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Messaggio nella bottiglia

Se ti senti felice, sappi che è opera dello Spirito Santo. Dio ci ha creati per la felicità e per il bene: non dev’esserci un motivo per essere felici. È una cosa che accade, come il merlo che si ferma alla finestra, o il sorriso di un bambino sconosciuto. Cerchiamo la felicità inseguendo obiettivi, progettando successi: nessuno ci ha insegnato che si è felici per un dono imprevisto, qualcosa di gratuito. Quando il cuore è, come in origine, un paradiso terrestre, niente può turbarlo. La felicità non proviene dal fare: un uomo, una donna, ridotti all’immobilità, non potrebbero conoscerla. Ma esistono persone impedite nel fare più felici dei cosiddetti sani. Finché non approdiamo a questa verità, ci dibattiamo in quelli che san Paolo classificava come pensieri iniqui. I Padri sapevano che basta poco per essere felici, e basta poco per essere tristi, perché la vita dipende dai pensieri. Chiediamo in dono la risposta giusta alla domanda che sta dietro a ogni pensiero: sei dei nostri o sei del nemico? Se, ignorando i pensieri iniqui, riaffiora la felicità, ringraziamo il donatore.

Seconda lettera dal Covid

Carissime e carissimi,

anche al secondo tampone sono risultato positivo. Il Signore mi affida questo eremitaggio, desidera che in questo isolamento mi dedichi a qualcosa a cui Lui tiene. Ho parlato a lungo del progetto che il Padre ha su ciascuno di noi. C’è uno scavo ulteriore, in questi giorni, per quanto mi riguarda. Viviamo in un’epoca difficile: per il mondo, per la Chiesa. Pochi hanno il coraggio di porsi in ascolto della verità, e di annunciarla così come la sentono nell’intimo. Il mondo occidentale è pervaso dalle logiche ferree del mercato. La religione più diffusa è quella della merce, di qualsiasi natura essa sia. I pensieri quotidiani si rivolgono a prodotti proposti dalla pubblicità, fosse pure l’ultimo modello di mascherina o igienizzante. Lo stile di vita è appiattito sui target veicolati dai mezzi di comunicazione sociale, dalle parole d’ordine prefabbricate. Il silenzio è una realtà sconosciuta, anzi temuta: siamo diffidenti di fronte a ciò che emerge dal profondo, preferendo gli slogan rassicuranti delle agenzie di turno, dalla sapienza di plastica e priva di attriti. Ossessionati dall’imperativo ecologico, non siamo più in grado di stupirci davanti a un’alba o a un tramonto: rientreremmo in noi stessi, suscitando domande imbarazzanti. La rapidità, lo stress, il fare per il fare, sono i nostri compagni di cammino: ci sentiamo in colpa se non leggiamo subito un messaggio, se non rispondiamo a una mail in tempi brevi; ci sembra di essere perduti se non siamo connessi a qualche rete. Questi giorni di positività al coronavirus si trasformano nella profezia della lentezza e del silenzio, diventano un appello non soltanto per me, ma anche per chi leggerà queste parole, che scrivo guardando, dalla mia finestra, la grotta di Elia, il profeta della voce di silenzio sottile, con la quale Dio parla a chi si lascia fermare per rimettere in moto la sua vita. Grazie ancora per i vostri messaggi: rispondo da qui, a ciascuno di voi, con un immenso grazie.

don Fabrizio 

Auguri per l’anno che verrà

Mi trovo costretto a fare cumulativamente gli auguri per l’anno che sta per cominciare, non essendo in grado di inviarli e rispondere singolarmente. Voglio farne, però, un atto di scelta profonda e di piena libertà. 

Il virus mi ha messo davanti all’essenziale, e sempre più mi convinco che si tratti di un’occasione preziosa non solo per me, ma anche per quelli che incontro nel cammino. L’effetto del Covid è quello di darmi il tempo di tornare alle radici, là dove ho incrociato la vita per la prima volta. Per me è stato l’incontro con don Mario, che mi ha fatto scoprire l’uomo alla maniera di Cristo: che crede, ama, spera; ha fiducia nel prossimo, è mite, umile, scopre l’amore per la vita, fa esperienza della croce; è libero e uno con lo Spirito, puntando alla verità; prega, è figlio di Dio (cioè docile, obbediente, coerente, perseverante), porta vita e gioia ed è misericordioso. Quanto sia stato lungo e contraddittorio il mio cammino, rispetto a un simile orizzonte, tutti lo sanno.

Il coronavirus, oggi, mi mette ancora davanti a questa luce intramontabile, alla mia vera identità. E mi spinge ad augurare a ciascuno di voi di poter ritrovare, a sua volta, le radici autentiche della propria vita, perché la tempesta che ci sta sconvolgendo non passi inutilmente.

Perdonatemi se non rispondo ai messaggi, ma mi è fisicamente impossibile.

Vi abbraccio virtualmente, ma con tutto il cuore

don Fabrizio 

Un ricordo di don Mario Torregrossa, di Augusto Benemeglio

Ciò che mi opprime non si può curare; è la mia croce e devo portarla da solo, …ma Dio sa quanto si è incurvata  la mia schiena per lo sforzo” 

(S. Freud)

“Ecco l’uomo” è un libro di Fabrizio Centofanti, Effatà , 2011, – dedicato a Don Mario Torregrossa, l’uomo del fuoco, del sole, l’uomo dell’insonnia, la faccia chiara del mondo, la goccia d’inchiostro di sangue e di miele, colui che non è più tra noi , e tuttavia continua ad essere freccia conficcata nell’altare, vetrata luminosa, croce di pietra e legno con nomi incisi tutt’intorno, memoria di memoria che si inventa una storia, cento, mille storie di mani tese , di voci e di gridi. 

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Nella gloria

Non ti vedo sul tavolo del Grassi, avvolto nel lenzuolo come un beduino. Neanche sulla sedia a rotelle, che annunciava la partenza col trillo inconfondibile. E nemmeno in via Prassilla, in quel su e giù interminabile delle nostre chiacchierate.

Ti vedo nella gloria, vicino al Cristo che hai amato, a Maria, che hai pregato ogni giorno, a Giuseppe, che hai invocato nei tempi della provvidenza. Per questo sei qui, nella povera stanza del Divino Amore, dal tuo amico di sempre: che ancora sente il trillo, ancora ti accarezza, nel lenzuolo del Grassi, che ancora passeggia accanto a te, parlando di giovani e crescita, annuncio e formazione, di fede, speranza e carità. Sei poesia e verità, il mistero dell’amore che mette tutto insieme, per miracolo.

Lettera dal Covid

Carissime amiche e carissimi amici,

vi scrivo da questa malattia che mi ha colpito nel cuore delle feste natalizie, come se il Signore volesse regalarmi una nascita nuova; e nel cuore di una pandemia che sta scuotendo il mondo, come volesse capovolgerlo. Il significato, secondo me, è questo: la vita va letta all’incontrario. Finché il Cristo non diventa il Signore assoluto della nostra storia, siamo esposti a ogni pericolo, soprattutto quello di ignorare la scala corretta dei valori. Attraversando il contagio, mi è chiaro il significato finale del discorso di Gesù sul monte: ciò che conta è appoggiarsi sulla roccia, perché basta poco per crollare, vedendo vanificati gli sforzi di una vita. Abbiamo bisogno di trovare qualcosa che resista alla mancanza di respiro: e che cosa può essere, se non il Respiro per antonomasia, il Pneuma, la Ruach, lo Spirito Santo, ciò che veramente in noi respira? La mia esperienza, in questi giorni, è guardare a ciò che resta oltre tutte le apparenze del mondo: sì, il mondo è apparenza; l’unica verità è il Cristo, che vive al di sotto della superficie colorata e inconsistente. Ma essendo Colui per mezzo del quale sono state fatte tutte le cose, è in grado di dare consistenza, valore e colore ai dettagli più insignificanti, a ogni gesto, a ogni parola, al saturimetro che è finito vicino al Crocifisso, all’antibiotico che mi fa alzare con il mal di testa, al giaccone invernale che non tolgo da giorni, pur stando rinchiuso in una stanza. Tutto prende senso dallo sguardo che incrocio qui, davanti a me, lo sguardo della Roccia su cui voglio fondare la mia vita, il Pneuma che mi fa respirare, la certezza che al di là di qualunque evento resta l’evento del Suo amore. Vi ringrazio per la massa immensa dei messaggi. In questo momento ho bisogno di una cosa: quella qôl demamah daqqah che certamente ricordate, la voce di silenzio sottile in cui il Signore, finalmente, parla.

Un abbraccio da lontano, ma anche da vicino, a tutti e a ciascuno

don Fabrizio 

Il ballo

Ci siamo visti su zoom. Non sapevo quasi che esistesse. Vedere le facce degli amici con cui condividiamo questo blog è stata una gioia difficile da dire. La vita è questo incontro che solleva da cupezze e depressioni, che rimette in gioco, che rovescia il tavolo della mala sorte e comincia a danzare. Non ho ballato mai. Solo una volta misi piede in un locale, e rimasi in un angolo per tutta la serata. Siamo così: ballerini falliti, a cui basta vedere i volti degli amici per scatenarsi nel ballo mai rischiato.

Danza

La vita come danza, non contava il pallone, ma la danza, la danza, l’essere certi di volare, di sorprendere se stessi, prima degli altri, la testa, i piedi, come note e strumenti, come un ballo infinito, senza colpe o pentimenti, anche nel tunnel della vita, dentro il buio, la roba, sempre troppa, proprio come il tocco, la mira, la stoccata, l’enorme, l’insolito, il passaggio, da una nota all’altra, lo spartito, mai la partita, le note strepitose, il volo, basso e continuo, la luce unica dell’immediato, come se tutto fosse tacco, tiro, giravolta, l’unica gioia, come se tutto fosse solo, in mezzo alle traverse del letto, sofferenza, respiro ormai affannoso, il grido, come se tutto fosse solo, fosse solo, danza.

Prisco De Vivo, L’inutilità dello specchio

Riflessioni su un percorso spirituale e misericordioso nel tempo della pandemia

Nel nostro tempo difficilmente aumenterà la nostra capacità di elevazione al sublime. Nella maggior parte di noi c’è una continua interazione all’ovvio, alle dinamiche più sconcertanti della banalità (modello imprescindibile del nostro tempo); così, drammaticamente, ognuno di noi all’ombra delle proprie pene è consapevole di questa triste realtà.

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Tardi

Dell’amore ti accorgi troppo tardi,

come di quella stella che d’un tratto

precipita, cometa di un minuto,

che non hai fatto in tempo a formulare

un desiderio. Forse ti ricordi

di amare troppo tardi, quando è notte,

e in sogno ti riappare la promessa.

Forse la stessa nota suona adesso,

e ne hai bisogno, come il respirare,

ma non è più lo stesso.

Soprattutto

Era bello vedere come in Cristo,
da lì, da quella vetta di parole,
lo strepito del mondo accusatore,
nel sale e nella luce, da quel vivere
inoltrato nel nulla, e solo allora
il conto della serva, la pressione
dal basso, l’attenzione all’ipostatico
momento, il turbinare delle piaghe,
l’amore che vinceva sopra tutto,
e soprattutto il cuore.

Sulla soglia

Così com’è, intera, declinata 

in forme preordinate, in tagli uguali, 

dentro rade radure, o boschi oscuri, 

trillando fra i trapassi di migranti 

stormi, curvi di sogni che trapelano

dai possibili ultimi passanti, 

come canti risorti dalla ferma

voglia, no, dalla doglia, l’urlo, l’alto

ricorso alla preghiera, sulla soglia. 

Presenza

Un segreto della vita è la presenza: tu sei presente, e questo colma il vuoto, che ha sempre un pretesto per esistere. Se dimentico l’altro, dimentico la possibilità stessa di essere: sono un indefinito che soffre inutilmente. Con l’altro, ogni dolore è utile, porta in qualche luogo di bellezza misteriosa. Ricorda, dunque: la memoria autentica è presenza, e la presenza è vita.

L’esercizio spirituale

L’esercizio spirituale della mia vita è questo: far passare tutta l’esperienza, fisica, psichica e pneumatica attraverso l’amore. In paradiso, infatti, lo Spirito Santo ci mostrerà tutto quello che di noi è passato per l’amore. Per questo bisogna amare il peccato perdonato, la sofferenza purificatrice, i nemici che ci hanno messo alla prova: tutto verrà trasfigurato dall’amore eterno di Dio, resterà avvolto nella Sua luce intramontabile.

Tempi nuovi

di Serena Fioris

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, trent’anni fa, annunciava come imminente la scomparsa delle epidemie grazie al progetto Salute per tutti entro l’anno 2000. Rientrava in un piano dell’OMS, il quale manifestava la speranza che gli inizi del XXI secolo non avrebbero più visto epidemie tra gli abitanti della terra. Oggi la stessa organizzazione registra una pandemia con più di un milione di contagiati.

In questi tempi, più che dalla scienza, è dalla letteratura che giungono parole significative. Queste sono quelle della scrittrice polacca Olga Tokarczuk, premio Nobel nel 2018:

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L’impero

Mi interessa il cuore. Oggi, la mente che governa il mondo fa di tutto per nasconderlo alla vista. Perché scendere nella verità del proprio cuore è la rivoluzione più insidiosa. Affoghiamo in un mare di immaginette, cuoricini, abbraccini, nella melassa che rende tutti uguali, tutti innocui. Se arriva uno che parla dal profondo, le chat ammutoliscono: è uno scandalo pensare, un’offesa al diktat della mente al potere. Non cederò mai più al linguaggio degli schiavi. Spezzerò per primo le catene. Noi siamo di Cristo, la Parola. Non saremo mai sudditi ubbidienti dell’impero della Grande Idiozia. Ce ne sono abbastanza. 

La sorgente della vita

Si era dimenticato. Per questo soffriva, e non sapeva perché. Si lasciava ferire, si adirava, il veleno giungeva dappertutto, ossia il pensiero cattivo, di cui parlano i Padri, che si appropria della mente e del cuore, che ti mostra la vita con il filtro dei tuoi traumi. Si era dimenticato che avrebbe dovuto e potuto perdonare. Se avesse perdonato i genitori, se avesse riportato alla memoria gli eventi in cui s’era sentito abbandonato, tradito, e avesse sussurrato, dal profondo del cuore: perdono, perdono, perdono, si sarebbe aperto lo scenario della realtà com’è, delle persone come sono, del mondo senza la proiezione fuorviante delle sensazioni negative. Solo adesso viveva nella pace. Riattingeva alla sorgente della vita che scorreva anche prima, ma era lui che la ignorava, come quando qualcuno ti sorride, e tu non te ne accorgi. Ora poteva dire: guardami, sono qui: ricominciamo. 

L’ultimo giorno

Oggi è l’ultimo giorno di vita, per Terenzio. La sveglia è alle cinque e un quarto, come sempre, ma apre gli occhi prima che squilli. L’ha puntata per non perdere un minuto del tempo che gli resta. Come ogni mattina, legge un pensiero religioso, poi strappa la pagina del calendarietto: ha un sussulto al pensiero che sia l’ultima. La guarda diversamente dalle altre, come fosse “la sua”. In effetti è così: il giorno che vai via è il tuo giorno, il dies natalis, dicevano i Padri, il giorno natalizio.

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