Ragionamenti dalla stiva

E così dopo Olanda, Norvegia, Gran Bretagna e Germania anche la Francia ha dichiarato che dirà addio alle auto a benzina entro il 2040. Il futuro della locomozione, perlomeno in Europa, sarà elettrico.
Quello che da tempo si stava preparando, e a cui per anni abbiamo guardato con un misto di desiderio e paura, si realizzerà nella prima metà di questo secolo e comporterà conseguenze inimmaginabili, se non per associazione (e qui uso la parola con tutti i limiti che separano i termini dalla loro realizzazione nella Storia) con eventi del passato quali il crollo dell’Impero Romano o l’avvento della Rivoluzione Industriale: l’età di un mondo dipendente dal petrolio è prossima alla fine, sostituita da quella dell’elettricità e della cosiddetta energia pulita.
Ma la conclusione di un’epoca, soprattutto di un’epoca che tanto in profondità ha determinato gli equilibri del pianeta e delle fonti di potere ad esso connesso, implica sempre una sequela di avvenimenti che finiscono per spazzare via in maniera troppo spesso drammatica i presupposti che l’hanno resa possibile. È la Storia. E la grande fascinazione che l’avvolge non sarebbe tutt’ora materia di studio se così non fosse. Continua a leggere

Dieci domande a dieci scrittori-traduttori. Romanzi, serie tv, cinema: Giancarlo De Cataldo

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Magistrato, traduttore, drammaturgo, autore di romanzi di grande successo e di sceneggiature cinematografiche e televisive, Giancarlo De Cataldo è un autore poliedrico vicino, e qui mi riferisco soprattutto alla sua capacità di lavorare con media differenti, più ad esempi americani che nostrani. Raggiunge il successo nel 2002 con Romanzo criminale, ma la sua produzione sterminata (che per esigenze di spazio vi invito a consultare qui) comprende anche moltissimi altri best-seller, l’ultimo, La notte di Roma, scritto a quattro mani con Carlo Bonini ed edito da Einaudi nel 2015. Attento scrutatore del mondo contemporaneo, Giancarlo De Cataldo ha la capacità rara, per chi come lui trae ispirazione dai capitoli più oscuri del nostro presente e del nostro passato, di riuscire a parlarne con lucida competenza ed invidiabile chiarezza.

1) Vorrei partire dall’oggi, e da quello che è successo alle elezioni americane di novembre. In un’intervista del 2009 a proposito del romanzo La forma della paura, che alcuni hanno definito “il primo thriller del mondo post-Bush” (La forma della paura, Giancarlo De Cataldo e Mimmo Rafele, Einaudi, 2009) dichiaravi che “la mitologia della paura ha condizionato fortemente i nostri ultimi anni. Ora però è stato eletto un Presidente americano che parla un linguaggio diverso”. Sono passati sette anni e a Barack Obama è subentrato Donald Trump. L’uscita dalla paura a cui accennavi ha lasciato il posto a scenari forse più angoscianti, perché meno prevedibili. Credi che sia di forme sempre rinnovate di paura che l’umanità senta oggi il bisogno di nutrirsi?

Quella frase andava bene nel 2009, oggi, probabilmente, ha un sapore antico. Naturalmente, né io né Mimmo Rafele potevamo pensare agli sviluppi che il terrorismo avrebbe assunto al tempo dell’Isis. La paura è, effettivamente, un sentimento primordiale, ineludibile, dell’essere umano: ai bambini raccontiamo fiabe terrificanti per insegnare loro l’esistenza dell’elemento numinoso, quella minaccia incombente che tutti finiremo prima o poi per avvertire nel corso dell’esistenza e che affonda radici nella nostra transitorietà. Moriremo tutti, prima o poi, e l’angoscia di morte ci domina. Dobbiamo imparare a conviverci, e usiamo le fiabe per avviare i nostri figli su questo duro sentiero obbligato. Nello stesso tempo, la paura è un formidabile strumento di pressione, potere, governo e ricatto delle coscienze. Chi si ricorda più dell’influenza aviaria, che avrebbe dovuto decimare il genere umano? E chi della mucca pazza? Furono paure reali, concrete, al loro tempo, e incisero sulle nostre abitudini, sul nostro stile di vita, sulla nostra esistenza. Possiamo dunque dire che abbiamo, sì, bisogno della paura, ma che dobbiamo anche imparare a Continua a leggere

Il resto del mondo là fuori

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L’uomo ha poco meno di quarant’anni, i capelli brizzolati e lo sguardo stanco. Si serve del vino con lentezza, osserva le foto del viaggio di nozze appese alla parete e ragiona su quanto tempo è passato dal giorno in cui sono state scattate. La cucina è un rettangolo ampio e ben illuminato, interrotto a metà da un tavolo a penisola sotto cui stazionano quattro sgabelli identici l’uno all’altro. Intorno a lui, nell’aria, ha cominciato da poco a spargersi un odore sempre più intenso di pomarola.
“Se una tua cara amica ti chiedesse aiuto per qualcosa di brutto che ha fatto” dice sedendosi sullo sgabello più vicino alla parete, “diciamo qualcosa d’illegale… come ti comporteresti?”
“Dipende” risponde la donna a cui si è appena rivolto. Finisce di mescolare il sugo e gli fa cenno di versare anche a lei del vino. “Illegale come aver evaso le tasse… o illegale come aver tradito il marito?”
L’uomo sospira. “Qualcosa come aver ucciso per errore il proprio marito…”
“Questa sì che è buona” dice la donna. “Prima o dopo aver scoperto che la tradiva?”
“Parlo sul serio” dice l’uomo. Indossa una camicia bianca con la cravatta allentata e le Continua a leggere

Dieci domande a dieci scrittori-traduttori. Lo scrittore di novelle: Matteo Righetto

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Scrittore (ha pubblicato quattro romanzi: Savana Padana, ZONA, 2009 e TEA, 2011; Bacchiglione Blues, Perdisa Pop, 2011; La pelle dell’orso, Guanda, 2013; e il quarto, Apri gli occhi, appena uscito con TEA; più vari racconti) ma anche insegnante di sociologia della letteratura e docente esterno della Scuola Holden, ideatore della Scuola Twain e fondatore, insieme a Matteo Strukul, del movimento letterario Sugarpulp

1) Ne viene fuori l’immagine di un autore poliedrico, capace di dedicarsi con entusiasmo ai vari campi connessi a quello che oramai, anche in Italia, viene chiamato lo storytelling. È così?

Poliedrico sì, anche se credo che questa mia caratteristica vada intesa soprattutto come una peculiarità legata a un personale percorso di ricerca narrativa. La continua ricerca  di una voce che tenta di trovare una propria originalità. L’entusiasmo è una componente necessaria in ogni tipo di attività, anche quella letteraria. Se esso mancasse o si affievolisse di fronte alle prime, inevitabili difficoltà che si debbono necessariamente affrontare e superare scrivendo un romanzo, allora non si arriverebbe mai a produrre alcunché. Credo infatti che entusiasmo e Continua a leggere

Dieci domande a dieci scrittori-traduttori. Lo sguardo obliquo sulla realtà: Wu Ming 2

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Wu Ming 2, uno dei componenti del collettivo Wu Ming, autori di romanzi e racconti sia collettivi che individuali, ma anche di una molteplicità di altre produzioni, iniziative, articoli, interventi, imprese, attività di diffusione e di guerrilla mediatica volte a mettere in evidenza le forzature e le contraddizioni del potere: il materiale è tale e tanto che, per la prima volta da quando è iniziato questo ciclo d’interviste, mi trovo in difficoltà a sintetizzare in dieci domande quello che vorrei chiedere.

1) Forse la cosa migliore è partire dal vostro romanzo d’esordio, Q, prima opera pubblicata da una grande casa editrice italiana con formula Creative Commons (ai tempi si trattava di qualcosa d’impensabile) e che quando uscì suscitò un vespaio di reazioni. Q contiene già in nuce, e al tempo stesso straordinariamente chiari nelle loro potenzialità, tutti gli elementi della vostra poetica. Una storia dalla parte dei reietti, insieme colta e popolare, raccontata con una scrittura quasi fiamminga, attenta al dettaglio ma con innumerevoli dinamiche interne. È una cosa che mi sono sempre chiesto: perché iniziare tutto così, con Q, con una travolgente avventura dietro le quinte della Riforma Protestante?

Il perché non lo sappiamo nemmeno noi, e se provassimo a ricostruirlo, sarebbe una spiegazione imposta a forza su una catena di eventi fatta di istinto, coincidenze, incoscienza e amicizia. All’epoca – era la metà degli anni Novanta – collaboravamo in vari progetti, dalla radio al teatro di strada. Pubblicavamo una rivista, scrivevamo racconti individuali, ci venne in mente di provare a concepirne uno collettivo, e per non rischiare di auto-limitarci cominciammo a parlare addirittura di un romanzo. Letture comuni – in particolare il saggio di Raoul Vaneigem, Il movimento del Libero Spirito – ci portarono a scegliere l’età della Controriforma come scenario condiviso nel quale animare l’intera vicenda.

2) Q era firmato Luther Blisset (pseudonimo collettivo utilizzato da un numero imprecisato di, cito Wikipedia, “destabilizzatori del senso comune”) mentre tutti i romanzi successivi portano la firma Wu Ming. C’è una ragione per questa sorta di passaggio di consegne?

La ragione è che Continua a leggere

Due o tre cose che (forse) non sapevate su Babbo Natale (replay)

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E’ cosa risaputa che i post non si debbano mai ripetere… eppure i libri vengono ristampati, i film e le serie televisive vengono ritrasmesse e, soprattutto sotto Natale, c’è una generale tendenza alla ricerca di qualcosa che abbia fatto parte dell’anno precedente. Per chi allora l’anno scorso l’avesse perso, o per chi vorrebbe che anche quest’anno gli fosse ricordato, vi ripropongo “due o tre cose che (forse) non sapevate su Babbo Natale“, augurandovi una buona lettura, delle serene vacanze e ovviamente tanti ma tanti regali da Babbo Natale (o da chi per lui)…

Tutto è cominciato con la mia compagna che mi chiedeva se mi ricordavo i nomi delle renne di Babbo Natale. “Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet…” ha detto, “e poi?”
Avevo appena finito di cucinare. Erano le 9.30 di sera. Fuori pioveva. La mia compagna era riuscita ad addormentare nostro figlio dopo due lunghe ore di discussioni, trattative, letture e domande su Babbo Natale.
“I nomi delle renne?” ho ripetuto assumendo quella cognizione di causa che tutti i padri devono avere quando si tratta di questioni riguardanti i propri figli.
‘Perché’, stavo pensando, ‘hanno dei nomi?’
Mi ha guardato. La mia Continua a leggere

Ci devi pensare tu

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Sei un bianco occidentale di circa trent’anni nel corpo di un nero di dodici che vive a Mogadiscio. La Storia ti è stata riassunta nel briefing iniziale: colonialismo, dittatura, guerra civile, pirati, Al Shebab, le carestie, le condizioni socio-economiche, tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli, le tue sorelle, la tua istruzione, le tue prospettive, il tuo presente, ora, adesso, quando tutto questo comincia. Poi, se vorrai, potrai approfondire il resto con calma, nel tempo – e di tempo ne hai -: i dettagli del passato, suo e della sua gente, quello che ancora non conosci e che potrebbe esserti utile sapere perché in Africa non ci sei nato e non ci sei cresciuto, non l’hai neppure mai vista, l’Africa. Ma non è questo che conta.
Quello che conta è che la Storia è una storia vera, e che il bambino è un bambino vero, e che la sua famiglia, i suoi amici, i suoi Continua a leggere

Dieci domande a dieci scrittori-traduttori. Riuscire a trasmettere la voce dell’autore: Silvia Pareschi

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Silvia Pareschi, traduttrice dall’inglese all’italiano di grandissimi autori – da Jonathan Frazen a Zadie Smith, da Junot Díaz a Julie Otsuka, da Nancy Mitford a Don DeLillo (e molti altri ancora) – …… Ciao Silvia, innanzitutto complimenti per il tuo lavoro di traduttrice e per aver dato la possibilità a moltissimi italiani di conoscere le opere di alcuni dei migliori autori degli ultimi anni. Comincerei con un paio di domande alle quali hai già risposto probabilmente molte volte, ma che possono aiutarci a capire chi sei.

1) Come sei arrivata a fare la traduttrice?

Grazie a una buona dose di fortuna. Mi sono laureata in lingue con una vaga idea di voler tradurre letteratura, quella russa, però. Dopo la laurea e una serie di lavoretti per sbarcare il lunario, mi sono iscritta al master in tecniche della narrazione alla scuola Holden di Torino, sempre con una vaga idea di voler lavorare nel mondo dell’editoria. Durante il master, mentre seguivo un seminario sulla traduzione, venni notata dalla docente, Anna Nadotti, che mi segnalò alla casa editrice Einaudi. La mia prima traduzione pubblicata fu Le correzioni di Jonathan Franzen. Non potevo sperare in un esordio migliore.

2) Parliamo, appunto, dei tuoi esordi nel difficile mondo della traduzione. Te lo chiedo soprattutto a nome di quanti non conoscono certe dinamiche dell’editoria. Come funziona? Scegli tu chi tradurre? Vieni scelta? E cosa succede se non riesci a sviluppare un feeling con l’autore e col testo?
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Ditemi la verità

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Stuff I’ve been reading di Nick Hornby, pubblicato da Penguin per il mercato in lingua inglese (e in Italia uscito insieme ad altri volumi con Guanda – vd bibliografia in fondo a questo articolo) è stato definito dalla critica d’oltreoceano in varie maniere: un resoconto, un’antologia, un diario, una sorta di reportage, un’invito alla lettura, un divertissement. Il testo è, in primis, una raccolta degli articoli usciti tra il 2006 e il 2011 sulla rivista americana The Believer, dove l’autore britannico teneva una rubrica dedicata ai libri che di mese in mese leggeva. Questa sorta di resoconti della propria esperienza di lettore prima ancora che di scrittore, esperienza di chi compra libri, legge libri, ama parlare di libri o prendersi di tanto in tanto una vacanza dai libri (o coi libri) ci dice molto sullo scrittore inglese ma ci dice ancora di più, e in maniera ben più importante, sul ruolo che i libri hanno nelle vite di chi li legge. Si va dall’intramontabile e amatissimo Dickens Continua a leggere

Niente Panico

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NIENTE PANICO    Capitolo primo di un romanzo mai pubblicato di Juan A. TeieraMatteo Telara

Il Jimmy Roger Market Shop è una catena di fast food che si distende in genere lungo le strade principali delle maggiori capitali europee. Fenomeno d’importazione tutto americano, con in più la particolare caratteristica di svilupparsi unicamente nelle capitali, ciò che fa di un Jimmy Roger Market Shop una realtà alimentare ristorativa di tutto riguardo rispetto alle dirette concorrenti comunque presenti sul territorio è l’esclusività, per l’appunto.
Scelta controcorrente abbracciata dai suoi responsabili marketing in totale controtendenza rispetto al loro tradizionale modus operandi.
Intendo dire: accertato che le capitali di ogni paese di questo mondo non arrivano mai a raggiungere Continua a leggere

Forever

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La sveglia a sensori mi dà l’ultimo avvertimento che è arrivata l’ora di scendere dal letto. In realtà io lo so già da un po’, o meglio, una parte del mio corpo ha cominciato a saperlo già da un pezzo che quell’ora stava per arrivare. La sveglia è stata programmata per rilasciare avvisi sonori a frequenze bassissime, in maniera da assicurarsi che il mio risveglio sia piacevole e il più possibile privo di traumi. Il. Più. Possibile. Tre parole che troverete scritte ovunque. Non c’è azienda che possa assicurare una riuscita del 100% in questo genere di faccende: troppi elementi non prevedibili, e un fronte illimitato di avvocati pronti a tirar giù pezzo dopo pezzo anche la più costosa sede della Continua a leggere

Cordelli, l’anno zero e la Coppa del Mondo di Letteratura.

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Succede alle volte nella storia di un paese che tutti gli articoli, le critiche, le polemiche, le repliche, la tendenza a trovare scuse o a negare i problemi, o semplicemente a direzionarli altrove, trovino un momento di verità in qualcosa di lampante e incontrovertibile, che fa emergere nella chiarezza evidente di un fatto quello che altrimenti avrebbe rischiato di trascinarsi per chissà quanti altri anni in altrettanti articoli, critiche, polemiche, repliche e tendenza a trovare scuse o a negare problemi.
Avviene così che quanti avevano in precedenza scritto di Continua a leggere

The Best American Short Stories 2013

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Daniel Alarcón, Charles Baxter, Junot Díaz, Gish Jen, Sheila Kohler, David Means, Alice Munro, Suzanne Rivecca, George Saunders e molti altri: è particolarmente ricca di voci non solo emergenti ma anche internazionalmente riconosciute questa edizione di “The Best American Short Stories 2013”, e l’immagine che alla fine resta, nella mente del lettore, è quella di una raccolta la cui varietà tematica, stilistica e strutturale non ha molti termini di paragone nel mondo.
Quest’anno, al contrario di quando fatto per le edizioni passate, ho deciso di sostituire la mia usuale recensione (trovate alcuni dei miei articoli precedenti qui e qui) con quello che Elizabeth Strout, che è la guest editor del 2013, scrive nell’Introduzione.
È raro che al lettore italiano sia data la possibilità di leggere la versione originale dell’Introduzione scritta per l’edizione americana di questa raccolta, ragione per cui sono convinto che le parole della Strout possano essere di grande interesse per capire su quali principi si costruisca oggi il valore di un’opera di short fiction in America.
“The Best American Short Stories” è un’antologia di storie brevi che viene pubblicata dal 1915 da Houghton Mifflin Harcourt – e di cui dal 2007 è editor fisso Heidi Pitlor – e che negli ultimi (quasi) cent’anni ha fatto conoscere al grande pubblico scrittori rimasti nella storia della letteratura non solo americana. Elizabeth Strout, invece, è per chi non lo sapesse una scrittrice statunitense che tra i vari riconoscimenti ha ottenuto il Premio Pulitzer per la narrativa con “Olive Kitterige” (2009) romanzo col quale ha anche vinto il Premio Bancarella in Italia (“Olive Kitterige”, Fazi Editore, 2010, traduzione di Silvia Castoldi).
Ecco qui di seguito l’Introduzione della Strout (la traduzione in questo caso è mia) con annessa l’implicita assicurazione (anche questa del sottoscritto) che le storie brevi in essa contenute sono tutte meritevoli della vostra attenzione.
Buona lettura.

 

C’era un tempo in cui il telefono era una cosa appesa a un muro o posata su un tavolo, e quando squillava non avevi idea di chi stesse chiamando. “Pronto?” Ovviamente ognuno aveva una sua maniera per dirlo: quelli che come mia nonna si aspettavano sempre un disastro lo dicevano con quieto timore. Quelli che invece volevano sembrare amichevoli (mia madre) con una sorta di benevola allegria: “pronti!” O ancora, un adolescente un po’ insicuro avrebbe borbottato “pro-nto?” Era più una domanda che un benvenuto. Prima dell’avvento delle Continua a leggere

Quando un film è ancora soltanto fatica e gioco, amore e musica

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Un film lungo 50 anni: Marina Piperno & Luigi Faccini

Dal 25 al 28 marzo, a Roma, presso il Cinema Trevi, si terrà una retrospettiva sulla produttrice cinematografica Marina Piperno e sul regista Luigi Faccini
Per maggiori informazioni potete cliccare qui.

Tratto dal catalogo ufficiale della retrospettiva, vi proponiamo un testo incentrato sul backstage di Giamaica, lungometraggio girato dal regista nel 1998.

Quando un film è ancora soltanto fatica e gioco, amore e musica

Comincia con la musica di Livio Bernardini, Antonio Lombardi ed Egildo Simeone questo backstage di Giamaica e la scelta del regista di privilegiare la musica come cadenza narrativa primaria non è per nulla casuale. Parlare di colonna sonora è infatti nel caso di Luigi Faccini sempre riduttivo, se non addirittura fuorviante, perché in ognuno dei suoi lavori (nei lungometraggi come nei corti, nella cosiddetta fiction come nei documentari antropologici) la musica assume ogni volta un ruolo di vera e propria cellula generatrice della tensione drammatica: c’è musica perché la realtà delle persone di cui si parla è fatta di musica, perché musicali sono le loro parole, le loro azioni e le loro storie. I film che ne sono espressione, di conseguenza, vivono di quelle musiche. E se Morando Morandini aveva definito Continua a leggere

Sospesi in un oceano di luce e riflessi

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“Intorno al tronco di una grande quercia maestoso come l’albero maestro di un veliero, si avvolgono le scale a chiocciola: una spirale danzante che prende il volo per portarci nel regno dei rami frondosi e dell’immaginazione. È una casa sugli alberi o il nido di un uccello quello nel quale siamo appena entrati?”
Alain Laurens descrive così l’ascesa verso una delle innumerevoli case sugli alberi realizzate dal suo studio d’architettura “La Cabane Perchée” negli ultimi tredici anni, ed è con questa fiabesca didascalia, che introduce una delle tante immagini da sogno in esso contenute, che comincia anche il volume Exceptional TREEHOUSES.
Pubblicato dall’editore Abrams di New York, e corredato dalle brevi descrizioni di Laurens stesso e del suo team, Exceptional TREEHOUSES è un grande libro fotografico che racchiude gli scatti ralizzati da Continua a leggere

The way to tell a story

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Through the lens con Rob Machado e Hollow di Elaine McMillion: due progetti visivi, un unico obiettivo.

Surfista professionista americano pluri-vincitore di prestigiosi contest, Rob Machado sembrava destinato a ca(va)lcare per molti anni i palcoscenici mediatici di tutto il mondo grazie a un approccio casual unico e a uno stile di surfata fluido, al tempo stesso classico e innovativo, che negli anni Novanta ne avevano reso l’antagonista ideale al pluricampione del mondo (e di lui amico) Kelly Slater.
Da una parte Kelly: freddo, implacabile, l’atleta imbattibile che molti definiscono (a torto o a ragione) più simile a un computer che a un essere umano.
Dall’altra Rob, vulnerabile, riservato, imperfetto, eppure capace di grandi (e perfetti) gesti atletici.
Ma nel pieno della sua carriera Rob decide di voltare le spalle allo sport agonistico e prende la strada del Continua a leggere

VORREI CHE NEL MONDO

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Nella mia città la gente passeggia. Girano sui marciapiedi del centro, sul lungomare, sulla camminata mai finita del porto. La gente passeggia, s’incontra, si saluta, si ferma a parlare, ricomincia a passeggiare. I giovani se ne stanno sulle panchine a fumare e a guardare chi passeggia e chi si ferma a discutere. Se ne stanno lì, a giurare che mai e poi mai finiranno anche loro a passeggiare. Le panchine su cui stanno sono le stesse su cui sedevano i loro genitori trent’anni fa. Ma di tanto in tanto anche i giovani si staccano dalle panchine e vanno a fare due passi. Nella piazzetta davanti al mare ci sono due cavallini a molla, uno scivolo e una casetta di plastica ricoperta di scritte spray. I bambini sono troppi, aspettano il proprio turno, talvolta imparano a farsi furbi e a passare avanti, crescono prendendo confidenza con quelle file (alla banca, al comune, alle poste, negli uffici, all’asl, ovunque ci sia un servizio o uno sportello) a cui i loro genitori sono da tempo abituati. Tra il porto e il centro si è da poco liberato un vasto spazio pubblico. “Che ci faranno?” mi sono chiesto, “uno skatepark?, dei campetti da pallacanestro?, un’area giochi per bambini?”. Ci hanno fatto un parcheggio. Per la gente che va a passeggiare.
Nella città dove vivevo prima, invece, che è dall’altra parte dell’oceano e che ha cento volte gli abitanti della mia città, ogni quartiere ha uno skatepark e dei campetti da basket e delle aree giochi per bambini. La gente passeggia e vede i giovani andare sullo skateboard e tirare a canestro e correre. Ti fa sentire come se stesserro restituendo qualcosa al posto in cui vivono. Ti fa sentire come parte di una città che non vuole che i suoi cittadini passeggino e basta. In questa grande città un artista ha Continua a leggere

Giovanni Enriques

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In tempi in cui si è fatto un gran parlare di Adriano Olivetti e del contributo da lui dato al successo e alla modernizzazione di un’Italia che poi non seppe (o non volle) seguirne le indicazioni, fa un gran piacere vedere come l’editore Hoepli abbia deciso di dare spazio anche alla storia di una delle personalità che di quel successo, come di altri successivi, fu partecipe e corresponsabile. Continua a leggere

Il ragazzo e il mare

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Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni lo aveva accompagnato un ragazzo, ma dopo quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio ormai era decisamente e definitivamente salao, che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo li aveva ubbiditi andando in un’altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana, ma ogni volta che vedeva il vecchio tornare a riva con lo scafo vuoto si sentiva colpevole d’averlo abbandonato.
Nel villaggio tutti dicevano che quando la mala suerte scendeva nelle reti di un vecchio pescatore, a quel pescatore non restava che salire i gradini in pietra che conducevano alla Terrazza del porticciolo e sedersi insieme agli altri salai sulle panchine che guardavano verso il mare.
Ma il ragazzo era convinto che il tempo di sedersi sulla panchina a guardare il mare, per il vecchio, non fosse ancora giunto.
Il ragazzo era magro e aveva braccia ossute e nervose e spalle strette, ed era cresciuto in barca col vecchio, e considerava il vecchio come un padre. E sebbene suo padre gli avesse detto di lasciare il vecchio al suo destino, si recava ogni sera in spiaggia per aiutarlo a serrare la vela e trasportare l’attrezzatura via dalla barca.
“Domani uscirò prima dell’ Continua a leggere

Best American Short Stories 2012

Unknown “This year was the strongest for the short story since I began reading for this series six years ago”. Heidi Pitlor comincia così la sua Prefazione a “The Best American Short Stories 2012” e questa volta, anche per i lettori più critici, risulta difficile darle torto. Le venti storie scelte insieme al guest editor di turno Tom Perrotta hanno in sé, più di quanto sia avvenuto nel recente passato (recensisco questa serie oramai da tempo), quella grande varietà di temi, quelle ingegnose e sempre differenti maniere di trattare problematiche insieme eterne ed attuali, quell’uso sapiente e diversificato delle parole, del ritmo e della capacità di rendere il tempo parte integrante di una storia (“good-timing” dice Perrotta, con quella caratteristica che l’inglese ha di concentrare in due parole ciò che in altre lingue necessita di frasi intere) che fanno di ogni racconto una storia che vale la pena leggere, pubblicare, comprare, consigliare e recensire: la crisi economica, le guerre, la sub-cultura dei videogame, i pericoli del consumismo, la diversità, l’emotività dei singloli e delle moltitudini, lo scontro generazionale e quella fascinazione tutta particolare dell’America verso ogni cosa giovane, piena di vita e in lotta per non decadere. A questo proposito, pur nelle dovute differenze, Prefazione e Introduzione (l’una scritta dalla Pitlor e l’altra da Perrotta) sembrano convergere su alcuni semplici ma fondamentali punti: da una parte la difesa

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