La mano razzista dell’uomo laser

Quasi trenta anni fa abitavo a Stoccolma, nell’elegante quartiere di Gärdet, sposata a uno svedese. Al tempo lavoravo in Alitalia e mi sentivo molto al sicuro, forte di un ottimo lavoro, una bella laurea con 110 e lode in tasca, l’appartamento di proprietà. Mi sentivo perfettamente integrata nella società svedese, parlavo la lingua come fosse il mio idioma nativo e avevo amici svedesi DOC, in prevalenza biondi con gli occhi chiari. Continua a leggere

Il coraggio di Elin Ersson

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Felin.k.ersson%2Fvideos%2F10155723956991274%2F&show_text=0&width=267
Elin Ersson è una giovane studentessa di Scienze Sociali di Göteborg (Svezia). Si adopera attivamente per combattere i rimpatri in Afghanistan dalla Svezia, al punto che lunedì scorso ha acquistato un biglietto per un volo diretto a Istanbul sul quale era imbarcato anche un richiedente asilo politico al quale era stata rifiutata la richiesta di asilo.

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“Prima poesia a Cecilia” di Yari Selvetella

Al tuo primo incubo io non c’ero
il vento batteva le rotte
e vele di sabbia si alzavano
come voci da una folla
e la mia tra di esse straniera
leggerissima su quella enorme ruvida pelle
che è l’assenza

Qui è il deposito delle forme
di cui non si è trovata parola
una mano invisibile accarezza le superfici
il suo tatto pare ammansirle
e invece le corrode

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Dipendere

Testo e immagine di Francesca Boschetti

 

 

 

 

Dipendere

Pendo due volte

All’esterno
E all’esterno

L’interno fa solo da avvio
Il resto dipende da te
Chiunque tu sia

Sbilancio il mio peso
Baricentro sfasato
Mi appoggio nel vuoto dell’altro

Dipendere

Pendenza alternata
Tra me e chissà chi

Fidarsi
Ma senza ragione

Cercare affannato di appoggio

Fidarsi a occhi chiusi
E aprirli in ritardo
Dipendere
Ingaggio una danza
Continui squilibri
Il fiato sospeso nel nulla

La meta è un miraggio
Ingannevole mito
Invano vagare

Polonord di contatto profondo

 

Non dipendere più

Promessa

Intenzione

Tensione di voglio negati

Miraggio
di nuovo

Dipendere
NO

Il contrario di-pendere:
immobile
fuori-con-tatto
midollo ingessato
respiro bloccato
desideri contratti
non-sento-non-voglio

Polosud:
stesso gelo
la testa all’ingiù

Illusione di quiete
L’inquietudine è molto all’interno
Dappertutto l’inverno

Di-pendo
Travasata all’esterno

Oppure

Non-pendo-mai-più
Paralisi dentro

L’opposto reale

È nel vero contatto

Dipende da noi
L’opposto reale

È nel rischio pensato

Mi fido a occhi aperti
Li chiudo più tardi

L’opposto reale
alterna
toccarsi e voltarsi
sorrisi e fronti sgualcite

Perfetto per-sempre
Esiste soltanto nei sogni

Coi piedi per terra
è
fatica e riposo
riposo e fatica

Nel buio
sostengo l’attesa
credendo che passi

La luce
la godo
sapendo del buio

Equatore:
la strada è più lunga
scenari che mutano
piogge e poi sole che arde la pelle

Non più marionette di ghiaccio

Ma mobile vita da vivere

BMW (di Ambra Stancampiano)

Il giorno che sono andato a prendere la BMW c’era un sole giallo e cattivo.
Guardavo dallo specchietto della mia vecchia 127 lo squallore del rione in cui sono cresciuto con un fremito su per lo stomaco: potevo farcela, ne stavo uscendo.
Il venditore mi ha fatto firmare un sacco di carte e ha preteso documenti e buste paga, poi mi ha consegnato le chiavi. Scintillavano.

La BMW mi aspettava nel garage della concessionaria, bellissima come la donna della tua vita quando la immagini da ragazzino.
Il commesso ha disattivato l’antifurto col telecomando, quel bip bip mi è sembrato più dolce del suono di un’arpa.
Sono salito sull’auto, mi sono lasciato avvolgere dall’abbraccio degli interni in pelle, mi sono guardato intorno: quella era la mia macchina. Neanche colei che si sentiva padrona della mia vita poteva interferire. Era la prima cosa solo mia a parte il lavoro con cui mantenevo entrambi in quel quartiere di merda.
Mi sono guardato allo specchietto, ho sfoderato il mio sorriso da venditore; inutile rovinarsi la giornata coi brutti pensieri, a mamma la macchina sarebbe piaciuta.

Al mio ritorno tutto sembrava più bello, perfino le baracche in misto cemento e lamiera attaccate ai pali della corrente per rubare la luce al comune. La BMW mi faceva sentire una spanna al di sopra del degrado che mi circondava, mentre la gente affacciata alle finestre e ai balconcini si passava la notizia che “Micuzzu, u figghiu da ‘za Tana, si fici i soddi” più velocemente dei miei 90 cavalli. Continua a leggere

“Le stanze dell’addio” di Yari Selvetella

L’ultima volta che lessi un romanzo di questa potenza fu una decina di anni fa, ed era “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza. Ne ho letti poi tanti altri, molto ben scritti e di grande valore. Ma è solo divorando “Le Stanze dell’addio” di Selvetella che la definizione capolavoro mi ha accompagnata in ogni millimetro della lettura, con quel senso di stupore magico che si prova quando si fa esperienza di qualcosa per la prima volta. Questo libro ha qualcosa in più rispetto ai pur ottimi romanzi italiani che ho letto negli ultimi anni, una qualità che alza il livello letterario di un’ottava. A prescindere dal contenuto, che da solo basterebbe, ha una densità di scrittura che pochissimi romanzieri raggiungono. Mi ha fatto pensare in primis al peso specifico quasi intollerabile di “La strada” di Cormac McCarthy; e poi a uno scrittore che pure non amo, Javier Marias, per la medesima forza espressiva e condensata della parola, che lo spagnolo spende però in una narrazione fredda e fine a sé stessa. Continua a leggere

Catherine e la controrivoluzione borghese

Qualcosa manca ai molti interessanti commenti letti in questi giorni a proposito della gravissima presa di posizione della cordata francese capitanata dalla Deneuve: l’evidenziazione del fatto che queste donne firmatarie sono in buona parte rappresentanti di un mondo grande o piccolo borghese, e che ritraggono una società protetta, innamorata di sé stessa, di profilo medio alto. E quando queste donne parlano di palpate su un autobus affollato lo fanno evidentemente per sentito dire, come fosse una scenetta da film. Ché se davvero si fossero trovate su una metro affollata con qualcuno che si struscia, conoscerebbero bene il senso di frustrazione e vergogna che ti ammutolisce, facendoti preferire di cercare di scivolare oltre piuttosto che stare al centro di una scenata tra puzza di ascelle e alitosi.
E che se sei una bella donna e sfili col tacco alto a ora di pranzo per un boulevard, può anche farti piacere la fischiata. Ma ti farebbe lo stesso piacere se te la facessero alle 11 di sera in una via buia, una notte fredda in cui non c’è nessuno in giro, in una banlieu piena di malavitosi?
E anche la sfiorata di culo o l’invito a cena, per dire, magari possono farti sorridere (ma magari invece no) e lasciarti lo spazio per un diniego senza problemi se sei in un contesto paritario, tra colleghi, in seno a un ambiente di lavoro fighetto, di profilo medio alto. Ma porta la situazione in una fabbrica con contratti precari, o in una micro-ditta con un solo proprietario che è anche il paròn, o in una piccola azienda agricola del meridione. E chi ti invita a cena, magari dopo averti sfiorato il culo, non è un tuo collega “maldestro”, ma è il padrone o il suo caporale. Che fai lì? Un sorrisino e un colpetto di tacco dodici prima di premere il tasto per chiamare l’ascensore?
Fa specie anche il commento scandalizzato sul fatto che in Svezia si stia lavorando a una legge che preveda l’esplicito consenso a un rapporto sessuale come fosse un’assurdità, non comprendendo che ci sono contesti sociali disagiati dove far bere una donna per toglierle resistenza a un rapporto sessuale è un evento che si ripete continuamente, ovviamente non solo in Svezia ma in tutto il mondo, Stati Uniti in testa, e spesso questa pratica si mette in atto su giovani minorenni. E che nel 75 per cento dei casi le vittime di abuso sessuale (più o meno violento) restano del tutto paralizzate durante l’atto, per una reazione genetica che abbiamo in comune anche con molte specie animali, ovvero il “congelamento di reazione”, una cosa che serve a subire meno danni di quelli che riceveremmo in caso tentassimo un’inutile difesa da un assalitore platealmente più forte. Questo succede ogni giorno in tutto il mondo a centinaia di ragazze e donne. Ma probabilmente poche di loro abitano a Saint-Germain.

Chi vive in realtà di alto profilo può permettersi di guardare alle situazioni con alterigia, come fossero le donne a essere incapaci. Come se, finito il pane, bastasse scegliere di comprare le brioche.

“Dimmelo se ti disturbo” di Eeva Karin Kilpi

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Una breve poesia di Eeva Karin Kilpi, scrittrice Finlandese che mi fa pensare ad Alda Merini. Trovo che questi brevi versi siano non solo intensi ma anche perfetti per augurarvi un 2018 pieno di vibrazione e baldanza 🙂
Li ho tradotti dalla versione svedese di Kerstin Holm-Lindqvist e Ulla-Mari Kankaanpää della raccolta “Canti d’amore”.

Dimmelo se ti disturbo

Dimmelo se ti disturbo,
disse mentre entrava,
ché me ne vado subito.

Non è che disturbi e basta,
gli risposi,
tu mi scaravolti l’esistenza.
Entra pure.

“Il giorno del Ringraziamento” – Ultimo capitolo con pdf

[Novella a puntate, ultimo capitolo. Il testo completo si può scaricare qui Il giorno del Ringraziamento pdf. – Testo e immagine di Monica Mazzitelli]

13.

Samuel e Jeff erano usciti da un po’. Il fuoco si stava addormentando, le braci ferme. James si era versato l’ultimo goccio di caffè dalla moka ormai fredda, una scusa per restare ancora a parlare.
Francesca aveva appoggiato le gambe sulla sedia di fronte alla sua e aveva le spalle appoggiate a metà dello schienale, rannicchiata e comoda. Con l’indice accarezzava lo stelo del suo bicchiere quasi finito. Dovevano essere le due, tra poco la pendola l’avrebbe scandito.
«Come stai?» le chiese.
«Adesso bene.»
«Ti dispiace che partiamo domani?»
Si sollevò sulla sedia per rispondergli, prendendo un lungo respiro attraverso le narici. «Devo dire di sì. Stavolta non ho la solita sensazione che “è stato bello ma è ora di tornare in possesso della mia casa”. E della mia solitudine, ovviamente.»
«In effetti è un luogo un po’ sperduto questo, non trovi? Non ti mette malinconia?» Continua a leggere

“Il giorno del Ringraziamento” – Capitolo 12

[Novella a puntate – testo e immagine di Monica Mazzitelli]

12.

«Sono senza parole. Che storia…» disse James scrollando la testa. «Io… non so cosa dire Frances.»
«Oh Gesù… Devo fumare.» fece Jeff servendosi altro Chianti. Posò la bottiglia poi ci ripensò e riempì anche il bicchiere di Francesca.
«Grazie.» gli disse lei senza alzare lo sguardo. Bevve rapidamente, appoggiò con delicatezza il calice e richiuse il dorso della cornice, controllando che la foto di suo padre fosse rimasta posizionata perfettamente al centro. Poi si alzò, la prese insieme al foglio e salì con lentezza i gradini, senza accendere nessuna luce. Stette via mezz’ora. Continua a leggere

“Il giorno del Ringraziamento” – Capitolo 10

[Novella a puntate – testo e immagine di Monica Mazzitelli]

10.

Gli piaceva quel suono: i piatti tolti dalla pila e messi in tavola. Di sotto stavano apparecchiando. Che ora era? Allungò il braccio per recuperare il cellulare, che emanava una luce bluastra: una chiamata persa, Carrie. Doveva aver dormito come un sasso, come un sasso morto sul fondo di uno stagno, per non aver sentito la suoneria. C’era anche un sms: “Ciao papà volevo solo farti un saluto stiamo andando alla festa dai vicini ci sentiamo domani mattina abbracci”, nessuna punteggiatura.
Erano le sette e mezza. Perfetto. Era calmo. Forse non era neanche triste. Difficile dirlo, si sentiva scollegato dai suoi sentimenti. Avrebbe dovuto svegliarsi meglio per saperlo.
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“Il giorno del Ringraziamento” – Capitolo 9

[Novella a puntate – testo e immagine di Monica Mazzitelli]

9.

«Mi sono dovuto prendere una pastiglia per il mal di testa, mannaggia a te! Da quanto sei sveglio?» Samuel era uscito sul portico con solo un pile addosso, i pugni sui fianchi accusava Jeff con un sorriso storto.
«Seee… stai a vedere che te l’ho fatto bere con l’imbuto quel whisky! Guarda che ti ho offerto solo il primo, ma vorrei sottolineare che poi la bottiglia te la sei messa tu sul tavolino accanto. Io ne ho bevuti solo due, era dal college che non me ne stavo così sobrio. Piuttosto te, che mi hai fatto fumare due canne di fila… ma quanta roba ci avevi messo là dentro? C’era tabacco o no?»
«Pochissimo cowboy, giusto un minimo per impastarlo.» gli rispose sorridendo.
«Comunque io mi son dovuto bere due tazze di caffè per riuscire a connettere, di là in cucina. Però ora ho imparato a fare anche la carbonara: sono pronto per il ristorante. C’è penuria di locali italiani a Seattle?» Continua a leggere

“Il giorno del Ringraziamento” – Capitolo 8

[Novella a puntate – testo e immagine di Monica Mazzitelli]

8.

Si misero in macchina appena finito il pranzo, silenziosi. Poi il trillo troppo alto del cellulare di James interruppe Cohen sul più struggente dei suoi “It’s a cold and it’s a broken allelujah”. Lo sfilò dalla tasca scusandosi con Angela, chiedendole di leggere che nome apparisse sullo schermo.
«Dice “Carrie”.»
«Mia figlia. Premi il tasto e me lo passi? Scusa!» fece un lungo sospiro prima di rispondere «Ciao Car, sto guidando, ti posso chiamare dopo? Sì, tutto bene, ci stiamo facendo un giro per le vallate intorno. Io e una mia amica, Angela. Dì ciao a Angela!»
«Ciao Carrie!» fece Angela sventolando anche la mano.
«Ma certo che va tutto bene, ti sembra di no? Non ho la voce strana, e non sono per niente arrabbiato, per cortesia. Ti chiamo dopo ok? Ciao.» concluse buttando il cellulare sopra il cruscotto. Continua a leggere

“Il giorno del Ringraziamento” – Capitolo 7

[Novella a puntate – testo e immagine di Monica Mazzitelli]

7.

C’era già luce. Dormendo si era appoggiato con la testa sul braccio che ora pungeva indolenzito. Non si era alzato neanche per una pipì durante la notte, gli premeva la vescica. E non si era neanche lavato i denti; se li sentiva stuccati di sporco e fondo di vino. Andò in bagno, si fece una doccia pensando che in quei dieci minuti avrebbe dovuto decidere improrogabilmente se andare a correre o meno. Sempre che la cosa fosse ancora valida. Sempre che Samuel non si fosse incazzato e avesse deciso di tornarsene a Seattle dalla moglie. Sarebbe stata colpa sua, e gli altri sarebbero stati scontenti, avrebbero pensato che era un coglione irascibile guastafeste e dietro le spalle si sarebbero detti “poteva andarsene lui invece che far andare via Samuel”.
Si piegò a strofinare bene caviglie e polpacci. La testa china dissimulava la sensazione di lacrime, le faceva sparire nello scolo della doccia insieme alla schiuma dello shampoo. Pensò a Jeff, che era salito con lui, che lo aveva accudito come lui accudiva Eileen. Senza essere roboante, però. Come fosse stato un figlio handicappato. Si sedette dentro la doccia, per terra. Non aveva mai fatto una cosa del genere e si sentì un po’ ridicolo, come in un film, ma non riusciva a alzarsi. Ancora venti secondi, si diceva, altri venti, due minuti. Sarebbe andato, se gli altri due andavano. Uscì dalla doccia con la pelle lessa e i muscoli bollenti, e dopo un minuto Jeff bussò alla porta. Continua a leggere

“Il giorno del Ringraziamento” – Capitolo 6

[Novella a puntate – testo e immagine di Monica Mazzitelli]

6.

Bussò perché vide luce filtrare dalla porta.
«Chi è?»
«Sono James, ti disturbo?»
«No no, entra, è aperto!»
La stanza aveva la stessa aria disordinata che aveva avuto quella di sua figlia da ragazza. In ventiquattr’ore Angela l’aveva fatta sua, piegata al suo bisogno di tirare fuori i suoi troppi vestiti e scarpe da una valigia verde dall’aria antiquata che aveva lasciato buttata per terra, aperta. Maglioni e pantaloni erano appoggiati ovunque, l’accappatoio appeso all’angolo della porta del bagno; c’era profumo di miele, gli parve. Ripensò un istante a tutte le sgridate inutili che lui e la sua ex moglie avevano speso per l’indomabile caos di Carrie; allo sguardo sempre innocente e sorpreso che lei rivolgeva alla sua stanza durante le loro tirate: dove loro vedevano macerie e lacerti, lei rispecchiava sé stessa. Ed era così calda la sua camera, piena di speranze e desideri, di vita; al contrario del resto della loro casa dove anche i cuscini sembravano posizionati col goniometro; lucida, fredda. Gli parve di capire Carrie per la prima volta, sentì la sua voce dentro chiederle finalmente scusa. Continua a leggere

“Il giorno del Ringraziamento” – Capitolo 5

[Novella a puntate – testo e immagine di Monica Mazzitelli]

5.

«Hai un po’ di farina sulla guancia Minnie!» le disse Mike con un sorriso incontrandola mentre usciva dalla cucina.
«Uh! Davvero? Beh considerato che ho tirato la sfoglia di tre libbre di fettuccine è normale!» sorrise lei passandosi il dorso della mano sul viso.
«Fettuccine fatte in casa? Accidenti… Tre libbre?»
«Occhio e croce penso di sì… Francesca dice che in Italia si misurano sulla base di quante uova, non dal peso… Tante fettuccine comunque, una montagna!»
«Fantastico, non vedo l’ora di cenare.»
«Sentirai che meraviglia il sugo di porcini!»
Rimanevano ancora in piedi fuori dalla cucina, con la pendola che aveva appena battuto il piccolo rintocco della mezz’ora. Si sorridevano in silenzio, con nulla da aggiungere, ma senza imbarazzo.
«Stavi uscendo?» Continua a leggere

“Il giorno del Ringraziamento” – Capitolo 4

[Novella a puntate – testo e immagine di Monica Mazzitelli]

4.

Angela, Mike e Minnie li raggiunsero, venivano dal lato opposto del lago. Angela si sedette sulla panchina guardando i rametti di abete che Minnie teneva in mano.
«Non è come la salvia selvatica che si deve usare secondo il rituale nativo-americano, però il profumo della resina secondo me andrà comunque bene per allontanare delle stanze gli spiriti maligni.»
«Dici che ce ne sono?» chiese Angela alzando un sopracciglio.
«Penso che ognuno di noi si sia portato dietro i suoi demoni,» fece Jeff «vero Minnie?»
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