L’esercizio spirituale

L’esercizio spirituale della mia vita è questo: far passare tutta l’esperienza, fisica, psichica e pneumatica attraverso l’amore. In paradiso, infatti, lo Spirito Santo ci mostrerà tutto quello che di noi è passato per l’amore. Per questo bisogna amare il peccato perdonato, la sofferenza purificatrice, i nemici che ci hanno messo alla prova: tutto verrà trasfigurato dall’amore eterno di Dio, resterà avvolto nella Sua luce intramontabile.

Tempi nuovi

di Serena Fioris

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, trent’anni fa, annunciava come imminente la scomparsa delle epidemie grazie al progetto Salute per tutti entro l’anno 2000. Rientrava in un piano dell’OMS, il quale manifestava la speranza che gli inizi del XXI secolo non avrebbero più visto epidemie tra gli abitanti della terra. Oggi la stessa organizzazione registra una pandemia con più di un milione di contagiati.

In questi tempi, più che dalla scienza, è dalla letteratura che giungono parole significative. Queste sono quelle della scrittrice polacca Olga Tokarczuk, premio Nobel nel 2018:

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L’impero

Mi interessa il cuore. Oggi, la mente che governa il mondo fa di tutto per nasconderlo alla vista. Perché scendere nella verità del proprio cuore è la rivoluzione più insidiosa. Affoghiamo in un mare di immaginette, cuoricini, abbraccini, nella melassa che rende tutti uguali, tutti innocui. Se arriva uno che parla dal profondo, le chat ammutoliscono: è uno scandalo pensare, un’offesa al diktat della mente al potere. Non cederò mai più al linguaggio degli schiavi. Spezzerò per primo le catene. Noi siamo di Cristo, la Parola. Non saremo mai sudditi ubbidienti dell’impero della Grande Idiozia. Ce ne sono abbastanza. 

La sorgente della vita

Si era dimenticato. Per questo soffriva, e non sapeva perché. Si lasciava ferire, si adirava, il veleno giungeva dappertutto, ossia il pensiero cattivo, di cui parlano i Padri, che si appropria della mente e del cuore, che ti mostra la vita con il filtro dei tuoi traumi. Si era dimenticato che avrebbe dovuto e potuto perdonare. Se avesse perdonato i genitori, se avesse riportato alla memoria gli eventi in cui s’era sentito abbandonato, tradito, e avesse sussurrato, dal profondo del cuore: perdono, perdono, perdono, si sarebbe aperto lo scenario della realtà com’è, delle persone come sono, del mondo senza la proiezione fuorviante delle sensazioni negative. Solo adesso viveva nella pace. Riattingeva alla sorgente della vita che scorreva anche prima, ma era lui che la ignorava, come quando qualcuno ti sorride, e tu non te ne accorgi. Ora poteva dire: guardami, sono qui: ricominciamo. 

L’ultimo giorno

Oggi è l’ultimo giorno di vita, per Terenzio. La sveglia è alle cinque e un quarto, come sempre, ma apre gli occhi prima che squilli. L’ha puntata per non perdere un minuto del tempo che gli resta. Come ogni mattina, legge un pensiero religioso, poi strappa la pagina del calendarietto: ha un sussulto al pensiero che sia l’ultima. La guarda diversamente dalle altre, come fosse “la sua”. In effetti è così: il giorno che vai via è il tuo giorno, il dies natalis, dicevano i Padri, il giorno natalizio.

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Tornare a casa

Quando tornai a casa ebbi una strana sensazione: le strade erano vuote, gli esercizi chiusi, come se un ordigno sconosciuto avesse, eliminando le persone, lasciato intatte le cose. Non ero pronto a essere l’ultimo uomo sulla terra. Mi chiedevo come sarei sopravvissuto, quante operazioni d’emergenza avrei dovuto improvvisare. Tutto a un tratto, mi rendevo conto dell’importanza degli altri: non degli altri simpatici o antipatici, amici o nemici; gli altri e basta, col loro contributo alla vita sociale, la solidarietà spontanea, anche involontaria. Pure se non gli vai a genio, un panettiere ti serve, e così un benzinaio. Non c’era più nessuno: avrei dato un occhio, una mano, per entrare in contatto con un essere vivente. Raccolsi le energie, mi feci coraggio, scesi dall’auto ed entrai in casa. Davanti alla scrivania c’era il quadro della Vergine Maria: d’istinto, l’abbracciai, la baciai, Le dissi “Maria, aiutami, non abbandonarmi!”. All’improvviso, vidi il mondo dall’alto, l’enorme sfera azzurra che girava, portandosi dietro il dolore della gente, le risa sfrenate, l’ultimo respiro dei morenti, il pianto dei neonati. Sentii i clacson delle auto, i fischi dei vigili, le televisioni accese nelle abitazioni. Vicino a me, risuonò la voce stridula di una giornalista: restate in casa, restate in casa! Allora era per questo. Salii le scale e mi buttai sul letto: non ero più l’ultimo uomo sulla terra. Per la prima volta, provai amore per tutto ciò che esiste.

Coronavirus. Appello di Franco Arminio

Le passioni, quelle intime e quelle civili, aumentano le difese immunitarie.

Essere entusiasti per qualcuno o per qualcosa ci difende da molte malattie.

La questione è virale, ma è anche teologica. La vicenda terrena è misteriosa, lo era anche prima del virus. Se non potete stringere la mano agli uomini, stringetela a Dio.

Capire che noi siamo immersi nell’universo e che non potremmo vivere senza le piante mentre le piante resterebbero al mondo anche senza di noi. Stare un poco di tempo lontani dai luoghi affollati può essere un’occasione per ritrovare un rapporto con la natura, a partire da quella che è in noi.

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Per strada

– Come mai è uscito? – E lei? – Devo andare in farmacia. – È urgente? – Evidentemente sì. – Deve essere sicuro. – Sarò responsabile di me stesso? – Di irresponsabili ce ne sono tanti. – E lei? Perché è uscito? – Io sono il virus.  – E gira così, indisturbato? – L’ho spiegato nelle lettere all’umanità circolate in questi giorni. – Non se ne può più. – È vero. È un aspetto letale del contagio. – Quando pensa di andarsene? – Mi faccio due conti: san Bernardino diceva che la pestilenza è legata a guerre e carestie. – Lei crede ai santi? – Anche loro contagiano la fede. – A che punto è arrivato coi calcoli? – Ho pensato di girare fino a questa estate. Poi penseranno d’esserne usciti, e arriveranno i miei fratelli. – Vuol dire che non ne usciamo più? – Non è detto. – In che senso? – Ne esce chi non c’è mai entrato. – Lei parla troppo per enigmi. Chi è che non c’è entrato? – Chi si affida a Dio: è l’unico che conosce il vaccino. – Mi sta dicendo che devo andare a messa? – Non ci può andare, in questa fase. – E che dovrei fare? – Quello che non fa nessuno. – E cioè? – Non avere paura. – Basta questo? – Sì. – Grazie. – Ma non lo dica a nessuno. – Perché? – Perché poi io che faccio?

da qui

Croce con amore. Covid 19

 di Rosa Salvia

E sta l’ambiguo stupore / di contagi inattesi / di vicende inaudite / e non si discerne verità di parola / si va d’oltranza in oltranza / si naviga / ciechi. 

Il Covid – 19 ci ha colti tutti di sorpresa in quest’osceno bisticcio di notizie crivellato di spettri,

in questo regno evanescente dell’apparizione di scienziati e di politici che s’azzuffano, in questa incertezza di motivazioni oggettive per collegare fra loro elementi inconciliabili.

Da una parte l’onnipotenza della tecnologia, dell’era digitale, dei grandi colossi come Google, Amazon e soci, della dittatura dei social che consentono a ciascuno di costruirsi un’immagine di narcisistico autocompiacimento a proprio uso e consumo, dall’altra l’improvviso precipitare nel vuoto, nella precarietà della propria piccolezza di fronte a una natura che continua a essere terrificante come nei secoli più lontani della storia.

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8 marzo

L’8 marzo fa pensare alle donne. Personalmente, credo che la donna sia indivisibile dall’uomo. Sono fatti per costruire insieme. È un cammino di purificazione, che richiede una morte. Se muoio al desiderio di autoaffermazione, all’istinto di impormi, si apre lo scenario della relazione autentica. L’altro non è più un concorrente, ma il partner di una danza che riflette l’armonia di un universo visto con altri occhi. La prospettiva è quella di una assoluta parità, perché si fa a gara a dare all’altro più importanza che a sé. L’8 marzo diventa, così, una data condivisa.

Chi sono io?

Un giorno, tanto tempo fa, incontrai un ragazzo con un quaderno tra le mani. Gli chiesi di poterlo vedere. C’era scritto: chi sono io? Mi colpì molto, al punto che, da allora, la domanda è sempre riaffiorata nel mio cuore. Oggi mi guardo dentro e capisco di essere ciò che, dopo tanti anni, non si è perso: il progetto di Dio su di me, il suo amore indefettibile, le persone che mi ha messo accanto. Comprendo che il peccato è disconoscere questo. Dire: quello che mi hai dato, non lo voglio. Chi sono io? Un dono, fatto e ricevuto. Un dono da donare. Ciò che rimane.

Da sotto

Ed eccoci così, per festeggiare
questo tuo compleanno nell’eterno
trascorrere del tempo. Sei per me
sempre il Mario dei viaggi interminabili,
dei poveri perduti, della birra,
le pennette al salmone ed il risotto.
Ti aspetto ogni mattina mentre guardo
il sole che si affaccia alla finestra.
Auguri, amico mio, da qui, da sotto.

PAOLO CIAMPI, “COSA NE SAI DELLA POLONIA”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Paolo Ciampi

Cosa ne sai della Polonia. In bicicletta nella terra degli addii e delle cicogne

Fusta Editore, 2018

Parlare di Polonia per me significa parlare di una seconda casa, sia perché ci ho abitato, sia perché è così che mi sento tutte le volte che ci ritorno. Leggere questo libro di Paolo Ciampi, perciò, ha avuto un significato speciale. Eppure, anche al netto di tutto ciò, è un’opera di grande pregio.

Cosa ne sai della Polonia. In bicicletta nella terra degli addii e delle cicogne non è solo un itinerario cicloturistico tra Varsavia e i laghi e le cittadine della Masuria. Lo definirei piuttosto – senza voler cadere nell’enfasi retorica – un percorso nella memoria, personale dell’autore, sì, ma soprattutto dei luoghi e dei popoli che li hanno abitati.

Fin dalla capitale, Varsavia, che considera un luogo di partenze e di addii, cogliendo un aspetto cruciale della sua storia così ricca di drammi, l’autore inizia un percorso non solo fisico, ma mentale ed emotivo – sulle ruote e a colpi di kayak – lungo le strade e i laghi di una regione primigenia, la Masuria, densa di ricordi ancestrali e di stratificazioni di tracce storiche progressivamente più recenti, passando per le vicissitudini della lunga fase in cui questa parte della Polonia non esisteva più come territorio polacco, ma faceva parte della Prussia. Del resto, tutto il paese, per 123 anni (dal 1795 al 1918) fu cancellato dalla mappa d’Europa, anche se fu in grado di resistere nella cultura, nei libri e nella persistente memoria popolare, salvo poi, dopo una breve stagione di libertà, affondare negli orrori della seconda guerra mondiale e, a seguire, del comunismo sovietico. Continua a leggere

“DIARIO DELL’ALPINO FRANCESCO MACCARIO”

Da Diario dell’alpino Francesco Maccario, a cura di Paola Maccario (ed. arabAFenice)

2 settembre 1944

Le mie condizioni sono sempre stazionarie. Faccio il calcio endovenoso, passo qualche ora a leggere il vangelo ed altri libri religiosi che mi da il cappellano: la vista mi è ritornata normale con una leggera anisocoria soltanto.

3 settembre 1944

In questa lotta di vita o di morte penso sovente ai miei cari ed alla mia cara lontana: immagineranno che in questi giorni sto combattendo contro la morte una lotta decisiva!?

4 settembre1944

Nella mia camerata ho tre cari amici: Fantozzi e Stoppane (romani), Pafundi (napoletano) i quali mi cantano canzoni bellissime delle loro città lontane tenendomi di buon umore. Continua a leggere

Educazione sentimentale #4

di Antonio Sparzani
(qui a sinistra monumento a Budapest ai Ragazzi della via Pal)
Quest’idea di scrivere delle educazioni sentimentali mi viene ovviamente dopo la lettura (che risale a molti anni fa) del famoso romanzo, ancorché non veramente autobiografico, di Flaubert nel quale l’autore mette tra l’altro a nudo nel suo modo raffinato e profondo i moti del cuore di quell’età che sta attorno alla altrettanto famosa linea d’ombra. Io la ritengo ben distinta da, o comunque non necessariamente connessa con, quello che siamo soliti chiamare “il primo amore”, nel senso di amore per un’altra persona, intendo invece quello o quegli episodi, letture, e anche incontri naturalmente, che ti hanno stampato qualcosa nel cuore che ancora ti ricordi con emozione. Continua a leggere

Alida Airaghi e Daria Angeli. Homeless.

da qui

Sabato sera

di Alida Airaghi

I piedi neri che sporgono dal letto,
braghe arrotolate sui polpacci: Isaac dormicchia
in canottiera, sudato, sporco di terra, e il fiato
gli puzza d’aglio e di vino. Il suo vicino è Moses,
curiosi nomi di ricchi ebrei, i loro, che invece
più musulmani di così si muore. Continua a leggere

Educazione sentimentale # 1


(i redattori di La Poesia e lo Spirito hanno recentemente aderito alla proposta di descrivere in un post quella che potrebbe essere chiamata la loro educazione sentimentale, tipicamente un libro che li abbia molto colpiti e che abbia sensibilmente contribuito a formarli quali essi sono. Pubblico qui il primo contributo, dovuto al “nume tutelare” di questo splendido blog, Fabrizio Centofanti.
A. S.)

Mi è facile rispondere: i libri che mi hanno segnato sono soprattutto quelli di Calvino.

Detto così, sembra banale: letture scontate, logore perfino a scuola. Chi non si è mai sorbito Marcovaldo? Eppure, per me, è stato un incontro folgorante. Non ci crederete, ma quando morì, nel 1985, mi fecero le condoglianze.

Cosa mi piaceva di lui? Tutto, anche quei tratti che a molti sembrano la negazione della letteratura, chiamata a compromettersi, a perdersi, a rischiare fino a contraddirsi, per sondare il territorio infido e per certi versi inconoscibile che è l’altro. Continua a leggere

Il cavallino di Natale e il suo calesse

di Kika Bohr

Erano ancora gli anni della scuola elementare. Agli Oh! Bej, Oh! Bej con i miei genitori avevamo ammirato un giocattolo gigantesco: il grande cavallo nero, di legno decorato, fissato sulla sua piattaforma azzurra con piccole rotelle gialle. Un cavallo a grandezza naturale, da sellaio con tutta probabilità. Avevamo anche chiesto il prezzo, e mio padre aveva commentato che non era molto caro. Per notti intere l’ho sognato, come portarlo a casa, sarebbe bastato il mio salvadanaio? Forse ci stavano pensando i miei… non era molto caro. E i quattro piani, anzi cinque, l’ultima scala era un po’ stretta, sarebbe passato? Con delle assi, pensavo, tirandolo su, sulle sue piccole rotelle. Il nostro appartamento era minuscolo ma a stare stretti stretti ci sarebbe stato un po’ di posto per lui nell’entrata, vicino all’attaccapanni. E mi piaceva questo stare stretti stretti! Sarebbe stato un po’ come il Cavallo d’ebano delle Mille e una notte, un racconto che ci aveva letto la mamma. Chissà se si sarebbe potuto farlo muovere come quello, in qualche modo.
Ma Natale si avvicinava, gli Oh! Bej, Oh! Bej erano finiti: sapevo che il sogno non si sarebbe avverato. Continua a leggere

Ridere

di Antonio Sparzani

Conosceva storie di lingue, a pezzi e bocconi, qua e là nel mondo. Aveva letto che presso gli Inuit la perifrasi ridere con te significava far l’amore con te e gli era sembrato molto bello, perché i migliori amori che gli erano capitati nella vita erano stati densi di buonumore e il ridere spesso gli piaceva, altro che il riso abbonda ecc. dello stupido adagio latino, lui non lo credeva vero per niente.
Un giorno erano, lui e Gabriella, in un rifugio di montagna a dormire insieme in un grande camerone stipato di cuccette come spesso nei rifugi, con altri amici, tra i quali c’era un altro pretendente, o un passato amore, di Gabriella. Il numero di cuccette era inferiore di uno al numero di persone, così lui trovò naturale distendersi vicino a lei, che tendeva a chiudersi nel suo bozzolo, nella sua cuccetta. Quando fu spenta la luce fu altrettanto naturale continuare a parlarsi sottovoce, anche un po’ abbracciati, così che lui trovò modo di dire la sua informazione eschimese, con tono casuale. Gabriella sorrise e lui interpretò al meglio: una grande risposta, pensò, di chi vuole mettere in pratica, mostrarti come si può sorridere bene, anche in un rifugio quando si è tutti imbacuccati. Continua a leggere