“Paulu Piulu” di Giorgio MORALE. Recensione di Marco Scalabrino

Autunno

Dal culmine dell’estate al primo autunno la madre si preparava per l’inverno come per una spedizione. Dall’estate si portava le conserve, i sughi, i pomodori salati; dall’autunno, l’olio, il vino cotto, la marmellata di cotogne, le olive in salamoia. In quei giorni tutta Avola risuonava del paziente rimestare delle donne nei larghi piatti delle conserve sui marciapiedi e sui terrazzi, con gli abiti macchiati di pomodoro e in capo bianchi fazzoletti per proteggersi dal sole. In pieno agosto s’accendevano fuochi negli slarghi delle strade e si protendevano le braccia a mescolare il pomodoro che si faceva bollire in enormi calderoni. Grandi amori e grandi inimicizie, invidie e gelosie, confidenze e maldicenze a non finire nascevano per via di prestiti di piatti e strumenti concessi o negati; si sarebbero rincorsi fino all’anno successivo, quando avrebbero avuto una possibilità di appello. Nei fine settimana anche il grande spazio deserto della fabbrica s’animava di voci e attività. Poi era la volta delle mandorle, a far bella mostra di sé sui marciapiedi, dove eran fatte rotolare con rumore secco e legnoso; e delle carrube, dal suono leggero e vuoto, buone per bestie e bambini. I ragazzi, passando, non resistevano alla tentazione di un assaggio, e i loro appostamenti e andirivieni s’intrecciavano con quelli dei sensali e delle offerte. Poi entravano in azione i frantoi e i palmenti, lavorando giorno e notte, con tanti spettatori a contendersi i posti migliori. Tra questi la mamma Maria, attentissima a che nessuno le passasse avanti, senza pace finché non entrava in possesso del suo poco olio. Poi faceva il racconto delle battaglie che aveva dovuto sostenere. Poi…
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(cinque frottole)


(frottola del cainita)

Se intravedo la luna ed il castello,

ricordo pure il luogo del coltello.

Lo gettai tra roccia e spino, senza cura:

dopo il sangue ed i gridi c’è premura

di cancellare ogni traccia di ferita

e girare un nuovo foglio della vita.

E’ un libro chiuso la casa nella piazza –

del mio nemico cancellai la razza:

ora, a chi passa innanzi, tutto tace

su quella sera da bestia rapace.

Più non ricordo per cosa alzai la mano

e la premetti con la lama da lontano

sul padre, sulla madre e sulla figlia,

purgando il borgo da quella famiglia.

Ora ritorno, con l’accento straniero,

e ritrovo il paese vuoto e nero:

se ne parlò, nel bar, di quel delitto,

ora è silenzio, anzi, il locale è sfitto. Continua a leggere