86. Il paradiso terrestre

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Il cuore: sentivamo con chiarezza che era lì il segreto che sfuggiva a tanta gente, indaffarata, frenetica, stressata. Corri, uomo, corri, diceva una pubblicità perduta, ormai, nella notte dei tempi: sì, corri, ma dove? La spiritualità dei Padri ci metteva sulla buona strada: il cuore è un paradiso terrestre, dicevano, pieno di colori straordinari, di gioia e pace misteriose; ma c’è il serpente in agguato, la più astuta di tutte le bestie, sempre pronto a insinuare un pensiero “bello a vedersi e buono da mangiare”, che si trasforma in veleno mortifero che oscura, degrada, altera, intristisce. La Sapienza dei Padri d’Oriente invitava a chiedere a ogni pensiero che faceva capolino: sei dei nostri o sei dell’avversario? Era facile capire: l’Amico porta pace, l’avversario causa turbamento. Era chiaro, allora, cosa fosse il peccato originale, maldestramente negato dalla teologia pseudo moderna: permettere che la bellezza, la bontà e la verità del paradiso terrestre che chiamiamo cuore, fosse deturpata dalle basse insinuazioni del maligno, dalla sua vocazione a interpretare con l’occhio cattivo, dal suo istinto a rovesciare tenebra su ogni punto luminoso. Ecco il volto bello della nostra missione: riportare il paradiso sulla terra, scorgere – come scriveva Italo Calvino – nell’inferno ciò che non è inferno, “e farlo durare, e dargli spazio”. Questo esigeva “attenzione e approfondimento continui”, la lotta spirituale, di cui parlavano i Padri, l’unico impegno che, fatto ogni calcolo, valesse la pena di abbracciare.

85. Nostalgia

img_1221La notizia del meteorite non ci stupì più di tanto: “Ha la forma di un’arachide, dimensioni simili a quelle dell’Empire State Building e potrebbe colpire il pianeta Terra. Si tratta dell’asteroide 2015 BN509 e recentemente è stato immortalato dai telescopi dell’Arecibo Observatory di Puerto Rico. Largo 200 metri e lungo 400, l’asteoride è stato definito “potenzialmente pericoloso” dalla Nasa. Il masso spaziale è arrivato a una distanza minima dalla Terra, pari a 14 volte quella che separa la Luna dal nostro pianeta”. Alcune profezie parlavano di questo, unitamente alla violenza del fondamentalismo religioso e alla divisione nel cuore della Chiesa. Eravamo abituati, ormai, a scenari drammatici, che non avevano il potere di toglierci la pace, anzi: sempre nuove vie si aprivano nella visione che nasceva e cresceva nel profondo. L’ultima intuizione era forse quella più bizzarra e inaccettabile per il pensiero dominante: la passione per le vite dei santi, che si era innestata su quella degli archetipi junghiani. Eravamo approdati da tempo all’idea di una realtà inalterabile sotto la superficie agitata ed effimera dell’io: gli archetipi  fornivano la piattaforma giusta per questa architettura ricca e affascinante. Ma un passo ulteriore fu comprendere che gli archetipi ancora più efficaci, generatori di senso e di energie, sono quelli di coloro che hanno incarnato con desiderio intenso e coerenza esistenziale il messaggio di Cristo. La loro vita sembrava una favola, ricolma com’era di miracoli e sorprese, eppure era ciò che maggiormente rispondeva al Progetto di Dio, ossia a quanto di più reale si possa immaginare, almeno per chi crede. La vita di don Mario non era stata questo? Una favola bella, del cui sapore sentivamo, ancora oggi, nostalgia.

84. Domande

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La direzione era evidente: sfoltire il campo dal superfluo, dalla congerie di residui tossici che intasa la vita, e la rende incapace di sentire, di vedere, di gustare. Scoprivamo come l’essere umano fosse una macchina complessa e delicata, dove basta sbagliare un gesto, un movimento, per mandare in tilt il meccanismo. Un tipico esempio era affollare la mente di dubbi, pensieri, domande senza fine, al punto da smarrire il filo che veicola la vita, nell’intrico di ragionamenti mutati ormai in deliri senza senso. Ricordavo sempre, in questi casi, la scena del film “Il labirinto”: bastava dire un no, urlarlo con ferma convinzione, per esorcizzare la maledizione della perdita della propria identità. Era questa la strada da percorrere. Lo diceva anche la nostra Presenza quotidiana, in uno dei messaggi scarni ma potenti: “Voi vi ponete troppe domande. Non fate altro che sovraccaricarvi. Gesù vi offre se stesso e voi lo rifiutate. In Lui troverete la risposta a tutte le vostre domande. Accettatelo!”. Niente di più chiaro. Come chiaro, ormai, era il segreto di un’azione congrua con il nostro ideale e la missione: fare tutto con il cuore, e per amore. Solo così ci inserivamo nella Matrice universale, nella Struttura portante di tutti gli universi possibili, dove vige un’unica Legge, trasmessa da una sola Fonte.

83. Guerra e Pace

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Ci guardavamo in giro, sperando di trovare qualcuno disposto a mettere in discussione le certezze che del resto, ormai, si sgretolavano da sole. Il mondo, come aveva predetto la beata Emmerich, era diviso in due fazioni: gli esponenti di un buonismo pervicace, pronti a chiudere gli occhi su qualsiasi evidenza, e quelli di un realismo vigile, sensibile a ogni movimento sotterraneo, a ogni vibrazione impercettibile, in un momento in cui sembrava di sentire all’improvviso la terra tremare sotto i piedi e ti chiedevi se fosse un terremoto – l’ennesimo – o una tua impressione soggettiva. Quanti segni ci sarebbero voluti per convincere i cuori? E sarebbero arrivati in tempo?
I segreti confidati ai veggenti riguardavano eventi drammatici, di cui si sarebbe dato annuncio con un breve anticipo sulla manifestazione. Ma allora, probabilmente, sarebbe stato troppo tardi per chi aveva ignorato o schernito qualsiasi avvertimento.
Noi pregavamo assiduamente, ben sapendo che le grazie trasmesse erano ricche e numerose, e sarebbero servite per noi e per coloro che avessero aperto uno spiraglio nella scorza resistente del cinismo, dell’incredulità, dell’apatia. Oppure, al contrario, di quella diffusa frenesia che toglieva il respiro, spingendo alla ricerca affannosa di un piacere, di una conquista effimera, di un’illusione di successo.
A noi interessava solo lo Shalom, la pace promessa da Cristo, il benessere integrale che viene dall’alto e trabocca sul mondo come una fonte inesauribile.

82. L’occhio di Dio

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Eravamo, dunque, sempre alla ricerca della chiave, del punto di passaggio per accedere a uno strato più profondo di noi stessi, ben sapendo che si tratta di un cammino infinito, specchio fedele di una ricchezza inesauribile, la perla preziosa, il tesoro nel campo di cui si racconta nel Vangelo. Prendevamo coscienza del ruolo giocato, in questo senso, da una domanda rivolta al Signore, sotto molti aspetti decisiva: chi sono io per Te? Una richiesta volta a superare l’ottica perennemente insufficiente del nostro sguardo su noi stessi, viziato da complessi, sensi di colpa, distorsioni di ogni tipo. Solo il Volto Santo rifletteva la nostra identità reale, l’immagine di Dio, l’umanità coi suoi pregi e difetti, ugualmente preziosi in una sana relazione con gli altri e con se stessi. Ecco spiegata la chiave utilizzata dalla spiritualità cristiana più attendibile: essere al cospetto di Dio, non perdere mai il contatto con la Fonte di verità e di vita, pronta e riflettere il suo amore nell’intimo della persona. Era la vera indipendenza, la liberazione da ogni condizionamento fuorviante, la guarigione dallo sguardo cattivo che corrompe il sentimento di sé e di ciò che ci circonda. Mi veniva in mente l’immagine di una nebulosa singolare, detta “l’occhio di Dio”. Sì, c’era uno Sguardo, una prospettiva misteriosa, in cui ogni essere vivente avrebbe trovato la chiave della sua più profonda verità.

81. Tic toc

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La chiave non poteva essere che la profondità. Solo in questa prospettiva si poteva leggere il presente, appeso al filo tenue dell’approvazione altrui, della sicurezza indotta dal seguire il branco. In questo senso, non valevano più le categorie di un tempo: destra/sinistra, innovazione/tradizione; la linea di demarcazione era tra chi si accontentava di piacere al mondo e chi accettava l’impegno di ascoltare lo spirito, mai immediato, sempre esigente nel chiedere ricerca, sensibilità, ponderazione. Il discorso riguardava anche la Chiesa, che doveva scegliere tra il plauso in prima pagina dei giornali finanziati dalle lobbies, o la fatica di udire la Voce, di accedere all’Oltre, dove dimorano l’umiltà, la verità, la pace. Ricordavamo una frase letta chissà dove: “Il modo in cui gli altri ti trattano fa parte del loro cammino, il modo in cui reagisci fa parte del tuo”. Una maniera per dire che amore e libertà si declinano nella zona dove puoi essere te stesso, dove non tutti sono pronti ad applaudirti, dove corri il rischio di essere incompreso, accusato, disprezzato, ma assapori il bene inestimabile di corrispondere al progetto del Signore. Avevo scritto una sorta di filastrocca per bambini, ma che serviva soprattutto agli adulti. Era uno stile di preghiera, ma anche di atteggiamento esistenziale, per accorgersi della linfa preziosa che fluisce in noi e che possiamo trasmettere all’esterno. L’avevo inclusa nel disegno di un cuore, che portavo sempre dietro: “Tic toc, tic toc, lo senti come batte/ il cuore? C’è la vita di Dio, senti?/ Quando preghi non fare dei discorsi,/ non recitare formule svuotate/ di senso. Invece senti: tic toc, tic toc,/ c’è la vita che scorre da lontano,/ o meglio, da vicino. È un regalo/ che riempie il tuo silenzio, la tua fame/ d’amore. Fa’ che parli la Scrittura,/ la Parola donata con la vita,/ e solo allora dialoga con Cristo,/ col suo Cuore: tic tic, tic toc, Signore”.

80. Il silenzio

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Se c’era un imbuto nella storia, un rapido precipitare nel destino, di cui già s’intravedevano gli eventi più eclatanti, così avveniva nella nostra crescita interiore, sempre più orientata verso il centro, l’essenziale, l’Archetipo del Cristo, avrebbe detto Jung. La preghiera diveniva più importante, e così l’indipendenza dal contesto, dal bailamme di persone e situazioni ingoiate dal frullato indigesto della globalizzazione. La nostra era una voce fuori del coro, ignara dei richiami all’ordine del politically correct, dei diktat sui temi da proporre, sulle linee da seguire. Noi restavamo fedeli alla traccia indicata dal Signore, mettevamo in risalto le contraddizioni di un sistema umano, troppo umano: così umano da perdere Dio, la sua presenza indispensabile al rinvenimento di un significato. La luce sprigionata nel silenzio, nel lungo tempo dedicato alla contemplazione, illuminava l’oscurità dei fenomeni sociali, politici, perfino religiosi, che ignoravano l’assoluta particolarità della fase storica in atto, il potenziale di violenza insito nelle ideologie e, purtroppo, in certe teologie aberranti, che nulla avevano a che fare col divino.
Il silenzio: era questa la parola d’ordine che sentivamo nostra; un ascolto attento della Voce che saliva dal profondo, a portare quella vita che mancava al mondo. E questa vita avremmo trasmesso alle orecchie che volevano udire, perché solo la parola che nasce dal silenzio ha diritto di essere detta e recepita, per restituire il senso perduto alla storia umana e ai suoi protagonisti.

79. Il Bene

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Il cammino dell’uomo. Da tempo consigliavamo di leggere l’aureo libretto di Martin Buber, che in sei tappe preparava interiormente ed esteriormente all’avvento di Cristo. Capire la vita come itinerario diventava sempre più urgente in una società che ormai girava su se stessa, intorno al proprio ombelico, sempre più ripiegata sul mito tecnologico dell’auto realizzazione, che immancabilmente diventava auto gratificazione, ruminamento onanistico dei quattro piaceri che avrebbero dovuto riempire la vita con un gioco di prestigio. Ma la vita presentava il conto, tanto più salato quanto più ci si faceva prendere nelle spire implacabili di un edonismo letale. Era un dono della Provvidenza, dunque, il percorso di catechesi che portavamo avanti in quel periodo: la proposta di un passaggio graduale e profondo dai vizi alle virtù, come don Mario aveva insegnato con un esercizio geniale: scrivere in cima a un foglio uno dei vizi capitali e poi trarne una catena di conseguenze, che mostravano con incontrovertibile chiarezza dove il tutto andava a parare. La stessa cosa faceva con le virtù. Solo così “il cammino dell’uomo” diventava un passaggio consapevole da un’atmosfera all’altra, dalla melma del peccato all’aria pura e stimolante della vera conversione, quella che desidera il Bene, e ne fa la meta più agognata della propria vita.

78. Questione di cellule

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C’era ancora bisogno delle profezie? In realtà, i fili cominciavano a farsi più visibili: la divisione nella Chiesa sembrava irreparabile – sapevamo di dover pregare intensamente -, la violenza terroristica seminava morte nei modi e nei luoghi più imprevisti, le tensioni internazionali si facevano evidenti. Solo noi restavamo invisibili, nella zona protetta dal Signore e proprio per questo in ombra, docile alla sua ispirazione, declinata nelle linee portanti della purezza, dell’umiltà, della pace, dell’amore. E poi, certo, della sofferenza: offerta e umiliazione erano spine e nello stesso tempo carte vincenti da giocare, al tavolo pieno di sorprese del paradosso cristiano. Ci sentivamo nel cuore pulsante di tutto l’universo, immersi nel crogiolo di una Sapienza antica e nuova, divina, che impregnava ogni minimo atomo del cosmo. Le scintille di Dio balenavano nel tempo e nello spazio abitato dalla Provvidenza: in un’alba, in un gioco di nuvole, nella poesia, nella musica, nelle nostre intuizioni, scaturite da un dialogo affacciato sulle verità profonde della vita. Sentivamo quel volgere d’anno come decisivo: le promesse si sarebbero avverate, il filo d’oro del Progetto avrebbe cominciato a brillare nel buio della violenza umana, del cinismo, della negazione del mistero. Anche noi eravamo atomi aperti alla vita, cellule sensibili a ogni lieve richiamo dell’amore antico e nuovo del Creatore.

77. Un Natale eterno

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Dicevo della ripetizione. Comprendevamo meglio come i pensieri negativi si ripetessero senza interruzione, dando vita a sensazioni, sentimenti, stati d’animo. Guardavamo la gente e capivamo facilmente da quali correnti, da quali flussi potesse essere percorsa e spesso angosciata, logorata. Leggevamo nel pensiero? No, ma eravamo più sensibili a questa verità lampante, altrettanto innegabile quanto l’altra che, per contrastare l’onda anomala di negatività, si rendesse necessario opporre una diversa e opposta procedura di ripetizione. Ciò spiegava, per esempio, perché i messaggi mariani battessero gli stessi tasti: la pace, la gioia, la fiducia. Era evidente che tendevano a sostituirsi alla melma cerebrale e affettiva che riempiva il mondo, i residui fissi di odio, di tristezza, di depravazione, i rifiuti non riciclabili della feccia più infima che riempie gli interstizi della mente e del cuore. In questo scenario deprimente avremmo dovuto portare il principio di Risurrezione, l’energia pulita di una gioia di vivere che non aveva niente a che vedere col successo, col piacere, coi trionfi umani, tanto eccitanti quanto effimeri. Avremmo portato, al contrario, il silenzio e l’umiltà, la sobria ebbrezza dello Spirito, come la chiamavano i Padri. Toccavamo le radici della vita, affondate in quell’abisso che è il Cielo, e che non tutti riescono a trovare, impegnati come sono a scalare le vette di traguardi privi di luce e di spessore, ignari della necessità di nascere di nuovo, dell’opzione imprevista di un Natale eterno.

76. Avere o essere

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Era una strada nel deserto. Il Signore ci aveva abituato ai passaggi difficili, alle porte strette di evangelica memoria: ci sentivamo, nello stesso tempo, indispensabili e inutili, trasparenti e ingombranti. Sicuramente leggeri: il crogiolo di Dio ci aveva tolto tutto, tranne la gioia di vivere, l’esaltante esperienza della Pasqua. Era questo il momento che vivevo: l’esperienza della potenza della Risurrezione laddove la fiducia era ferita, il dubbio in agguato, l’amarezza in crescita. Una sensazione indescrivibile si faceva strada: stavo tornando ai tempi in cui don Mario mi aveva aperto uno scenario nuovo, dall’abisso della sua pasqua personale: una vita che nasce dalla morte, il vero specifico del Cristianesimo. Da questa posizione, più nulla ci poteva turbare. Il contesto, in fondo, era sempre lo stesso: l’ostilità dei “colleghi”, l’atmosfera materialista che ci circondava, l’incredulità di fronte alla profezia che aleggiava su questa fase storica. Ma c’era qualcosa che emergeva sempre più, e, vorrei dire, sempre meglio: l’amore, una forza vitale che arrivava al cuore direttamente dal Risorto. Mi tornava alla memoria un vecchio libro di uno psicologo tedesco, naturalizzato americano: “Avere o essere”. In fondo, il bivio era quello: scendere a patti coi criteri del mondo, o lasciarsi prendere per mano dal Signore dell’Essere, il Dio della Vita che non muore.

75. Il tempo

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Leggere i messaggi ci faceva bene. Era come abbeverarsi allo spirito che trascende il tempo, che vede oltre la nostra precaria contingenza. Molti li ritenevano inautentici, per la loro ripetitività: sembravano banali, inutili, noiosi. Noi avevamo compreso il senso nascosto della ripetizione, la dinamica del male che si trasmette, appunto, ripetendo, replicando se stesso, il cattivo infinito in cui l’anima trova una sicura perdizione. Per questo la Chiesa esorta a recitare preghiere ritenute anch’esse inutili e banali, perché non fanno altro che ripetere: il rosario, per esempio, o la preghiera di Gesù, immortalata nei racconti del pellegrino russo. “Pregate col cuore”,  diceva Maria nei suoi messaggi: era l’antica verità dell’unione tra pensiero e sentimento, che sempre più si radicava nella nostra esperienza quotidiana. Il male del mondo si annidava nella divisione tra corpo e spirito, mente e cuore, nel rincorrere obiettivi materiali lasciando indietro l’anima, anch’essa sentita come inutile e banale, retaggio di epoche arcaiche e non più replicabili nell’oggi. Ma l’urgenza era l’adesso, come aveva compreso l’autore geniale del Vangelo di Luca, in cui riemergeva ad ogni passo proprio questa parola: oggi vi è nato un Salvatore, oggi questa parola si è compiuta nelle vostre orecchie, oggi la salvezza è entrata in questa casa, oggi sarai con me nel Paradiso. Il mondo era chiuso nel carcere del suo tempo diviso; a noi il Signore spalancava la porta dell’eterno. E questo eterno eravamo chiamati ad annunciare.

74. Silenzi

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Eravamo convinti che la verità sarebbe emersa con naturalezza, come un fungo dopo la pioggia, alla fine di un percorso in cui chi aveva una percezione realistica della situazione avrebbe sofferto l’incomprensione della maggioranza, trascinata dalla corrente irresistibile dei media.
Il Signore avrebbe utilizzato anche questa attenzione ai temi della fede, per quanto strappati all’alveo naturale della Tradizione, per risultare più graditi al palato dei lontani.
Gli eventi preannunciati sarebbero serviti a riportare all’essenziale: la violenza di cui parlavano le profezie avrebbe ricondotto cuori e menti all’essere, alla chiave della profondità, con cui si sarebbero schiuse le porte del mistero.
Solo Gesù avrebbe potuto descrivere il Regno dei cieli come un ladro, che arriva quando meno te lo aspetti: il mondo avrebbe scoperto che ci si può assicurare su tutto, ma non sulle sorprese riservate dalla vita a chi se ne ritiene il legittimo padrone. In molti si sarebbero trovati a mani vuote, privati delle loro illusioni, fomentate, purtroppo, da autorevoli fonti religiose. Ma c’era ancora tempo per tornare al bello, al buono, al vero; per riscoprire le antiche e nuove verità di un Dio che non scende a compromessi con le voglie del mondo, ma vuole riscattarle dalla loro inconsistenza. C’era ancora tempo, ma i messaggi mariani dicevano che occorreva fare in fretta, e che proprio per questo chi sapeva, non avrebbe dovuto più tacere.

73. Visioni

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La caccia alle streghe cominciava. Le due fazioni preannunciate dalla Emmerich si delineavano con chiarezza maggiore, mentre solo i buonisti più incalliti avrebbero potuto ignorare la gravità e delicatezza del momento. A scontrarsi erano visioni del mondo contrapposte: il pensiero classico dell’essere, proprio della tradizione della Chiesa, e le derive nichiliste che fluivano nei mille rivoli del relativismo dilagante. Non avevo mai guardato con tanta simpatia alle pagine del catechismo, a quei numeri che parevano tronchi provvidenzialmente apparsi agli occhi spiritati del naufrago: 1650, 1651…
Per ora non restava che pregare, in attesa degli eventi che avrebbero cambiato il mondo, non con parole avventate e prive di qualsiasi fondamento, ma in base all’evidenza dei fatti. Seguivamo assiduamente i messaggi mariani che convergevano nella stessa direzione, e avevano mostrato di recente un inasprirsi dei toni, un incupirsi del clima di fondo, come se i ben noti scenari fossero alle porte.
Personalmente, ricordavo il primo impatto con la profezia: l’apparire dell’uomo col mio stesso nome, nato nel mio stesso giorno, arrivato al decimo piano dell’ospedale Sant’Eugenio raccomandandomi di stare sereno, perché don Mario, vittima di un terribile attentato, ce l’avrebbe fatta anche stavolta. Da allora in poi, il contatto col carisma profetico mi aveva attraversato come un fenomeno carsico, fino a riemergere con irrefrenabile violenza in quei tempi di grande confusione, in cui persino le guide spirituali più autorevoli davano la netta impressione d’aver perso il filo.

72. Il potere dell’amore

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Lo scenario previsto si delineava a poco a poco: le elezioni del presidente americano, i primi, chiari segnali di un malcontento nella Chiesa, la stessa natura, che pareva agitarsi e contorcersi senza trovar pace. Era come se sotto la maschera imposta dai media, e dai loro manipolatori a volte insospettabili, prorompesse qualcosa che non era più possibile frenare. Del resto, il senso profondo della storia non si sarebbe fatto fermare dalle macchine oliate del politically correct: la verità cominciava a farsi strada, fuoriusciva tra gli spazi angusti delle gaffes, negli interstizi delle censure inaccettabili, nelle crepe cui una visione ambigua e opportunista della vita non poteva impedire di allargarsi, quasi a vista d’occhio. I soliti organi del pensiero unico continuavano a suonare il piffero di una rivoluzione ormai fallita, per le coscienze vigili di molti: le contraddizioni erano sotto gli occhi di tutti, anche se i fans delle lobby potenti si ergevano a difesa di posizioni indifendibili.
Nel nostro piccolo, davamo un contributo alla causa del Progetto: nella predicazione, nella catechesi, nell’ascolto di un Vangelo che proprio in quei giorni sciorinava testi apocalittici, quasi a conferma di un mondo nuovo che sarebbe sorto dalle macerie delle umane velleità. Il segno del Cristo emergente era la gioia che si faceva largo tra i colpi e le ferite, un sentimento profondo e radicale, che nasceva dall’unione col Re dell’Universo, il cui unico, immenso potere era quello dell’amore.

71. Repressioni

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Ogni tanto, pareva s’aprisse uno spiraglio. Per vie paradossali, come sempre. Nei giorni precedenti era scoppiato il caso del domenicano incappato nell’ira funesta del politically correct , ormai imperante anche in certi, battuti corridoi della Curia Romana. Aveva osato pronunciare la parola “castighi”, peraltro presente nella nota preghiera che milioni di fedeli pronunciavano al termine della confessione, l’Atto di dolore. Ma il malcapitato non si era sognato di parlare di castigo in senso, come tecnicamente si suol dire, “afflittivo” – ossia come punizione diretta del peccato -, ma in termini, dogmaticamente ineccepibili, di appello alla conversione personale. Il direttore della radio, dai cui microfoni era partito il cosiddetto “anatema”, si era affrettato a cacciare il religioso, sospendendone la trasmissione ipso facto e latae sententiae. L’attacco deciso, anche da parte di alcuni vescovi imprudenti – che non avevano nemmeno letto il testo dell’intervento del domenicano -, aveva sortito, come spesso accade, l’effetto contrario, suscitando nei più accorti un’ondata di sdegno di fronte a tanto sfoggio di autoritarismo. Erano stupiti dalla negazione del diritto all’esistenza di un pensiero diverso, di una nota stonata rispetto al mainstream del momento. Si parlava di come difendere la radio, del resto apprezzata dal popolo di Dio, forte del suo “sensus fidei”. Gli animi cominciavano ad accendersi, di fronte a tanta solerzia nel sopprimere i germogli di una profezia piantata nel ciglio a strapiombo sull’abisso.

70. Il battito

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Il battito del cuore: era questo il punto da cui la preghiera s’innalzava, come un grumo di vita donata, una traccia indelebile e viva dell’amore di Dio. Il cuore non lo puoi comandare, batte da solo; è stato messo lì da qualcun altro; qualcun altro ti dà il potere, ogni giorno, di sperimentare la gioia e la sofferenza, le delusioni e le sorprese, la sfida quotidiana che mette alla prova e fa fare un passo avanti verso la salvezza. Solo al ritmo di quel battito era lecito ricorrere ai criteri consueti della crescita interiore: l’analisi dei pensieri inconsci, la cura dei fini e delle motivazioni, la verifica finale dei comportamenti. Il battito del cuore era l’appello ininterrotto a dare priorità alla vita, a non ingolfarsi in acrobazie dell’intelletto o della volontà. Comprendevamo sempre meglio che per trasmettere amore non bastava sentirsi sicuri, impeccabili, difesi da incursioni esterne; ma semplicemente abbandonarsi all’amore più grande del Creatore, che si china sulla creatura comunicandole energia, guarendo le ferite, profondendo senso ai momenti più duri e in apparenza assurdi. Lo insegnavamo agli altri: ascolta il battito del cuore, fai spazio alla vita come dono. Il Regno di Dio era il sorgere improvviso di un’immagine, un ricordo, il segno di una presenza inconfondibile, il respiro del cosmo: tutto in un punto così infinitesimamente trascurabile, eppure ricco di una dignità senza misura.

69. Quale bellezza

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Diventava importante capire come potessero convivere la bellezza della vita e l’epoca di sofferenza che si annunciava con maggior chiarezza. Eravamo sempre più coscienti di come bello, buono e vero fossero le vie d’accesso imprescindibili alla dimensione dello spirito. Rileggevamo le sintesi aggiornate di ontologia e metafisica, riferimenti certi nel contesto di confusione generale sulle basi della vita. La filosofia dell’essere era un farmaco provvidenziale nella perdita dei punti fermi, sintomo e causa di malattie spirituali di ogni tipo.
Ma come si potevano congiungere bellezza e dolore? Come coniugare l’ottimismo realistico di Dio con le tensioni, i conflitti, la violenza dilagante nelle strade della storia?
Avremmo dovuto chiederci, in preghiera, cosa turbasse il bello contemplato e vissuto nell’ottica “altra” del Vangelo. Fin qui, la risposta era scontata: la coscienza di un orizzonte oscuro, che incombeva sul mondo, era più che sufficiente a gettare un’ombra sulle nostre aspettative. Ma in che modo intravedere, sullo sfondo inquietante, la luce della speranza cristiana?
La risposta non poteva essere che una: in Dio, bello, buono e vero convergono perfettamente. Avremmo dovuto rivedere, dunque, la nostra concezione di bellezza, confrontarla con la Pasqua del Cristo, rivelarne la partecipazione alle sofferenze della Chiesa, l’unione alla Passione di Gesù. In questa prospettiva, si scopriva una bellezza nuova, che attingeva all’Essere di Dio, alla sua eterna verità e bontà. Oltre l’oscurità terribile del Venerdì Santo e il silenzio tombale del Sabato, si profilava la lama di luce dell’alba della Domenica mattina.

68. La speranza

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Spiegare cosa fosse la speranza cristiana era un compito arduo, in quel periodo. Per chi fosse avvezzo al linguaggio delle profezie non poteva essere un problema: sullo sfondo oscuro degli eventi, la salvezza era un punto luminoso, inconfondibile. Solo la coscienza esatta del male avrebbe potuto avvertirci del bisogno urgente di salvezza. La narcosi imperante, invece, imponeva le lenti rosa dell’illusione a buon mercato, la fiducia malposta in un buonismo che avrebbe lasciato con la bocca amara.
Pensavamo alla domanda di Dio al profeta appena convocato: Cosa vedi, Geremia? Vedo un ramo di mandorlo, Signore.
Mandorlo, in ebraico, significa anche “vigilante”. Il profeta era un’insonne sentinella chiamata a tenere gli occhi del popolo vigili sul tempo che veniva. Un compito scomodo, soggetto a ogni forma di critica e obiezione, ironia e perplessità.
San Massimo il Confessore, uno dei grandi Padri della Chiesa, diceva che i vizi provengono da due attitudini interiori: la ricerca del piacere e la fuga dal dolore. Mai come allora, la società narcisistica – com’era stata definita – pareva soggetta a questi sbandamenti, opposti ma complementari. La perdita di Dio, del rapporto personale e profondo, aveva aperto la strada a ogni forma di presenza surrogata, esasperando, insieme, la morbosità e la fuga.
Come venire a capo di una distanza in apparenza incolmabile?
Sapevamo di dover restare saldi, costanti nell’annuncio, premurosi nelle spiegazioni, comprensivi nei confronti degli scettici e di quelli che, in nome di una falsa nozione di speranza, negavano l’urgenza della conversione. Sì, la speranza era proprio l’aggrapparsi alle ali di Dio, che avrebbe sostenuto coloro che accettavano di aprire occhi e orecchi alla sua eterna parola di salvezza: “quando vedrete queste cose, alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”.

67. Le ceneri del vecchio

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Non si trattava della fine del mondo, del giorno e dell’ora che nessuno conosce. Era invece il momento in cui tutto sarebbe passato nel crogiolo della purificazione, attraverso le tappe della divisione da Dio (il fondamentalismo religioso), la divisione dall’altro (la guerra) e la divisione da se stessi (lo scisma ecclesiale). Dicevamo sempre che occorreva tener d’occhio queste tre direzioni, per comprendere il corso presente della storia. Ricordavamo le parole di Gesù, le dichiarazioni che in molti rimuovevano, perché non rispondenti all’atmosfera del tempo, alle esigenze del politically correct: “se non vi convertirete, perirete tutti nello stesso modo”. E da cosa ci dobbiamo convertire? si chiedeva la maggior parte della gente. Si era perso il senso della trasgressione, a partire da quello che la teologia continuava a chiamare “peccato originale”. Il simbolo del libro della Genesi era chiaro: l’uomo coglie il frutto dell’albero dell’Eden, per cui, da quel momento, sarà lui a stabilire cos’è bene e cos’è male. Il suo giudizio vale quanto, anzi più di quello di Dio, che forse non esiste. Da allora in poi, cioè da sempre, il disordine è entrato nel mondo, l’anarchia etica da cui discende ogni sorta di prevaricazione, di deviazione, d’ingiustizia. Il male cresce, e con esso il dolore, il malcontento, il seme dell’infelicità. Quando il male si moltiplica, non ha più freni: perde la misura e il senso delle cose, e precipita verso l’autodistruzione. Questo era il momento che ci era dato in sorte. Da tempo circolavano avvertimenti dall’alto, inviti a una sincera conversione, a un ritorno a Dio, al riconoscimento di un legame strutturale fra Creatore e creatura. Non era la fine, ma un inizio nuovo, nato dalle ceneri del vecchio.