Le pagine ritrovate di Giovanna De Angelis – Brancati

La maggior parte delle persone conoscono Giovanna De Angelis come editor di Einaudi Stile Libero – dove è stata colonna portante della migliore narrativa prodotta negli anni d’oro della moderna editoria italiana – e per il suo meraviglioso romanzo (che avevo recensito qui).

Ma Giovanna è stata anche una raffinatissima studiosa di letteratura italiana del ‘900, argomento su cui ha scritto saggi, articoli, critiche. Purtroppo alcune cose sono difficili quando non impossibili da reperire sia su carta che in rete, e pensare che il patrimonio del suo appassionato sapere restasse imprigionato dell’hard disk del suo computer mi sembrava davvero un delitto.

Per questo cominciamo oggi con la messa in rete di alcuni dei suoi lavori più significativi, che continueremo a pubblicare con scadenza quindicinale. Si inizia con un saggio su Brancati “Le città di Brancati: una catarsi mancata” pubblicato nel 2003 sulla rivista “Avanguardia”, a. 8, n. 22, 2003, che ringraziamo per la concessione. Al termine di questo articolo potrete cliccare sul titolo per scaricare il pdf.
La data di inizio non è scelta a caso: Giovanna oggi avrebbe compiuto 50 anni. Un giorno che cerco di rendere un po’ luminoso attraverso questa iniziativa. Continua a leggere

“Il giro dell’oca”, di Erri De Luca

Recensione di Francesco Improta

Erri De Luca, Il giro dell’oca, Feltrinelli 2018

Con Il giro dell’oca (Feltrinelli, 13 euro) Erri De Luca, dopo alcune incertezze palesate recentemente, ritrova il passo sicuro del narratore, oserei dire dell’affabulatore, per la straordinaria fascinazione che esercita sui suoi lettori – se le sue storie, come egli stesso confessa, non provenissero dalla realtà di cui è stato, a seconda dei casi, protagonista o testimone. In questo libro, confrontandosi con la sua realtà più intima e ripescando da quel crepaccio che è la sua memoria alcuni ricordi familiari, parla della sua mancata paternità. Continua a leggere

“Prima che te lo dicano altri”, di Marino Magliani

Recensione di Francesco Improta

Marino Magliani, Prima che te lo dicano altri, Chiarelettere 2018

In una recente intervista Marino Magliani ha affermato testualmente: “I miei viaggi sono stati in realtà un andare e un tornare, un cerchio. Mi sono chiesto se io sia mai davvero partito.” Tale dichiarazione non solo ribadisce l’importanza fondamentale delle radici per Magliani, uomo e scrittore, ma anche e soprattutto il carattere particolare della sua narrativa, dove personaggi, situazioni, paesaggi e persino nomi sono continuamente presenti a configurare un universo domestico e simbolico al contempo.

Prima che te lo dicano altri (Chiarelettere editore, 17,50 euro) conferma quanto enunciato sopra. Il romanzo piuttosto corposo si svolge in maniera non lineare, attraverso un continuo slittamento di tempi e di piani narrativi, nell’arco di un cinquan­tennio, dal 1974 al 2025 e si divide in due parti: la villa e la pozzanghera. Continua a leggere

La poesia di Beppe Mariano

La montagna e l’abisso rovesciato
Il seme di un pensiero di Beppe Mariano, nino aragno editore, Torino, 2012

di Luigi Cannillo

A pochi mesi dall’uscita della raccolta più recente di Beppe Mariano, Attraversamenti (Interlinea, Novara, 2018), ricordare l’antologia Il seme di un pensiero – Poesie (1964-2011) assume un valore non solo retroattivo e riassuntivo, ma contribuisce a far rileggere la sua opera come organismo complesso formato da testi in continuo dialogo fra loro. Dal punto di vista biobibliografico il volume rappresenta inoltre una sistematizzazione di raccolte e sillogi scritte in tempi diversi e poi pubblicate in anni più recenti. L’antologia contiene inoltre numerosi interventi critici, sia di tipo generale che su raccolte e sillogi specifiche.
Mariano, autore appartato geograficamente e caratterialmente, è considerato poeta figlio e cantore della montagna. Effettivamente il Monviso come paesaggio reale e luogo simbolico svolge nella sua opera un ruolo di primo piano. Ma attorno a questo riferimento che è mito e lingua, sfida e fatica, estasi e paura, non sono da considerare inferiori o secondarie altre tematiche o aspetti che si sono sviluppati nel corso dei decenni: l’impegno civile e la tematica amorosa, le diverse scelte di linguaggio, il tono ironico, l’immanenza e lo scorrere del tempo possono costituire altrettante porte di accesso alla sua poetica. Continua a leggere

“NEGHENTOPIA”, DI MATTEO MESCHIARI

Recensione di Giovanni Agnoloni

Matteo Meschiari, Neghentopiaed. Exòrma, 2017

Neghentopia di Matteo Meschiari è un romanzo – perché di un romanzo, al di là di un momentaneo dubbio, si tratta – spiazzante e pluridirezionale. È storia ricca, a più strati e farcita di atmosfere e allusioni composite. Scritto sotto forma di sceneggiatura (o quasi), guida il lettore in un’esperienza fortemente visuale, attraverso dialoghi serrati, descrizioni ad altissima densità poetica e riferimenti musicali e cinematografici.

Il libro racconta un tratto cruciale della vita di Lucius, un ragazzo che viaggia per terre selvagge in compagnia – l’unica a essergli rimasta – di un passero, un’entità tra il fisico e il “demonico”, che, come una sorte di drone-spirito guida, gli fa da battistrada e risponde alle sue domande, che riguardano il passato e il futuro, entrambi tinti di morte.

Lucius ha frequenti svenimenti, dimentica o fraintende spesso i fatti che si sono verificati e non riesce a essere totalmente presente. È accaduto qualcosa; qualcosa che ha svuotato la sua coscienza del qui e ora, riducendolo a una lotta serrata e senza pietà, in attesa di un esito che appare irrimandabile. Intanto, alle spalle, preme una mostruosa manifestazione dell’archetipo junghiano dell’Ombra, paradossalmente fedele quanto l’amico volatile. Continua a leggere

“Le stanze dell’addio” di Yari Selvetella

L’ultima volta che lessi un romanzo di questa potenza fu una decina di anni fa, ed era “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza. Ne ho letti poi tanti altri, molto ben scritti e di grande valore. Ma è solo divorando “Le Stanze dell’addio” di Selvetella che la definizione capolavoro mi ha accompagnata in ogni millimetro della lettura, con quel senso di stupore magico che si prova quando si fa esperienza di qualcosa per la prima volta. Questo libro ha qualcosa in più rispetto ai pur ottimi romanzi italiani che ho letto negli ultimi anni, una qualità che alza il livello letterario di un’ottava. A prescindere dal contenuto, che da solo basterebbe, ha una densità di scrittura che pochissimi romanzieri raggiungono. Mi ha fatto pensare in primis al peso specifico quasi intollerabile di “La strada” di Cormac McCarthy; e poi a uno scrittore che pure non amo, Javier Marias, per la medesima forza espressiva e condensata della parola, che lo spagnolo spende però in una narrazione fredda e fine a sé stessa. Continua a leggere

Prolegomeni alla sofferenza. “L’occasione della poesia” di Giuseppe Panella

Giuseppe Panella, L’occasione della poesia, Novara, Interlinea, 2015

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di Andrea Fallani

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1. La sublimazione del dolore
L’occasione della poesia (Interlinea, 2015) di Giuseppe Panella è una raccolta di poesie alla cui base vi è un’istanza autobiografica, «un’occasione» nella vita dell’uomo, prima ancora che del poeta: si tratta «dell’apparecchiamento della morte» e in particolar modo «il dolore, la fatica, il disagio, la noia che può precederla in molti casi»1. Tuttavia, meglio precisare sin da subito, il discorso poetico non si fa mai interamente autoreferenziale, al contrario, l’esperienza personale è spunto per indagare i rapporti tra vita e morte, tra tempo e spazio, tra sofferenza e serenità, tra l’uomo e il mondo.
L’imminenza della morte, pur cedendo a rimpianti per le occasioni e il tempo perduto (Proust sarà uno degli autori non citati che percorrono l’opera), lascia però adito alla speranza, alla costruzione di «un progetto di recupero delle radici vitali dell’esistenza e della sua modalità di sviluppo il più possibile armonioso»2. Sorretto dall’insegnamento epicureo e liberato dalla paura della morte, il poeta può così indagare i risvolti più dolorosi della vita e da essa trarne speranza, all’insegna della quale si concludono molte delle liriche («Ora ho solo bisogno del tempo – / di serenità nella sofferenza, / di sofferenze intente nella serenità / che ancora si congiunge / all’ambizione protetta / di continuare a vivere / nella gioia e nel dolore»3 oppure «Si può soltanto ritrovare / nello specchio del passato / tutto il desiderio del mondo / e riconoscerne intatto il valore fecondo»4).
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“DA ROMA A DIGIONE”, A CURA DI LUIGI PREZIOSI

Da Roma a Digione. Garibaldinismi a 150 anni da Bezzecca (1866-2016). A cura di Luigi Preziosi (ed. Nerosubianco)

A centocinquant’anni da Bezzecca, una nuova antologia della letteratura garibaldina, dopo quelle pubblicate nella seconda metà del secolo scorso, tra le quali – certo imprescindibili e ancora attualissime – le raccolte di Giani Stuparich (Gli scrittori garibaldini, Garzanti, 1948), di Gaetano Trombatore (Scrittori garibaldini, Einaudi, 1979) e di Paolo Ruffilli (Antologia di scrittori garibaldini, Mondadori, 1996).

da-roma-a-digioneLa particolarità dell’antologia di Luigi Preziosi è nell’aver puntato maggiormente su una narra­zione collettiva, in seno alla quale i brani selezionati vengono a comporre un unico romanzo, che da uno specifico punto di vista racconta come nasce una nazione. Di più. Leggendolo, si possono percepire l’odore di cuoio degli spallacci e dei fuochi dei bivacchi, ascoltare i canti di marcia, sentire le carezze della brezza della primavera siciliana e lo scricchiolio del ghiaccio sotto gli scarponi delle pattuglie nei boschi dei Vosgi. Insomma, ritornano all’immaginazione di chi legge, presenti come cose vissute, gli ordini urlati con voci arrochite, gli scherzi tra commilitoni, le discussioni su repubblica e unità, la timidezza negli occhi delle monacelle palermitane, gli orrori dell’ospedale da campo, il languore di un addio alla fidanzata, il senso di sospensione del momento che precede l’assalto e soprattutto la fiducia verso il futuro – propria della giovinezza e dei protagonisti dell’epopea e del paese che stava nascendo – che suscita ancora in noi tanta ammirazione (e pure un po’ di invidia), nonostante il nostro (a tratti davvero eccessivo) disincanto. Continua a leggere

ESTETICA DEL MITO E SCRITTURA MITOPOIETICA IN RICCARDO FERRAZZI

Riccardo Ferrazzi, Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggioESTETICA DEL MITO E SCRITTURA MITOPOIETICA IN RICCARDO FERRAZZI in Riccardo Ferrazzi, Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggio, Fusta Editore, 2016.

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di Giuseppe Panella

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«Ciò che è stato storicamente, ritorna con la morte nell’ambito della natura, e ciò che è stato naturalmente ricade infine con la morte nell’ambito della storia»

(Walter Benjamin)

Questo importante libro di Riccardo Ferrazzi non si presenta con i caratteri del classico studio accademico e paludato sul mito ma come una ricerca sul campo. L’autore esamina in dettaglio gli aspetti del problema che lo affascinano e che gli competono maggiormente e poi trae le proprie conclusioni da scrittore piuttosto che da antropologo o da etnologo (come accade di solito negli studi dedicati alla natura mitica dell’immaginario collettivo o della società umana).

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LUCA ORLANDINI, “VELLEITÀ DELLA MATERIA”

Conversazione tra Giovanni Agnoloni e Luca Orlandini

OrlandinivelleitaVelleità della materia (Aragno, Torino, 2016, pp. 190, Euro 15) è un testo di Luca Orlandini composto da pensieri brevi, introdotto da due paradossali citazioni d’eccezione; una lunga, pressoché sconosciuta al grande pubblico, di Giorgio Manganelli, nella quarta di copertina:

«Bisogna arrivare a parlare di cultura come si parla della figa: diciamolo chiaro, se la cultura, se il pensare, non è vitale, se non impegna proprio le viscere (e non metaforicamente, perché il pensare è cosa totale come il morire, è un ‘fatto’, un vero e tangibile oggetto), se non ha anche addosso qualcosa di sporco, di fastidioso, di disgustoso, come è di tutto ciò che appartiene ai visceri, se non è tutto questo, non è che vizio, o malattia, o addobbo: cose di cui è bene o anche necessario ed onesto liberarsi (spogliarsi). … I libri non esistono: ma esiste il nostro fare carne di loro. E sono anni che mi affatico a cercare il come, e tra i miei libri me ne sto goffo e prepotente come un orso, e sostanzialmente impotente. Sono afflitto da una vera, continua, maligna impotenza, che riconosco affatto estranea al mio carattere, ma che c’è, come un porro sul naso, o un odore fastidioso di vivande di terz’ordine. È la mia volgarità, una sorta di fisiologicità intellettuale: una cosa vergognosa

E una di Giacomo Leopardi (Zib., 1252):

«Nessuno è meno filosofo di chi vorrebbe tutto il mondo filosofo, e filosofica tutta la vita umana, che è quanto dire, che non vi fosse più vita al mondo. E pur questo è il desiderio ec. de’ filosofastri, anzi della maggior parte de’ filosofi presenti e passati.» Continua a leggere

Recensioni poetiche. N°7

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di Max Ponte

In questa settima tornata di recensioni vi propongo la lettura di 7 testi, di cui un romanzo. Il numero 7 ritorna quindi. Come sempre l’analisi non valuta l’autore ma la singola opera. Inoltre ribadisco che il mio (discutibile, bien sûr) giudizio è costruttivo e non distruttivo, lontano da influenze e apologie in voga, un lavoro militante. Continua a leggere

12 APOSTATI

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12 APOSTATI – 12 critici dell’ideologia italiana, a cura di Filippo La Porta. (Enrico Damiani Editore)

Con interventi di Paolo Morello, Guido Vitiello, Camilla Baresani, Matteo Marchesini, Massimo Onofri, Vittorio Giacopini, Daniela Ranieri, Filippo La Porta, Silvio Perrella, Paolo Febbraro, Franca D’Agostini, Alfonso Berardinelli, Giuseppe Samonà.

12 APOSTATI è una rapida sequenza di scritti Continua a leggere

Come per una congiura. Il carteggio Contini-Sinigaglia curato da Gualberto Alvino

Carteggio Contini-Sinigaglia
Dall’Introduzione di Gualberto Alvino

La corrispondenza tra Gianfranco Contini e Sandro Sinigaglia — iniziata nel 1944 e protrattasi quasi ininterrottamente fino al 1989, a pochi mesi dalla scomparsa d’entrambi — costituisce una vistosa eccezione nel folto epistolario del Domese, scaturendo non già, come negli altri casi, da ragioni d’ordine letterario o professionale, ma da un’attrazione indomabile, un’amicizia virile durata mezzo secolo senza l’ombra d’un attrito e scoccata da un «gesto» altrettanto istintivo che disinteressato compiuto all’insegna del pericolo e dell’avventura in uno dei frangenti più dolorosi della nostra storia nazionale. Continua a leggere

Sostituire il vuoto: su “Il canale bracco” di Marino Magliani

di Ade Zeno

Marino Magliani, Il canale bracco, ed. Fusta

(recensione originariamente pubblicata su Atti impuri)

MarinoHo incontrato di persona Marino Magliani in tre o quattro occasioni, quasi sempre di sfuggita, un abbraccio al volo e via, in ogni gesto la promessa di rivedersi prima o poi, unita al rimpianto di non essere riusciti, ancora una volta, a condividere qualche ora insieme in santa solitudine lasciando che le nostre voci e i nostri sguardi si affratellassero quel tanto che basta per suggellare definitivamente quell’istintivo senso di amicizia già collaudato grazie ai molto meno sporadici scambi a distanza. Di lui, in realtà, so poco, e il poco che so affiora dalla lettura dei suoi libri, dalle lettere che ci siamo scambiati e sopratutto dal ricordo nitido che conservo delle sue iridi acquose, quasi trasparenti. Ecco, credo che basterebbe intercettare gli occhi di Marino anche solo qualche secondo per capire che tutte le sue storie stanziano esattamente lì, aggrovigliate e fluide sotto quelle palpebre spalancate, sempre pronte a captare qualcosa di prossimo all’infinito. E credo anche che il segreto ultimo della sua letteratura tanto appartata e misteriosa si riveli nella condizione di esule in moto perenne fra i cui confini ha scelto di vivere. Continua a leggere

“Histoire d’une vie”. Fiorenza Alderighi racconta e si racconta. Saggio di Giuseppe Panella

La guerra degli uomini. Fiorenza Alderighi «Voi che sarete emersi dai gorghi / dove fummo travolti / pensate quando parlate delle nostre debolezze / anche ai tempi bui / cui voi siete scampati . // Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe, / attraverso le guerre di classe, disperati / quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta. // Eppure lo sappiamo / anche l’odio contro la bassezza / stravolge il viso. / Anche l’ira per l’ingiustizia / fa roca la voce. Oh, noi / che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza, / noi non si poté essere gentili. // Ma voi, quando sarà venuta l’ora / che all’uomo un aiuto sia l’uomo, / pensate a noi / con indulgenza» (Bertolt Brecht)

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di Giuseppe Panella

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Histoire d’une vie. Fiorenza Alderighi racconta e si racconta

1. Il racconto in prosa : la guerra, la morte, la pace

Da molto tempo ormai, Fiorenza Alderighi trasforma periodicamente la sua vita in una serie di racconti di vita e poi li rilancia in una prospettiva poetica di trasfigurazione necessaria.

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Da somministrare con cautela. Osservazioni su La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro

di Roberto Plevano

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Sul romanzo di Francesco Pecoraro si è concentrata una certa attenzione critica che non ha lesinato accostamenti con esperienze letterarie definitive. A titolo di esempio, A. Bajani (la Repubblica) mette in fila una discendenza “di grandi ulcerati, di Céline e del Volponi di Corporale, del Pasolini di Petrolio, di Luigi Di Ruscio, di Malcolm Lowry, del DeLillo di Rumore bianco e in qualche modo persino del Max Frisch de L’uomo nell’Olocene. In mezzo ci siamo noi, in questa guerra totale di tutti contro tutti, in quello che Michel Houllebecq (letterariamente parente, a suo modo, come lo è evidentemente Walter Siti) chiamava «l’estensione del dominio della lotta»” e risale a una matrice del canone letterario del Novecento occidentale come T.S. Eliot.
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Alla scoperta dell’iceberg Arlt. Postfazione di Raul Schenardi

Alla scoperta dell’iceberg Arlt. Nel vortice marino di Arlt. Roberto Arlt, Un viaggio terribile, traduzione e cura di Raul Schenardi, Salerno, Edizioni Arcoiris, 2014, pp. 100, euro 10,00

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di Raul Schenardi

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Bisognerà pure domandarsi prima o poi come mai la grande editoria italiana sia stata così ingenerosa o disattenta nei confronti dell’opera di Roberto Arlt: silenzio tombale sulla drammaturgia e sull’attività giornalistica1, fugaci apparizioni di una manciata di racconti2, sporadiche comparse dei romanzi: Il giocattolo rabbioso, I sette pazzi e I lanciafiamme3; e fino a ieri nessuno si era mai curato dell’esistenza di El amor brujo4.

E non stiamo parlando di uno scrittore di “seconda fila”: per quanto discussa e perlopiù misconosciuta in passato, mentre l’autore era in vita, la figura di Arlt non ha cessato di crescere nella considerazione della critica, almeno a partire dall’appassionata difesa di Ricardo Piglia negli anni Settanta, fino alla “consacrazione” da César Aira: «È il più grande romanziere argentino»7.

 

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DISPOSTI ALL’UBBIDIENZA. Fabio Ciaramelli – Ugo Maria Ulivieri, “Il fascino dell’obbedienza. Servitù volontaria e società depressa”

Fabio Ciaramelli – Ugo Maria Ulivieri, Il fascino dell’obbedienza. Servitù volontaria e società depressaDISPOSTI ALL’UBBIDIENZA. Fabio Ciaramelli – Ugo Maria Ulivieri, Il fascino dell’obbedienza. Servitù volontaria e società depressa, Milano, Mimesis, 2013

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di Giuseppe Panella

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L’obbedienza è una virtù, come lungamente ha sostenuto una tradizione di origine religiosa che parte con i Padri della Chiesa cristiana o è semplicemente l’”altra faccia” dell’ipocrisia, della pigrizia mentale e, in particolar modo, della mancanza di desiderio vitale? L’obbedienza è un fattore positivo della dinamica sociale in quanto permette alle strutture statuali di sopravvivere e operare proficuamente oppure è soltanto il nome che ha preso, in epoca moderna, la disposizione dell’eterno consenso umano all’oppressione tirannica? In che cosa consiste la “servitù volontaria”?

E’ quanto si chiedono Fabio Ciaramelli e Ugo Maria Ulivieri in un saggio denso e incisivo, ben fondato filologicamente e pieno soprattutto di inquietanti interrogativi.

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L’allegoria comunista del poeta Emilio Piccolo

Emilio Piccolo

Emilio Piccolo

a Emilio Piccolo

non sempre chi va via va via

tu andandotene sei rimasto

a.c.

L’allegoria comunista del poeta Emilio Piccolo

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di Antonino Contiliano

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È vero, la globalizzazione capital-neoliberista ha cambiato molte cose. Nessun stile di vita, singolare e sociale, dentro e fuori i confini di ciascuno popolo, è rimasto indenne. In questo passaggio, – che, tra XX e XXI, ha toccato strutture e sovrastrutture modificandole profondamente, – se da un lato rimangono costanti i rapporti di identità e potere del capitalismo egemone, dall’altro, a fronte dell’avanzare della comunicazione di massa, gestita dai nuovi media e “nuovi intellettuali collettivi organici” – tv e www –, il linguaggio e il pensiero della cultura e della ricerca critica, pur perdendo i vecchi punti di riferimento, aprono altre prospettive di revisione e progettazione. Il rullo compressore dell’azione neoliberale e ipermoderna ha impoverito ogni linguaggio; ogni segno e parola hanno perso la profondità per far spazio agli algoritmi della velocità digitale, piegandoli solo ai mercati e ai conti dei costi e ricavi di classe, alle identità dequalificate e degradanti dell’omogeneizzazione della finanza e dei salotti dell’audience. La logica dello scambio e della valorizzazione capitalistica, rivoluzionandosi, ha cambiato sola forma. La sostanza è rimasta invariata; anzi si è fatta più triste e perversa: la liberalizzazione, e non solo per caso, si è trasformata in una gabbia elettroinformazionale di disciplina e controllo più pervasiva e diffusa che mai.

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ROSSELLA MONACO: TRADURRE IL “TRIMALCIONE” DI F.S. FITZGERALD

di Giovanni Agnoloni

TrimalcioneRossella Monaco è la traduttrice di Trimalcione di Francis Scott Fitzgerald, edito da BUR in un volume che riporta anche la sua postfazione, mentre la prefazione è di Sara Antonelli, docente di Letteratura anglo-americana all’Università Roma Tre. Ho avuto il piacere di intervistarla.

1. Il tuo lavoro di traduzione su Trimalcione di Francis Scott Fitzgerald rivela una grande misura e una percezione della musicalità del testo. Come ti sei rapportata alla versione originaria del Grande Gatsby?

Come sappiamo, per F. Scott Fitzgerald la musica era molto importante. È stato più volte definito il “cantore dell’età del Jazz”, ma credo che le grandi orchestre, le ballerine dalle gonne corte che si agitavano negli shimmy o nei charleston significassero per lui molto di più della superficiale appartenenza a un determinato periodo storico e della sua cronaca. I vestiti con le frange, pensati per accentuare il movimento, il continuo scintillio dei gioielli e dell’acciaio delle automobili, dei ponti, dei treni, degli elementi naturali, hanno un senso che va oltre il loro essere semplici oggetti per Fitzgerald, oltre il loro essere simbolo di un’epoca e della modernità.
Nel testo ci sono moltissimi riferimenti a questi luccichii. Mi vengono in mente “la luce del sole che filtrava in mezzo alle travi metalliche creando un costante sfarfallio sulle macchine in movimento” e le varie descrizioni del paesaggio dalle automobili e dal finestrino del treno. Nei loro movimenti immutabili e definiti, ritmati. Continua a leggere