111. Respiro


Entravamo nel dolore della gente: potevamo farlo, perché ci venivano forniti gli strumenti che consentivano di accoglierlo e gestirlo, l’impresa più difficile per un essere umano. La presenza di Dio era il farmaco miracoloso che permetteva di guardare in faccia le sfumature infinite della sofferenza. Il male, da solo, uccide: non era raro confessare qualcuno che sentiva di non farcela, che si diceva in procinto di togliersi la vita. Io rimanevo in silenzio: non volevo dare l’impressione di ritrovarmi la ricetta pronta, di estrarre un asso dalla manica come un baro qualunque. Ma poi, senza parere, lasciavo affiorare quello che, per noi, era l’unico antidoto all’odio per la vita.
Avevamo riscoperto la preghiera del cuore: Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me. I Padri della Chiesa sostenevano che non era sufficiente ripetere vocalmente o mentalmente questa formula: bisognava collegarla al respiro, al battito del cuore. Così l’invocazione diventava un atto spontaneo, naturale, indispensabile come respirare.
In questo modo, quando la gente arrivava col suo carico, a volte insopportabile, comunicavamo il soffio dello Spirito, una sorta di rianimazione in cui si toccava con mano l’impossibile fatto possibile.
Mi ricordai che queste ultime parole erano quelle che Lorca utilizzava per definire la poesia. Ancora una volta, arte e fede convergevano, come se la chiave fosse sempre e comunque la bellezza.

110. Abissi


Era come se ci stesse preparando: non con strutture difensive esterne, ma con una progressiva capacità di allinearci col suo punto di vista di Creatore, che ama invariabilmente ogni creatura, dalla più complessa alla più apparentemente inutile o nociva. Addestrarci ad amare, sempre e comunque, ogni aspetto della realtà anche oscura o terribile, o assolutamente respingente; amare con quella volontà divina di abbracciare la terra, l’universo, di non lasciare nulla fuori dal suo sguardo comprensivo, motivatore, perdonante. In questa prospettiva, non si smarrivano le tendenze personali: al mattino continuavi a dirigerti verso i biscotti preferiti, ad ascoltare la tua musica, a scegliere il libro con il quale ti sentivi in sintonia; ma, nello stesso tempo, non giudicavi, non disprezzavi nulla di ciò con cui condividevi il dono di esistere, qui e ora.
Se dunque si era giunti a un momento storico di svolta, anche drammatico – e tanti ci ridevano in faccia o protestavano per questa memoria difficile e vivente – sapevamo che sarebbe stato possibile affrontarlo al modo stesso di Dio, col coraggio di chi ama, di chi si fida della cura inalienabile di un Padre, che se alza la voce, lo fa per il tuo bene.
Sotto la furia delle onde, c’era la pace del mare profondo, degli abissi in cui conoscevamo noi stessi e scoprivamo sempre meglio Lui.

108. Specialisti


Ogni tanto arrivavano notizie che suonavano come una conferma di ciò che da tempo sapevamo. Ma quello che più caratterizzava il clima del momento era un intimità maggiore col Signore, una coscienza che tutto sarebbe stato unito, assunto in Lui, trasformato in materia vivente, in molecole di amore: l’Eucaristia anticipava il mondo a venire, che si apriva al di là della barriera della morte, e che grazie alla Pasqua di Cristo si poteva vivere già qui.
Di fronte a una tale prospettiva, tutto il resto appariva scolorito: era questa la scala di valori che prendeva corpo nella nostra impresa, tutta giocata tra fallimento umano e gloria incorruttibile del Progetto eterno di Dio. Solo in questa luce diventava vivibile un contesto in cui prosperava l’esatto opposto della profezia: una visione materiale che tradiva sempre più la propria inconsistenza, e che pareva inaccessibile a qualsiasi istanza di rinnovamento. Ecco, allora, che i segnali di cui sopra si mostravano per quello che erano: un appello al cambiamento, un richiamo urgente a una revisione totale della propria vita. Serviva un cataclisma per smuovere le acque? Per convincere l’uomo che l’unico vero Dio non avrebbe potuto essere lui, anzi, che lui, di fronte a questo Dio, avrebbe avuto una sola chance realistica, cadere in ginocchio, implorando la salvezza? Come sempre, non restava che attendere, e noi, ormai, eravamo diventati specialisti dell’attesa.

107. Orizzonti


Ci dirigevamo a grandi passi verso l’epifania di eventi a cui nessuno pensava, ma che noi scorgevamo sullo sfondo di un’epoca enigmatica, in cui i valori sembravano confondersi e in cui tutto era messo in discussione; ma non al modo, per dire, di Gesù, che mostrava anche al di là delle contraddizioni umane una vita potente, inalterabile; no, adesso c’era un senso di buio e di smarrimento, appena dietro la facciata buonista, l’ottimismo insensato di chi si affretta verso la rovina.
Capivamo perché Dio non fa politica, non sposa un partito, una fazione, non si lega al carro di lobby o ideologie, ma è libero della libertà indispensabile all’amore, e all’espressione limpida della verità. Ci sembrava che le istituzioni, perfino le più sacre, si facessero coinvolgere, invece, in giochi di potere, in manovre censorie, come si fosse sdoganata una sorta di dittatura sotterranea, intrecciata coi mass media e il loro istinto di falsificazione.
Come uscire dalla trappola, se non mettendosi totalmente nelle mani di Chi era, e sempre è, al di sopra delle parti, invocando lo Spirito che legge anche i meandri nascosti della storia? Quest’ottica ci consentiva di restare sereni in mezzo al non senso, alla violenza subdola, alla contraffazione più evidente, spacciata per una improbabile, profonda verità.

106. Quanto resta


A volte sembrava che la storia fosse appesa a un ponte gettato tra il passato e un futuro imprevedibile. L’impressione, per noi, era quella di lasciarci portare da una mano sapiente, che conosceva bene il quadro generale, l’inizio e la fine, l’alfa e l’omega, come dice la Scrittura. A ben guardare, si scorgevano segnali chiarissimi, cui ogni tanto accennavamo, non più con la foga di prima, tuttavia, con l’ingenuità di chi è convinto di convincere, e che invece si trova di fronte a resistenze invincibili, a un muro invalicabile.
Il Signore ci costringeva, quasi, a vivere i valori a cui teneva tanto: l’umiltà – con cui Lui stesso si era presentato (imparate da me, che sono mite e umile di cuore) -, mai così a portata di mano come in questo tempo di continue e a volte brucianti umiliazioni; la pace, perché sempre più ci accorgevamo che il conflitto era innescato da più o meno consapevoli pretese dell’io; l’amore, perché il perenne e faticoso rinunciare produceva l’effetto di aprirsi alle istanze dell’altro, superando il naturale egoismo che s’insinua così facilmente nei pensieri e nelle azioni.
Chiedevamo lo Spirito Santo, i suoi doni di discernimento, e soprattutto il miracolo della materia spiritualizzata e dello spirito incarnato, la cifra autentica dell’opera affidataci.
Ci tornava alla mente il grido ripetuto della Bibbia, sempre più attuale, nel dramma sotterraneo di quei giorni: sentinella, quanto resta della notte? Sentinella, quanto resta della notte?

105. Sogni


La porta stretta è stretta sul serio, Gesù non dice niente a caso. Era come un imbuto in cui tutto ciò che non andava, essendo incompatibile con il Progetto, finiva triturato in una macchina implacabile. Anche le gioie sane, i legittimi piaceri, venivano ingoiati in un inceneritore misterioso, che lasciava intatto solo l’essenziale. La morte a se stessi era il vedersi sottrarre, giorno dopo giorno, ogni possibile dominio dell’io.
Per il resto, tutto procedeva nella direzione conosciuta: la deriva modernista, le trame nascoste della guerriglia islamista, i segnali di una natura turbolenta, aggressiva, che pareva risentisse degli umori del mondo.
Negli occhi avevo il golfo dei miei sogni: un anticipo di Cielo di cui io solo potevo conoscere l’anima segreta. Era qui che don Mario mi dava appuntamento, in una solitudine perfetta. Era qui che lo sguardo di Cristo mi raggiungeva da qualunque prospettiva, come una luce che ti scorta in un sentiero di montagna, nelle escursioni notturne dei momenti onirici più intensi.
L’avevo sognato, don Mario: mi diceva d’essere stanco, provato da una lunga malattia. Lo abbracciavo, e capii che la fatica che faceva era per noi, che ancora coinvolgeva tutto il Paradiso perché potessimo uscire vincitori dalla tremenda battaglia col demonio.

104. L’attesa


Il tempo faceva maturare l’anima e gli eventi, mettendoci in contatto col profondo, disposti ad accogliere, ormai, la sofferenza inevitabile legata a quell’impresa. I segni di ciò che ci aspettava erano sempre più evidenti, e una volta di più ci stupivamo del fatto che tanti non vedessero, o fingessero che tutto restasse come prima. Avevamo esaurito la vena polemica montante di fronte ai casi di rimozione più sfacciati. Volenti o nolenti, ci eravamo adattati alla presenza delle due fazioni indicate dalla Emmerich: posizioni opposte e irriducibili da accogliere com’erano, evitando d’innescare drammi che sarebbero andati ad aggiungersi a quelli già incombenti. L’impeto, l’enfasi, lasciavano il posto alla tenerezza e alla pietà, come se l’unica chance realistica fosse porre ogni cosa ai piedi del Signore, lasciandogli l’onere e l’onore di parlare e di agire, nei suoi modi imprevedibili. Lo Spirito emergeva dal di dentro, strattonato come sempre, ma propenso a vivere soltanto della divina volontà. Ogni giorno era un passo verso l’agognata epifania: tutte le profezie pendevano dal chiodo dello scadere del famoso centenario, in cui il piano diabolico avrebbe distrutto, da una parte, e spalancato, dall’altra, una breccia nel muro che celava il trionfo del Cuore immacolato di Maria. Attendevamo, imparando da Colei che don Tonino Bello aveva definito, per l’appunto, la Vergine dell’Attesa, la Donna capace di aspettare.

103. Il torto e la ragione


Scoprivamo sempre meglio quello di cui i Padri erano stati convinti dall’inizio: il segreto della vita di fede è la memoria dell’amore. Senza il ricordo, la storia, la traccia concreta che giace nel profondo, non può esservi fede, ma solo un’aggiunta posticcia senza carne né sangue. Del resto, non era stato l’ultimo arrivato a dire: “fate questo in memoria di me”. E il memoriale era l’asse portante non solo del Nuovo, ma anche del Primo Testamento. La vita cristiana è l’unica realtà in cui si può dire, con un’accezione positiva, che si vive di ricordi. Il primo Vangelo è tutto nel paolino “vi trasmetto quello che a mia volta ho ricevuto”. Il tempo, per noi, era dunque scandito da un intreccio incandescente tra il futuro apocalittico, il presente dell’attesa e un passato nel quale rirovare le radici profonde di cui tutto si nutriva, in aperto contrasto con la superficialità inquietante di un’eresia, ormai, acclamata e conclamata. Ci veniva in mente la parabola del seminatore, con la sua denuncia dei terreni inconsistenti, incapaci di portare frutto, e la necessità di un’accoglienza attenta e generosa del seme-Parola, della sua azione potente e rigeneratrice. Chi aveva interesse a occultare una verità così lampante? Chi poteva arrivare a strappare dal cuore della gente l’unica possibile fertilità, condannandola a un destino da zombi o da automi, a una vita senz’anima, così lontana dal credo-spero-amo di cui don Mario s’era fatto banditore? Ancora una volta, gli eventi avrebbero chiarito con la forza incontrovertibile della realtà da quale parte fossero il torto e la ragione.

102. Crisi di crescita


La meta era vicina, ma proprio per questo, come sempre accade, si scatenò l’inferno: tutto quanto si potesse respingere, odiare, disprezzare, salì a galla, mettendo in forse i traguardi raggiunti fino allora. Cosa fare? La prima reazione fu di rabbia: possibile che non si comprendesse l’azione del demonio, il suo tentativo disperato di vanificare in un momento il lavoro di anni? Mi sembrava evidente l’azzardo satanico, tipicamente suo, del resto, dettato dall’orgoglio smisurato e dalla smania di distruggere tutto. Ma la via era un’altra: restare nella pace, confidare soltanto nel Signore e nel suo Progetto indefettibile. Avrebbe pensato Lui a colmare le lacune, a riportare nell’alveo stabilito le energie disperse dal dolore rabbioso per lo scacco apparente. Mi dissi che al mondo non c’è nulla di più forte di Dio, e che anche allora avrebbe prevalso la trama amorosa di una storia preparata da sempre. Il miracolo non sarebbe stato cancellato da una insana e scomposta insofferenza. Tornai alle radici del cammino, al bello, al buono, al vero: da lì sarebbe scaturita la sorgente che avrebbe irrigato il deserto di un momento di crisi, aprendo lo scenario di un’oasi da tempo vagheggiata. Dovevamo credere, come don Mario sempre ripeteva, che quello che Dio dice è vero: contro ogni apparenza, contro ogni azione e potenza dell’inferno. Le porte del caos non l’avrebbero spuntata sul disegno d’amore e di salvezza, sul sicuro dispiegarsi del volere eterno del Signore.

Da quando sono entrato in politica


[Ripubblico questo brano incluso in Prêtr-à-porter, un mio libro di diversi anni fa, perché mi sembra curiosamente attuale]

Da quando sono entrato in politica non credo più in niente. Ne ho viste troppe: la verità rovesciata in menzogna, la programmazione del falso, l’eliminazione violenta di ogni ostacolo, la ruberia elevata a comandamento. Non so perché continuo a stare qui; c’è una forza che mi attrae, ma non riesco a darle un nome. La sera, quando torno a casa, cerco invano di distendermi. Qualcosa mi consuma gli intestini, e lavora dentro, contro di me. Continua a leggere

101. Un’altra musica


Ogni giorno, dicevo, imparavamo qualcosa. Nell’ambiente ostile in cui vivevo, ogni momento era buono per sperimentare l’amarezza del misconoscimento, dello sguardo indifferente che quasi godeva nel sottrarti, nel toglierti, nel farti comprendere come fossi di troppo. Ogni mese, a noi sacerdoti spettava una quota per le messe celebrate. Quella volta era successo che, per due giorni di seguito, avevo saltato il pasto in cui veniva consegnata la busta dall’economo. Tornando da un’uscita serale, gli chiesi quando me l’avrebbe data, e mi rispose come se fossi il più infimo degli esseri. Allora, tornato in stanza, capii qualcosa che non potrò dimenticare: il diavolo sa bene quali corde toccare per produrre amarezza, livore, desiderio di rivalsa. Non c’è che un rimedio: decidere, una volta per tutte, di non suonare la sua musica, di non utilizzare i suoi strumenti, di non sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda delle colonne sonore da lui composte ed eseguite. Bisognava cantare la musica di Dio, che trasmetteva pace e indipendenza, che educava alla libertà interiore e al rifiuto di qualsiasi condizionamento proveniente dall’esterno. Pensai che le note predilette da Dio fossero quelle dell’inno che, non a caso, don Mario mi aveva consegnato in uno dei nostri primi incontri: il capitolo 13 della prima lettera ai Corinzi, le cui parole ti cullano in una nenia che scava nel profondo, apre al mondo sconosciuto e felice dell’amore: la carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. Sì, questa era tutta un’altra musica.

100. Dalla bocca


Crescevamo, giorno dopo giorno, come se lo Spirito plasmasse l’anima con strumenti invisibili, sottili, al modo dell’acqua che scolpisce le figure straordinarie delle grotte sotterranee. In quel periodo, mi colpiva soprattutto l’insegnamento di Gesù sul puro e sull’impuro: non quello che viene dall’esterno rende impuro l’uomo, diceva, ma ciò che esce dalla sua bocca. Come dire, siamo noi che trasformiamo il male potenziale in qualcosa di reale, dandogli, attraverso le parole, la consistenza che non ha. Il cuore dell’uomo è pieno di ogni genere di cose: sta a noi scegliere tra esse e dar loro sostanza, partorirle al mondo, farne un contributo d’amore o di violenza. Ecco la grande responsabilità affidata ad ogni essere; ecco perché si dice che Dio non abbia mani, o bocca o gambe, perché su questa terra sono le nostre mani, gambe, bocche a rendere presente o a rinnegare il suo Progetto eterno. Leggevamo nel Nuovo Testamento: nessuna parola cattiva esca dalla vostra bocca, ma parole buone, necessarie per la comune edificazione. Non contavano le idee, le posizioni, le polemiche, ma che ciascuno, nel microcosmo a lui affidato, trasformasse in bene il materiale che ribolliva in cuore, come un fabbro forgia i suoi prodotti, lavorandoli col fuoco. Pensavo alle parole che girano nel mondo, a quanto dovessimo occuparci non solo dell’ecologia comunemente intesa, ma anche e soprattutto dell’ecologia dell’anima, della fucina di cui siamo titolari e da cui emergono, senza esagerare, le sorti del mondo.

99. La Via


Due strade tendevano a convergere, fino a combaciare: da una parte quella delle profezie, che sempre più diventavano realtà; dall’altra, la concretezza del cammino, la trasformazione radicale promessa dal Signore, che ormai toccavamo con mano come dono gratuito, apertura del cuore su scenari nuovi, liberati da antiche incrostazioni. Faceva bene, in questo caso, voltarsi indietro, verificare il percorso che lo Spirito ci aveva segnalato e per il quale ci aveva condotto. Faceva bene, anche, accorgersi di come Gesù rischiarasse sempre più le idee su cosa significasse andare dietro a Lui, sulla via della vita: procedere dal proprio vizio fondamentale in direzione della virtù opposta, emancipandosi dal falso sé e scoprendo la propria vera identità. Cominciavo a riavvertire sensazioni emerse nel periodo in cui don Mario aveva rivoluzionato la mia vita: l’insorgere del bene era come una sorgente di acqua fresca, che riprendeva a scorrere con allegria, dopo un lungo periodo di ristagno. Ciò non toglieva le difficoltà: la guerra quotidiana che il maligno scatenava, in questi ultimi scampoli di libertà concessagli da Dio; le molestie provenienti dagli ambienti ostili in cui il Signore ci aveva messi ad operare; i mille vincoli dovuti al fatto che non ricoprivamo ruoli dirigenti. Era chiaro che la via, per noi, era quella evangelica dell’umiltà, la salutare comunione col Signore mite e umile di cuore, che non aveva scelto di essere scriba, fariseo, sommo sacerdote, ma un semplice Rabbi che percorreva in lungo e in largo le strade d’Israele.

98. Muffa


Era come se tutto defluisse verso un bacino già deciso, come se i gesti, i pensieri, le parole si susseguissero in un ordine prestabilito, da cui era difficile scartare. Il dialogo fra sordi assumeva connotati grotteschi: non c’era verso di cambiare prospettiva, ognuno era ben chiuso in sé, marcando i confini con precisione puntigliosa. Noi proseguivamo nell’opera di sensibilizzazione, pur sapendo che gli appelli sarebbero spesso – quasi sempre – finiti nel nulla. Il male dilagava in molte forme: dalla violenza delle persone e degli Stati, allo sgretolamento dei valori, al logorio di una dottrina che sembrava non aver più alcuna ragione di sussistere. Assistevamo stupiti a dichiarazioni che, in altri contesti e in altri tempi, avrebbero destato riso o indignazione. L’imprudenza regnava sovrana, come se tutto fosse lecito, come se, all’improvviso, tutto si dovesse cambiare, capovolgere nel suo contrario, mostrare una faccia rifatta che, al di là del belletto, lasciava trasparire i suoi tratti beffardi e sovversivi. Avevamo la netta sensazione che, rapidamente, quei connotati sarebbero emersi con la sfacciataggine di chi non tollera alcun limite, provocando decisioni inevitabili e drammatiche. Tutta la natura sembrava risentire di un’aria viziata, di una perdita di punti di riferimento e di criteri: come se, di punto in bianco, un cataclisma dovesse diventare il simbolo di un libero arbitrio male esercitato, di un peccato originale che, cacciato dalla porta, si fosse riaffacciato da una crepa del muro, da una finestra socchiusa, da una cantina corrosa dall’umidità.

97. Crepe


Era quasi avvincente vedere come tutto, ormai, lasciasse intravedere gli eventi preannunciati; ma non avremmo potuto mai bearci con visioni drammatiche, con problemi per la cui soluzione bisognava invece pregare intensamente. Le posizioni erano ben delineate, anche se, ultimamente, nel fronte opposto si apriva qualche crepa, come se qualcuno cominciasse a dubitare delle “magnifiche sorti e progressive” sbandierate dalla nuova teologia. Sempre più, del resto, sarebbero apparsi segnali di conferma alle tre piste annunciate: la divisione nella Chiesa, il terrorismo di matrice religiosa e una guerra su scala mondiale. Personalmente, mi rendevo conto che la chiave più importante sarebbe stata abbandonarsi all’azione di Gesù, lasciando fare a Lui, rinunciando a guidare in modo autonomo le proprie iniziative. Facevamo esperienza di quanto questo atteggiamento producesse risultati migliori di qualunque altro. Si potrebbe definire “Provvidenza”: quella che don Mario aveva sempre vissuto, cercando di trasmetterne il segreto ai suoi amati discepoli. Il Signore conduceva la storia, anche e soprattutto in un tempo tormentato da contraddizioni, esposto, come non mai, alla minaccia dell’autodistruzione. Lasciarlo fare: era questo l’atto salvifico, quello che, per vie misteriose, sarebbe arrivato a dare frutto. Nel frattempo, ci era chiesto di avere pazienza, di pregare perché il Dio Pantokrator portasse a compimento la trama di salvezza concepita con fiducia e amore senza limiti.

96. Altri segreti


Maggio era arrivato. Il centenario di Fatima entrava nel vivo, dopo tanta attesa, e noi preparavamo i nostri cuori agli eventi preannunciati, ben sapendo che non c’erano date da tenersi per sicure, né vicende scontate, ma solo la fiducia assoluta nell’azione del Signore, l’apertura del bambino che non sa, e ha tutto da imparare. Intanto il Cielo lavorava nella nostra terra accidentata: dall’ultima presa di coscienza sul senso profondo dell’umiliazione, che avevamo deciso non solo di accettare, ma di abitare con gioia, eravamo approdati al cuore del Vangelo, riassunto in uno dei messaggi della Gospa: “Avrà la pace vera solo chi, nel suo prossimo, vede e ama mio Figlio”. Non era facile: non solo scorgerlo in noi stessi, ma anche nelle persone che tutto parevano incarnare tranne il volto, l’opera, il pensiero di Gesù. Ma come eravamo pazienti per il nostro cammino personale, come sapevamo perdonarci inciampi e passi falsi, inevitabili nella via della fede, così dovevamo dare agli altri, a tutti, la possibilità di aprirsi al Progetto, fino all’ultimo respiro, riconoscendo che il giudizio decisivo spetta solo a Dio. La pace: era questo il bene supremo, che si stagliava sempre più nitidamente sull’orizzonte oscuro degli accadimenti, l’estremo appello rivolto dal Signore a un’umanità scivolata su altri piani, chiusa nel bozzolo oppressivo dell’io incapace di donarsi. Ed era maggio, il mese di Maria: ci sembrava di vedere il suo sguardo, di sentire la sua mano posata su di noi, la sua voce inconfondibile, in mezzo ai rumori del tempo che correva.

95. L’ultima Thule


Dovevamo parlare e agire con prudenza: dire e non dire, lasciar intravedere, aprire spiragli su scenari che già apparivano evidenti, ma di cui si accorgeva solo chi voleva. C’era una tendenza irresistibile a chiudere occhi e orecchi alla realtà. Le due fazioni della Emmerich erano sempre più chiare, giorno dopo giorno, ma non riguardavano soltanto le questioni dottrinali, bensí la visione stessa della storia, le mosse degli Stati, le trame del terrore “religioso”, le vie tortuose di un’umanità plagiata dal principe della menzogna. Perché quasi di plagio si trattava, anche se il libero arbitrio era l’ultima parola, l’adesione a Dio o a Beliar, l’avversario, il serpente antico, il nemico della natura umana. Noi potevamo procedere solo per accenni, allusioni, che pure a molti sembravano minacce, messaggi criptici capaci di insinuare angoscia ed inquietudine. Magari fosse stato questo l’effetto degli appelli! Avevamo ricordato più volte che i turbamenti provengono dal diavolo, eccetto quello che serve a sradicare da scelte sbagliate, che portano alla morte. Questi sono l’opera dello Spirito Santo, che cerca d’incrinare le certezze di un popolo, oggi come allora, dalla dura cervice. La sensazione strana era toccare un punto, nei discorsi, oltre il quale non era possibile procedere: erano le colonne d’Ercole, l’ultima Thule di un cuore refrattario alla voce di silenzio sottile che il profeta aveva udito sul monte di Dio, e che tutti, ancora una volta, eravamo invitati ad ascoltare.

94. Paradossi


La situazione era paradossale: non solo eravamo certi della veridicità delle ben note profezie, ma ormai gli eventi andavano delineandosi con una chiarezza disarmante, a cominciare dalle dichiarazioni sulla guerra atomica, che campeggiavano sulle prime pagine dei quotidiani, ma non segnavano affatto il quotidiano della maggior parte della gente, incline a rimuovere qualunque minaccia alle proprie, precarie sicurezze. Quando si sarebbero attuati i fenomeni previsti? Chi parlava di maggio, chi dei mesi successivi, fino a ottobre, altro anniversario delle apparizioni ai pastorelli portoghesi. Diventava difficile parlare di qualcosa che avvertivamo come duro, terribile, drammatico. Eppure, il nostro compito di sentinelle ci spingeva a spargere il seme della consapevolezza in terreni spesso refrattari, in orecchie invase dai rumori di un mondo concentrato nei suoi interessi effimeri, nello sforzo sterile dell’autoaffermazione, nella ricerca del piacere, negli equilibri instabili di competizioni, rancori, delusioni. Come riuscire a far breccia in questa scorza, come convincere dell’urgenza del momento, quando persino nella Chiesa prevaleva, spesso, una visione orizzontale, sociologica, priva della carica esplosiva della Pasqua appena celebrata? Sempre più comprendevamo che senza la potenza della Risurrezione, il Cristianesimo si riduceva a una ben misera cosa: un’organizzazione sociale come tante, un attivismo spesso logorato da denunce impotenti e da reciproche accuse di inerzia o inefficienza. La nostra fede era di più, molto di più, e noi avevamo il compito di farcene memoria vivente e coraggiosa.

93. La roulette


Non potevamo fare a meno di stupirci di quanta refrattarietà ci fosse riguardo al tema della profezia. Pensavo al dato divenuto proverbiale che la fede è un dono: era anche una scusa per non credere, per evadere l’impegno inevitabile, la sporta di sacrificio senza sconti da infilare nello zaino della vita. Comodo pensare che se la tua è un’esistenza senza fede la colpa è di un altro, perfino di Dio, che non te ne ha fornito. La fede è un dono, sí, ma da volere, da desiderare. La pallina tornava sempre nella solita casella, nella roulette delle domande decisive. Tutto dipendeva da quel mistero chiamato desiderio. I maestri dello spirito invitavano a cogliere il sentimento fondamentale della propria vita: cosa desidero di più? Dove si volge istintivamente l’attenzione, cosa attrae l’energia vitale che tutti abbiamo dentro? Comprendevamo sempre più lucidamente come qui fosse richiesto il massimo di sincerità, altrimenti sarebbe stato un bluff, una fatica senza frutto. Non bisognava censurarsi, ma cogliere spietatamente la verità interiore, anche se avesse dovuto rivelare che il sentimento di fondo fosse un vizio: l’ira, la lussuria, l’avarizia…
Solo prendendo coscienza dello stato del cuore, guardando in faccia la propria condizione, smettendo, una volta per tutte, di nascondersi dietro il solito dito, ci si sarebbe messi in marcia, toccando con mano che sí, persino il desiderio può cambiare, aprire gli occhi ciechi dell’istinto, dell’ovvio, dell’abitudinario, su un orizzonte inedito, una scena mozzafiato: quella dello spirito. Solo a quest’altezza sarebbe stato possibile sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda della profezia. E questa altezza era lo sguardo del Cristo, che tutto trasforma, tutto salva, con la sua scorta inesauribile di luce.

92. Repressioni


Mi colpivano le parole di Buber nel Cammino dell’uomo: “Ogni conflitto tra me e i miei simili deriva dal fatto che non dico quello che penso e non faccio quello che dico”. Nel momento che stavamo vivendo, tornavano preziose. Il clima si faceva pesante: come ci fosse un controllo sui gesti, sulle idee, sulle parole. Come se ogni angolo celasse una spia pronta a riferire chissà quali segreti. Una suora mi aveva apostrofato con aria allusiva: una signora dice che hai scritto…
Mi tornavano alla mente le visioni della Emmerich, l’immagine dei credenti oppressi dalla persecuzione che, come in altre profezie, proveniva dall’interno della Chiesa. Eravamo alla resa dei conti? Un amico con carismi di veggenza mi aveva confidato che intravedeva a maggio uno spartiacque decisivo: in quel mese si compivano i famosi cento anni di Fatima, in cui il demonio era stato liberato per mettere alla prova la fede dei credenti in Cristo, per colpire al cuore la sua Chiesa. Constatavamo che davvero, in questo secolo, c’era stato un crollo totale dei valori, un disgregarsi delle strutture portanti dell’umanità, che andava ben oltre le definizioni di “società liquida” o “globalizzazione”: una scomparsa delle basi elementari della vita comunitaria e personale. A questo si aggiungeva, ora, un occhiuto controllo sui potenziali dissidenti, su chi non rinunciava a radicarsi nel nucleo della tradizione, nella storia impregnata dalla visita dello Spirito Santo, dalla potente incarnazione di Cristo. Ecco, allora, che le parole di Buber diventavano un viatico opportuno per chi, come noi, credeva ancora nella verità: dire quello che si pensa, fare quello che si dice, ad ogni costo.