Finale


Il male ha una faccia monocorde,
è il canto stonato che non cessa,
la nube velenosa
che impregna le sinapsi
e ti corrode il cuore.
Non hai più pedine da spostare:
avanza la Regina, con sortite
sempre troppo varie, improvvise, da agente
segreto del destino. Tu gridi, invochi,
finché non torna il Padre, o il Figlio,
l’affondo trinitario della Pace,
la mossa sconosciuta, che ti salva.

Ore 23 e 40 (Triduo)


Se il giovedì santo è un pugno nello stomaco
vorrà dire qualcosa,
se il mal di denti si divora
l’ultimo sorriso, forse, vuol dire
che la morte ha finito di cenare
e viene a reclamarti
con la sua voce bassa
di cantante da locale notturno.
Io non mi do per vinto,
sono l’uomo dei dolori
che li conta a uno a uno,
li cataloga col piglio paziente
del botanico.
Non lasciarmi solo, Deus Absconditus,
aspettami alla prossima fermata
dove scende la speranza, che non paga
il biglietto ma la fa sempre franca,
al passaggio rapido del Controllore.

Confini


Gli angeli sono il mantice del mondo:
navigano a vista,
come esperti capitani.
Ogni tanto propongono un aiuto,
ma tu sei troppo preso
dalla tua incapacità
per permettere che sciolgano i tuoi nodi.

Quando appare il tuo angelo
smettila di dirti che è impossibile:
mettiti a sedere
e spiegagli con calma
il tuo problema.

gli Hettner

di Kika Bohr

discussione, disegno dell’autrice


Quando ero piccola a Milano, la domenica andavamo a trovare gli Hettner. Prima abitavano in via Rugabella in un piccolo appartamento pieno di libri e di belle cose. C’era un soppalco di legno costruito da lui, da Rolando, e lì sopra veniva a rifugiarsi un gatto a pelo lungo e dalla lingua penzolante. Continua a leggere

Stridamore


Chissà cosa ci vuole per aprire il tempo,
per fare di una goccia d’acqua un fiume, un ruscello –
il capo degli spiriti, il più alto responsabile
delle anime tristi, non dirada la nebbia
del tuo cuore malato, rappreso nell’istante del dolore,
fuoriuscito dal coma della solita paura,
dell’emozione inutile, sull’orlo
dell’imbroglio, dell’auto occultazione
del senso. Mi chiami troppo tardi
dal tuo bunker amato, o illune cielo
della mia disperazione, o canto, o manto,
o santo cardine dell’intima passione.

FIRENZE DOVE SEI?

di Giovanni Agnoloni

Mi sembra giunto il momento di ripubblicare questo articolo, che uscì per la prima volta sul “Corriere Nazionale” il 29 dicembre 2011, nell’ambito di un progetto del quotidiano intitolato “Città d’autore”. Allora vene pubblicato su iniziativa del mai dimenticato amico Ciro Paglia, al sostegno di sua moglie Stefania Nardini e del direttore del giornale Duccio Rugani, che ringrazio ancora.

Lo ripropongo oggi su La Poesia e lo Spirito, praticamente alla vigilia dell’uscita del mio nuovo romanzo L’ultimo angolo di mondo finito (Galaad Edizioni), perché questo è un libro che sottolinea la sostanziale indistinguibilità, in una rappresentazione realistica del mondo, dei profili più materiali e di un registro visionario-sensitivo.

Prendetelo dunque come un’anticipazione di quello che si è poi rivelato, ed è tuttora, in diverse forme, l’orientamento della mia ricerca stilistica.

Firenze, dove sei?

di Giovanni Agnoloni

Ho esitato a lungo a fare questa passeggiata per Firenze. Forse perché ho dei problemi con la nostalgia. Perché Firenze è una stratificazione di epoche compresse e scomparse, e dietro alle sue facciate nasconde infiniti distacchi e passaggi di tristezze.

Ma oggi è il momento.

In una sera di primo autunno, parto dalla periferia a cui sono sempre appartenuto per salutare per l’ultima volta una città che non esiste più.

C’è un tramonto che sembra un tuorlo d’uovo stropicciato su una tovaglia. Intorno, blu profondo.  Cammino lento lungo strade che sanno di polvere. Lontano, una moto gratta l’asfalto come unghie su una lavagna nera. Sembra il lamento di un gatto agonizzante, e si allarga nello spazio,  immagine in espansione che contiene luoghi dove sono stato e altri dove ancora devo andare. Passa un camion, con il suo barrito industriale. Continua a leggere

Disamando


È la fine del mondo, gira voce.
Qualcuno fa spallucce, qualcun altro
fa gesti un po’ scomposti. Quanto manca?
chiede un vecchio affacciato alla finestra.
L’aria è sempre la stessa: soffia un vento
pungente, a perpendicolo c’è il sole
che continua imperterrito a produrre
la luce e l’energia. Nella fila
di macchine, gli insulti si ripetono
con lievi variazioni di colore
e di tono. Magari non sarà
la fine, ma una stasi che rifugge
da un inizio e da un termine, sperando
che Dio non tenga conto del passare
del tempo, della fossa che ciascuno
si scava da se stesso, disamando.

Festa parrocchiale

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Trent’anni di passione, in compagnia
di te, del tuo dolore, dell’aprirsi
del cuore, progressivo, e incalzante,
come se fosse niente, e questa notte
mi viene in mente come fosse adesso
che mi parlavi fitto del Progetto,
che solo ora inizia a realizzarsi,
ad aprire il sipario sull’evento,
mentre gli altri si godono il momento,
ancora ti rivedo, ti rassetto
il letto, mi sussurri che ci siamo,
che manca poco al lampo dell’aurora.

Pensierino della sera

da qui

Che bello poter dire quello che si pensa, liberi dal mainstream, dalle pressioni delle lobbies, dai “mi piace” e dal plauso della gente. Non essere costretti a leggere “Repubblica” o ascoltare la Gruber, non rendere conto a nessuno, tranne che a Dio. Non doversi guardare le spalle, perché c’è Qualcuno che ha cura di te. La Poesia e lo Spirito è anche questo. Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?
Sì, potrà.

Psycho

da qui

Ma non ti preoccupare, non è nulla:
ricorderai d’avere indovinato
per un solo momento il quando e il come,
la dimensione altra dello spirito,
il dono ricevuto, l’ammissione
di colpa. Rideremo della stolta
impunità di fronte al tribunale
del vero. Ma tu non ti preoccupare,
non è nulla, se non la libertà,
se non il vizio antico di rischiare.

Piacere e dolore

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Io non cerco il piacere, io non fuggo
dal dolore, per cui sono felice
quasi senza volerlo, anzi, senza
minimamente fare delle cose
per esserlo, ma esserlo così,
quasi per sbaglio, quasi per un caso,
sapendo che nel caso ci sei Tu,
con la tua sporta piena di Sorprese.

Ad ogni costo

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Si può guardare in giù, come una volta,
giurare che mai più, che in quella morta
gora non torneremmo in nessun caso.
Convincersi che l’altro è l’emozione
giusta, non la paura di rischiare:
questo ti chiede l’Ora, che ci porta.
Mi guardi da un pianeta desolato
che solamente all’alba rassicura.

Dal paradiso

da qui

Non avevo capito, come spesso
accade. Solamente dopo, quando
magari se n’è andato, e solo in sogno
può venire a trovarti, col sorriso
di sempre. Solo allora ti ricordi
del giorno, del momento. Solo in questa
memoria dell’amore mi sorprendo
a ridere di me, dal paradiso.