La Pizia ti legge il futuro

di Kika Bohr

Giugno 2002: condivido uno spazio alla “Casa degli Artisti” di Milano, una bellissima struttura dell’inizio del Novecento costruita apposta per gli artisti della città. Però abbiamo problemi di infiltrazioni di acqua dal soffitto. Il tetto è piatto e per ovviare al problema dobbiamo ricoprirlo con una guaina catramata di protezione. Il materiale costa e abbiamo anche bisogno di un professionista capace di saldare a caldo la guaina di cui servono molti metri quadri. Come fare a finanziare tutto ciò? Continua a leggere

Un’installazione per le “madri snaturate”

di Kika Bohr

foto di R. Menin


Una ghiacciaia e una scultura africana in legno scuro mi ricordano il difficile tema della generazione. Non è facile pensare alla maternità senza inciampare negli stereotipi dell’istinto materno e dei ruoli troppo rigidi dettati dalla tradizione.
Appena una madre non entra negli schemi – e quale madre sincera non scopre a volte in sé contraddizioni, frustrazioni e ambivalenza – viene tacciata di “madre snaturata”. In realtà in natura le madri degli animali sono molto libere e imprevedibili e a ben guardare se le osservate da vicino, non vi sono due gatte o due cagnoline che si comportino esattamente nello stesso modo con la prole. Continua a leggere

Piedi 2: A piedi in città

di Kika Bohr

Dalla struttura alla scultura

Il mio studio in viale Jenner ha per tre quarti un soppalco in cemento armato che lo divide esattamente in due. L’entrata invece ha più di quattro metri d’altezza. Per un anno intero vi ho ospitato un enorme piede in tondino e tubi di ferro che era collocato lì proprio davanti alla porta, sicché per entrare ci passavo attraverso. Quel piede l’avevo disegnato alcuni anni prima ed era stato realizzato dal fabbro Parisi e dal suo aiutante trasponendo il modellino in scala 1:10.

Dancio salda il piede

Nell’officina del fabbro

Ogni pomeriggio, con uno scooter elettrico dei primi modelli che aveva un’autonomia di quaranta chilometri, andavo a Ponte Lambro, che è vicino all’aeroporto di Linate, dove questo Gennaro Parisi aveva una bella officina vicino al fiume in un non luogo bellissimo tra capannoni di lamiera e campi ancora coltivati e lì, dopo aver messo in carica lo scooter, abbiamo costruito quattro grandi strutture. Misuravamo, tagliavamo e piegavamo tondini secondo delle sagome di carta da pacchi che avevo disegnato e ritagliato a misura. Dancio (Iordan Neicev), l’aiutante bulgaro, saldava tutto. Continua a leggere

Piedi 1: i piedi di terra

di Kika Bohr

piede a Castelmella (Bs)


Cinquemila euro! Un bel gruzzoletto! Il cospicuo premio promesso per quel progetto mandato in extremis alla “Brescia Art Marathon” mi sembrò caduto dal cielo. In compenso però dovevo in pochi giorni organizzare, secondo quanto avevo proposto, la costruzione di quattro giganteschi piedi alti tre metri. Un’installazione provvisoria, giusto per il tempo della maratona del 30 aprile 2006. Così parve all’inizio. Poi però quando andai a parlare con loro, questi organizzatori bresciani esternarono le loro esigenze, non volevano qualcosa di troppo effimero come la cartapesta, ad esempio, e mi lasciai allettare molto facilmente quando mi fecero balenare la possibilità, anzi la probabilità, divenuta presto quasi-sicurezza, di un ricollocamento delle sculture (ora dovevano essere “sculture”!) in un parco della città. A patto però che fossero trasportabili, naturalmente, cosa non facile viste le dimensioni richieste… Continua a leggere

Sessantaquattro cappellini da donna in feltro degli anni quaranta

di Kika Bohr

“Kosuth dice ciao a Ensor” (foto di Mauro Meschino)

Da piccola sempre col berretto di lana. Negli anni del liceo sempre a testa nuda, capelli al vento. All’università indossavo ampi cappelli di feltro da uomo, ereditati dai nonni o comprati alla fiera di Senigallia. In camera mia ho una cappelliera – dono di un’anziana vicina di casa – in cui custodisco ancora gelosamente quella decina di cappelli cui sono legati vari ricordi. Non avrei mai pensato di fare qualcosa con i cappelli che consideravo un significativo capo di vestiario – perché copre la testa – ma comunque capo di vestiario e basta.
Tutto è cambiato nel giro di pochi giorni. Continua a leggere