EDUCAZIONE SENTIMENTALE #10

Cominciò il giorno in cui mio padre tornò a casa con I pirati della Malesia sottobraccio.
Il celebre romanzo di Salgari era in vendita dal suo giornalaio di fiducia e non aveva resistito alla tentazione di comprarmelo. È il primo, chiaro ricordo che ho di un regalo. Ci scrisse sopra una dedica: A Matteo, con affetto, papà. D.O.C. dimenticandosi di aggiungere la data. Così ogni volta che lo riprendo tra le mani la mia ricerca del tempo perduto arranca tra dettagli chiarissimi ma di scarsa utilità (cosa intendeva poi con quel D.O.C?) quali l’emozione di possedere il mio primo libro “da adulto” e le due righe iniziali “Mastro Bill, dove siamo?” “In piena Malesia, mio caro Kammamuri”, infine mia madre che mi chiama per andare a tavola, risvegliandomi da un viaggio che avrebbe continuato ad accompagnarmi negli anni a seguire. “Dov’eri finito?” mi chiese non appena entrai in cucina.
“In Malesia” risposi chinandomi con aria da furfante sul piatto.
Resta il mistero di quanti anni avessi.
L’unica memoria certa (la mia seconda, vividissima immagine) è la reazione che ebbe la maestra quando gli fu riferito cosa stavo leggendo. Disse che Continua a leggere

Luckiest man in the World

“I have been one of the luckiest man in the World” così fino a qualche giorno fa si definiva Stan Lee, la notizia della cui morte, avvenuta all’età di 95 anni, sta facendo in queste ore il giro del mondo.
Fumettista, editore, produttore cinematografico e televisivo, Stan Lee ha lasciato un’impronta nell’immaginario del mondo occidentale paragonabile solo a quella di Walt Disney, anche se rispetto al connazionale statunitense la sua fama rimane, e forse rimarrà per sempre, circoscritta ai soli amanti del fumetto.
Soprannominato L’Uomo (The Man) e Il Sorridente (The Smilin’) Stan Lee fu il primo ad introdurre, insieme a diversi disegnatori e co-creatori (Jack Kirby  e Steve Steve Ditko in particolare) la figura del “supereroe con superproblemi” umanizzando una categoria dell’immaginario post-war che fino a quel momento era stata caratterizzata esclusivamente da personaggi perfetti e bidimensionali (uno su tutti: Superman).
Stan Lee ideò la famiglia dei Fantastici Quattro (1961) e grazie alla sua fervente immaginazione videro la luce  Hulk (1962), Thor (1962), Iron Man (1963), gli X-Men (1963), Daredevil, 1964) e il Dottor Strange (1963), per non dimenticare uno dei personaggi Marvel di maggior successo, l’Uomo Ragno (1962).
Fu proprio grazie a Lee che la Marvel si trasformò da piccola casa editrice in multinazionale dell’intrattenimento su scala mondiale.
Ma il mio personaggio preferito, quello per cui ringrazierò sempre la fervida fantasia di Lee e dei suoi collaboratori, è senza dubbio Silver Surfer, in cui la sofferta umanità dei supereroi Marvel raggiunge apici insuperati.
Ideato grazie al fondamentale contributo di Jack Kirby, colui che di fatto lo disegnò per primo, Silver Surfer divenne in poco tempo il personaggio preferito di Lee: un moderno Prometeo, un surfista della galassia che cerca una ragione per continuare a vivere in un universo infinito ma privo di risposte.
Ed è proprio così che mi raffiguro Stan Lee in questo momento, dopo aver letto la notizia della sua morte: seduto sul bordo di qualche sistema solare col sorriso in faccia e l‘ottimismo che lo contraddistingueva a spingerlo ad andare sempre avanti, ma con nascosta dentro l’anima quella nebulosa di domande che fa dei suoi personaggi – e oggi, possiamo dirlo, anche di tutti noi – supereroi vulnerabili alle prese col mistero di una vita che continua a sfuggirci.

Good bye Anthony

Anthony Bourdain l’ho conosciuto grazie allo show televisivo The Layover  (traduzione letterale, Lo scalo, nella versione italiana Tutto in 24 ore) che ancora oggi considero uno dei programmi di viaggio/cultura(soprattutto culinaria)&società, più riusciti di sempre.
Malgrado l’apparente semplicità del format – cosa fare e dove andare nelle 24 ore di uno scalo in una qualche grande città del mondo – è la voce di Anthony e la sua maniera inimitabile di sviluppare potenzialità e contenuti a fare di ogni puntata un’opera d’interessante originalità e d’inaspettata forza narrativa: i tradizionali monumenti e i siti turistici restano sullo sfondo, recitando la parte che comunque ricoprirebbero nella quotidianità degli abitanti del luogo, e al loro posto diventano protagonisti i locali (ristoranti, bar, chioschetti, luoghi di ritrovo…) dove si sviluppa, freme, ribolle, sopravvive, si trascina, soffre e talvolta germoglia e si rinnova l’esistenza cittadina.
Indefesso viaggiatore, abituato a scendere e salire su ogni tipo di mezzo motorizzato o meno, dotato di quella rara capacità di connettersi e parlare con le persone che incontra, soprattutto gente di strada con un passato oscuro e un grande amore per la vita, Continua a leggere

E io sono una di esse

E’ morto Philip Roth, un autore che ho imparato ad amare colpevolmente in ritardo, a trent’anni suonati, quando ho deciso, quasi per caso e con poca convinzione, di cominciare a leggere Pastorale americana. Da quel momento in poi, a Roth ho invidiato soprattutto la capacità di spingere il racconto oltre la storia narrata, per rendere l’America qualcosa di diverso dal luogo in cui tutti speravamo di risvegliarci – rivelando in maniera forse unica l’ossimoro per eccellenza dell’american dream – senza però farci mai smettere di continuare a sognarla.
La maniera migliore per celebrarlo mi pare sia quella di lasciar parlare la sua voce attraverso uno dei suoi incipit più famosi, che poi, e qui sta ancora una volta la grandezza del suo scrivere, non ho mai potuto fare a meno di considerare anche uno splendido esempio di finale.

«Cominciò stranamente. Ma poteva forse esserci un altro inizio? Si dice che tutte le cose sotto il sole cominciano “stranamente” e finiscono “stranamente” e sono strane; una rosa perfetta è “strana”, proprio come una rosa imperfetta, e come la rosa di normalissimo colore e gradevolezza che cresce nel giardino del vicino. Conosco quella prospettiva da cui ogni cosa appare terrificante e misteriosa. Rifletti sull’eternità, considera, se ne sei capace, l’oblio, e tutto diventa un portento. Eppure in assoluta umiltà io dico che certe cose sono più straordinarie di altre e che io sono una di esse».

(Il seno, titolo originale The Breast 1972)

Sotto la lunga nuvola bianca # 1 (Il Trattato di Waitangi)

Sotto la grande nuvola bianca.
(Un ciclo di brevi excursus su passato, presente e futuro della Nuova Zelanda e dei suoi abitanti)

Il Trattato di Waitangi

Si racconta che osservando l’arrivo dell’ennesimo vascello inglese nella baia di Wellington, un capo maori guardò l’orizzonte e chiese all’inviato del governo britannico se l’intera popolazione della Gran Bretagna si stesse trasferendo in Nuova Zelanda.
L’aneddoto non trova conferma nei documenti ufficiali ma la dice lunga su come la percezione dei maori nei confronti dei coloni anglosassoni andò cambiando all’indomani della firma del Trattato di Waitangi, che sanciva la nascita della nazione neozelandese e il suo passaggio sotto il controllo della Corona inglese.
Il Trattato di Waitangi è tutt’oggi oggetto di accese discussioni tra quanti ne mettono in evidenza i caratteri di grande modernità (vi si dichiara, pur tra mille contraddizioni, il principio secondo il quale i popoli inglese e maori decidono di vivere e lavorare insieme come parte di un’unica nazione, un principio tutto sommato innovativo nel panorama coloniale della prima metà dell’Ottocento) e quanti invece ne sottolineano la componente colonialista che, al di là delle dichiarazioni di principio, condanna un popolo (quello maori) alla sottomissione nei confronti di un altro (quello inglese).
Il percorso che aveva portato alla firma del Trattato non era stato né rapido né semplice e va inquadrato in un Continua a leggere

Il coraggio che ci viene richiesto per essere vivi

Ci sono voluti molti anni prima che fosse disponibile in italiano (l’unica traduzione di cui sono a conoscenza è I fratelli cuordileoneSalani, Milano, 2000, di F. Onesti) ed è un peccato, perché Bröderna Lejonhjärta (in inglese: The Brothers Lionheart) della scrittrice Astrid Lindgren e classico della letteratura nordeuropea, è una di quelle rare storie che riescono a parlare con grande semplicità e con schiacciante chiarezza del mistero della morte – e di conseguenza di quello della vita – attraverso temi altrettanto difficili quali quelli del coraggio, dell’amore fraterno, della fiducia e del tradimento, e facendo della scena culminante – una sorta di duplice suicidio – un atto d’amore nei confronti del quale come lettori non possiamo che provare un senso d’illuminante empatia.
E forse è anche questo che si sono dovuti aspettare ben ventisette anni prima che una traduzione in italiano venisse alla luce: ovvero la presenza, in un romanzo per adolescenti (ma in realtà adattissimo anche agli adulti) di un tema con cui la letteratura nordeuropea fa i conti da sempre ma che è spesso tenuto a distanza in quella nostrana.
Chiariamoci: questo non è un romanzo sul suicidio, ma una storia nella quale compare anche un suicidio, trattato però dall’autrice svedese in una maniera che non condanna né assolve, né giustifica né cerca di farlo ma più semplicemente racconta.
La storia è quella di due fratelli, Jonathan e Karl (soprannominato, nella versione italiana, ‘Briciola’), l’uno bello, sano e coraggioso, l’altro malato e all’apparenza pusillanime, che dopo la morte passeranno di avventura in avventura, da un aldilà all’altro, in una sorta di percorso formativo e purificatore che li porterà a contatto col cuore caldo e pulsante della vita.
Da sempre impegnata nella difesa dei diritti dei bambini e degli animali, conoscitrice dell’umana sofferenza e del Continua a leggere

Ragionamenti dalla stiva

E così dopo Olanda, Norvegia, Gran Bretagna e Germania anche la Francia ha dichiarato che dirà addio alle auto a benzina entro il 2040. Il futuro della locomozione, perlomeno in Europa, sarà elettrico.
Quello che da tempo si stava preparando, e a cui per anni abbiamo guardato con un misto di desiderio e paura, si realizzerà nella prima metà di questo secolo e comporterà conseguenze inimmaginabili, se non per associazione (e qui uso la parola con tutti i limiti che separano i termini dalla loro realizzazione nella Storia) con eventi del passato quali il crollo dell’Impero Romano o l’avvento della Rivoluzione Industriale: l’età di un mondo dipendente dal petrolio è prossima alla fine, sostituita da quella dell’elettricità e della cosiddetta energia pulita.
Ma la conclusione di un’epoca, soprattutto di un’epoca che tanto in profondità ha determinato gli equilibri del pianeta e delle fonti di potere ad esso connesso, implica sempre una sequela di avvenimenti che finiscono per spazzare via in maniera troppo spesso drammatica i presupposti che l’hanno resa possibile. È la Storia. E la grande fascinazione che l’avvolge non sarebbe tutt’ora materia di studio se così non fosse. Continua a leggere

Dieci domande a dieci scrittori-traduttori. Romanzi, serie tv, cinema: Giancarlo De Cataldo

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Magistrato, traduttore, drammaturgo, autore di romanzi di grande successo e di sceneggiature cinematografiche e televisive, Giancarlo De Cataldo è un autore poliedrico vicino, e qui mi riferisco soprattutto alla sua capacità di lavorare con media differenti, più ad esempi americani che nostrani. Raggiunge il successo nel 2002 con Romanzo criminale, ma la sua produzione sterminata (che per esigenze di spazio vi invito a consultare qui) comprende anche moltissimi altri best-seller, l’ultimo, La notte di Roma, scritto a quattro mani con Carlo Bonini ed edito da Einaudi nel 2015. Attento scrutatore del mondo contemporaneo, Giancarlo De Cataldo ha la capacità rara, per chi come lui trae ispirazione dai capitoli più oscuri del nostro presente e del nostro passato, di riuscire a parlarne con lucida competenza ed invidiabile chiarezza.

1) Vorrei partire dall’oggi, e da quello che è successo alle elezioni americane di novembre. In un’intervista del 2009 a proposito del romanzo La forma della paura, che alcuni hanno definito “il primo thriller del mondo post-Bush” (La forma della paura, Giancarlo De Cataldo e Mimmo Rafele, Einaudi, 2009) dichiaravi che “la mitologia della paura ha condizionato fortemente i nostri ultimi anni. Ora però è stato eletto un Presidente americano che parla un linguaggio diverso”. Sono passati sette anni e a Barack Obama è subentrato Donald Trump. L’uscita dalla paura a cui accennavi ha lasciato il posto a scenari forse più angoscianti, perché meno prevedibili. Credi che sia di forme sempre rinnovate di paura che l’umanità senta oggi il bisogno di nutrirsi?

Quella frase andava bene nel 2009, oggi, probabilmente, ha un sapore antico. Naturalmente, né io né Mimmo Rafele potevamo pensare agli sviluppi che il terrorismo avrebbe assunto al tempo dell’Isis. La paura è, effettivamente, un sentimento primordiale, ineludibile, dell’essere umano: ai bambini raccontiamo fiabe terrificanti per insegnare loro l’esistenza dell’elemento numinoso, quella minaccia incombente che tutti finiremo prima o poi per avvertire nel corso dell’esistenza e che affonda radici nella nostra transitorietà. Moriremo tutti, prima o poi, e l’angoscia di morte ci domina. Dobbiamo imparare a conviverci, e usiamo le fiabe per avviare i nostri figli su questo duro sentiero obbligato. Nello stesso tempo, la paura è un formidabile strumento di pressione, potere, governo e ricatto delle coscienze. Chi si ricorda più dell’influenza aviaria, che avrebbe dovuto decimare il genere umano? E chi della mucca pazza? Furono paure reali, concrete, al loro tempo, e incisero sulle nostre abitudini, sul nostro stile di vita, sulla nostra esistenza. Possiamo dunque dire che abbiamo, sì, bisogno della paura, ma che dobbiamo anche imparare a Continua a leggere

Il resto del mondo là fuori

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L’uomo ha poco meno di quarant’anni, i capelli brizzolati e lo sguardo stanco. Si serve del vino con lentezza, osserva le foto del viaggio di nozze appese alla parete e ragiona su quanto tempo è passato dal giorno in cui sono state scattate. La cucina è un rettangolo ampio e ben illuminato, interrotto a metà da un tavolo a penisola sotto cui stazionano quattro sgabelli identici l’uno all’altro. Intorno a lui, nell’aria, ha cominciato da poco a spargersi un odore sempre più intenso di pomarola.
“Se una tua cara amica ti chiedesse aiuto per qualcosa di brutto che ha fatto” dice sedendosi sullo sgabello più vicino alla parete, “diciamo qualcosa d’illegale… come ti comporteresti?”
“Dipende” risponde la donna a cui si è appena rivolto. Finisce di mescolare il sugo e gli fa cenno di versare anche a lei del vino. “Illegale come aver evaso le tasse… o illegale come aver tradito il marito?”
L’uomo sospira. “Qualcosa come aver ucciso per errore il proprio marito…”
“Questa sì che è buona” dice la donna. “Prima o dopo aver scoperto che la tradiva?”
“Parlo sul serio” dice l’uomo. Indossa una camicia bianca con la cravatta allentata e le Continua a leggere

Dieci domande a dieci scrittori-traduttori. Lo scrittore di novelle: Matteo Righetto

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Scrittore (ha pubblicato quattro romanzi: Savana Padana, ZONA, 2009 e TEA, 2011; Bacchiglione Blues, Perdisa Pop, 2011; La pelle dell’orso, Guanda, 2013; e il quarto, Apri gli occhi, appena uscito con TEA; più vari racconti) ma anche insegnante di sociologia della letteratura e docente esterno della Scuola Holden, ideatore della Scuola Twain e fondatore, insieme a Matteo Strukul, del movimento letterario Sugarpulp

1) Ne viene fuori l’immagine di un autore poliedrico, capace di dedicarsi con entusiasmo ai vari campi connessi a quello che oramai, anche in Italia, viene chiamato lo storytelling. È così?

Poliedrico sì, anche se credo che questa mia caratteristica vada intesa soprattutto come una peculiarità legata a un personale percorso di ricerca narrativa. La continua ricerca  di una voce che tenta di trovare una propria originalità. L’entusiasmo è una componente necessaria in ogni tipo di attività, anche quella letteraria. Se esso mancasse o si affievolisse di fronte alle prime, inevitabili difficoltà che si debbono necessariamente affrontare e superare scrivendo un romanzo, allora non si arriverebbe mai a produrre alcunché. Credo infatti che entusiasmo e Continua a leggere

Dieci domande a dieci scrittori-traduttori. Lo sguardo obliquo sulla realtà: Wu Ming 2

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Wu Ming 2, uno dei componenti del collettivo Wu Ming, autori di romanzi e racconti sia collettivi che individuali, ma anche di una molteplicità di altre produzioni, iniziative, articoli, interventi, imprese, attività di diffusione e di guerrilla mediatica volte a mettere in evidenza le forzature e le contraddizioni del potere: il materiale è tale e tanto che, per la prima volta da quando è iniziato questo ciclo d’interviste, mi trovo in difficoltà a sintetizzare in dieci domande quello che vorrei chiedere.

1) Forse la cosa migliore è partire dal vostro romanzo d’esordio, Q, prima opera pubblicata da una grande casa editrice italiana con formula Creative Commons (ai tempi si trattava di qualcosa d’impensabile) e che quando uscì suscitò un vespaio di reazioni. Q contiene già in nuce, e al tempo stesso straordinariamente chiari nelle loro potenzialità, tutti gli elementi della vostra poetica. Una storia dalla parte dei reietti, insieme colta e popolare, raccontata con una scrittura quasi fiamminga, attenta al dettaglio ma con innumerevoli dinamiche interne. È una cosa che mi sono sempre chiesto: perché iniziare tutto così, con Q, con una travolgente avventura dietro le quinte della Riforma Protestante?

Il perché non lo sappiamo nemmeno noi, e se provassimo a ricostruirlo, sarebbe una spiegazione imposta a forza su una catena di eventi fatta di istinto, coincidenze, incoscienza e amicizia. All’epoca – era la metà degli anni Novanta – collaboravamo in vari progetti, dalla radio al teatro di strada. Pubblicavamo una rivista, scrivevamo racconti individuali, ci venne in mente di provare a concepirne uno collettivo, e per non rischiare di auto-limitarci cominciammo a parlare addirittura di un romanzo. Letture comuni – in particolare il saggio di Raoul Vaneigem, Il movimento del Libero Spirito – ci portarono a scegliere l’età della Controriforma come scenario condiviso nel quale animare l’intera vicenda.

2) Q era firmato Luther Blisset (pseudonimo collettivo utilizzato da un numero imprecisato di, cito Wikipedia, “destabilizzatori del senso comune”) mentre tutti i romanzi successivi portano la firma Wu Ming. C’è una ragione per questa sorta di passaggio di consegne?

La ragione è che Continua a leggere

Due o tre cose che (forse) non sapevate su Babbo Natale (replay)

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E’ cosa risaputa che i post non si debbano mai ripetere… eppure i libri vengono ristampati, i film e le serie televisive vengono ritrasmesse e, soprattutto sotto Natale, c’è una generale tendenza alla ricerca di qualcosa che abbia fatto parte dell’anno precedente. Per chi allora l’anno scorso l’avesse perso, o per chi vorrebbe che anche quest’anno gli fosse ricordato, vi ripropongo “due o tre cose che (forse) non sapevate su Babbo Natale“, augurandovi una buona lettura, delle serene vacanze e ovviamente tanti ma tanti regali da Babbo Natale (o da chi per lui)…

Tutto è cominciato con la mia compagna che mi chiedeva se mi ricordavo i nomi delle renne di Babbo Natale. “Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet…” ha detto, “e poi?”
Avevo appena finito di cucinare. Erano le 9.30 di sera. Fuori pioveva. La mia compagna era riuscita ad addormentare nostro figlio dopo due lunghe ore di discussioni, trattative, letture e domande su Babbo Natale.
“I nomi delle renne?” ho ripetuto assumendo quella cognizione di causa che tutti i padri devono avere quando si tratta di questioni riguardanti i propri figli.
‘Perché’, stavo pensando, ‘hanno dei nomi?’
Mi ha guardato. La mia Continua a leggere

Ci devi pensare tu

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Sei un bianco occidentale di circa trent’anni nel corpo di un nero di dodici che vive a Mogadiscio. La Storia ti è stata riassunta nel briefing iniziale: colonialismo, dittatura, guerra civile, pirati, carestie, condizioni socio-economiche, tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli, le tue sorelle, la tua istruzione, le tue prospettive, il tuo presente, ora, adesso, quando tutto questo comincia. Poi, se vorrai, potrai approfondire il resto con calma, nel tempo – e di tempo ne hai – perché in Africa non ci sei nato e non ci sei cresciuto, non l’hai neppure mai vista, l’Africa. Ma non è questo il punto.
Il punto è che la Storia è una storia vera, e che il bambino è un bambino vero, e che la sua famiglia, i suoi amici, i suoi Continua a leggere

Dieci domande a dieci scrittori-traduttori. Riuscire a trasmettere la voce dell’autore: Silvia Pareschi

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Silvia Pareschi, traduttrice dall’inglese all’italiano di grandissimi autori – da Jonathan Frazen a Zadie Smith, da Junot Díaz a Julie Otsuka, da Nancy Mitford a Don DeLillo (e molti altri ancora) – …… Ciao Silvia, innanzitutto complimenti per il tuo lavoro di traduttrice e per aver dato la possibilità a moltissimi italiani di conoscere le opere di alcuni dei migliori autori degli ultimi anni. Comincerei con un paio di domande alle quali hai già risposto probabilmente molte volte, ma che possono aiutarci a capire chi sei.

1) Come sei arrivata a fare la traduttrice?

Grazie a una buona dose di fortuna. Mi sono laureata in lingue con una vaga idea di voler tradurre letteratura, quella russa, però. Dopo la laurea e una serie di lavoretti per sbarcare il lunario, mi sono iscritta al master in tecniche della narrazione alla scuola Holden di Torino, sempre con una vaga idea di voler lavorare nel mondo dell’editoria. Durante il master, mentre seguivo un seminario sulla traduzione, venni notata dalla docente, Anna Nadotti, che mi segnalò alla casa editrice Einaudi. La mia prima traduzione pubblicata fu Le correzioni di Jonathan Franzen. Non potevo sperare in un esordio migliore.

2) Parliamo, appunto, dei tuoi esordi nel difficile mondo della traduzione. Te lo chiedo soprattutto a nome di quanti non conoscono certe dinamiche dell’editoria. Come funziona? Scegli tu chi tradurre? Vieni scelta? E cosa succede se non riesci a sviluppare un feeling con l’autore e col testo?
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Ditemi la verità

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Stuff I’ve been reading di Nick Hornby, pubblicato da Penguin per il mercato in lingua inglese (e in Italia uscito insieme ad altri volumi con Guanda – vd bibliografia in fondo a questo articolo) è stato definito dalla critica d’oltreoceano in varie maniere: un resoconto, un’antologia, un diario, una sorta di reportage, un’invito alla lettura, un divertissement. Il testo è, in primis, una raccolta degli articoli usciti tra il 2006 e il 2011 sulla rivista americana The Believer, dove l’autore britannico teneva una rubrica dedicata ai libri che di mese in mese leggeva. Questa sorta di resoconti della propria esperienza di lettore prima ancora che di scrittore, esperienza di chi compra libri, legge libri, ama parlare di libri o prendersi di tanto in tanto una vacanza dai libri (o coi libri) ci dice molto sullo scrittore inglese ma ci dice ancora di più, e in maniera ben più importante, sul ruolo che i libri hanno nelle vite di chi li legge. Si va dall’intramontabile e amatissimo Dickens Continua a leggere

Forever

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La sveglia a sensori mi dà l’ultimo avvertimento che è arrivata l’ora di scendere dal letto. In realtà io lo so già da un po’, o meglio, una parte del mio corpo ha cominciato a saperlo già da un pezzo che quell’ora stava per arrivare. La sveglia è stata programmata per rilasciare avvisi sonori a frequenze bassissime, in maniera da assicurarsi che il mio risveglio sia piacevole e il più possibile privo di traumi. Il. Più. Possibile. Tre parole che troverete scritte ovunque. Non c’è azienda che possa assicurare una riuscita del 100% in questo genere di faccende: troppi elementi non prevedibili, e un fronte illimitato di avvocati pronti a tirar giù pezzo dopo pezzo anche la più costosa sede della Continua a leggere

Cordelli, l’anno zero e la Coppa del Mondo di Letteratura.

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Succede alle volte nella storia di un paese che tutti gli articoli, le critiche, le polemiche, le repliche, la tendenza a trovare scuse o a negare i problemi, o semplicemente a direzionarli altrove, trovino un momento di verità in qualcosa di lampante e incontrovertibile, che fa emergere nella chiarezza evidente di un fatto quello che altrimenti avrebbe rischiato di trascinarsi per chissà quanti altri anni in altrettanti articoli, critiche, polemiche, repliche e tendenza a trovare scuse o a negare problemi.
Avviene così che quanti avevano in precedenza scritto di Continua a leggere

The Best American Short Stories 2013

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Daniel Alarcón, Charles Baxter, Junot Díaz, Gish Jen, Sheila Kohler, David Means, Alice Munro, Suzanne Rivecca, George Saunders e molti altri: è particolarmente ricca di voci non solo emergenti ma anche internazionalmente riconosciute questa edizione di “The Best American Short Stories 2013”, e l’immagine che alla fine resta, nella mente del lettore, è quella di una raccolta la cui varietà tematica, stilistica e strutturale non ha molti termini di paragone nel mondo.
Quest’anno, al contrario di quando fatto per le edizioni passate, ho deciso di sostituire la mia usuale recensione (trovate alcuni dei miei articoli precedenti qui e qui) con quello che Elizabeth Strout, che è la guest editor del 2013, scrive nell’Introduzione.
È raro che al lettore italiano sia data la possibilità di leggere la versione originale dell’Introduzione scritta per l’edizione americana di questa raccolta, ragione per cui sono convinto che le parole della Strout possano essere di grande interesse per capire su quali principi si costruisca oggi il valore di un’opera di short fiction in America.
“The Best American Short Stories” è un’antologia di storie brevi che viene pubblicata dal 1915 da Houghton Mifflin Harcourt – e di cui dal 2007 è editor fisso Heidi Pitlor – e che negli ultimi (quasi) cent’anni ha fatto conoscere al grande pubblico scrittori rimasti nella storia della letteratura non solo americana. Elizabeth Strout, invece, è per chi non lo sapesse una scrittrice statunitense che tra i vari riconoscimenti ha ottenuto il Premio Pulitzer per la narrativa con “Olive Kitterige” (2009) romanzo col quale ha anche vinto il Premio Bancarella in Italia (“Olive Kitterige”, Fazi Editore, 2010, traduzione di Silvia Castoldi).
Ecco qui di seguito l’Introduzione della Strout (la traduzione in questo caso è mia) con annessa l’implicita assicurazione (anche questa del sottoscritto) che le storie brevi in essa contenute sono tutte meritevoli della vostra attenzione.
Buona lettura.

 

C’era un tempo in cui il telefono era una cosa appesa a un muro o posata su un tavolo, e quando squillava non avevi idea di chi stesse chiamando. “Pronto?” Ovviamente ognuno aveva una sua maniera per dirlo: quelli che come mia nonna si aspettavano sempre un disastro lo dicevano con quieto timore. Quelli che invece volevano sembrare amichevoli (mia madre) con una sorta di benevola allegria: “pronti!” O ancora, un adolescente un po’ insicuro avrebbe borbottato “pro-nto?” Era più una domanda che un benvenuto. Prima dell’avvento delle Continua a leggere

Quando un film è ancora soltanto fatica e gioco, amore e musica

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Un film lungo 50 anni: Marina Piperno & Luigi Faccini

Dal 25 al 28 marzo, a Roma, presso il Cinema Trevi, si terrà una retrospettiva sulla produttrice cinematografica Marina Piperno e sul regista Luigi Faccini
Per maggiori informazioni potete cliccare qui.

Tratto dal catalogo ufficiale della retrospettiva, vi proponiamo un testo incentrato sul backstage di Giamaica, lungometraggio girato dal regista nel 1998.

Quando un film è ancora soltanto fatica e gioco, amore e musica

Comincia con la musica di Livio Bernardini, Antonio Lombardi ed Egildo Simeone questo backstage di Giamaica e la scelta del regista di privilegiare la musica come cadenza narrativa primaria non è per nulla casuale. Parlare di colonna sonora è infatti nel caso di Luigi Faccini sempre riduttivo, se non addirittura fuorviante, perché in ognuno dei suoi lavori (nei lungometraggi come nei corti, nella cosiddetta fiction come nei documentari antropologici) la musica assume ogni volta un ruolo di vera e propria cellula generatrice della tensione drammatica: c’è musica perché la realtà delle persone di cui si parla è fatta di musica, perché musicali sono le loro parole, le loro azioni e le loro storie. I film che ne sono espressione, di conseguenza, vivono di quelle musiche. E se Morando Morandini aveva definito Continua a leggere

Sospesi in un oceano di luce e riflessi

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“Intorno al tronco di una grande quercia maestoso come l’albero maestro di un veliero, si avvolgono le scale a chiocciola: una spirale danzante che prende il volo per portarci nel regno dei rami frondosi e dell’immaginazione. È una casa sugli alberi o il nido di un uccello quello nel quale siamo appena entrati?”
Alain Laurens descrive così l’ascesa verso una delle innumerevoli case sugli alberi realizzate dal suo studio d’architettura “La Cabane Perchée” negli ultimi tredici anni, ed è con questa fiabesca didascalia, che introduce una delle tante immagini da sogno in esso contenute, che comincia anche il volume Exceptional TREEHOUSES.
Pubblicato dall’editore Abrams di New York, e corredato dalle brevi descrizioni di Laurens stesso e del suo team, Exceptional TREEHOUSES è un grande libro fotografico che racchiude gli scatti ralizzati da Continua a leggere