La poesia della settimana. Maria Luisa Spaziani

Chi ritorna da un viaggio lunghissimo
non è più la sua stessa persona.
Ha raccolto colori, paesaggi,
temperature, odori, inverni e sole.

Pare che una cicogna sia passata
ieri sul Centro storico. Saliva
dal Vittoriano, sfiorava la mia casa
e puntava laggiù verso San Pietro.

Anche lei, a ogni viaggio, è diversa?
Ma io stessa lo sono, sembra strano
da quella che scriveva poco fa,
sì, dieci versi fa.

Maria Luisa Spaziani, La luna è già alta, Lo Specchio, Mondadori, 2006, p. 157.

La poesia della settimana. Aleksandr Puškin

Uscì il seminatore a seminare i suoi semi

Solitario seminatore di libertà,
Sono uscito presto, prima della stella;
Con mano pura e innocente
Nei solchi divenuti servi
Ho gettato un seme vivificatore –
Ma ho solo perduto il mio tempo,
I buoni pensieri e la fatica…

Pascolate, pacifici popoli!
Non vi risveglierà il grido dell’onore.
A che serve al gregge il dono della libertà?
Bisogna solo accoltellarlo o tonsurarlo.
La loro eredità di stirpe in stirpe
È il giogo con i sonagli e la frusta.

Aleksandr Puškin, Il meraviglioso istante, Un secolo di poesia, Corriere della Sera, 2012, p. 65.

La poesia della settimana. Ghiannis Ritsos

L’ultima estate


Dicono addio i colori dei tramonti. È tempo di preparare/ le tre valigie – i libri, le carte, le camicie -/ e non scordare quella veste rosa che ti stava così bene/ anche se d’inverno non la indosserai. Io,/ nei pochi giorni che ancora ci restano, riguarderò/ i versi scritti in luglio e agosto,/ anche se temo di non avere aggiunto niente, semmai/ di avere sottratto molto, poiché da essi traspare/ l’oscuro sospetto che questa estate/ con le sue cicale, gli alberi, il mare,/ coi fischi delle navi nei tramonti gloriosi,/ coi barcaioli sotto i balconi, al chiar di luna/ e con la sua misericordia ipocrita, sarà l’ultima.

Ghiannis Ritsos, Il funambolo e la luna, Un secolo di poesia, Corriere della sera, 2012, p. 227.

La poesia della settimana. Rabindranath Tagore

74. Sensibilità

Sono spina a me stesso,
logorato in me stesso,
trovo in me stesso
soltanto pena.
Perché cerco appoggio
presso tutti?
Non ho casa, non ho casa,
io non ho casa!
Una sensibilità
così acuta, così meschina
ahimè, non riesce a sopportare
un pizzico di disonore.
Prima fiorisce
ai piedi di tutti,
piccola, affinché
nessuno sappia.
È meglio stare nell’oscurità
imbrattato di polvere:
non voglio, non voglio
questo orgoglio misero.
Starò dissolto
nella mia povertà,
non vagherò in cerca
della grazia di tutti.
Se il cuore trova pace in sé stesso,
Il giaciglio della polvere umile
diventerà un nido di felicità.

Robindronath Tagore, Duro e tenero, Milano, Fabbri Editori, 1991, p.125.

La poesia della settimana. César Vallejo

I passi lontani

Mio padre dorme. Il suo sembiante augusto
riflette quanta pace è nel suo cuore;
è ora così dolce…
se un po’ d’amaro è in lui, forse son io.

Quanto è sola la casa! Ancor si prega.
Senza notizie dei figlioli anche oggi.
Mio padre ecco si desta, ausculta la
fuga in Egitto, il ristagnante addio.
Così vicino è ora;
se qualcosa è lontano in lui, son io.

E mia madre si muove là negli orti,
saporando un sapore ormai insaporo.
Così soave è ora,
così ala, così effusa, così amore.

Quant’è sola la casa! Non v’è chiasso
né notizie né verde né bambini.
Se qualcosa d’infranto è in questa sera,
e che scricchiola e scende,
sono due vecchie strade bianche, curve.
Il mio cuore per esse avanza a piedi.

[César Vallejo, Se sopravvive la parola, a cura di Antonio Melis, Corriere della Sera, 2009, p. 41]

La poesia della settimana. Cristina Campo

Amore, oggi il tuo nome
al mio labbro è sfuggito
come al piede l’ultimo gradino…

ora è sparsa l’acqua della vita
e tutta la lunga scala
è da ricominciare.

T’ho barattato, amore, con parole.

Buio miele che odori
dentro diafani vasi
sotto mille e seicento anni di lava –

ti riconoscerò dall’immortale
silenzio.

[Cristina Campo , La tigre assenza, Adelphi 1991, p 27].

La poesia della settimana. Elisabeth Barrett Browning

Non accusarmi, ti prego, perché mostro
Un volto troppo calmo e mesto al tuo cospetto;
Ché noi non siamo uguali e non risplende
La stessa luce sul volto e sui capelli.
Tu mi guardi benevolo, sicuro,
Come fossi un’ape chiusa nel cristallo;
Dacché la pena mi chiuse in salvo nell’amore divino,
Spiegare le ali libera nell’aria
Per me sarebbe vano, se pur tentassi
Un simile fallimento. Ma a te io guardo, a te,
E vedo, oltre l’amore, la fine dell’amore,
E sento l’oblio oltre il ricordo.
Come uno che dall’alto osserva
Perdersi i fiumi nell’amaro mare.

La poesia della settimana. Emily Dickinson

441

È questa la mia lettera al Mondo
che non scrisse mai a Me –
sono semplici Cose che Natura mi disse
con tenera Maestà

Il Suo Messaggio affido
a Mani che non vedo –
Dolci Concittadini – per Suo amore –
giudicate di Me teneramente

[Emily Dickinson, Dalla prigione dell’estasi, Un secolo di poesia. L’Ottocento, Corriere della Sera, 2012, p. 67]