Re-visioni. Werner Herzog, Cave Of Forgotten Dreams

di
Roberto Plevano

“Dapprima, la grotta non pareva contenere nulla di speciale, ma era molto bella. Ma poi, in profondità, trovarono questo.”

Werner Herzog conduce la sua piccola troupe attraverso lo stretto cunicolo d’entrata della grotta di Pont d’Arc, conosciuta come grotta di Chauvet dal nome dello speleologo che la scoprì presso le gole del fiume Ardèche e vi entrò per primo nel 1994, e non trova parole per nominare quello che appare ai suoi occhi. La grotta contiene dipinti parietali tra i più antichi mai ritrovati, vecchi almeno 30000-32000 anni. Tuttavia sembrano cosa di ieri, perché l’ingresso della grotta fu ostruito e sigillato da una frana circa 22000 anni fa. È una straordinaria circostanza che le più remote raffigurazioni mai ritrovate siano così anche le meglio conservate.
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Appunti imprecisi dal Göteborg Film Festival

16-02 got film festSi è appena conclusa la 39° edizione del Göteborg Film Festival, il più importante evento cinematografico svedese. I numeri sono imponenti, viene da dire commoventi: circa 450 proposte tra lungometraggi, documentari, corti e retrospettive, spalmati in un frenetico calendario di soli undici giorni. Anche con la migliore buona volontà, non sono riuscita a vederne che una percentuale piuttosto esigua, ma è stata un’esperienza comunque appagante e stimolante.

La prima cosa che voglio comunicare è la mia sorpresa: il nostro pianeta riluce di bellissimi film, che quasi nessuna sala cinematografica proietta. Ma queste pellicole ci sono! Mi sono sentita come l’amico di Peter Pan che improvvisamente ritrova i pensieri felici che lo fanno volare: letizia e cuore larghissimo per tutte queste storie che i registi si ostinano a voler raccontare e che i produttori, spesso anche finanziati dai rispettivi organismi statali, hanno il coraggio spavaldo di produrre.
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Il Nolan più convenzionale ma sempre emozionante di “Interstellar”

interstellar

Forse nessuno degli amanti del regista contemporaneo più cerebrale in circolazione ritiene che Interstellar sia la sua migliore pellicola. Anzi, molti dei suoi estimatori si sono dichiarati delusi. Forse perché gli “omaggi” a Tarkovski e a Kubrik sono troppo evidenti, fino a diventare delle citazioni o contro-citazioni, o forse perché, al di là della complessità dell’idea dei wormholes, o della legge gravitazionale, troppe cose sono alla fine “spiegate”, e a volte il formato è quello da famiglia felice americana, soprattutto all’inizio, dove alcuni dialoghi ingenui e paternalisti, a volte un po’ stucchevoli, rendono il film troppo spielberghiano (regista per il quale era stato inizialmente pensato il film): che non è ciò che gli amanti di Nolan cercano. E i più affezionati o i più puntigliosi hanno notato qualche incoerenza di sceneggiatura, sì, anche qualche errore sul piano scientifico, che ha tolto il piacere della perfezione di congegno goduta altrove, per questo regista. E il concetto più importante, e molto nolaniano, dell’amor vincit omnia, per taluni è stata una scorciatoia.
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La fabbrica dei sogni: Hugo Cabret, di Martin Scorsese

di Ezio Tarantino
Appena terminata la visione di Hugo Cabret viene voglia di aspettare che il film ricominci e riguardarlo da capo, per catturarne ogni dettaglio, ogni sfumatura, per capire ogni movimento di macchina, trucco, effetto. Ma già, non si può più. Alla fine della proiezione bisogna abbandonare la sala, come fosse un treno, la corsa è finita e non si può replicare. Il biglietto era valido solo per un sogno, e il sogno non si ripete. Forse è giusto così.

Che Martin Scorsese abbia contratto nel corso della sua straordinaria carriera un debito con la storia del cinema è cosa nota. Con Hugo Cabret Scorsese prende di petto l’oggetto del suo desiderio, ne indossa i vestiti, rende esplicite le premesse, apre la valigia della memoria e ne tira fuori tutto ciò che vi ha raccolto per tutta la vita.

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Theodoros Angelopoulos (Θόδωρος Αγγελόπουλος), regista e poeta, 1935-2012




Theo Angelopoulos viene oggi ricordato come un regista cinematografico apprezzato e premiato. 1977: Orso d’oro a Berlino per I cacciatori, 1988: Leone d’Argento al Festival del cinema di Venezia per Paesaggio nella nebbia, 1998: Palma d’oro a Cannes per L’eternità e un giorno.

Angelopoulos è stato in realtà uno dei pochissimi autori la cui arte abbia travalicato i limiti stessi del linguaggio cinematografico. Il suo è stato un lavoro epico, lirico, in una parola tragico, che ha fatto rivivere il cuore stesso della civiltà greca, inizio dell’identità di questa turgida parte di mondo che chiamiamo occidentale. Il suo è stato uno sguardo lucido e spietato, mai cinico, carico di pietas per tutti gli esseri umani.

Tutti, davvero tutti i suoi quattordici film consegnano immagini potentissime. Noi spettatori (termine inadeguato) siamo catturati in un ritmo, in una scansione narrativa che riproduce il passaggio delle stagioni naturali e umane, e il tempo del dolore.

La sublime ironia del miliziano fascista che si spoglia di fronte all’attrice, rimane nudo dimenticandosi i calzini, e si vergogna allora del suo piccolo sesso. L’intollerabile intensità del piano sequenza fisso sul telone chiuso di un camion fermo sul ciglio della strada: sappiamo che un fatto orribile si sta consumando dietro il telone, ma da lì emerge una bimba seria che pare aver accettato l’oltraggio come un sanguinoso e inevitabile rito di passaggio, ed è questo il vero dramma. Bosnia, urla e spari nella nebbia, nei Balcani le persone scompaiono quando il paesaggio si offusca. Al posto di frontiera un bambino senza famiglia corre e si rifugia tra le braccia aperte di uno sconosciuto. Lo spettatore non si limita ad assistere, ma viene pro-vocato, deve completare le storie con la sua più personale immaginazione.

Ecco, forse il cinema, se è ottava arte, non può davvero aspirare a niente di meglio.

“Carnage” – una ‘operetta morale’ che ci dice cosa siamo diventati.

Carnage, il film di Roman Polanski (tratto dall’opera teatrale di Yasmina Reza) è quella che una volta si sarebbe chiamata operetta morale.
Bastano poco più di 70 minuti per mettere in scena, con una efficacia tragica e comica insieme, la disperazione della condizione umana, di occidentali all’alba del terzo millennio.

Il pretesto narrativo è noto: in una lite al parco, un ragazzino di 11 anni colpisce un coetaneo al volto con un bastone. I genitori, due coppie di Brooklyn, decidono di incontrarsi per discutere del fatto e risolvere la cosa da persone civili. Gli iniziali convenevoli si trasformano però subito in battibecchi velenosi e il comportamento delle due coppie degenera in situazioni paradossali. Continua a leggere

“Il Cinema western mi ha insegnato il valore del paesaggio”

Articolo di Gianluca Bonazzi

Amo il cinema di molti generi e autori, ma quello che considero il genere ‘ponte’ tra l’idea del passato e del futuro, che mi ha insegnato a sentire il valore del paesaggio e delle storie umane, è il cinema western.
E’ vero che il cinema è stato inventato in Francia dai fratelli Lumière, ma una volta che è sbarcato in America
è servito ad una nazione, ad una società ed ad una comunità per rappresentarsi.
Cresciuta l’ America fino a diventare nazione guida del mondo, quei film hanno cominciato a parlare anche a noi, al cuore dell’Europa, in quanto crescente appendice americana, e quindi anche a noi italiani. Continua a leggere

Sarà fatta da migliaia d’altre

District 9, ovvero:
sulla narrativa adeguata ai tempi e sull’ appropriazione della fantasia.

è uscito nelle sale tempo fa, ma pare non abbia lasciato tracce. In pochi l’hanno visto, e a quasi nessuno è piaciuto. Eppure a mio parere è destinato a rimanere.
District 9, del duo Neill Blomkamp e Peter Jackson, è un’incubo di kafkiana modernità, un’odissea mutante nella direzione delle future possibilità del narrare.
La spesso dichiarata – talvolta sussurrata, quasi sempre sbandierata, ultimamente negata – morte dei generi trova qui, paradossalmente, un’ennesima smentita.
I generi non sono morti né moriranno: si assottiglieranno, diverranno cristalli rari ma solidi, e ci regaleranno ancora opere di cui innamorarsi e parlare, pezzi unici su cui ribattere le proprie certezze.
Ma insieme ai generi ci sarà anche qualcos’altro. Continua a leggere

Petrolio!

Il documentario-denuncia Oil, di Massimiliano Mazzotta: morte e inquinamento intorno alla Saras della famiglia Moratti, con la complicità dello Stato e del silenzio di tivù e giornali

Foto scattata da Andrea Manunta, morto a 48 anni di adenocarcinoma stenosante del cardias dopo 30 anni di lavoro nell’industria petrolchimica

(vedi http://www.oilfilm.it/)

di Walter Pozzi

«La compagnia è stata formata nel maggio del ’62, e nel ’63 siamo venuti a cercare i terreni e abbiamo individuato questa zona come ideale. Un drappello di persone, di giovani ingegneri guidati dal mitico ingegnere Zuccu, che aveva costruito la nostra raffineria in Sicilia e che poi ha fatto la Saras, si sono addentrati nel terreno. Continua a leggere

Cosa resta di Amabili resti?

Ho impiegato un po’ di tempo a raccogliere le idee su Amabili resti, per capire come un film girato in modo ineccepibile, con un budget stratosferico (65 milioni di dollari), con uso geniale di riprese, con attori tutti bravissimi (e un paio di fuoriclasse a nome Susan Sarandon e Stanley Tucci), con un ritmo quasi sempre sostenuto, con dialoghi e toni coerenti alla storia, con una ricostruzione impeccabile delle atmosfere del 1973 (anno in cui parte la vicenda) e con una rappresentazione di immagini oniriche degne di un Magritte digitale, insomma, per farmi un’idea del perchè da tutto questo bendidio in celluloide ne potessi ricavare un’unica finale sensazione di delusione, di fallimento della pellicola. Continua a leggere

La pudeur ou l’impudeur

Hervé Guibert, La pudeur ou l’impudeur

dvd – BQHL Éditions

«Oggi, 13 agosto 1990, termino il mio libro. Il numero 13 porta fortuna. C’è un netto miglioramento nelle analisi, Claudette sorride (mi inganna?). Ho cominciato a girare un film. Il mio primo film». Con queste parole termina Le protocole compassionel, uno degli ultimi sconcertanti romanzi – scritto in meno di due mesi – dello stesso autore che appena pochi mesi prima aveva sconvolto l’opinione pubblica francese con À l’ami qui ne m’a pas sauvé la vie, diario appassionato e crudo della battaglia iniziata a combattere, dal suo corpo e dalla sua anima, contro un mostro infallibile chiamato Aids. Di quei due libri – e dei tantissimi altri che, malgrado la giovane età, seppe scrivere – in Italia restano oggi soltanto timide ombre, e le poche traduzioni uscite cavalcando il clamore mediatico seguito a quella tragica sconfitta sono ora perlopiù esaurite o difficilmente reperibili. Continua a leggere