commento nel mare magnum della produzione libraria, una nota al quale segue una voto diretto all’opera in questione. Per chi desiderasse inviarmi libri o suggerimenti la mia email è pontemx@gmail.com Continua a leggere