Luca Toni sogna ancora di pecore elettriche?

Luca Toni è distante lo spazio di un saluto, tra me e lui solo la prima fila di poltroncine, le transenne di vetro, lo steward fosforescente voltato verso gli spalti e la linea di bordo campo su cui saltella per riscaldarsi. Luca Toni si volta verso la tribuna mentre fa lo stretching, allunga la gamba destra sopra un tabellone ed alza gli occhi verso di me.
In realtà non proprio verso di me, ma verso il brizzolato della fila di sotto, che lo sta chiamando con le mani a megafono. Magari anche lui sarà entrato gratis in tribuna, come ho fatto io, grazie a uno sponsor che regala i biglietti per le partite di Coppa Italia, quelle che non contano niente e non riempiono manco questo nuovo stadio. Eppure il brizzolato sembra crederci nella partita, forse più dei giocatori, e chiama Toni a gran voce, gli urla ma quando entri.
Luca Toni uscito a far riscaldamento alla fine di una partita inutile sorride ugualmente felice verso il tifoso, alza la mano in segno di saluto, solleva un pochino le spalle, lo sguardo come a dire chissà. E’ lo stesso giocatore che ha alzato la Coppa del Mondo, che ha spaccato i polmoni dei tifosi negli stadi più grandi d’Europa, che ha negoziato ricchi contratti con plusvalenza di supermodel. Che ora esce a scaldarsi a cinque minuti dalla fine di una partita che non conta niente. Che resta in contatto con il suo agente per sapere se c’è ancora qualche squadra che lo cerca. Che saluta il tifoso osservando la sua pancia, chiedendosi se anche lui stempierà, brizzolerà, ingrasserà, magari rosicchiando un posto in un salotto televisivo, come tanti altri ex. Ancora un piccolo spazio sotto un riflettore, prima del buio.
La partita inutile è finita, Luca Toni è scomparso negli spogliatoi senza giocare manco un minuto. La pecora elettrica di scendere in campo rimandata a chissà quando. Continua a leggere

Doni a Natale

Non lo sai ciò che stava succedendo. Sai cosa sta succedendo alle tue mani ora, serrate dalle manette. Pochi passi di mala voglia, il carabiniere o che so io puzza di sudore ed ha meno voglia di te. Tanto è questione di tempo, fare di nuovo progetti. E che ci vuole. Basta il primo che dia il la, la battuta. “Ecco i Doni per Natale”. Poi tutto acquisterà un senso anche per forza, come è sempre stato, anche quando le cose succedevano prima. Anche un amen di un prete con la frangia rossa sembrerà un gioco erotico.

Farò il capitano dei capitani, mi troverò un lavoro in gattabuia, fare a cambio con la tazza di cesso dove si scolano gli spaghetti. Fare i turni col bacherozzo che corre sulla parete, quello si che è furbo. Corre sulla parete bianca dove possono vederlo e così schiacciarlo. Tu farai il capitano dei detenuti, avanti con quella palla, un due uno due fino alla vittoria finale. Un incidente che ti stronchi la carriera. E ti faccia vincere la cempions lig. Un posto permanente in infermeria.

Di Vincenzo Ricchiuti
Da http://www.uccellinodidelpiero.com/

ps: Per Natale a Doni sono stati concessi i domiciliari, dopo una lunga chiacchierata con i pm…

Transiti – Svizzera


La Svizzera mi vuole picchiare,
ancor prima della frontiera;
le montagne svizzere mi vogliono picchiare;
il donnolo degli stampini autostradali mi vuole picchiare;
le villette in attesa di un plastico mi vogliono picchiare;
i prati in attesa di mucche mi vogliono picchiare;
i laghi in attesa di mostri mi vogliono picchiare;
i trafori in attesa di macchine mi vogliono picchiare,
ancor prima del tunnel del San Gottardo,
due poliziotti al centro della strada
mi vogliono picchiare, Continua a leggere

C’era una volta il grande cinema italiano #10 – Sciuscià.

Decimo e ultimo morso del nostro grande cinema che fu. Per chiudere il cerchio non posso che tornare all’anno da cui ero partito, il 1946. E ancora alla coppia De Sica-Zavattini.
Sciuscià “in Italia, praticamente, non lo vide nessuno. Uscì nel momento in cui arrivavano i primi film americani, sui quali il pubblico si gettava insaziabile.” Così raccontava De Sica, a proposito della disconoscenza in patria di una pellicola così importante. E in contrasto con il grande successo riscosso all’estero. Costato un mione di lire, pareva un disastro commerciale. “Più tardi il film venne venduto in Francia per quattro milioni di lire e incassò trecento milioni di franchi. In America lo acquistarono due distributori diversi e fece la fortuna di entrambi. Ebbe anche un Oscar col quale si premiò “lo sforzo produttivo dell’Italia” appena uscita dalla guerra disastrosa.”
Già, e non si può manco dare la colpa agli anni ’80 e a Drive In.
Certo, lo stile di De Sica, l’osservazione commossa e partecipe sui ragazzini protagonisti, l’uso abbondante di esterni e l’impiego di molti attori non professionisti, conferiscono al film quella veridicità che da una parte ha meravigliato gli stranieri dall’altra ha allontanato chi era così prossimo a quella geenna. E’ chiaro che il pubblico italiano del 1946 non si sentiva pubblico, si sentiva parte in causa. Continua a leggere

C’era una volta il grande cinema italiano #9 – L’onorevole Angelina.


L’onorevole Angelina di Luigi Zampa esce nel 1947.
Anna Magnani la fa di nuovo da padrona, o per meglio dire da popolana: ha nuovamente a che fare con la borsa nera, questa volta nei panni borgatari e donchisciotteschi di una capopopolo improvvisata, una specie di squatter ante litteram, occupatrice di case, paladina della povera gente che in questa Italia rinnovata e stradaiola fa un po’ di chiasso in più ma viene ascoltata quanto prima, cioè niente. Continua a leggere

C’era una volta il grande cinema italiano #8. Bellissima.

Dopo la ripresa del campionato di calcio, l’elezione di Miss Italia è certamente l’evento più significativo del mese di settembre. Quindi, come non parlare del capolavoro di Visconti sui concorsi di bellezza ante litteram?
Nel 1951, dopo una pausa dal cinema per dedicarsi al teatro, Luchino Visconti torna al cinema realizzando questo suo terzo film, Bellissima.
Il film sembra costruito intorno alla “diva” Anna Magnani, alla quale Visconti aveva dovuto rinunciare nel suo lavoro precedente. Ecco come il regista stesso, in un’intervista ad un giornale dell’epoca, sintetizza la trama:

Ha inteso di fare un film di ambiente o di personaggi?
Un film su un personaggio. Si tratta in sostanza della storia di una donna, o meglio di una crisi: una madre che ha dovuto rinunciare a certe segrete aspirazioni piccolo borghesi, tenta di realizzarle attraverso la figlia. Poi si convince che, se un miglioramento si può raggiungere, è in tutt’altra direzione. E alla fine del film ritorna a casa «pulita» come è partita. Con la consapevolezza di aver amato male la sua bambina e con in più con l’amarezza per certe pratiche attraverso le quali è stata costretta a passare per arrivare a un mondo che credeva meraviglioso, e che in sostanza non era che deplorevole
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Tappa vomito n. 2


-Come ti senti?- mi fa la nostra Brunetta.
-Bene-, la prima bugia di oggi.
Del resto se tra poco starò male è solo colpa mia. Mia, e del gelato Coppa dei Campioni. L’hanno fatta bicolore, bianco e nero, panna e cioccolato. Forse è per via dei colori della nazionale tedesca, quella che quest’anno ha vinto i Mondiali. Peccato, che a me piaceva di più l’Olanda e quei cappelloni dei suoi giocatori.
La nostra Brunetta me l’ha detto, che mi avrebbe fatto male. Ma io no. A insistere che lo volevo, quando ci siamo fermati al bar della pompa, con la foto del gelato nel cartello di metallo sul frigo.
D’ora in poi, ne sono sicuro, la nostra Brunetta si volterà in continuazione per chiedermi come sto. Ed io, sul sedile di plastica rossa, con l’asciugamano pronto accanto, a tornare a mentire.
Adesso che il Pilota ha imboccato l’autostrada della Morte, il gelato inizia a girarmi sullo stomaco. Noi dentro la centoventotto blu. Fuori il sole a cuocere il tetto.
-Pensa a qualcos’altro- mi fa la Brunetta.
Ecco, me l’ha detto un’altra volta. Che poi mi ero già distratto per conto mio, senza bisogno che me lo ordinasse lei, tanto l’Autostrada della Morte di distrazioni ne offre un sacco. Continua a leggere

C’era una volta il grande cinema italiano #7 – Prima comunione.

Nel 1950 Alessandro Blasetti gira Prima Comunione, satira delle abitudini e dei riti della piccola borghesia italiana, che segna un nuovo incontro con Zavattini e anticipa le tematiche della commedia all’italiana. Connubio fortunato, dato che la pellicola valse al regista l’onore del Nastro d’argento e del Leone d’oro.
Blasetti e Zavattini ricostruiscono uno spaccato della piccola borghesia romana, tra lo scherzo e la favola, evitando fratture di gusto.
Blasetti opera una cesura netta con i film neorealisti, utilizzando, in quest’opera, unicamente attori professionisti, con un intento dichiarato in un’intervista in «Film», n. 31-32, 16 agosto 1950: Continua a leggere

C’era una volta il grande cinema italiano #6 – Ladri di biciclette.


Nell’estate del ’45 esplode la pace, le città sono distrutte, le scuole e le caserme scoppiano di sfollati, per la strada c’è la borsa nera, sui muri delle stazioni sono affissi manifesti con le fotografie di soldati che non torneranno, eppure arriva una frenesia di divertimento, di feste e balli senza respiro, tanto che alcuni giornali la chiamano “la pace con il caschè”. Nelle città lentamente ritorna la normalità. Sui muri di Roma compare questa scritta: “Gli aiuti d’America ci aiutano ad aiutarci da noi.” Vengono abolite le misure di oscuramento, ricompaiono le automobili e soprattutto circolano migliaia di biciclette, che popolano sterminati parcheggi e spesso cadono preda dei ladri. E chissà che De Sica non abbia assitito a qualcuno degli inseguimenti che ispireranno Ladri di biciclette. Continua a leggere

C’era una volta il grande cinema italiano #5 – I bambini ci guardano

Questa pellicola è tratta dal romanzo Pricò (1924) di C.G. Viola. E’ la storia di un bambino di 7 anni che vive con i suoi occhi lucidi e disperati la storia del rapporto in crisi dei genitori. Il quinto film di De Sica, girato nel 1942, è il primo in cui il “Maestro” fa i conti non soltanto col “sociale” e con le ipocrisie del mondo della piccola borghesia, ma anche con la dimensione interiore dei personaggi. E’ la dimostrazione di come anche dal più banale soggetto si possano trarre spunti di grande cinema (o di grande letteratura). Difatti sarebbe potuto passare per un fotoromanzo, se non fosse per lo sguardo di Pricò (e per la cinepresa di De Sica che lo guida) che toglie la maschera a una pace e a un ordine soltanto apparenti. Inoltre segna l’inizio del sodalizio con Zavattini, e la mano dello sceneggiatore si vede, eccome. Continua a leggere

C’era una volta il grande cinema italiano #4 – Riso amaro


Su questa pellicola del 1949 sono stati versati fiumi d’inchiostro e torrenti di polemiche. Come Miracolo a Milano, fu attaccata sia da destra che da sinistra. Da un lato le voci catto-padronali la censuravano per aver sollevato i temi dell’emancipazione femminile e dell’aborto, dall’altro personaggi come Davide Lajolo, al tempo direttore de L’Unità, la accusavano di aver falsato il mondo contadino. Pensare che era stato proprio Lajolo a presentare al regista De Santis un certo Raf Vallone, cronista di terza pagina e autore di un dossier sulle condizioni lavorative delle mondine. Evidentemente le sirene del mondo del cinema agirono sul buon Raf Vallone più potentemente del giornalismo d’inchiesta. Continua a leggere

C’era una volta il grande cinema italiano #3 – Miracolo a Milano

Martedì, dopo i risultati elettorali di Milano, un giornale ha ripreso la celebre immagine finale del film di De Sica-Zavattini, come simbolo dell’insperato riproporsi di un miracolo sui navigli.
A dirla tutta, è una scena che ha subito plagi ben più clamorosi, per esempio in una certa famosa sequenza di un certo famoso film di un certo famoso regista su un certo famoso alieno. Facile da indovinare, vero? No? Basta immaginare le biciclette al posto delle scope… Continua a leggere

C’era una volta il grande cinema italiano #2 – Germania anno zero.


Il cinema italiano non è morto, dicono. Forse arriverà qualche piccolino in grado di salire sulle spalle dei giganti, magari diventare un punto di riferimento per altri in futuro. Certo appartiene al regno della fiction
pensare a un ritorno di quello che è successo nella stagione del dopoguerra. Per quasi cinquant’anni, ieri come oggi, tutti i maggiori registi delle generazioni successive a quelle che esordiscono negli anni quaranta, da Godard e Truffaut a Glauber Rocha e Win Wenders, dai fratelli Taviani a Bertolucci, da Nelson Pereira Dos Santos a Wajda a Coppola a Scorsese, hanno riconosciuto il loro debito nei confronti di Rossellini e Zavattini-De Sica, Visconti, ma anche verso De Santis, Lattuada, Germi, Zampa.
Molto è dovuto a Rossellini, a partire dalla tecnica del pedinamento, esemplarmente utilizzata in Germania anno zero. Continua a leggere

C’era una volta il grande cinema italiano #1 – Roma città aperta


Oggi che si celebra la giornata di una Liberazione antica mi sembra che noi si sia ancora in guerra, o di nuovo in guerra, bombe a grappolo mediatiche devastano quelli che un tempo si dicevano valori, fanno tabula rasa delle coscienze civili. Anche l’attuale cinema italiano mi sembra specchio fedele di questa volontà di ottundimento, tanto spudorata nel potere contemporaneo seduto sulle nostre schiene. Così ho pensato di proporre una piccola carrellata di quello che è stato il grande cinema italiano, nel suo periodo aureo, quello del secondo dopoguerra. Nella speranza di rendere il più impietoso possibile il confronto con il contemporaneo, anche se serve a poco o nulla, come tutti gli inutili, minimi gesti di ribellione. Si tratta di film che quasi tutti conoscono, per cui eviterò di dilungarmi su trame&critiche, privilegiando piuttosto una visuale finora poco considerata, quella dei bambini. Lo sguardo dei bambini in questi film documenta il tempo e lo rende immortale, diventa scivolo ideale per il reale, che entra con prepotenza all’interno delle inquadrature, anche quando è volutamente ricostruito. I bambini sono tutti attori per caso, non hanno alle spalle scuole di recitazione ed interpretano se stessi anche quando danno il volto ad un personaggio. E’ uno sguardo spesso di profughi, così simili a quelli di oggi trasbordati dagli scafisti in una terra dell’oro che non esiste.
Naturalmente, nella giornata odierna, tocca partire con il capolavoro di Rossellini
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Mansionario [3] – Citazionista per parlamentari


Antonio Razzi, fino a ieri deputato dell’IDV, annuncia il passaggio al gruppo di NoiSud. Pare che il 14 dicembre voterà la fiducia al governo. E con un’accorata lettera indirizzata a Di Pietro spiega le sue ragioni.
Caro Antonio, non sono Pietro Micca. Non sono quello che lancia la stampella contro il nemico e decide di soccombere», dichiara Razzi, confondendo però il militare sabaudo che si fece saltare in aria per impedire ai francesi di conquistare Torino nel 1706 con Enrico Toti, eroe italiano della Prima guerra mondiale.
Questo è solo l’ultimo esempio per gli innumerevoli casi in cui potrà intervenire la figura del citazionista per parlamentari, in modo da evitare pessime figure.
Disponibile 24 ore su 24, dotato di e-mail perennemente attiva, dovrà possedere ottima conoscenza di tutti i dialetti praticati dai parlamentari, in modo da decifrare qualsivoglia richiesta.
Necessaria laurea in storia, filosofia, lettere antiche e moderne, comunicazione, geografia, sociologia, antropologia, storia del cinema e della televisione, architettura, giurisprudenza e belle arti.
L’attività garantisce alti fatturati, con un minimo investimento si può estendere anche a politici di livello locale.

(Apuleio e L’Asino d’Oro, rappresentati nell’immagine, non c’entrano nulla con il contenuto di questo post).

Che figura! La preterizione


Il bar aux Folies Bergère di Manet è un quadro di cui commissionerei senz’altro il furto, se fossi vergognosamente ricco (e conseguentemente così egoista da tenerlo solo per me).
Manet lavora a questo dipinto negli ultimi anni di vita (il quadro è realizzato nel 1881-82, l’autore si spegne l’anno dopo), già quasi paralizzato agli arti inferiori. Ma ciò non gli impedisce di realizzare questo capolavoro.
Gli occhi della cameriera. In un primo momento è lì che viene attratto lo sguardo dell’osservatore. Mentre guardiamo gli occhi mesti della ragazza, il contorno a poco a poco prende consistenza e non si fa più contorno. In primo piano la natura morta, bottiglie , bicchiere con rosa, fruttiera di cristallo. Poi di riflesso iniziamo a vedere quello che l’artista sembrava non voler dipingere, o non porre in attenzione.
Non è questo il meccanismo della preterizione? Continua a leggere

Lui sta incazzato nero

Perdonerete questa intromissione nella normale programmazione del sito, purtroppo urge un annuncio.
C’è uno che sta incazzato nero, e io non so chi sia. Questa notte ha turbato i miei sogni, la notizia di questo qua che sta incazzato nero.
Vi prego, aiutatemi perlomeno a capire chi è che sta incazzato nero. E’ molto semplice risolvere il mistero: basta che qualcuno di voi ieri abbia visto Studio Aperto.
Ma come ho fatto a sapere che ci sta uno che è incazzato nero? E che ne avrebbe parlato Studio Aperto?
Le cose sono andate così. Continua a leggere

Mansionario [2] – Berlusconicista


Un consigliere di Mussolini: “Duce, Starace è un cretino.”
“Lo so, ma è un cretino fedele.”

Attitudini. Spiccata tendenza al feticismo, apprezzate pregresse esperienze di leccatore di piedi, succhiatore di tacchi a spillo e annusatore di mutande foderate di pelo, non si disdegnano appassionati di cadaveri.

Curriculum professionale. Si ricercano candidati con due possibili percorsi professionali:
a) Adoratori fanatici del capo, meglio se consapevoli del disprezzo del capo stesso nei loro confronti.
b) Vivisezionatori del capo, non importa se oppositori, purchè abbiano dedicato i più sforzi ad analizzare il corpo del capo, le parole del capo, la fenomenologia del capo ecc.ecc.
(sono chiaramente favoriti casi in cui i due percorsi professionali si siano sovrapposti, financo scambiati).

Sbocco (di carriera). Quanto più si avvicina il crollo del capo, il candidato dev’essere abile ad accentuare le caratteristiche di feticista di cadaveri. Carriera proporzionale alla distanza temporale che il candidato saprà dimostrare tra presa di distanza dal capo e momento di caduta del capo. Benefit e compensi garantiti nelle magnifiche sorti e progressive della nascente repubblica post-berlusconiana.

Mansionario [1] – Igienista orale


Competenze richieste: sufficiente conoscenza orale, scritto non necessario, deve lavorare igienicamente, nettare da pattume (anche mediatico), occultare ed eliminare eventuali residui, all’occorrenza riceverli in affido.

Retribuzione offerta: a risultato, variabile, secondo capacità dimostrabili in colloquio privato.

Varie: richiesta disponibilità a brevi trasferte sul territorio nazionale, eventualmente anche presso enti pubblici, questure ecc.

“Leielui”, di Andrea De Carlo. Epanalessi in romanzo per signora.

L’ultimo romanzo di Andrea De Carlo mi è capitato per le mani a causa di una tessera della Coop. Prima di entrare all’Ipercoop di Mondolontano io e la mia femmina di Nazgul (per info sui Nazgul scrivere a Giovanni Agnoloni) realizziamo che l’abbiamo persa. Scuotimento di portafogli, un quarto d’ora di reciproche accuse d’aver la testa sulla luna, poi risolve tutto una materna addetta al banco informazioni, con rapida emissione di tessera sostitutiva.
Gelosi del tesoro ritrovato, appena entrati ecco che ci si para davanti una fantastica offerta solo per i possessori di tessera Coop: 30% di sconto sui best seller appena usciti!!! Miiiinchia.
Sopra un bancone da pizzicagnolo sono esposte varie copie di Follett, Coelho e simili chincaglierie. In mezzo spicca una montagnetta fatta di Leielui, Leielui, Leielui, Leielui, Leielui, Leielui, Leielui di De Carlo.
La mia lei concede dieci minuti di libertà al suo lui, se ne va al cazzeggio nel reparto strumenti di tortura di modo che il suo lui possa esercitarsi nella tecnica di lettura veloce di Leielui. Continua a leggere