102. Crisi di crescita


La meta era vicina, ma proprio per questo, come sempre accade, si scatenò l’inferno: tutto quanto si potesse respingere, odiare, disprezzare, salì a galla, mettendo in forse i traguardi raggiunti fino allora. Cosa fare? La prima reazione fu di rabbia: possibile che non si comprendesse l’azione del demonio, il suo tentativo disperato di vanificare in un momento il lavoro di anni? Mi sembrava evidente l’azzardo satanico, tipicamente suo, del resto, dettato dall’orgoglio smisurato e dalla smania di distruggere tutto. Ma la via era un’altra: restare nella pace, confidare soltanto nel Signore e nel suo Progetto indefettibile. Avrebbe pensato Lui a colmare le lacune, a riportare nell’alveo stabilito le energie disperse dal dolore rabbioso per lo scacco apparente. Mi dissi che al mondo non c’è nulla di più forte di Dio, e che anche allora avrebbe prevalso la trama amorosa di una storia preparata da sempre. Il miracolo non sarebbe stato cancellato da una insana e scomposta insofferenza. Tornai alle radici del cammino, al bello, al buono, al vero: da lì sarebbe scaturita la sorgente che avrebbe irrigato il deserto di un momento di crisi, aprendo lo scenario di un’oasi da tempo vagheggiata. Dovevamo credere, come don Mario sempre ripeteva, che quello che Dio dice è vero: contro ogni apparenza, contro ogni azione e potenza dell’inferno. Le porte del caos non l’avrebbero spuntata sul disegno d’amore e di salvezza, sul sicuro dispiegarsi del volere eterno del Signore.

Da quando sono entrato in politica


[Ripubblico questo brano incluso in Prêtr-à-porter, un mio libro di diversi anni fa, perché mi sembra curiosamente attuale]

Da quando sono entrato in politica non credo più in niente. Ne ho viste troppe: la verità rovesciata in menzogna, la programmazione del falso, l’eliminazione violenta di ogni ostacolo, la ruberia elevata a comandamento. Non so perché continuo a stare qui; c’è una forza che mi attrae, ma non riesco a darle un nome. La sera, quando torno a casa, cerco invano di distendermi. Qualcosa mi consuma gli intestini, e lavora dentro, contro di me. Continua a leggere

101. Un’altra musica


Ogni giorno, dicevo, imparavamo qualcosa. Nell’ambiente ostile in cui vivevo, ogni momento era buono per sperimentare l’amarezza del misconoscimento, dello sguardo indifferente che quasi godeva nel sottrarti, nel toglierti, nel farti comprendere come fossi di troppo. Ogni mese, a noi sacerdoti spettava una quota per le messe celebrate. Quella volta era successo che, per due giorni di seguito, avevo saltato il pasto in cui veniva consegnata la busta dall’economo. Tornando da un’uscita serale, gli chiesi quando me l’avrebbe data, e mi rispose come se fossi il più infimo degli esseri. Allora, tornato in stanza, capii qualcosa che non potrò dimenticare: il diavolo sa bene quali corde toccare per produrre amarezza, livore, desiderio di rivalsa. Non c’è che un rimedio: decidere, una volta per tutte, di non suonare la sua musica, di non utilizzare i suoi strumenti, di non sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda delle colonne sonore da lui composte ed eseguite. Bisognava cantare la musica di Dio, che trasmetteva pace e indipendenza, che educava alla libertà interiore e al rifiuto di qualsiasi condizionamento proveniente dall’esterno. Pensai che le note predilette da Dio fossero quelle dell’inno che, non a caso, don Mario mi aveva consegnato in uno dei nostri primi incontri: il capitolo 13 della prima lettera ai Corinzi, le cui parole ti cullano in una nenia che scava nel profondo, apre al mondo sconosciuto e felice dell’amore: la carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. Sì, questa era tutta un’altra musica.

100. Dalla bocca


Crescevamo, giorno dopo giorno, come se lo Spirito plasmasse l’anima con strumenti invisibili, sottili, al modo dell’acqua che scolpisce le figure straordinarie delle grotte sotterranee. In quel periodo, mi colpiva soprattutto l’insegnamento di Gesù sul puro e sull’impuro: non quello che viene dall’esterno rende impuro l’uomo, diceva, ma ciò che esce dalla sua bocca. Come dire, siamo noi che trasformiamo il male potenziale in qualcosa di reale, dandogli, attraverso le parole, la consistenza che non ha. Il cuore dell’uomo è pieno di ogni genere di cose: sta a noi scegliere tra esse e dar loro sostanza, partorirle al mondo, farne un contributo d’amore o di violenza. Ecco la grande responsabilità affidata ad ogni essere; ecco perché si dice che Dio non abbia mani, o bocca o gambe, perché su questa terra sono le nostre mani, gambe, bocche a rendere presente o a rinnegare il suo Progetto eterno. Leggevamo nel Nuovo Testamento: nessuna parola cattiva esca dalla vostra bocca, ma parole buone, necessarie per la comune edificazione. Non contavano le idee, le posizioni, le polemiche, ma che ciascuno, nel microcosmo a lui affidato, trasformasse in bene il materiale che ribolliva in cuore, come un fabbro forgia i suoi prodotti, lavorandoli col fuoco. Pensavo alle parole che girano nel mondo, a quanto dovessimo occuparci non solo dell’ecologia comunemente intesa, ma anche e soprattutto dell’ecologia dell’anima, della fucina di cui siamo titolari e da cui emergono, senza esagerare, le sorti del mondo.

99. La Via


Due strade tendevano a convergere, fino a combaciare: da una parte quella delle profezie, che sempre più diventavano realtà; dall’altra, la concretezza del cammino, la trasformazione radicale promessa dal Signore, che ormai toccavamo con mano come dono gratuito, apertura del cuore su scenari nuovi, liberati da antiche incrostazioni. Faceva bene, in questo caso, voltarsi indietro, verificare il percorso che lo Spirito ci aveva segnalato e per il quale ci aveva condotto. Faceva bene, anche, accorgersi di come Gesù rischiarasse sempre più le idee su cosa significasse andare dietro a Lui, sulla via della vita: procedere dal proprio vizio fondamentale in direzione della virtù opposta, emancipandosi dal falso sé e scoprendo la propria vera identità. Cominciavo a riavvertire sensazioni emerse nel periodo in cui don Mario aveva rivoluzionato la mia vita: l’insorgere del bene era come una sorgente di acqua fresca, che riprendeva a scorrere con allegria, dopo un lungo periodo di ristagno. Ciò non toglieva le difficoltà: la guerra quotidiana che il maligno scatenava, in questi ultimi scampoli di libertà concessagli da Dio; le molestie provenienti dagli ambienti ostili in cui il Signore ci aveva messi ad operare; i mille vincoli dovuti al fatto che non ricoprivamo ruoli dirigenti. Era chiaro che la via, per noi, era quella evangelica dell’umiltà, la salutare comunione col Signore mite e umile di cuore, che non aveva scelto di essere scriba, fariseo, sommo sacerdote, ma un semplice Rabbi che percorreva in lungo e in largo le strade d’Israele.

98. Muffa


Era come se tutto defluisse verso un bacino già deciso, come se i gesti, i pensieri, le parole si susseguissero in un ordine prestabilito, da cui era difficile scartare. Il dialogo fra sordi assumeva connotati grotteschi: non c’era verso di cambiare prospettiva, ognuno era ben chiuso in sé, marcando i confini con precisione puntigliosa. Noi proseguivamo nell’opera di sensibilizzazione, pur sapendo che gli appelli sarebbero spesso – quasi sempre – finiti nel nulla. Il male dilagava in molte forme: dalla violenza delle persone e degli Stati, allo sgretolamento dei valori, al logorio di una dottrina che sembrava non aver più alcuna ragione di sussistere. Assistevamo stupiti a dichiarazioni che, in altri contesti e in altri tempi, avrebbero destato riso o indignazione. L’imprudenza regnava sovrana, come se tutto fosse lecito, come se, all’improvviso, tutto si dovesse cambiare, capovolgere nel suo contrario, mostrare una faccia rifatta che, al di là del belletto, lasciava trasparire i suoi tratti beffardi e sovversivi. Avevamo la netta sensazione che, rapidamente, quei connotati sarebbero emersi con la sfacciataggine di chi non tollera alcun limite, provocando decisioni inevitabili e drammatiche. Tutta la natura sembrava risentire di un’aria viziata, di una perdita di punti di riferimento e di criteri: come se, di punto in bianco, un cataclisma dovesse diventare il simbolo di un libero arbitrio male esercitato, di un peccato originale che, cacciato dalla porta, si fosse riaffacciato da una crepa del muro, da una finestra socchiusa, da una cantina corrosa dall’umidità.

97. Crepe


Era quasi avvincente vedere come tutto, ormai, lasciasse intravedere gli eventi preannunciati; ma non avremmo potuto mai bearci con visioni drammatiche, con problemi per la cui soluzione bisognava invece pregare intensamente. Le posizioni erano ben delineate, anche se, ultimamente, nel fronte opposto si apriva qualche crepa, come se qualcuno cominciasse a dubitare delle “magnifiche sorti e progressive” sbandierate dalla nuova teologia. Sempre più, del resto, sarebbero apparsi segnali di conferma alle tre piste annunciate: la divisione nella Chiesa, il terrorismo di matrice religiosa e una guerra su scala mondiale. Personalmente, mi rendevo conto che la chiave più importante sarebbe stata abbandonarsi all’azione di Gesù, lasciando fare a Lui, rinunciando a guidare in modo autonomo le proprie iniziative. Facevamo esperienza di quanto questo atteggiamento producesse risultati migliori di qualunque altro. Si potrebbe definire “Provvidenza”: quella che don Mario aveva sempre vissuto, cercando di trasmetterne il segreto ai suoi amati discepoli. Il Signore conduceva la storia, anche e soprattutto in un tempo tormentato da contraddizioni, esposto, come non mai, alla minaccia dell’autodistruzione. Lasciarlo fare: era questo l’atto salvifico, quello che, per vie misteriose, sarebbe arrivato a dare frutto. Nel frattempo, ci era chiesto di avere pazienza, di pregare perché il Dio Pantokrator portasse a compimento la trama di salvezza concepita con fiducia e amore senza limiti.

96. Altri segreti


Maggio era arrivato. Il centenario di Fatima entrava nel vivo, dopo tanta attesa, e noi preparavamo i nostri cuori agli eventi preannunciati, ben sapendo che non c’erano date da tenersi per sicure, né vicende scontate, ma solo la fiducia assoluta nell’azione del Signore, l’apertura del bambino che non sa, e ha tutto da imparare. Intanto il Cielo lavorava nella nostra terra accidentata: dall’ultima presa di coscienza sul senso profondo dell’umiliazione, che avevamo deciso non solo di accettare, ma di abitare con gioia, eravamo approdati al cuore del Vangelo, riassunto in uno dei messaggi della Gospa: “Avrà la pace vera solo chi, nel suo prossimo, vede e ama mio Figlio”. Non era facile: non solo scorgerlo in noi stessi, ma anche nelle persone che tutto parevano incarnare tranne il volto, l’opera, il pensiero di Gesù. Ma come eravamo pazienti per il nostro cammino personale, come sapevamo perdonarci inciampi e passi falsi, inevitabili nella via della fede, così dovevamo dare agli altri, a tutti, la possibilità di aprirsi al Progetto, fino all’ultimo respiro, riconoscendo che il giudizio decisivo spetta solo a Dio. La pace: era questo il bene supremo, che si stagliava sempre più nitidamente sull’orizzonte oscuro degli accadimenti, l’estremo appello rivolto dal Signore a un’umanità scivolata su altri piani, chiusa nel bozzolo oppressivo dell’io incapace di donarsi. Ed era maggio, il mese di Maria: ci sembrava di vedere il suo sguardo, di sentire la sua mano posata su di noi, la sua voce inconfondibile, in mezzo ai rumori del tempo che correva.

95. L’ultima Thule


Dovevamo parlare e agire con prudenza: dire e non dire, lasciar intravedere, aprire spiragli su scenari che già apparivano evidenti, ma di cui si accorgeva solo chi voleva. C’era una tendenza irresistibile a chiudere occhi e orecchi alla realtà. Le due fazioni della Emmerich erano sempre più chiare, giorno dopo giorno, ma non riguardavano soltanto le questioni dottrinali, bensí la visione stessa della storia, le mosse degli Stati, le trame del terrore “religioso”, le vie tortuose di un’umanità plagiata dal principe della menzogna. Perché quasi di plagio si trattava, anche se il libero arbitrio era l’ultima parola, l’adesione a Dio o a Beliar, l’avversario, il serpente antico, il nemico della natura umana. Noi potevamo procedere solo per accenni, allusioni, che pure a molti sembravano minacce, messaggi criptici capaci di insinuare angoscia ed inquietudine. Magari fosse stato questo l’effetto degli appelli! Avevamo ricordato più volte che i turbamenti provengono dal diavolo, eccetto quello che serve a sradicare da scelte sbagliate, che portano alla morte. Questi sono l’opera dello Spirito Santo, che cerca d’incrinare le certezze di un popolo, oggi come allora, dalla dura cervice. La sensazione strana era toccare un punto, nei discorsi, oltre il quale non era possibile procedere: erano le colonne d’Ercole, l’ultima Thule di un cuore refrattario alla voce di silenzio sottile che il profeta aveva udito sul monte di Dio, e che tutti, ancora una volta, eravamo invitati ad ascoltare.

94. Paradossi


La situazione era paradossale: non solo eravamo certi della veridicità delle ben note profezie, ma ormai gli eventi andavano delineandosi con una chiarezza disarmante, a cominciare dalle dichiarazioni sulla guerra atomica, che campeggiavano sulle prime pagine dei quotidiani, ma non segnavano affatto il quotidiano della maggior parte della gente, incline a rimuovere qualunque minaccia alle proprie, precarie sicurezze. Quando si sarebbero attuati i fenomeni previsti? Chi parlava di maggio, chi dei mesi successivi, fino a ottobre, altro anniversario delle apparizioni ai pastorelli portoghesi. Diventava difficile parlare di qualcosa che avvertivamo come duro, terribile, drammatico. Eppure, il nostro compito di sentinelle ci spingeva a spargere il seme della consapevolezza in terreni spesso refrattari, in orecchie invase dai rumori di un mondo concentrato nei suoi interessi effimeri, nello sforzo sterile dell’autoaffermazione, nella ricerca del piacere, negli equilibri instabili di competizioni, rancori, delusioni. Come riuscire a far breccia in questa scorza, come convincere dell’urgenza del momento, quando persino nella Chiesa prevaleva, spesso, una visione orizzontale, sociologica, priva della carica esplosiva della Pasqua appena celebrata? Sempre più comprendevamo che senza la potenza della Risurrezione, il Cristianesimo si riduceva a una ben misera cosa: un’organizzazione sociale come tante, un attivismo spesso logorato da denunce impotenti e da reciproche accuse di inerzia o inefficienza. La nostra fede era di più, molto di più, e noi avevamo il compito di farcene memoria vivente e coraggiosa.

93. La roulette


Non potevamo fare a meno di stupirci di quanta refrattarietà ci fosse riguardo al tema della profezia. Pensavo al dato divenuto proverbiale che la fede è un dono: era anche una scusa per non credere, per evadere l’impegno inevitabile, la sporta di sacrificio senza sconti da infilare nello zaino della vita. Comodo pensare che se la tua è un’esistenza senza fede la colpa è di un altro, perfino di Dio, che non te ne ha fornito. La fede è un dono, sí, ma da volere, da desiderare. La pallina tornava sempre nella solita casella, nella roulette delle domande decisive. Tutto dipendeva da quel mistero chiamato desiderio. I maestri dello spirito invitavano a cogliere il sentimento fondamentale della propria vita: cosa desidero di più? Dove si volge istintivamente l’attenzione, cosa attrae l’energia vitale che tutti abbiamo dentro? Comprendevamo sempre più lucidamente come qui fosse richiesto il massimo di sincerità, altrimenti sarebbe stato un bluff, una fatica senza frutto. Non bisognava censurarsi, ma cogliere spietatamente la verità interiore, anche se avesse dovuto rivelare che il sentimento di fondo fosse un vizio: l’ira, la lussuria, l’avarizia…
Solo prendendo coscienza dello stato del cuore, guardando in faccia la propria condizione, smettendo, una volta per tutte, di nascondersi dietro il solito dito, ci si sarebbe messi in marcia, toccando con mano che sí, persino il desiderio può cambiare, aprire gli occhi ciechi dell’istinto, dell’ovvio, dell’abitudinario, su un orizzonte inedito, una scena mozzafiato: quella dello spirito. Solo a quest’altezza sarebbe stato possibile sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda della profezia. E questa altezza era lo sguardo del Cristo, che tutto trasforma, tutto salva, con la sua scorta inesauribile di luce.

92. Repressioni


Mi colpivano le parole di Buber nel Cammino dell’uomo: “Ogni conflitto tra me e i miei simili deriva dal fatto che non dico quello che penso e non faccio quello che dico”. Nel momento che stavamo vivendo, tornavano preziose. Il clima si faceva pesante: come ci fosse un controllo sui gesti, sulle idee, sulle parole. Come se ogni angolo celasse una spia pronta a riferire chissà quali segreti. Una suora mi aveva apostrofato con aria allusiva: una signora dice che hai scritto…
Mi tornavano alla mente le visioni della Emmerich, l’immagine dei credenti oppressi dalla persecuzione che, come in altre profezie, proveniva dall’interno della Chiesa. Eravamo alla resa dei conti? Un amico con carismi di veggenza mi aveva confidato che intravedeva a maggio uno spartiacque decisivo: in quel mese si compivano i famosi cento anni di Fatima, in cui il demonio era stato liberato per mettere alla prova la fede dei credenti in Cristo, per colpire al cuore la sua Chiesa. Constatavamo che davvero, in questo secolo, c’era stato un crollo totale dei valori, un disgregarsi delle strutture portanti dell’umanità, che andava ben oltre le definizioni di “società liquida” o “globalizzazione”: una scomparsa delle basi elementari della vita comunitaria e personale. A questo si aggiungeva, ora, un occhiuto controllo sui potenziali dissidenti, su chi non rinunciava a radicarsi nel nucleo della tradizione, nella storia impregnata dalla visita dello Spirito Santo, dalla potente incarnazione di Cristo. Ecco, allora, che le parole di Buber diventavano un viatico opportuno per chi, come noi, credeva ancora nella verità: dire quello che si pensa, fare quello che si dice, ad ogni costo.

91. Il punto della situazione


Quando cominciai a scrivere il diario, pensavo che la situazione si sarebbe risolta in un rapido volgere di tempo, con un fulmineo capovolgimento delle posizioni. Ma il Signore ci fece capire che l’evento capitale, tra fine e inizio d’anno, era stato l’apertura della Porta Santa, che non sarebbe rimasta senza effetto. Cosa avesse prodotto rimaneva un mistero, ma certamente noi fummo tra i beneficiari di quel dono di grazia. Era difficile giustificare il ritardo della soluzione, visto che avevo parlato del tempo di Natale: nessuno pensava che l’apertura della Porta potesse coincidere con l’evento preannunciato, essendo legata non a fatti materiali, ma alla sfera sfuggente dello spirito. Il ritardo, tuttavia, non mutava la sostanza delle cose, anzi, inseriva la vicenda del Divino Amore nel più grande scenario delle profezie riguardo al mondo, e in particolare l’Occidente: la crisi nella Chiesa, l’attacco del terrorismo fondamentalista, un qualche tipo di disastro naturale o bellico. Esisteva una tale convergenza di premonizioni, che bisognava essere sordi a ogni carisma profetico per restare indifferenti. Non facevamo mai riferimenti precisi alle fonti di tali previsioni, ma chiunque avrebbe potuto trovare nomi, luoghi e contenuti con una rapida ricerca in rete. Non restava che attendere il rivelarsi della trama di un racconto noto da sempre allo sguardo del Signore: noi, negli occhi del Cristo, leggevamo con chiarezza  lo svolgersi incalzante della storia.

90. Dolomiti


L’immagine era quella di un massiccio montuoso incastonato dentro il verde, un paesaggio dolomitico, probabilmente, di quelli che tante volte avevano riempito i miei occhi di ragazzo chiuso e passionale. Poi, altri occhi mi avevano insegnato a guardare con il cuore, a sentire una bellezza che nulla aveva a che fare con i sensi carnali, ciechi per principio di fronte alle cose ultime del mondo. Era il Progetto di Dio, che in quell’immagine emergeva in tutto il suo splendore, come a dire chi siamo, da dove proveniamo, dove andiamo. Avevo pubblicato il mio post solito sul blog – le “carte vincenti”, le chiamavo -, per creare un catalogo di attrezzi facilmente adoperabili, utili a chi fosse interessato a oltrepassare le menzogne del momento presente. Il Progetto di Dio, avevo scritto, è bello, buono e vero: vorrò negarlo nella mia vita? Era un modo efficace, a mio parere, per esporre il gap che lacera e separa le due volontà, quella del Bene eterno e quella della ormai ben nota “filautia”. Se il nucleo della nostra chiamata all’esistenza è una miscela incandescente di bello, buono e vero, perché farne una cosa mediocre, un mostro di abitudini grigie, rattrappite su se stesse? Era urgente riscoprire la nostra identità, ripercorrere i paesaggi che don Mario mi aveva insegnato a custodire nello scrigno del cuore. Da qui cominciava l’evangelizzazione: ridare al mondo il suo volto originario, l’impronta del Creatore. Un’opera complessa di restauro, che avrebbe assegnato il giusto posto a pensieri e sentimenti, al flusso vitale che cercava il suo alveo nel versante scosceso della Storia.

89. Il desiderio, ancora.


Il desiderio, dunque. Prendevamo coscienza, sempre più, che tutto si giocava lì, nell’apertura del cuore senza condizioni, in una libertà da ogni tipo di vincolo interiore, da catene magari invisibili e sottili, residui di un tempo segnato dal peccato. Era importante recepire, in questo senso, i consigli dei Padri della Chiesa, dei santi che raccomandavano, ad ogni piè sospinto, il distacco da tutto, perché tutto fosse accolto nell’abbraccio di Dio, nel suo sguardo capace di bruciare ogni rifiuto tossico del mondo. Ricordavo la risposta di Jean Cocteau a un intervistatore che chiedeva cosa avrebbe salvato dalla sua casa in preda al fuoco: il fuoco, aveva detto, riuscendo a concentrare in una semplice battuta il senso incandescente della vita. Gli occhi di Gesù: solo lì si afferrava il mistero dell’uomo e della donna, mai possedendolo, ma solo intravedendone il nesso con l’Origine, che reclamava i suoi diritti in questo tempo apocalittico, l’ora della profezia, la risposta all’eterna domanda di Pilato: cos’è la verità? All’uomo occidentale, che si lavava le mani nel catino del benessere, della cosiddetta realizzazione personale, della nicchia sicura da trovare nell’occhio del ciclone, Dio rispondeva con gli eventi che ormai sentivamo alle porte, come l’effetto inevitabile dell’indifferenza, del cinismo, dell’irrisione delle cose sante, a cominciare dalla presenza di Maria e dei suoi messaggi, denigrati perfino da una certa Chiesa. Uno di essi ricordava quanto fosse necessario fare tutto col cuore: il desiderio, appunto, il primo e ultimo ponte sull’abisso del destino, anzi, del Progetto di Dio.

88. La vita oltre la vita


Una fatica, certo, comunicare qualcosa a cui la natura del dopo-peccato resisteva con tutte le sue forze. Noi ci provavamo, negli incontri, nelle catechesi, arrivando a sentirci spossati per questa impresa da definire titanica, se non fosse stato Gesù a portarla avanti. Sul blog avevo fatto uscire l’immagine di una grande croce vista dal basso, con la scritta: “quando costa, è amore”. Ci consolava pensare che il Vangelo portasse un messaggio potente proprio perché paradossale, incomprensibile, per certi versi, agli occhi del mondo. Era questo il motivo per cui preti e suore erano detti – per usare un eufemismo – portatori di una sorte avversa? In realtà, erano solo annunciatori di una soglia, di uno stato ulteriore, più vasto della mente, più profondo degli schemi in cui si suole imprigionare la propria esperienza quotidiana. M’interessavo sempre più alle esperienze pre-morte, dove c’era una costante che solo raramente veniva contraddetta: chi accedeva, anche per pochi istanti, a quella che era stata definita “la vita oltre la vita “, non aveva più voglia di tornare, si sentiva avvolto in un amore senza condizioni, attratto da una specie di vivente calamita. Non mancavano, però, le situazioni opposte, l’immersione nel buio, tra presenze ostili e minacciose: l’anticamera di quello che i teologi definiscono inferno. Il contrasto era l’ennesimo appello a vivere già qui la dimensione dell’amore, della pace: lo Shalom, il benessere integrale anche nel bel mezzo delle avversità, il paradosso, insomma, di una vita che nasce dalla morte, una gioia che nasce dal dolore, come il parto.

87. Il cuore, ancora.

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Era il cuore la meta: il cuore nostro, il cuore di Cristo. L’uomo è un essere in ricerca. In basso o in alto, fuori o dentro, sulle vette o raspando nell’abisso, vive inseguendo qualcosa, o qualcuno, che risponda alle domande urgenti della carne, della psiche, dello spirito. Anche noi avevamo cercato, in lungo e in largo, in basso e in alto, attraversando deserti torridi e terre infangate dal diluvio. Avevamo fatto esperienza dell’oscuro sentimento del nulla, quando sembra che la vita sia un gorgo senza fine da cui non puoi più uscire, da cui solo un miracolo potrebbe liberarti. Ebbene, il miracolo arrivava, prendeva la forma, il colore di quello che chiamiamo cuore, e che è l’approdo di ogni vera domanda, del desiderio autentico d’essere se stessi. Ci aveva accompagnati qui il silenzio, la resistenza tenace davanti al Volto di Colui che prima o poi ti dice: sono Io che ti parlo, che aspettavo dai secoli dei secoli, nel tempo e nello spazio che incarnano la premessa fragile dell’infinito. Don Mario insegnava con l’esempio che l’uomo, a un certo punto, trova. Lo criticavano, per questo, perché la vita, sostenevano con foga, è un cercare continuo, una corsa senza fine, un approdo sempre rimandato. Noi, invece, cadevamo in ginocchio di fronte a Colui che è qui, Presente, risposta a ogni domanda, verità definitiva.

86. Il paradiso terrestre

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Il cuore: sentivamo con chiarezza che era lì il segreto che sfuggiva a tanta gente, indaffarata, frenetica, stressata. Corri, uomo, corri, diceva una pubblicità perduta, ormai, nella notte dei tempi: sì, corri, ma dove? La spiritualità dei Padri ci metteva sulla buona strada: il cuore è un paradiso terrestre, dicevano, pieno di colori straordinari, di gioia e pace misteriose; ma c’è il serpente in agguato, la più astuta di tutte le bestie, sempre pronto a insinuare un pensiero “bello a vedersi e buono da mangiare”, che si trasforma in veleno mortifero che oscura, degrada, altera, intristisce. La Sapienza dei Padri d’Oriente invitava a chiedere a ogni pensiero che faceva capolino: sei dei nostri o sei dell’avversario? Era facile capire: l’Amico porta pace, l’avversario causa turbamento. Era chiaro, allora, cosa fosse il peccato originale, maldestramente negato dalla teologia pseudo moderna: permettere che la bellezza, la bontà e la verità del paradiso terrestre che chiamiamo cuore, fosse deturpata dalle basse insinuazioni del maligno, dalla sua vocazione a interpretare con l’occhio cattivo, dal suo istinto a rovesciare tenebra su ogni punto luminoso. Ecco il volto bello della nostra missione: riportare il paradiso sulla terra, scorgere – come scriveva Italo Calvino – nell’inferno ciò che non è inferno, “e farlo durare, e dargli spazio”. Questo esigeva “attenzione e approfondimento continui”, la lotta spirituale, di cui parlavano i Padri, l’unico impegno che, fatto ogni calcolo, valesse la pena di abbracciare.

85. Nostalgia

img_1221La notizia del meteorite non ci stupì più di tanto: “Ha la forma di un’arachide, dimensioni simili a quelle dell’Empire State Building e potrebbe colpire il pianeta Terra. Si tratta dell’asteroide 2015 BN509 e recentemente è stato immortalato dai telescopi dell’Arecibo Observatory di Puerto Rico. Largo 200 metri e lungo 400, l’asteoride è stato definito “potenzialmente pericoloso” dalla Nasa. Il masso spaziale è arrivato a una distanza minima dalla Terra, pari a 14 volte quella che separa la Luna dal nostro pianeta”. Alcune profezie parlavano di questo, unitamente alla violenza del fondamentalismo religioso e alla divisione nel cuore della Chiesa. Eravamo abituati, ormai, a scenari drammatici, che non avevano il potere di toglierci la pace, anzi: sempre nuove vie si aprivano nella visione che nasceva e cresceva nel profondo. L’ultima intuizione era forse quella più bizzarra e inaccettabile per il pensiero dominante: la passione per le vite dei santi, che si era innestata su quella degli archetipi junghiani. Eravamo approdati da tempo all’idea di una realtà inalterabile sotto la superficie agitata ed effimera dell’io: gli archetipi  fornivano la piattaforma giusta per questa architettura ricca e affascinante. Ma un passo ulteriore fu comprendere che gli archetipi ancora più efficaci, generatori di senso e di energie, sono quelli di coloro che hanno incarnato con desiderio intenso e coerenza esistenziale il messaggio di Cristo. La loro vita sembrava una favola, ricolma com’era di miracoli e sorprese, eppure era ciò che maggiormente rispondeva al Progetto di Dio, ossia a quanto di più reale si possa immaginare, almeno per chi crede. La vita di don Mario non era stata questo? Una favola bella, del cui sapore sentivamo, ancora oggi, nostalgia.

84. Domande

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La direzione era evidente: sfoltire il campo dal superfluo, dalla congerie di residui tossici che intasa la vita, e la rende incapace di sentire, di vedere, di gustare. Scoprivamo come l’essere umano fosse una macchina complessa e delicata, dove basta sbagliare un gesto, un movimento, per mandare in tilt il meccanismo. Un tipico esempio era affollare la mente di dubbi, pensieri, domande senza fine, al punto da smarrire il filo che veicola la vita, nell’intrico di ragionamenti mutati ormai in deliri senza senso. Ricordavo sempre, in questi casi, la scena del film “Il labirinto”: bastava dire un no, urlarlo con ferma convinzione, per esorcizzare la maledizione della perdita della propria identità. Era questa la strada da percorrere. Lo diceva anche la nostra Presenza quotidiana, in uno dei messaggi scarni ma potenti: “Voi vi ponete troppe domande. Non fate altro che sovraccaricarvi. Gesù vi offre se stesso e voi lo rifiutate. In Lui troverete la risposta a tutte le vostre domande. Accettatelo!”. Niente di più chiaro. Come chiaro, ormai, era il segreto di un’azione congrua con il nostro ideale e la missione: fare tutto con il cuore, e per amore. Solo così ci inserivamo nella Matrice universale, nella Struttura portante di tutti gli universi possibili, dove vige un’unica Legge, trasmessa da una sola Fonte.