Buffe incomprensioni tra un peperoncino e un piatto di spaghetti

Buffe incomprensioni tra un peperoncino e un piatto di spaghetti

di Isabella Borghese

 

Siamo (anche) ciò che mangiamo e quello che ci inventiamo.

Se fosse un alimento Lei sarebbe una spezia. Ogni volta una differente. Dev’essere per quella dote riconosciutale dagli altri che la spinge, con naturalezza e spontaneità, ad assumere un ruolo differente a seconda delle circostanze. Ed è così che condisce le sue relazioni, con l’arte del rinnovarsi e quella della genuinità.

Se fosse un alimento, L’Altra, consegnerebbe agli spaghetti la sua bellezza, la sua fisicità slanciata e i suoi lunghi capelli castani. Ed è così che addolcisce i suoi legami, con l’armonia.

Le Due in cucina si incontrano in chiacchiere succulente come fossero, Lei con L’Altra, un semplice piatto di spaghetti al peperoncino.

L’amicizia, in fondo, ha bisogno di ingredienti capaci di amalgamarsi e accomodarsi poi con comodità su di un piatto bianco per donarsi con generosità ad altre bocche.

In cucina si nutrono molti legami. E proprio lì gli strofinacci, in genere, sono l’oggetto senza pregio. Non abbelliscono l’ambiente né gli assegnano particolarità, caratteristiche di cui sono fornite le tende che invece dopo la scelta con dedizione vengono appese con cura. Continua a leggere

“Soglia d’amore”, di Monica Pareschi

[Sono particolarmente lieta di pubblicare questo racconto di Monica Pareschi, una tra le più apprezzate e capaci traduttrici editoriali italiane. Se volete avere un’idea di massima delle autrici e degli autori che ha tradotto, vi invito a leggere la nota biografica alla fine del racconto. Monica Pareschi è una donna che lavora con le parole degli altri e che, una volta di più, dimostra attraverso le sue parole che grande scuola di scrittura sia la traduzione. Soglia d’amore è un racconto cui tengo molto, che amo molto, di un amore razionale e viscerale al contempo. L’immagine a sinistra è La fine del mondo, di Leonor Fini.G.C.]

di Monica Pareschi

Un brusio d’insetti. Forte. Come quando cerchi i canali col telecomando. Una tempesta d’insetti. Nero e materia stellare. Lampi. Esplosioni. Un po’ di rosso. Come quando si strizzano forte gli occhi premendoci sopra le palme delle mani. Ma il suo occhio è aperto adesso. Contempla quest’ultimo paesaggio galattico. L’occhio rimasto scruta nel buio. Un occhio cieco, un occhio buono. Sulla soglia.

Qualcuno, sulla soglia.

“Ciao… Ciao… Siamo noi…”

La chiave entra e gratta nel silenzio che la strangola, le voci recitano l’allegria. Cigolio di porta, bisogna darci l’olio, e poi la gragnuola dei tacchi sul marmo, lo scatto degli interruttori, la lama di luce che scivola sotto il battente e taglia un triangolo bianco sul pavimento. Sei al buio, si scandalizza la voce di quella che guida la truppa, che irrompe e poi spiega: La nonna è al buio. Braccia protese, pratica, un po’ ansante, si avvicina vivamente alla finestra e con grandi gesti capaci si appende alla cinghia della tapparella: un po’ ginnasta e un po’ infermiera. Continua a leggere

Sola[mente]

Guardarsi intorno sul sellino di uno scooter. Il traffico di un lunedì sera di luglio, sul Lungotevere, restituisce immagini spigolose, a un’altezza insolita. Le macchine immobili. Fa fresco. La prospettiva è sempre stata fondamentale. Il punto di vista cambia l’interpretazione.

Non sembra estate. Sta per piovere. Luglio benedetto.

Solo dopo saprà che agosto sarebbe stato peggio.

Si guarda indietro. Oltre il tunnel. I suoi occhi arrivano in cima alla lunga via, girano a sinistra, salgono, curvano, salgono, girano di nuovo a sinistra, entrano nel vialetto, nell’ospedale, nell’ascensore, nel corridoio del reparto, nella stanza dove suo padre rischia di morire. Restano accanto al letto.

È vecchio. È già oltre la media dell’aspettativa di vita. Non tornerà mai più come prima. Deve farci i conti, signora. Qualche anno fa sarebbe già morto.

Alcuni la chiamano signora, altri le danno del tu. La sostanza non cambia. La maggior parte è gentile. Alcuni sono brutali. Lei sta con se stessa, con le sue attese.

Il suo fisico ha sopportato troppo.

I suoi occhi restano accanto al letto, il suo corpo è sul motorino.

È martedì, 19 luglio.

Solo dopo saprà che ha rischiato di morire ancora, e ancora. Continua a leggere

Sangue del suo sangue, di Gaja Cenciarelli

di Ezio Tarantino

Gaja e Chiara Valerio

Gaja Cenciarelli e, alla sua destra, Chiara Valerio, di Nottetempo

La prenderò un po’ alla lontana.

Io non so se sia C’era una volta in America il film numero diciotto del Quiz che Nanni Moretti ha proposto ai cinefili suoi ammiratori sul sito dedicato ad Habemus papam. Non lo so perché tale è la distanza del suo giudizio sul film numero diciotto dal gusto comune che perfino lui non ha avuto il coraggio di rivelarlo: “spero che nessuno indovini questo film”, dice con un filo di voce imbarazzata, “questo film è noioso, volgare, lungo, misogino e violento”.

Io credo si tratti di C’era una volta in America perché ricordo che qualche giorno dopo la sua uscita un altro regista, anche lui molto noto e molto bravo, parlandone al Centro Sperimentale con gli allievi, sapendo di andare controcorrente, si espresse più o meno usando quegli aggettivi. Aggiungendone un altro: è un film immorale (o amorale, ora non ricordo). Questo commento mi rimase impresso. Capii molto più su di lui attraverso questo giudizio che in più  di due anni di frequentazione.

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“Sangue del suo sangue”, il nuovo romanzo di Gaja Cenciarelli

Quando qualcuno non ti insegna ad amare il tuo corpo perché non lo cura, non lo accudisce, lo tratterai male. Ma se qualcuno il tuo corpo lo abusa, quello che fai è cercare di eliminarlo, fare finta che non esista. Che non abbia bisogni, che non possa provare piacere, che non viva. A volte è impossibile risvegliarlo, anche se grida. Puoi farlo se dentro di te è rimasta una scintilla di desiderio e illusione, illusione che potrà essere ancora amato. Se c’è una scintilla di vita che rifiuta di abbattersi. “Sangue del suo sangue” è la storia di Margherita Scarabosio, una donna che riesce a conservare una fiammella in sé, una luce molto piccola che la guida nel suo ribellarsi, che con grande lentezza la sostiene e le fa ritrovare il suo corpo, da sola. Senza l’amore di un uomo, ma attraverso l’amore che è riuscita a conservare per se stessa. Mentre intanto il suo fratello carnefice la cerca per abusarla ancora, l’uomo che l’ha ingannata la riempie di odio, e tutti gli altri di indifferenza, cercando di usarla, ancora. In primo luogo come testimonial per una campagna pubblicitaria di Bruno Chialastri, un imprenditore-padrone candidato della destra (“una specie di Berlusconi in miniatura”) che la utilizza come immagine per la sua promozione elettorale: Margherita è la figlia di un generale ammazzato in un agguato delle BR. E tutta la campagna si fonda sull’anticomunismo. Margherita sembra piegarsi al volere di tutti, resiliente e persino stolida, mentre dentro di sé conquista il suo corpo, il centro della sua vita e di se stessa, millimetro dopo millimetro.
Gaja Cenciarelli ha un talento espressivo per la crudeltà che ha pochi pari nel panorama della letteratura italiana attuale; la sa declinare in tutti i suoi aspetti: vista dal carnefice, quelli della cattiveria efferata pura e semplice, e quella dalla vittima. E quasi sempre la crudeltà è un atto di odio perpetrato sulla donna e sul suo corpo, un tentativo di annientamento della sua essenza, della sua bellezza. Un calpestio per non dover più ascoltare, sentirsi in colpa, sentirsi deboli, e impotenti. Continua a leggere

«Le vie del corpo», il mio racconto in “Roma per le strade II”, a cura di Massimo Maugeri [Azimut]

romaperlestradeIo.
L’io… io! Il più lurido di tutti i pronomi!
Io cammino e la strada mi è amica.
Mi torna in mente mentre mi riapproprio di me stessa, mi torna in mente questo pidocchio schifoso di pronome. Io.
Il mio corpo respira, ogni poro della mia pelle si dilata ad accogliere il suo tempo e il suo spazio. Vado a fare la mia terapia settimanale. La mia gamba sinistra ha ancora bisogno di cure. Il lato sinistro del mio corpo è sempre stato il più fragile: devo proteggerlo, difenderlo, rinforzarlo.
Quando cammino mi sento intera. Non più fratturata: l’abisso tra corpo e mente si colma della materia di cui è fatta la vita. Di tanto in tanto mi accorgo che è la gamba destra a determinare l’andatura e a trascinare con sé l’altra, ma questa consapevolezza non mi ferma. Il mio ritmo è costante. Quando cammino a Roma capisco, mi rivelo a me stessa.
Epifania.
Ia.
Sei riuscita a spezzarti tutto il possibile dal ginocchio in giù, mi aveva detto il chirurgo durante l’operazione. Il piede non aveva trovato l’appoggio giusto scendendo da uno scalino. Uno scalino di pochi centimetri. Io avevo cercato di rispondere a tono, di sorridere persino, anche se non ne avevo per niente voglia. L’epidurale mi aveva staccato mezzo corpo. Ero viva solo dal torace in su. Il resto di me in-esisteva. Continua a leggere

Due poesie [mie].

donnanegativa[È la prima volta che pubblico su “La poesia e lo spirito” due poesie scritte da me.
Mi accosto a quest’arte con la massima umiltà. E confido nella generosità dei miei amici, poeti veri.
Grazie per l’attenzione.
Gaja Cenciarelli]

Sono un angolo

Sono un angolo
un limite, una rientranza.
Sono la polvere Continua a leggere