Mettiamo


Mettiamo che non fosse questa qui la vera storia del mondo, che Trump stesse solo fingendo di guidare l’America, che l’Isis usasse dei pupazzi per mettere paura, che l’Ilva non inquinasse proprio nulla, che anzi spargesse, nel cielo sopra Taranto, un profumo delicato di violette. Mettiamo che non ci fossero pochissimi ricchi a sfruttare una moltitudine di poveri, che la TV, la radio e i giornali non si lasciassero condizionare da un manipolo di lobby, che le strade non continuassero a essere infestate da prepotenti che saltano la fila. Mettiamo che Dio fosse contento delle sue creature, che non prevalessero rancore e antagonismo nei rapporti sociali, nelle stesse famiglie, che non si moltiplicassero ogni giorno odi invincibili per un’eredità, o per un semplice parcheggio; mettiamo che cibo e bevande non fossero avariati e non si registrasse un dilagare di tumori a causa dell’inquinamento alimentare e atmosferico; mettiamo che la merce si rivelasse davvero come appare negli spot, che i cuochi si lavassero le mani e che il libero pensiero non venisse conculcato da mille repressioni. Mettiamo che, per il solo fatto di scriverlo, le contraddizioni del mondo, personificabili e riconoscibili, si consegnassero a un’autorità superiore che decretasse la fine di ogni male; mettiamo che i conti tornassero, che svanissero nel nulla ingiustizie e cattiverie, che si potesse uscire in strada ed essere abbracciati come un amico che non s’incontra da tempo. Mettiamo che il cambiamento cominciasse da me, o da te che stai leggendo. Allora scrivere servirebbe a qualcosa, e non avrei perso una decina di minuti della mia breve vita.

È arrivato il tempo


Quando accadde la cosa, se ne accorse soltanto chi rimase in vita. Il mondo fu messo in ginocchio. Quanti commenti arguti non videro la luce, per la scomparsa di famosi opinionisti! Qualcuno, forse, ne avrebbe sentito la mancanza. Ma quel qualcuno, nella catastrofe, fu spazzato via.
Ora tutto è cambiato. I social non esistono più, è impossibile mettere un “mi piace” a qualche post a effetto. Tutto è essenziale come ai tempi delle Origini, dove il verde era verde, l’azzurro era azzurro, e non c’era bisogno di spiegarne il senso. Ora ci si guarda negli occhi e ci si dice il vero, magari con belle parole, ma senza pretendere o desiderare qualche genere di approvazione.
Ora, in un negozio, si vende un certo tipo di merce, e perfino in Chiesa si parla e agisce in sintonia con i duemila anni precedenti. Ora nessuno ha intenzione di confondere le carte, di mescolare i riti, di mettere insieme quello che insieme non ci sta. Si dice pane al pane, vino al vino, e non si tengono o annullano discorsi per far piacere o per non dispiacere.
Ora che il mondo è in ginocchio, è più facile guardare verso l’alto, accorgersi che è bello che Qualcuno ne sappia più di noi.
È arrivato il tempo di ricominciare: rimbocchiamoci le maniche, lasciamo fare a Dio.

Echi


Estrema terra appare in questa sera
il pensiero di te, la lontananza
infida, l’attimo della finitudine,
del sacro vuoto d’amore,
dell’ignoranza indomita di qual-
sivoglia umore, attonita baldanza,
attratta, astrattamente indotta
dal nulla che ti affoga, ti ride
sulla faccia. Apprendimi, sollevami,
scarta la tovaglia che si arriccia,
stropiccia il cuore, con l’unica
voce che mi strappa al dolore,
all’umido biancore del ritorno.

Diabolos


Chi l’avrebbe mai detto che i sorrisi
sarebbero restati a mezza bocca,
che una prosa barocca
non avrebbe arginato la disfatta.
Quanto duro è il cammino
che ti sfratta il demonio dal salotto,
che smantella l’accrocco
che imbastisce di notte, sotto sotto.
Sfìlati dal tempo,
guàrdati dall’alto, come l’uomo
in coma, sul letto d’ospedale.
Appena giunge l’eco della Voce,
attàrdati un momento, non è il canto
del gallo, è la colomba
che allieta le fessure delle rocce,
la gazzella che salta, all’ombra
della croce.

Ritenta, sarai più fortunato


Mi chiedi perché questo, perché quello,
ti angosci, ti contorci, logori
il cervello per spremerne risposte
più improbabili. Tu stesso
sei convinto di perderti nell’onda
dei pensieri, nel rumore assordante
dell’assenza di luce. Non hai provato
a fermarti un istante,
a decidere di prendere e gettare
le abitudini malate,
a compiere l’atto che dà senso, a gustare
l’approdo, dopo tanto
navigare. Una sola cosa
ti manca: amare. Comincia
adesso, cambia
una volta per sempre
le note del tuo canto, attracca al porto
dove l’io riposa.

Volo velo


Di attendere, di credere, di apprendere,
tutto è precluso dal negare,
irridere ogni volta, declassare.
Tappeti volanti della gioia,
rapitela, intanto che si fonde
con l’entourage del diavolo
in cravatta, sottratta all’orbita sacrale
delle cose! Ruttate, vomitate
il vostro odio, da scaffale
ammuffito di mercato.
Alzatela più in alto, che si veda
la stolida vittoria, l’apparente
sconfitta della storia.

L’Altro Mondo


Un Dio che scartavetra,
che lacera, che ottunde,
che scalza dai troni delle false
identità, che vomita
sui tiepidi, che fonde
nel forno fumante del rimorso,
che infonde una speranza a strappi,
un amore ferito e calpestato,
una luce introvabile che abbaglia,
un’attrazione per lo spolpamento,
per l’inutile appello, la preghiera
sospesa sull’abisso, in cui intravedi
il fondo, il Volto,
l’esito finale: l’Altro Mondo.

Requiem


E non basta pensare che sei fragile,
che troppo ti è richiesto
e poco hai ricevuto. La lama
che affonda nel mio cuore
è il tuo autografo di sangue, l’altro vezzo
di piangere il morto dopo averlo
stecchito. Seppure ti avvedrai
dell’inatteso amore, dell’ultima campana
che graffia la piazza senza tempo,
attingimi l’acqua che ho lasciato allora,
rigurgito di un sogno mai finito,
che un tardo pentimento non risana.

5 maggio


Andavamo verso Portofino e tu sorridevi,
come se volassimo
su un battello fantasma,
diretto al paradiso.
La nostra gioia era vedere in tutto
il Volto di Cristo, che in te s’indovinava
in ogni tratto, come un’immagine posata
sopra un’altra.
È bello che dal fondo della Luce
adesso segni, col dito sul mio viso,
gli stessi tratti, la somiglianza amata.
Ancora navighiamo, Amico,
il cuore batte sulla stessa rotta
di Dio, sulla scia del tuo sogno mi conduce.
Abbracciami da lí, da qui, nell’agonia
di un mondo stregato da altre luci,
diretto ad altri lidi,
a un’altra flotta.

Finale


Il male ha una faccia monocorde,
è il canto stonato che non cessa,
la nube velenosa
che impregna le sinapsi
e ti corrode il cuore.
Non hai più pedine da spostare:
avanza la Regina, con sortite
sempre troppo varie, improvvise, da agente
segreto del destino. Tu gridi, invochi,
finché non torna il Padre, o il Figlio,
l’affondo trinitario della Pace,
la mossa sconosciuta, che ti salva.

Ore 23 e 40 (Triduo)


Se il giovedì santo è un pugno nello stomaco
vorrà dire qualcosa,
se il mal di denti si divora
l’ultimo sorriso, forse, vuol dire
che la morte ha finito di cenare
e viene a reclamarti
con la sua voce bassa
di cantante da locale notturno.
Io non mi do per vinto,
sono l’uomo dei dolori
che li conta a uno a uno,
li cataloga col piglio paziente
del botanico.
Non lasciarmi solo, Deus Absconditus,
aspettami alla prossima fermata
dove scende la speranza, che non paga
il biglietto ma la fa sempre franca,
al passaggio rapido del Controllore.

Confini


Gli angeli sono il mantice del mondo:
navigano a vista,
come esperti capitani.
Ogni tanto propongono un aiuto,
ma tu sei troppo preso
dalla tua incapacità
per permettere che sciolgano i tuoi nodi.

Quando appare il tuo angelo
smettila di dirti che è impossibile:
mettiti a sedere
e spiegagli con calma
il tuo problema.

gli Hettner

di Kika Bohr

discussione, disegno dell’autrice


Quando ero piccola a Milano, la domenica andavamo a trovare gli Hettner. Prima abitavano in via Rugabella in un piccolo appartamento pieno di libri e di belle cose. C’era un soppalco di legno costruito da lui, da Rolando, e lì sopra veniva a rifugiarsi un gatto a pelo lungo e dalla lingua penzolante. Continua a leggere

Stridamore


Chissà cosa ci vuole per aprire il tempo,
per fare di una goccia d’acqua un fiume, un ruscello –
il capo degli spiriti, il più alto responsabile
delle anime tristi, non dirada la nebbia
del tuo cuore malato, rappreso nell’istante del dolore,
fuoriuscito dal coma della solita paura,
dell’emozione inutile, sull’orlo
dell’imbroglio, dell’auto occultazione
del senso. Mi chiami troppo tardi
dal tuo bunker amato, o illune cielo
della mia disperazione, o canto, o manto,
o santo cardine dell’intima passione.

FIRENZE DOVE SEI?

di Giovanni Agnoloni

Mi sembra giunto il momento di ripubblicare questo articolo, che uscì per la prima volta sul “Corriere Nazionale” il 29 dicembre 2011, nell’ambito di un progetto del quotidiano intitolato “Città d’autore”. Allora vene pubblicato su iniziativa del mai dimenticato amico Ciro Paglia, al sostegno di sua moglie Stefania Nardini e del direttore del giornale Duccio Rugani, che ringrazio ancora.

Lo ripropongo oggi su La Poesia e lo Spirito, praticamente alla vigilia dell’uscita del mio nuovo romanzo L’ultimo angolo di mondo finito (Galaad Edizioni), perché questo è un libro che sottolinea la sostanziale indistinguibilità, in una rappresentazione realistica del mondo, dei profili più materiali e di un registro visionario-sensitivo.

Prendetelo dunque come un’anticipazione di quello che si è poi rivelato, ed è tuttora, in diverse forme, l’orientamento della mia ricerca stilistica.

Firenze, dove sei?

di Giovanni Agnoloni

Ho esitato a lungo a fare questa passeggiata per Firenze. Forse perché ho dei problemi con la nostalgia. Perché Firenze è una stratificazione di epoche compresse e scomparse, e dietro alle sue facciate nasconde infiniti distacchi e passaggi di tristezze.

Ma oggi è il momento.

In una sera di primo autunno, parto dalla periferia a cui sono sempre appartenuto per salutare per l’ultima volta una città che non esiste più.

C’è un tramonto che sembra un tuorlo d’uovo stropicciato su una tovaglia. Intorno, blu profondo.  Cammino lento lungo strade che sanno di polvere. Lontano, una moto gratta l’asfalto come unghie su una lavagna nera. Sembra il lamento di un gatto agonizzante, e si allarga nello spazio,  immagine in espansione che contiene luoghi dove sono stato e altri dove ancora devo andare. Passa un camion, con il suo barrito industriale. Continua a leggere

Disamando


È la fine del mondo, gira voce.
Qualcuno fa spallucce, qualcun altro
fa gesti un po’ scomposti. Quanto manca?
chiede un vecchio affacciato alla finestra.
L’aria è sempre la stessa: soffia un vento
pungente, a perpendicolo c’è il sole
che continua imperterrito a produrre
la luce e l’energia. Nella fila
di macchine, gli insulti si ripetono
con lievi variazioni di colore
e di tono. Magari non sarà
la fine, ma una stasi che rifugge
da un inizio e da un termine, sperando
che Dio non tenga conto del passare
del tempo, della fossa che ciascuno
si scava da se stesso, disamando.

Festa parrocchiale

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Trent’anni di passione, in compagnia
di te, del tuo dolore, dell’aprirsi
del cuore, progressivo, e incalzante,
come se fosse niente, e questa notte
mi viene in mente come fosse adesso
che mi parlavi fitto del Progetto,
che solo ora inizia a realizzarsi,
ad aprire il sipario sull’evento,
mentre gli altri si godono il momento,
ancora ti rivedo, ti rassetto
il letto, mi sussurri che ci siamo,
che manca poco al lampo dell’aurora.