Che cosa fare del mio cadavere (II)

di Roberto Plevano

(continua da qui)

Poi c’è il computer sulla scrivania, il compendio della mia attività. Lì c’è un caos inestricabile, di cui non ho fatto nemmeno un backup. Anche ammettendo che qualcuno riesca a indovinare la password di login (perdonatemi, non esistono termini in italiano, se dico ‘salvataggio’, ‘parola chiave di accesso’ nessuno mi capirebbe), che non è annotata da nessuna parte perché per me e soltanto per me è impossibile da dimenticare (e per tutti gli altri è impossibile da azzeccare), ma, da ex vivente, è come se l’avessi dimenticata (infatti non posso nemmeno muovere un dito, e i morti, si dice, sono piuttosto smemorati, cf. Odissea, X e XI: νεκύων ἀμενηνὰ κάρηνα, le teste senza forza dei morti), nessuno potrà ricavare un senso qualsiasi dalla massa di materiali nel computer e nel cloud (ancora, se dicessi ‘nella nuvola’, pensereste che ho bevuto o fumato qualcosa di forte, prima di decedere), e tutti i miei appunti, pensieri, abbozzi, inediti, rimarranno tali, svaniranno come se non fossero mai esistiti. Fare le cose alla meno peggio, non avere disciplina, lasciare tutto in uno stato indefinito che si definisce work in progress (significa soltanto che uno è pigro e inconcludente), può avere conseguenze devastanti, se desideriamo che qualcosa rimanga dopo di noi. Baruch Spinoza, per dire, morì ancora giovane, ma lasciò in perfetto ordine un’opera da pubblicare, manoscritti e corrispondenza nel suo scrittoio chiuso a chiave; i suoi amici poterono editare e mettere meticolosamente a stampa un libro come l’Ethica e tutto il materiale nel giro di otto-nove mesi. Trecentoquaranta anni fa.
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Che cosa fare del mio cadavere (I)

di Roberto Plevano

Diamine, è successo. Mentre dormivo, non me ne sono neanche accorto, questione di mezzo minuto. Non che si potesse evitare o trovare un tempestivo rimedio: occlusione completa di un’arteria coronaria, flusso del sangue bloccato e conseguente morte dei tessuti del muscolo del cuore: si chiama infarto miocardico. È un malanno comune, sono in buona compagnia: in Italia vive un milione e mezzo di infartuati, chissà quanti nel mondo.
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Lo scrittoio di Spinoza (III)

di Roberto Plevano
spinoza

A Roma intanto, il 4 settembre 1677, la Congregazione del Sant’Uffizio (è lo stesso tribunale che 44 anni prima ha condannato Galilei) riceve una denuncia “di quanto male la nova filosofia abbia parturito per mezzo d’un certo Spinosa in Olanda”. Latore ne è Niels Stensen, un anatomista danese di fama, che ha conosciuto e frequentato Spinoza a Leida nel 1662 (“ebbi occasione di pratticar familiarmente detto Spinosa di nascita Hebreo, ma di professione senza ogni religione”) e ha abbracciato poi il cattolicesimo, abbandonando gli studi scientifici e dedicandosi alla teologia e all’indottrinamento di intellettuali protestanti, nella capacità di persuasore. Con lo zelo del convertito e l’untuosità del delatore, Stensen comunica ai cardinali di aver ottenuto un manoscritto di cui Spinoza è l’autore:
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Lo scrittoio di Spinoza (II)

di Roberto Plevano

Gnadenbild_Mariahilf,_Innsbruck

Il ritratto di Spinoza si trova in alcune copie dell’Opera posthuma del 1677. L’epigrafe è opera di Lodewijk Meyer o Johannes Bouwmeester.
BENEDICTUS DE SPINOZA
Colui il quale conobbe la natura, Dio e l’ordine delle cose,
Spinoza, si poteva vedere con questo aspetto.
È mostrato il suo viso, ma a rappresentare la sua mente
nemmeno la mano di Zeusi sarebbe capace.
Essa si fa valere negli scritti: là tratta di cose sublimi.
Chiunque desideri conoscerlo, legga i suoi scritti.

Hendrik van der Spyk agisce senza indugio. Morto Spinoza, i suoi beni corrono il rischio di essere subito confiscati. Il dottor Meyer porta la triste notizia agli amici e discepoli di Spinoza, che si mettono immediatamente al lavoro per assicurare ai posteri il lascito intellettuale del filosofo. Nei giorni immediatamente successivi al decesso, forse prima del funerale, lo scrittoio è imbarcato sul battello per Amsterdam. Il coraggioso Jan Rieuwertsz lo attende e lo prende subito in consegna. Tra gli amici più stretti di Spinoza, Rieuwertsz è stato l’editore delle opere di Cartesio in olandese e di Spinoza ha già fatto uscire i soli lavori resi pubblici in vita: nel 1763 i Renati Descartes principia philosophiae more geometrico demonstrata – Cogitata Metaphisica (Principi della filosofia di Cartesio dimostrata in modo geometrico – Pensieri metafisici) e nel 1770 lo scandaloso (per il tempo) Tractatus theologico-politicus, in forma anonima e con false indicazioni di luogo. Spinoza vi sviluppa una critica serrata alla tradizione biblica ebraica e, in generale, alle religioni istituzionalizzate, nega che esista un qualsiasi rapporto tra filosofia e teologia, e dimostra che fondamento di ogni società e stato deve essere il libero pensiero, vale a dire il pensiero razionale, il solo che possa definirsi libero. Scopertone l’autore, gli avversari di Spinoza lo denunciano come “il libro più pericoloso che sia mai stato pubblicato”.
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Lo scrittoio di Spinoza (I)

di Roberto Plevano
230134pa
È la mattina del 21 febbraio 1677, siamo nella provincia d’Olanda a L’Aja. Hendrik van der Spyk, pittore e decoratore, si appresta a recarsi nella chiesa luterana con la moglie Ida Margareta per la messa della prima domenica di carnevale. I due vivono con i sette figli, il maggiore dei quali ha appena nove anni, in una casa sulla Paviljoensgracht. Una delle camere al piano di sopra è affittata, ormai sono sei anni, a un ospite quieto e riservato, un uomo di lettere che vive per lo più in solitudine e provvede personalmente ogni giorno al suo vitto.
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L’intesa è un fatto palpabile

di Roberto Plevano
boscofoglie

(pezzo ospitato qualche tempo fa, con piccole varianti, nel blog di Veronica Tomassini, che ringrazio)

§ L’intesa è un fatto palpabile

Del soggiorno sul lago Luca P. conservava pochi ricordi.

E pure erano stati i primi giorni che lui e Anna G. avevano passato insieme. Era stata la prima volta che Luca P. aveva visto quei luoghi. Il primo incontro con le amiche di Anna G. (dimmi con chi vai…). La prima volta di altre cose.

I ricordi sono questi.

Camminano lungo una strada in terra battuta sul versante di una collina, sotto alti castagni, querce, robinie (purtroppo), qualche pino marittimo; il bosco conserva profumi e umidità, deve essere esposto alla tramontana, oppure il giorno è nuvoloso. A tratti appare tra gli alberi la distesa turchina del lago. La strada serpeggia e sale a una chiesetta nel bosco, pietra e intonaco giallo. Si cammina col passo rilassato di chi sta prendendo una pausa da una qualsiasi attività ritenuta più importante, senza prestare attenzione a dove mettere i piedi. Luca P. è tanto assorbito da se stesso, da quello che sente di dover dire e quello che è meglio non dire, addirittura dalla sua andatura, dalla posa, dall’intonazione della voce, dalla qualità della confidenza e amichevolezza, o piuttosto riserbo, da mostrare con le amiche di Anna P., delle quali non gli frega assolutamente niente, ma con le quali sta tacitamente negoziando un’approvazione – e che effettivamente non avrebbe mai più rivisto –, da non rendersi pienamente conto che Anna G. gode di un sostanziale vantaggio ambientale: lei è a casa sua – e non è l’unica sua casa –, e gli altri sono stati, come dire, graziosamente ammessi. È una cosa che conta. Luca P. non si accorge nemmeno che forse, forse, Anna G. potrebbe fargli intendere che lui, in quella casa, sarebbe più benvenuto di quello che le circostanze implicherebbero. Quest’ultimo punto è però rimasto, negli anni a seguire, oggetto di congettura, oltreche di eccesso di condizionali.
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Ubbie umanitarie (II)

di
Roberto Plevano

B. Montagna, . E: B.Montagna / Pieta w.Saints /Paint./1500 Montagna, Bartolomeo c.1450 - 1523. 'Pieta with Saints Peter, John the Evangelist and Mary Magdalene', 1500. Oil on canvas, 232 x 248cm. Vicenza, Santario della Madonna di Monte Berico. F: B.Montagna / Pieta / Saints Montagna, Bartolomeo vers 1450 - 1523. 'Pieta avec saint Pierre, saint Jean l' vangeliste et Marie Madeleine', 1500. Huile sur toile, H. 2,32 , L. 2,48. Vicence, Sanctuire della Madonna di Monte Berico.

Bartolomeo Montagna (1450 – 1523). Pietà con S. Giovanni Evangelista, Maria Maddalena e Giuseppe di Arimatea (1500). Olio su tela, 232 x 248 cm.
Vicenza, Santuario della Madonna di Monte Berico


(I parte qui)

Una storia dunque ha origine da un gesto, una posizione di un corpo: potrebbe essere quella di un coetaneo, di un amico, soltanto che davanti agli occhi ha un uomo grande, al riparo nelle braccia della madre. Forse è questa la familiarità, quella strana intimità a cui il bambino si abbandona con le immagini del quadro di Bartolomeo Montagna. La scena è una risposta a domande mai fatte, che forse il bambino non farà mai, ma sono le domande più importanti, quelle che si fanno soltanto con il coraggio di un uomo finalmente, definitivamente adulto (uno stato che, come si diceva, è difficile da precisare). Il bambino ha la sensazione che quell’uomo potrebbe essere un suo amico. Nel suo abbandonarsi alle ginocchia e alle mani della madre, quell’uomo infatti non può essere un estraneo, ma si fa comprendere anche da chi non sa nulla di pittura e di religione, da chi non sa nulla di nulla. Il bambino pensa che anche nella morte la madre si prende cura del figlio, e questa è una cosa bella. Non è la bellezza che cercano gli uomini ansiosi di uscire fuori dall’ordinario, e un po’ disperano di farlo. È piuttosto la bellezza delle cose originariamente, autenticamente umane, e perciò una bellezza inconsapevole, che si conserva anche oltre il limite della vita, e fa di un corpo morto, e del compianto, una cosa definitivamente bella.
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Ubbie umanitarie (I)

di
Roberto Plevano

Gnadenbild_Mariahilf,_Innsbruck

Lucas Cranach il vecchio (1472 – 1553). Madonna dell’Aiuto (1520-1535). Olio su tavola, 78,5 × 47,1 cm.
Innsbruck, Dom zu Sankt Jakob

Domenica sarebbe giorno di riposo e cose sacre, da passare in famiglia, con persone care, se se ne hanno, con persone giuste, se si può. Come da tradizione, ma chi ci riesce più? La secolarizzazione non è un fenomeno spiegabile attraverso grandi narrazioni, un soggetto call for papers di accademici, disincantati consessi: ha a che fare con il vissuto quotidiano, muta l’organizzazione delle ore e dei giorni di tutti, lo sfondo mentale.

L’avevano capito i giacobini, che rivoluzionarono il calendario e tutta la giostra delle feste comandate. Ma insieme al sacro, tramonta l’orizzonte ultimo delle vite umane. Un giorno trapassa nell’altro e non c’è differenza. Gli uomini hanno bisogno del tempo dell’attesa, ed è bene che vivano in vista di un compimento che li porti fuori dall’ordinario – legioni di materialisti neoevoluzionisti, manipoli di postmoderni decostruzionisti contesterebbero questa tesi, sappiatelo: ma il nostro è un giudizio ponderato, siamo consapevoli di alcuni prolungati, indesiderati effetti di questa umana disposizione rispetto al tempo della vita.
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Il merlo ammazzato

di Roberto Plevano

§ Il merlo ammazzato
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Quella mattina, Luca P. ammazzò un merlo con la macchina, mentre portava la figlia a scuola. Assillato dal costante, fastidioso ritardo, che spingeva lui a una guida nervosa e impaziente – ma non per questo più veloce – e la figlia a corse precipitose oltre il cancello e su per le scale, sotto il peso, eccessivo, dello zainetto sulla schiena, impattò con il pennuto a una curva. Ruzzava, il merlo, con un compagno – maschio, perché le femmine son bige, non di quel nero brillante – in mezzo alla strada e si era distratto, appena un secondo di troppo. Stecchito sull’asfalto, le piume lucide e nerissime, il becco giallo, la gola aperta, poche gocce di sangue vermiglio, rossissimo. L’altro uccello al margine della carreggiata, sotto shock, era rimasto attonito davanti all’improvvisa tragedia.
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Il contest letterario di Minuti Contati

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Lunedì 19 settembre, alle 21.00, si aprirà la nuova stagione del contest più veloce dei web con un ospite d’eccezione: lo scrittore di strada Walter Lazzarin, intervistato per l’occasione sul sito di Minuti Contati.
Walter Lazzarin, padovano classe ’82, è un giovane scrittore giunto al suo terzo romanzo. Da ottobre ’15 ha promosso il suo ultimo libro “Il Drago non si droga” con un’iniziativa del tutto particolare: reinventandosi scrittore di strada, Lazzarin ha calcato le piazze delle maggiori città d’Italia con la sua macchina da scrivere, in un vero e proprio progetto itinerante per riavvicinare i cittadini alla lettura. Ai passanti attirati e incuriositi dal ticchettare dei tasti, il giovane autore regala un tautogramma, piccolo componimento estemporaneo le cui parole iniziano tutte con la medesima lettera. Continua a leggere

Occhi chiusi

di AMBRA STANCAMPIANO

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Sono nato in una terra magica, su cui un antico dio greco ha stabilito la sua fucina e si incontrano due mari di due colori diversi.
La mia isola e le sue sorelle portano il nome del vento, i miei occhi sono cresciuti alla luce di paesaggi verdi e gialli, le mie orecchie al ritmo dello scrosciare delle onde e del frinire dei grilli, le mie mani tastando spiagge fine e pietrose, il mio naso indagando i sentori aspri del mare, del mirto e delle scogliere. Vivo nella casa più vicina al vulcano nero, lontano dal paese. Continua a leggere

Attendere

di Roberto Plevano

§ Attendere
Lambretta
Così Luca P. aveva una moto. Cocco di mamma, gliela avranno regalata per avere fatto il minimo di quel che si aspetta: uscire dal liceo. Come se fosse una cosa difficile, un merito speciale. Li conosco IO, i viziatissimi fighetti paraculi del centro… Bella gente, simpatici, sì… come un morso di vipera sulle palle. IO, a sedici anni, ho passato un’estate miserabile a fare il cameriere in pizzeria, da solo, mica mi sono mai aspettato qualcosa dagli altri, o dal cielo. I miei amici? A Jesolo, dietro le tedeschine! Bitte, bitte, Fräulein… Tutto per una Lambretta di quinta o sesta mano, che neanche Mandrake ci avrebbe rimorchiato, con quella.
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Daniele Del Giudice

di Roberto Plevano

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§ Daniele Del Giudice

Lo stadio di Wimbledon uscì nel 1983. Di Italo Calvino la quarta di copertina – una specie di biglietto da visita di un libro, quindi l’unica indicazione di cui disponeva il potenziale acquirente in libreria davanti a quest’opera prima. Scrisse di “un nuovo approccio alla rappresentazione, al racconto, secondo un nuovo sistema di coordinate”, per cui “la «carta di Mercatore» è una delle immagini-chiave”. Non per fare le pulci a Calvino, ma il matematico e cartografo fiammingo Geert De Kremer, latinizzato in Gerardus Mercator secondo l’uso rinascimentale, pubblicò il suo planisfero nel 1569, e quindi si fa un po’ fatica a prenderlo come emblema di novità.
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Il buco nell’acqua

di
Roberto Plevano
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§ Il buco nell’acqua

Remy indossa un giubbotto di sicurezza arancione, guanti da lavoro e un casco con lo stemma del Comune. Sotto il sole di giugno, il colore stacca sul verde del prato, è un’anomalia che cattura lo sguardo. Remy usa il decespugliatore con paziente competenza, rifinisce il taglio dell’erba lungo i viottoli, intorno alle aiuole e ai tronchi. È attento a non sollevare troppa polvere, a non scagliare dappertutto pietrisco e cacche di cani. Nessuno sembra fare caso, come se fosse invisibile. Finita una porzione del prato, si prende una pausa. Si stende all’ombra di un cespuglio e alza gli occhi al cielo.

«Sotto sole, un’ora, cinque minuti» dice indicando l’orologio. Fa una breve telefonata e lo vedo sorridere al qualcuno con cui parla. Mette in tasca il telefono e mi saluta, ma con me tiene il viso serio.
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Il portacenere

di
Roberto Plevano
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§ Il portacenere

Anna G. fumava come un camino, come una ciminiera. In quel mezzo pomeriggio che passò insieme a lei, Luca P. fece mentalmente un conto approssimato di una trentina di sigarette. Per ogni santo giorno, erano quasi due pacchetti, MS o Camel, accesi nella nervosa compulsione ripetitiva di una giovane che non faceva poi caso all’inalazione.

E occorreva aggiungere le sigarette che lei rollava con perizia, da bustine di tabacco marca Samson e Drum. Era un piccolo rito artigianale – estrazione cartina, apertura bustina, presa della dose di tabacco, disposizione della dose sulla bustina aperta, controllo del giusto grado di umidità dei polpastrelli di indici e pollici, meticolosa confezione di un cilindretto regolare, leccatina sulla striscia adesiva, sigillatura, rifinitura con asportazione del tabacco eccedente alle estremità, breve attesa per l’asciugatura, accensione – che trascendeva il computo delle anonime sigarette industriali e per cui ci voleva almeno una sosta e un ripiano. Un intermezzo quindi di quiete in un’altrimenti incessante movimento interiore di cerebro, e poi di polmoni, labbra, dita. Rollando le sigarette, Anna G. socchiudeva gli occhi. Solennità degli automatismi.
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Il commento

di
Roberto Plevano
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§ Il commento

Lunedì vado finalmente a visitare l’amico che non ci si riesce mai a vedere, quello che ha seguito i passi del padre e si è accomodato, senza mugugni e anzi con qualche compiacimento di sé, nella prassi – nell’identità – di imprenditore. Mi mostra i capannoni – un quaranta anni fa qui c’erano campi a perdita d’occho e sull’orizzonte si stagliavano i campanili dei paesi –, la macchine delle linee di produzione, pile di scatoloni nei magazzini, parla di fatturato, di crescita, di personale soprattutto: snocciola numeri importanti. I suoi capannoni non sono scatole vuote, c’è gente che viene a lavorare ogni mattina, con i turni anche di sera, percepisce un reddito. Ma non è tutto oro quello che luccica, non è soltanto virtù salvifica del sudore e del lavoro, questo lo so da me. Senza addentrarsi in considerazioni generali, so che la sua crescita di fatturato è stato un passo obbligato per minimizzare perdite pesanti di un investimento sbagliato, un errore che gli rode, tanto che ne parla poco, lui che ama parlare. E io non gliene faccio parlare. Con un giorno del suo fatturato ci vivrei comodamente per qualche anno, eppure lui più volte dice tu non hai problemi, la tua vita tranquilla, qui appena ti muovi ti saltano addosso, è un assedio continuo. Escludo a priori che dietro alcune occhiate di sottecchi che mi lancia ci sia un sentimento – vaghissimo, eh? – di invidia, invidia in senso buono si intende. Dalle mie parti c’è poco da invidiare, mi punge il sospetto di essere uno sfigato… discorso lungo, la sfiga è una categoria dello spirito che tocca il genere umano, come il peccato originale, come il fato eschileo, come le idee platoniche. Come l’IO cartesiano. Ci si rispecchia, nello sfigato, lo si teme. Non gli dico niente, annuisco con aria seria, come a dire, eh, ti capisco, comprendo il tuo fardello.
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Il terreno morale

di
Roberto Plevano
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§ Il terreno morale

Mio nonno ha fatto la campagna d’Africa. Che state a pensare? Che ha levato in alto le insegne, il ferro, il cuore, a salutare dopo quindici secoli la riapparizione dell’Impero sui colli fatali di Roma? No, niente di tutto questo, mio nonno era un uomo con la testa salda sulle spalle, partì per l’Africa, ufficiale medico alpino, spinto da un senso (accezione 2) di cameratismo per i suoi commilitoni, mica perché qualcuno canticchiò di tirare diritto, e fare quel che è detto e scritto (la retorica dell’epoca, i piccolo-borghesi tirano dentro la pancetta e gonfiano il petto). Presto capì quello che era evidente, e prese la sua parte: dal ’43 fu a fianco del suo amico “Maurizio”, Ferruccio Parri. Al funerale di mio nonno, la prima corona fu portata dall’ANPI. C’è da essere orgoglioso della mia famiglia.
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IO

di
Roberto Plevano
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§ IO

Ecco la parola il cui significato, nel lessico delle lingue indoeuropee, è il più arduo da precisare, a dispetto della sua brevità, tanto che non se ne dà qui, in queste pagine, alcuna voce di vocabolario: occuperebbe l’intero libro, e altri libri ancora.

IO ME ICH SELBST IK JAG JE MOI I SELF YO EU JA EGO EGOMET

Trattasi di pronome con cui l’essere umano designa se stesso. È comprensibile quindi la difficoltà di precisazione.

In seno alla civiltà del libro, il riferirsi a se stesso dell’essere umano è diventato la sua definizione, e anche un’autoreferenzialità paradossale.

«IO sono qualche cosa? E che cosa sono?»

«IO sono IO, e che altro?»
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Giorgio Agamben

di
Roberto Plevano
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(materiali di un progetto narrativo ancora in definizione. La conferenza di Giorgio Agamben trattò temi toccati ne Il linguaggio e la morte. Un seminario sul luogo della negatività, Einaudi 1982 [sesta giornata].)

toccato da un angelo…

§ Giorgio Agamben

Luca P. vide per la prima volta Anna G. a una conferenza di Giorgio Agamben.

Si dovrebbe forse dire che Luca P. e Anna G. si incontrarono poco dopo l’applauso del partecipe pubblico – Giorgio Agamben è un docente prestigioso ed efficace, vale a dire comunicativo e profondo, e tenne quella conferenza quando aveva passato da poco i quarant’anni, che per gli uomini di lettere è un’età generalmente molto produttiva. Si presentava quindi con la giusta mescolanza di autorevolezza, eccellenza intellettuale e non eccessiva distanza anagrafica dagli studenti –, e appena fuori dalla sala conferenze; ma le accezioni di questo termine, incontrarsi, che connota lo stabilire rapporti tra persone, amichevoli od ostili che siano, e quindi un intero mondo di relazioni sociali, non sono una buona descrizione dei fatti successivi a quella conferenza.

Infatti Luca P. e Anna G. non si incontrarono mai davvero.

Non almeno secondo i valori più diffusi del lemma. Abbiamo dalla Crusca: Continua a leggere

fotografie (inediti)

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Ritrovo l’uomo nella foto del documento
creduto perso, che qualcuno nascose,
tra familiari a pane e sacramento
cresciuti. Non mi somiglia nelle pose
l’uomo che vi figura, né il suo tormento
né i suoi leggendari innesti di rose.
Ma saperlo, a volte, vicino e contento
di quel poco che gli sta per sfuggire,
a un morire non troppo consueto,
sostiene ritti se decade la materia delle cose.

Anche nelle foto erano diversi
i cinquantenni come mio padre, comunista
atavico in un tempo indefinito, persi,
ma non vinti, come altri in un ciclo
sempre a vista di natura e storia,
e felici, per poco o tanto
aver tenuto fede alla parola data
nello stesso tempo concesso.