da “casadolcecasa, poemetto in sette stanze” di Antonella Bukovaz

antonella

corridoio

Girovagheggi di stanza in stanza e io ti seguo e prendo appunti scatto delle foto guardo con precisione mi perdo con te nel miracolo del ricordo nella dannazione della memoria ogni cosa ingigantisce e occupa tutto il presente prende tutta l’attenzione e la fa sparire e allora galleggio entro negli oggetti nei pensieri lasciati in giro nei desideri dei desideri appesi all’ingresso ma non è un viaggio
non è un viaggio
non è un viaggio Continua a leggere

Mauro Germani, “Giorgio Gaber. Il teatro del pensiero”

E’ uscito di recente con l’editore Zona Giorgio Gaber. Il teatro del pensiero di Mauro Germani. Uno studio su Giorgio Gaber attraverso la presa in esame di 10 temi: teatro, musica, pensiero, corpo, amore, società, potere, morte, Dio, uomo. Qui si può visionare l’indice, la prefazione di Mauro Gaffuri e il primo capitolo. Riportiamo una dichiarazione di Mauro Germani, un breve brano dalla prefazione, una selezione di recensioni.

Un “filosofo ignorante”
di Mauro Germani

Gaber si definiva “un filosofo ignorante”. Questa espressione – che rimanda al sapere di non sapere di Socrate – rivela non solo la continua volontà di ricerca intorno all’uomo ma anche il proposito di non arrendersi mai di fronte a presunte verità “confezionate”. Continua a leggere

Fabrizio e il silenzio di Mahler

Mahler
di Augusto Benemeglio

1. La sottile voce di silenzio

Nelle mie consuete navigazioni su Lpels ecco La shoa, le tre teste di maiale e la Nona sinfonia di Mahler: è quella che amo di più, – dice Fabrizio, – soprattutto il quarto tempo, uno dei più meravigliosi adagi che siano stati mai composti, un lentissimo non ancora trattenuto. E’ il suono del silenzio. Continua a leggere

Ci manchi, Claudio

da qui

Questo è il prologo

di Federico Garcia Lorca

Vorrei lasciare in questo libro
tutto il mio cuore.
Questo libro che ha visto
con me i paesaggi
e vissuto ore sante.

Che pena quei libri
che ci riempiono le mani
di rose e di stelle
e lentamente passano! Continua a leggere

Vecchie idee per nuovi canterini

di Loris Pattuelli

Il 31 gennaio uscirà Old ideas di Leonard Cohen. Dieci nuove canzoni a otto anni dall’ultima raccolta di inediti. Attesa neanche poi lunghissima, se consideriamo che la sua discografia non supera la dozzina.
Questo lavoro arriva dopo 247 concerti in giro per il mondo, e molto probabilmente non sarebbe mai diventato disco, se il suo conto corrente non fosse andato in rosso. Il gossip (o koan) promozionale parla di un “pigro bastardo” recluso per cinque anni in un monastero zen nei pressi di Los Angeles e della sua manager che scappa con cinque milioni di dollari.
“Io non scrivo canzoni, solo poesie che corteggiano la musica”, ha detto l’altro giorno a Londra. E poi, sempre più civettuolo, ha pure aggiunto quanto segue: “Vede, per conservare questa voce, devo fumare moltissimo. Ho quasi 78 anni, potrebbe essere pericoloso; però, se smetto, rischio di diventare un soprano”.
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Born to be wild

Born to be wild, eseguito dal gruppo americano Steppenwolf nel 1968 e inserito nella mitica colonna sonora di Easy Rider (1969), è considerato da molti il primo pezzo heavy metal della storia. In effetti è il primo testo conosciuto dove compare questa doppia parola. In seguito è diventato una sorta di inno di tutti i bikers del mondo. La strada, il viaggio, la libertà, la potenza del suono e della natura ne fanno una sorta di manifesto della nuova frontiera. Continua a leggere

Canzoni contro la guerra: Grandola vila morena

di Antonio Sparzani


da qui

Grândola, vila morena
Terra da fraternidade
O povo é quem mais ordena
Dentro de ti, ó cidade
Dentro de ti, ó cidade
O povo é quem mais ordena
Terra da fraternidade
Grândola, vila morena.

Em cada esquina um amigo
Em cada rosto igualdade
Grândola, vila morena
Terra da fraternidade
Terra da fraternidade
Grândola, vila morena
Em cada rosto igualdade
O povo é quem mais ordena.

À sombra duma azinheira
Que já não sabia a idade
Jurei ter por companheira
Grândola a tua vontade
Grândola a tua vontade
Jurei ter por companheira
À sombra duma azinheira
Que já não sabia a idade.

Fu la trasmissione di questa canzone di José Afonso (fino ad allora assolutamente proibita) dalle onde di “Limite”, il programma musicale quotidiano notturno di Rádio Renascença, un’emittente cattolica, che diede il segnale d’inizio, alla mezzanotte del 25 aprile 1974, alla Revolução dos cravos, la “Rivoluzione dei garofani” (così chiamata dai fiori che una venditrice ambulante si mise a offrire ai militari di sinistra la mattina del sollevamento, in Praça do Comércio) che mise fine alla dittatura fascista portoghese, che durava da cinquant’anni (António de Oliveira Salazar era morto nel 1970, ma già nel 1968 gli era succeduto, senza sostanziali modifiche del regime, Marcelo Caetano).

25 aprile 1974, cronologia di una rivoluzione: Continua a leggere

This Wheel’s on Fire, Bob Dylan and the Band

È una vicenda piuttosto nota, ci sono articoli e interi libri sugli indispensabili nastri magnetici dallo scantinato, incisi alla meno peggio con due mixer stereo a valvole Altec, un set di microfoni da studio Neumann recuperati dopo una tournee di Peter, Paul and Mary, il trio vocale folk così di successo in quegli anni, e soprattutto il fidato registratore a bobine Uher usato nel tour del 1966.

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La ricerca del Graal (XXI)

di
Georg Wilhelm Friedrich Hegel
Wolfram Von Eschembach
Giuseppe Segato

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI, XVII, XVIII, XIX, XX)


*** *** *** Continua a leggere

La ricerca del Graal (XV)

di
Georg Wilhelm Friedrich Hegel
Wolfram Von Eschembach
Giuseppe Segato

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV)


*** *** *** Continua a leggere

La ricerca del Graal (XIV)

di
Georg Wilhelm Friedrich Hegel
Wolfram Von Eschembach
Giuseppe Segato

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII)


*** *** *** Continua a leggere

Teresa De Sio. Rondine


Teresa De Sio. Rondine
Da: Primo Viene L’Amore (1997)

Lei aveva un’aria serena

dentro al suo abito da sposa

e un’andatura leggera

sembrava una maestra di ballo

Uscendo poi dalla chiesa

il sole forte l’abbagliò

sentì intorno l’aria del sabato

e con gli occhi socchiusi pensò

se fossi l’ultima rondine

io volerei anche stanca Continua a leggere

I am a Man of Constant Sorrow

preso da Fratello, dove sei?, film di Joel ed Ethan Coen (2000).

C’è un momento nel film dei Coen, quando Ulysses Everett McGill (George Clooney), piccolo truffatore dalla parlantina sciolta (e imbrillantinato “Dapper Dan”, fedele alla marca fino a rischiare la cattura pur di non rinunciarci), galeotto in fuga con i suoi compagni di catena (chain gang), per l’occasione improvvisatisi musicanti della buona tradizione popolare con l’improbabile nome di Soggy Bottom Boys, con tanto di barboni finti, accorre al microfono alle prime strofe di Man Of Constant Sorrow, una canzone popolare fortunosamente registrata in una radio locale durante l’evasione e divenuta, all’insaputa del gruppo, un grande successo, e davanti all’assolutamente imprevisto entusiasmo della sala piena guarda stupefatto la folla acclamante, si volta dietro verso i compagni di fuga con uno sguardo che esprime tutto il senso del film: che diavolo succede? Ce la caveremo? Comunque, diamoci dentro! E si lancia in una danza buffonesca. Il pubblico adora il clown buono. Un climax irresistibile, un pezzo di cinema da antologia.
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I racconti dell’età del jazz 7 / quando Billie Holiday era felice

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di Sergio Pasquandrea

Oddio, proprio felice forse non lo è stata mai, e non sto nemmeno a spiegare il perché. Però mi sono un po’ scocciato di sentir parlare della vita di Billie, dei tormenti di Billie, degli amori infelici di Billie, della voce di Billie ridotta a cartavetrata.

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I racconti dell’età del jazz 6 / Ho visto Nina

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di Sergio Pasquandrea

Lo confesso: Nina Simone mi era sempre sfuggita.
Neanch’io saprei spiegarmi il perché, anzi è piuttosto strano, dato che adoro le voci femminili scure, profonde, amo Sarah Vaughan e Cassandra Wilson, Carmen McRae e Abbey Lincoln. Forse sarà per l’imprendibilità di Nina, per il suo porsi a cavallo di tutti i generi (voi come la classifichereste? jazz? pop? soul? gospel? o, volendo, folk? o, perché no, musica classica, dato che da ragazza aveva studiato a lungo Bach, Mozart e Rachmaninov?), senza mai cavalcarne davvero nessuno.
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St. James Infirmary, Louis Armstrong

di
Roberto Plevano

I went down to St. James Infirmary
Saw my baby there
She was stretched out on a long white table
So cool, so sweet, so fair

Let her go, let her go, God bless her
Wherever she may be
She can look this wide world over
But she’ll never find a sweet man like me

When I die bury me in straight lace shoes
I wanna a box-back coat and a Stetson hat
Put a twenty-dollar gold piece on my watch chain
So the boys’ll all know that I died standing pat

Dicono che il tempo sia rimedio a ogni perdita e asciughi ogni lacrima, ma non è mica tanto vero, le cose vere ritornano, come la luna, come le maree, come la neve, e il dolore è una cosa vera, e viva, che pulsa. Nel dolore c’è qualcosa di femminile, qualcosa che matura e diviene pieno, fino a scoppiare, e poi avvizzisce, ma non muore e giace dormiente finché la nuova pioggia, il primo sole, o il richiamo di un uccello notturno lo desta. Continua a leggere

I racconti dell’età del jazz 4 / a casa di Louis

di Sergio Pasquandrea

LouisArmstrongCome al solito: le cose più importanti si fanno sempre all’ultimo momento.
In due mesi a New York avevo visitato tutto il visitabile, dall’Empire State Building a Ground Zero, dal Metropolitan al Guggenheim (il MoMA no, perché era chiuso e in riallestimento), dalla Statua della Libertà a Central Park, per non parlare dei miei pellegrinaggi notturni nei templi del jazz e delle mie quotidiane flâneries in giro per Brooklyn o per il Greenwich Village o per i dintorni di Washington Square. Eppure mi mancava una delle cose che mi interessavano di più: la casa di Louis Armstrong.
Mi decisi proprio il giorno prima di partire.
La giornata non era delle migliori, anzi a dirla tutta era uno dei giorni più brutti da quando ero a New York. Era l’inizio di novembre e nei giorni precedenti aveva soffiato un vento gelido: di colpo l’autunno si era trasformato in un inizio di inverno, e ora al freddo si era aggiunta una pioggerella molesta, sottile, appiccicosa. Tutta Manhattan era immersa in un’umidità deprimente e il cielo era color fango.

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