Proteggere il buono nelle cose disuguali. Canada, di Richard Ford

di Ezio Tarantino

Quando esce un nuovo romanzo di Richard Ford i cherubini e i serafini dell’empireo della letteratura fanno festa (sobriamente, brindando con una lattina birra in uno squallido diner delle costellazioni di provincia). Richard Ford scrive romanzi (bellissimi) e non se ne chiede la ragione. Lo fa. In Canada Ford torna a Great Falls, Montana, dove ci aveva portato tanti anni fa nel bellissimo romanzo breve Incendi. Vi ritorna soprattutto dal punto di vista della forma, riprendendo di quel romanzo lo stile asciutto, nitido, essenziale. Abbandonato quello pirotecnico, metaforico, post-moderno, iper-analitico dei tre grandi romanzi della cosiddetta trilogia di Frank Bascombe (dal nome del protagonista di tutti e tre i libri: The sportswriter, Il giorno dell’indipendenza e Lo stato delle cose), in Canada Ford si mette da parte, rispettosamente al servizio del racconto. Per fortuna non si usa più l’aggettivo, ma in Incendi e in Canada Ford sembra volersi meritare quello di scrittore minimalista, avvicinandosi a quello del suo grande amico Raymond Carver. Continua a leggere

La sostenibile pesantezza della grazia

di Ezio Tarantino

pesodellagraziaChristian Raimo aveva fin ora pubblicato due raccolte di racconti (molto belle), parecchi anni fa. Ma ha fatto anche tante altre cose: è stato (è? esistono ancora i TQ?) tra i più attivi nel gruppo di scrittori fra i trenta e i quaranta (Generazione TQ, appunto), scrive molto sulla rete, cura raccolte di racconti altrui, lavora per importanti case editrici, è stato curatore di Orwell, lo sfortunato supplemento culturale di Pubblico, il giornale di Luca Telese naufragato dopo pochi mesi di vita, e in più insegna in un liceo. Ma non si era ancora misurato con la forma romanzo.

Il peso della grazia (Einaudi, 2012, p. 453, € 21) è un romanzo coraggioso e ambizioso. Vi si parla di Dio, di amore, di vita, di inferno e paradiso (l’inferno e il paradiso senza nominarli proprio così – Dio e l’amore sì, invece). E’ un romanzo coraggioso perché da un lato si offre ad un tipo di lettore ben identificabile (direi tra i venticinque e i quaranta, colto, o almeno istruito, precario, disilluso, politicizzato, ideologizzato o no – sia per i contenuti che per lo stile: penso a certe similitudini da nerd: il cielo ora è pieno di nuvole che sembrano “isole di terra in SuperMario Bros”, ora si apre in “pop-up di azzurro”, e le giornate si schiariscono come quando sul Mac si pigia tante volte il tasto F2; e a una punteggiatura ironicamente elusiva e giovanile, a un uso espressivo dei caratteri tipografici – spazi bianchi al posto di silenzi, puntini di sospensione ossessivi, pagine interamente bianche), cui attinge e restituisce voce, uno sguardo, sentimenti; da un altro lato affronta di petto, senza sconti, con estrema lucidità e aggiungerei anche onestà e franchezza il tema del rapporto non tanto con Dio, ma proprio con Gesù Cristo, anzi, con la religione cattolica. E lo fa all’interno di una tormentata, sputtanata e sputtanante storia d’amore.
Il tentativo sembra per un verso quello di recuperare il racconto della vita quotidiana sottraendola alla dittatura della superficialità dei Paolo Giordano, Fabio Volo per tacere di Moccia; da un altro quello di spiazzarlo con un punto di vista quantomeno inusuale, destabilizzante nel suo limpido inequivoco diritto di cittadinanza.

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La conservazione metodica del dolore, di Ivano Porpora

di Ezio Tarantino

“Angela era una donna che cercava un uomo che non avesse passato; un uomo che le tenesse tra le mani la matassa dei pensieri mentre lei faceva l’uncinetto” 

Che libro è La conservazione metodica del dolore di Ivano Porpora (Einaudi Stile libero Big, 2012)? Non è il libro di un esordiente; anche se in realtà è il libro di un esordiente. Non è un libro sulla fotografia, anche se le fotografie vi hanno una parte fondamentale. E’ un memoriale? No, non è un memoriale, anche se parla di memoria, ma soprattutto di perdita della memoria.  E’ un libro generazionale? No, non è nemmeno un libro generazionale, anche se la generazione dell’Io narrante, Benito Allegri, fotografo quarantacinquenne, è il correlativo oggettivo del suo mondo interiore, almeno quanto lo sono i ricordi d’infanzia. E’ un libro d’amore? No, non è un libro d’amore sebbene sia pieno di donne, di sesso (alluso o ricordato più che descritto). Sarà un libro di genere (il genere bassapadana: Fellini, Guerra, Bassani, Bertolucci…). No, non è un libro di genere. Anche se la bassa padana (o alta, o media, non saprei dire con esattezza) è lì con le sue nebbie, il suo Po, il suo dialetto, le sue biciclette, le sue figurine mitiche (il prete, il comunista, il fascista, le donne, la sgarrupatissima bluesband).

Partiamo da qui (un po’ ingenerosamente). E’ un libro che ha un limite: quello di essere tutto questo. Un amarcord dolceamaro che abbraccia un arco di tempo molto ampio (dal dopoguerra ai giorni nostri), i cui rimandi (le atmosfere, i personaggi, le storie, la magia e la durezza, qualche volta la disperazione, di vivere) costituiscono un pedaggio inevitabile che induce chi legge a metterlo in rapporto con una memoria letteraria (o cinematografica), più che con la possibilità di un’esperienza (ciò che dovrebbe fare il romanzo: mettere il lettore di fronte ad un’altra vita possibile).
Ma è un libro che gioca con tutti quegli elementi in un modo che non lascia freddi o avvinti solo da un punto di vista intellettuale. Ciò che è detto, e come viene detto, ha valore di per sé perché c’è vita in dosi da cavallo dentro ogni pagina. C’è vita, c’è dolore e partecipazione (per questo ho detto che non è il libro di un esordiente: non vi troverete vizi e birignao tipici del “giovane scrittore”: lo stile è maturo, la voce è nitida e sicura, asciutta, controllata). Continua a leggere

La fabbrica dei sogni: Hugo Cabret, di Martin Scorsese

di Ezio Tarantino
Appena terminata la visione di Hugo Cabret viene voglia di aspettare che il film ricominci e riguardarlo da capo, per catturarne ogni dettaglio, ogni sfumatura, per capire ogni movimento di macchina, trucco, effetto. Ma già, non si può più. Alla fine della proiezione bisogna abbandonare la sala, come fosse un treno, la corsa è finita e non si può replicare. Il biglietto era valido solo per un sogno, e il sogno non si ripete. Forse è giusto così.

Che Martin Scorsese abbia contratto nel corso della sua straordinaria carriera un debito con la storia del cinema è cosa nota. Con Hugo Cabret Scorsese prende di petto l’oggetto del suo desiderio, ne indossa i vestiti, rende esplicite le premesse, apre la valigia della memoria e ne tira fuori tutto ciò che vi ha raccolto per tutta la vita.

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Ritorno al futuro

di Ezio Tarantino

Oggi vi suggerisco di fare un viaggio nel tempo e nello spazio. Salite su una “e” e dopo un elettrizzante giro della morte vi ritroverete a cavallo di una “a”. E così da Cinecittà atterrerete a Cinacittà: dagli studi di Cinecittà sulla Tuscolana, nel 1960, sarete approdati in un anno qualsiasi del futuro prossimo, in una Roma molto diversa da come la conosciamo.

Per fare questo viaggio vi servono due libri: C’era una volta il futuro, di Oscar Iarussi, edizioni Il Mulino, e Cinacittà, appunto, di Tommaso Pincio, edizioni Einaudi Stile libero.

Il libro di Iarussi, giornalista e critico cinematografico della Gazzetta del Mezzogiorno di Bari è, fatevi conto, un grande telo bianco disteso su un bel pezzo di storia italiana, sul quale sono proiettate, in modo simultaneo, o in un montaggio alternato dal ritmo sincopato le immagini della nostra storia recente. Si comincia dal 1960, l’anno della Dolce vita e si arriva ai giorni nostri, ma forse è il contrario, si parte dai giorni nostri, dalla politica, dal cinema, dalla televisione (soprattutto dalla televisione, cioè dalla politica), e si arriva al 1960. O forse si va e si ritorna su e giù, sopra il telo bianco, senza sottostare a uno schema troppo rigido.
Il tema del libro è la Profezia. Il profeta è Federico Fellini e l’oggetto del suo vaticinio è l’Italia, il suo degrado che oggi definiremmo “televisivo”, ma che cinquantadue anni fa sarebbe suonato come una bizzarria. La televisione era appena nata, e non disturbava i sonni di nessun intellettuale, o quasi (Umberto Eco già stava affilando i polpastrelli: il suo famoso saggio su Michael Nicholas Salvatore Bongiorno, detto Mike, è infatti dell’anno seguente).

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The Artist

The Artist
di Ezio Tarantino

Cominciamo citando un classico della teoria cinematografica: “Quando, una ventina d’anni fa, si fecero i primi tentativi di film sonoro, scrissi in Der Geist der Films che il suono non costituiva una conquista, ma un semplice problema: conquista sarebbe divenuto – e conquista eccezionale – il giorno in cui fosse stato risolto.”

Béla Balász, uno dei maggiori teorici dell’arte cinematografica della prima parte del Novecento, autore di uno dei testi più importanti per capire l’evoluzione dell’estetica cinematografica dagli inizi agli anni quaranta, Il Film: evoluzione ed essenza di un’arte nuova (ancora in commercio),  non era un conservatore condizionato da un’estetica ideologica che gli impediva di apprezzare le novità tecnologiche. Ma era persuaso che la perfezione del linguaggio cinematografico del cinema muto, che esaltava lo ”specifico filmico” senza appoggiarsi in modo surrettizio sulle caratteristiche delle altri arti, non era stata neppure sfiorata dal cinema sonoro. Queste peculiarità il cinema sonoro le perse, non riuscendo a trovare una sua specificità di linguaggio, divenendo per lo più, secondo Balász, mero “teatro fotografato”.

Balász morì nel 1949, senza probabilmente conoscere i film di Orson Welles (per citare forse il più grande innovatore del cinema degli anni quaranta e cinquanta), che pure erano già usciti (Citizen Kane è del 1941). Il cinema sonoro ha poi certamente trovato la sua strada (basti pensare a Godard), ma nel complesso non è che abbia dato davvero prove convincenti e durature di aver superato il problema.

Le due direttrici fondative del cinema dagli anni settanta ad oggi sono la spettacolarizzazione e il dialogo. Ma raramente una “narrativa per immagini”. Tanto che per tornare a vedere un racconto per immagini, bisogna riappiccicare i fogli del calendario e fingere di attestarci al 1929, l’anno in cui ha inizio la vicenda di The artist, il bel film di Michel Hazanavicius.

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Ricordo di Leda Colombini (1929-2011)

di Ezio Tarantino

La ragazza lo vide arrivare in fondo al viottolo nella campagna, poco fuori Fabbrico. Andava in bicicletta. Sul tubolare portava la donna che stava per sposare, una donna ricca. L’uomo era suo padre, e il padre delle sue due sorelle più piccole: era il figlio del padrone del podere dove, come salariato, come bifolco (addetto al bestiame) lavorava il padre di sua madre Iride, e per questo non era e non sarebbe mai potuto diventare suo marito; per di più Iride aveva già un’altra figlia da una relazione, precocissima, con un altro uomo. Ma Iride gli voleva bene, lo amava. Per questo la ragazza si piantò in mezzo al sentiero e non lo fece passare. “Chi sei? Cosa vuoi?” le disse l’uomo. Il fatto che si sarebbe sposato con un’altra e che la madre, quando l’aveva saputo, aveva pianto, l’aveva riempita di rabbia. Per questo quando l’aveva visto arrivare, di lontano, sulla bicicletta, con quella donna incastonata fra le braccia protese, lo aveva fermato. “Chi sono? Cosa voglio?” L’uomo la guardò all’improvviso come intimidito, e lei cominciò a riempirlo di pugni. Un granarola di pugni. Lui abbassò la testa  e le spalle sul manubrio e si prese i pugni, dal primo all’ultimo, senza dire una parola. Poi si sistemò sui pedali, aiutò la signora non ancora sua moglie e risalire sulla bici e si allontanò senza voltarsi.

La ragazza si chiamava Leda. Leda Colombini, e racconta questo episodio nel bellissimo libro di Francesco Piva, Storia di Leda. Da bracciante a dirigente di partito, edizione Franco  Angeli, 2009. Continua a leggere

Sangue del suo sangue, di Gaja Cenciarelli

di Ezio Tarantino

Gaja e Chiara Valerio

Gaja Cenciarelli e, alla sua destra, Chiara Valerio, di Nottetempo

La prenderò un po’ alla lontana.

Io non so se sia C’era una volta in America il film numero diciotto del Quiz che Nanni Moretti ha proposto ai cinefili suoi ammiratori sul sito dedicato ad Habemus papam. Non lo so perché tale è la distanza del suo giudizio sul film numero diciotto dal gusto comune che perfino lui non ha avuto il coraggio di rivelarlo: “spero che nessuno indovini questo film”, dice con un filo di voce imbarazzata, “questo film è noioso, volgare, lungo, misogino e violento”.

Io credo si tratti di C’era una volta in America perché ricordo che qualche giorno dopo la sua uscita un altro regista, anche lui molto noto e molto bravo, parlandone al Centro Sperimentale con gli allievi, sapendo di andare controcorrente, si espresse più o meno usando quegli aggettivi. Aggiungendone un altro: è un film immorale (o amorale, ora non ricordo). Questo commento mi rimase impresso. Capii molto più su di lui attraverso questo giudizio che in più  di due anni di frequentazione.

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Il cimitero di Praga, di Umberto Eco

di Ezio Tarantino

La seconda legge di Ranganathan recita: “Ad ogni lettore il suo libro”, e la terza  “Ad ogni libro il suo lettore”. Chi era Shiyali Ramamrita Ranganathan? Un matematico e bibliotecario indiano (chi ne voglia sapere di più clicchi qui). Nel mondo della biblioteconomia si è guadagnato un posto nell’empireo grazie al suo sistema di classificazione “a faccette” e, ancora di più, per l’emanazione di quelle che sono universalmente conosciute e citate come le cinque leggi di Ranganathan. Ovvero l’architrave ideale su cui si sostengono le biblioteche, regolando in modo semplice e senza troppe mediazioni intellettuali il rapporto fra l’istituzione e i suoi utenti.Tutto questo per dire che se è vero, ed è verissimo, che ogni lettore ha i suoi libri, e viceversa, non dovrei star qui a parlar male di un libro che, palesemente, non è il mio libro.
Tuttavia, poiché mi è stato regalato, e da persona cara, ho voluto cogliere l’occasione per mettermi, come dire, in pari, con la letteratura di grande consumo.
Il libro è, come avete visto dal titolo dell’articolo, Il cimitero di Praga, di Umberto Eco.

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Sangue di cane, di Veronica Tomassini

di Ezio Tarantino

Di cosa tratta Sangue di cane, di Veronica Tomassini, primo titolo della neonata casa editrice Laurana, di Milano, libro di cui si parla tanto? (e sarebbe interessante verificare se alla popolarità del libro sulla rete corrisponda un adeguato risultato nelle vendite, ma queste sono curiosità difficilissime da soddisfare, visto che i dati sulle vendite dei libri sono coperti da una coltre di  segretezza che nemmeno Wikileaks riuscirebbe a svelare).
Sangue di cane è un libro sull’amore assoluto. E’ la rappresentazione dell’amore di Dio.

Per il credente Dio è l’amore, e il suo amore per l’uomo è pazzo e indiscutibile (se non amasse, Dio rinnegherebbe se stesso e questo non è possibile: non sarebbe Dio). Dio sfida l’uomo sul terreno della fedeltà. Dio non si cura se l’uomo gli sarà fedele, non si cura della natura e dei modi con cui l’uomo ricambia, se lo ricambia, il suo amore. Dio però garantisce all’uomo la sua fedeltà assoluta.
L’amore raccontato nel libro della Tomassini è la figurazione dell’amore pazzo, indefettibile, contro ogni logica, fedele fino allo stremo e oltre, di Dio.

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Amerò quelle gambe anche quando saranno vecchie e scarne e con tutti i peli bianchi

In ritardo di circa un anno rispetto alla piuttosto infuocata polemica che rese vivace l’estate del 2009, ho ripreso in mano Principianti, il volume che raccoglie la versione originale dei racconti di Raymond Carver che, mutilati di un buon 60% costituirono la prima e celebrata raccolta Di cosa parliamo quando parliamo d’amore (1981), che avevo iniziato a leggere proprio in concomitanza con la querelle accesa da Carla Benedetti e proseguita da altri.

Già un anno fa mi ero fatto un’idea piuttosto chiara della questione, tanto da averne scritto un appunto che rimase lì, fra le note del mio palmare, senza che lo riprendessi più in mano. Il fatto è che allora non avevo qui con me (in Sicilia, dove passo le mie vacanze) il libro “ufficiale” e dunque l’impossibilità di fare confronti mi aveva frenato. Poi l’inverno è trascorso senza che ritrovassi l’impulso di verificare la qualità e la quantità dei tagli subiti da Carver da parte del suo editor Gordon Lish, cosa che ho quasi casualmente potuto fare in questi giorni.

Mi ero fatta un’idea, dicevo, grazie alla lettura dell’epistolario Carver/Lish riportato in appendice nel volume dell’Einaudi. La lettura comparata delle due edizioni dei racconti di Carver me l’ha confermata. Il lavoro di Lish sui racconti di Carver lo si può serenamente definire un atto di violenza.

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Fra generosità e ironia: La scopa del sistema è la TV

1. Ne “La scopa del sistema” (1987) di David Foster Wallace a un certo punto due personaggi, Neil Obstat (!) e Andrew Sealander “Wang Dang” Lang assistono ad una scena piuttosto ridicola: un barman, scivolando con il suo vassoio di birre su una ciliegia al maraschino “strategicamente disposta sul pavimento”, innesca una serie di disastri a catena che suscitano la smodata ilarità di Obstat, e la seriosa riprovazione di Lang. “Sei proprio un immaturo” sogghigna questi all’indirizzo di Obstat. Che replica: “Bisogna entrare nello spirito della situazione” (p. 363 dell’edizione Einaudi Stile Libero Big, 2008).

2. In uno dei saggi contenuti in “Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più”, Invadenti evasioni (1993), reportage tra il serio e il faceto di una mega fiera agricola dell’Illinois, DFW riferisce di aver assistito ad un breve discorso del Governatore dello stato, Jim Edgar, un coriaceo, quadrato esemplare del Midwest, che dice pane al pane, e fa ricorso a una retorica che fa leva su sentimenti facilmente condivisibili dalla sua rozza e patriottica comunità rurale. “La stampa rimase impassibile”, commenta DFW, “secondo me però il discorso non era privo di una sua potenza”.

3. In un altro pezzo contenuto nello stesso volume, E Unibus pluram: gli scrittori americani e la televisione (1990) DFW se la prende con la critica paludata che accusa i giovani scrittori americani di essere troppo influenzati dalla televisione, cancro della cultura americana (e non solo). DFW impiega una centinaio di pagine per spiegare perché a) questo sia inevitabile; b) questo non voglia tuttavia dire che guardare la televisione sia una buona cosa, vista la qualità dei programmi (la definisce come “un incredibile sistema di misurazione del generico”). La tesi di DFW è che la tv c’è, esiste, è allo stesso tempo specchio e manipolatore della realtà, la gente non fa altro che starsene lì a guardarla: come si può far finta che non ci sia? E anzi, che sia l’attività che occupa la maggior parte del tempo libero dalle attività generalmente remunerative dell’americano appartenente a qualsiasi classe socio-culturale. Continua a leggere