Il sussurro delle streghe, di Elisabetta Bordieri


Quella sera stessa, ogni singolo strato dolomitico di certezza si era polverizzato. Lamine di singulti sostavano eretti sull’atrio del tempio della mia anima coagulata dal logorio del tempo. Sentivo come denti asserragliati di mostri impazziti dilaniarmi lo stomaco. Tutt’intorno un’aria pesante e sabbiosa catramava i miei polmoni. Sensazioni oleose e impure che non avrei mai voluto provare, e poi per cosa e per chi? Alla fine avevo chiamato i soccorsi. Non pentita. Solo consapevole. Lo avevano portato via da poco. Io ero ancora lì bloccata in casa mia, seduta, appoggiata al tavolo dove nemmeno poche ore prima stavo cenando. Con lui. E aspettavo. E parlavo. Continua a leggere

In cammino verso la marca gioiosa (VII)

di Roberto Plevano

È finalmente in libreria il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. Il 12 settembre, alle 18:00, Palazzo Chiericati, Vicenza, Cesare Galla e Roberto Cuppone presenteranno il libro insieme all’autore. La poesia e lo spirito ha ospitato per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Qui si narrano, da una prospettiva esterna alla respublica christiana della società del tempo, gli eventi che precipitarono il conflitto tra il conte di Tolosa e il papato, offrendo il pretesto per la crociata contro i Catari.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 
Diceva Benbenisti che nell’ultimo tratto del corso del Rose i venti soffiano davvero forti, più rapidi dei cavalli selvaggi che vagano tra le dune e i canneti. Gli uomini qui sembrano concepiti e generati come otri gonfiati dal vento. Sono vanitosi, incostanti, oltremodo mendaci e non tengono le promesse.

Diceva Benbenisti che tra questi uomini il più vanitoso, mendace e spergiuro era il vescovo di Arelate Michele da Morese, il cui unico scopo nella vita pareva quello di diventare padrone della città, e che per sette anni aveva ordito schemi e intrighi contro i nobili, le famiglie, i cittadini del Consiglio e gli altri religiosi.

«Contro i religiosi?» domandavano gli uomini della compagnia.
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In cammino verso la Marca gioiosa (VI)

di Roberto Plevano

Il giorno 7 settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
In questa esposizione, si fa conoscenza con alcuni aspetti della teologia catara del XIII sec.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 
Un silenzio prolungato, il vecchio chiuse gli occhi.

«Ascolta. Un re volle fare i conti con i suoi servi. Fu portato uno che gli doveva diecimila talenti. Non avendo costui di che restituirgli, il padrone ordinò che fosse venduto con la moglie e i figli e quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza e ti restituirò tutto. Avuta pietà del servo, il padrone lo lasciò andare rimettendogli il debito. Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui, che gli doveva cento denari e lo prese per il collo: Paga quel che devi! Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava: Abbi pazienza, ti rifonderò il debito. Ma egli non volle e lo fece gettare in carcere, finché non avesse pagato il debito. Al signore fu riferito tutto l’accaduto. Allora fece chiamare quell’uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? E lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto.»
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In cammino verso la Marca gioiosa (V)

di Roberto Plevano

Il 7 settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Continuazione dell’episodio sulla riva del Rodano (Rose dal latino medievale), la tremenda impressione del mare e delle navi agli occhi di un adolescente.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 
Tre carri sostavano sulla riva del fiume presso una grande nave nera. Riconobbi il carro di Benbenisti, quello che portava la mia roba. Alcuni uomini attendevano, uomini grandi, robusti come non avevo mai visto, vestiti di rozze braghe, la pelle più nera del nero dello scafo, le braccia grosse come quelle funi di canapa intrise di pece usate per assicurare le navi nei porti. Salutarono con rispetto Benbenisti. Grandi sorrisi di denti bianchi. Grandi occhi spalancati. Sahib… sahib…. Lui si inchinò a tutti loro, rispose con tono grave in una lingua straniera. Poi li chiamò intorno e presero a confabulare come cospiratori. Non comprendevo nulla di quello che dicevano e rimasi in disparte, preso da dubbi e inquietudini. E se costoro fossero mercatanti di schiavi? E se Benbenisti trattasse la mia vendita? E se la suggestione di andare per mare si avverasse nella forma di un viaggio in catene verso i mercati d’oriente? Quei marinai mi avevano osservato con una tale curiosità… No, no, niente di tutto questo. Uno dei marinai salì a bordo e discese con un piccolo sacco. Benbenisti lo prese e tirò fuori una forma squadrata, una specie di mattone colore dell’ocra avvolto in un tessuto leggero, lino forse. Un odore pungente, come di legno resinoso, si sparse tutt’intorno. Benbenisti aprì con cura l’involto, fiutò la sostanza e approvando la ripose nel sacco. Poi ne trasse un sacchetto di tessuto lavorato. Lo soppesò con cura. Mi chiamò. Vieni, vieni a vedere, non hai mai visto cose così. E davvero non avevo mai visto nulla di simile. Dentro il sacchetto c’era come una luminosità iridescente, lattiginosa, il lume imprigionato della luna piena. Perle, disse Benbenisti, le più pure e perfette. Magie d’oriente. Un principe faticherebbe a trovare i denari per acquistarne una. Per averne tre un vescovo baratterebbe possessioni e dignità. Tu però non fare parola con nessuno.
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In cammino verso la Marca gioiosa (IIII)

di Roberto Plevano

Ai primi di settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.

Nella scena della foce del Rodano (Rose dal latino medievale), la tremenda impressione del mare e delle navi agli occhi di un adolescente.


Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 
Il fiume a Beucaire – ecco il Rose, annunciò Benbenisti – è ampio e molle, tanto vasto che pare che la terra finisca. Per miglia intorno l’aria si fa frizzante e pizzica, effluvi di alghe e salmastro si spandono nella pianura e si mescolano con l’odore di paglia, pini e fiori di campo, col sole alto il ronzio delle api e sfrontato frinire di cicale, grilli gentili e lucciole all’imbrunire: il mare entra così nel paese della Provincia. Benbenisti disse che avremmo raggiunto la carovana sul far della notte. Oltre il fiume inizia il dominio del reame di Arelate.

Il Rose si apre sotto il castello e l’abitato. In questo suo tratto lambisce una larga spianata e l’approdo è assai agevole e comodo, così che decine di navi possono accostare, e subito scaricare e imbarcare le mercanzie. Quella sera il lento corso del fiume era una distesa di vele e vessilli che sbatacchiavano e oscillavano pigramente alla brezza calante, quando diventa più pungente l’odore del marino. Come guglie di chiese cattedrali, le vele puntute delle grandi navi da carico si ergevano a vedere il cielo, sopra muraglie multicolori di stoffe e tessuti e reti. Forme a triangolo, quadrilatere, e ingegnose combinazioni geometriche di angoli e lati, tese da alberi che armavano navi allungate, venute dai mari freddi del settentrione, imbarcazioni più ampie, catini profondi, scafi agili, solide murate scure delle navi saracine, navigli verdi e rossi e oro con le insegne di Vinegia, Pisa, Zena, Amalfi… Mai avevo visto tante navi. Era una scena meravigliosa.
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In cammino verso la Marca gioiosa (III)

di Roberto Plevano

Ai primi di settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Qui continua il dialogo teologico sul libro di Giobbe, condotta nel sec. XIII da tre rabbini in un piccolo paese della Provenza (9 agosto 2017), al cospetto di un ragazzo dodicenne – il narratore – e di un mercante (“l’uomo vestito di nero”). Si fa menzione del poeta Uc de Saint Circ.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 

Compresi poco di quello che l’uomo intendeva dirmi, e quel poco mi confuse, come una notizia importante che non arriva, che non si sa… ma ne va della vita e della morte, di quale vita e quale morte. Colui che era stato chiamato maestro Samuele Ben Judah pareva intanto essere giunto a una qualche determinazione finale che lo aveva soddisfatto, perché la discussione era cessata.

«Sappiamo che Raphael Benbenisti – disse al capo carovana. Ah ecco, era questo il suo nome – ha portato da Barcinona i beni e le mercanzie a lui affidati, ed egli otterrà un grande guadagno nelle piazze di Lonbardia, dove tutto si vende a prezzo triplo. Non lo tratteniamo oltre il necessario. Il viaggio procede sotto un buon comando e sotto buoni auspici, se la bufera che oggi devasta la Provincia narbonense non ha interrotto il vostro cammino. A Montpelhièr, ci è stato detto, avete preso sotto tutela e protezione un familiare del maestro Mesulla Ben Jacob. Sta forse fuggendo? È costui un perseguitato dei nemici della fede? Possiamo essere di qualche aiuto?»
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In cammino verso la Marca gioiosa (II)

di Roberto Plevano

Ai primi di settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Il dialogo descrive una serrata discussione teologica sul libro di Giobbe, condotta nel sec. XIII da tre rabbini in un piccolo paese della Provenza.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 

I cenni dell’uomo in nero provocarono però un’improvvisa discussione con i tre che ci avevano accompagnato dentro Lunel. Discussione che non compresi, perché condotta in una lingua che non avevo mai udito. Mentre quelli confabulavano interrompendosi l’un l’altro, alzando le voci, gesticolando, il capo rovistò in un baule e tirò fuori un pesante volume rilegato, una cosa di gran lusso.

«Oggi poco rimane dei tesori della sapienza in Al Andalus. Abbiamo fatto ricopiare il libro del rabbi Ben Maimon dai saggi che ancora vivono a Cordoba. La gran città ha i giorni contati, nessuno difende le mura.» Parlò nella lingua della nostra Provincia.

Il più anziano dei tre annuì gravemente. Si fece dare il libro. Là dove stava, accanto al suo mulo in mezzo alla via, con i carri che intanto passavano, prese a sfogliarlo con grande lentezza. Sembrò allora che per lui solo il mondo circostante arrestasse il corso.
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In cammino verso la Marca gioiosa (I)

di Roberto Plevano

Ai primi di settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Il primo è un episodio della vita di Gervasio di Tilbury (Gervasius Tilleberiensis, 1155 – 1234), liberamente tratto da Radulphi de Coggeshall Chronicon Anglicanum. De expugnatione terrae sanctae libellus. Thomas Agnellus De morte et sepultura Henrici regis Angliae junioris. Gesta Fulconis filii Warini. Excerpta ex otiis imperialibus Gervasii Tileburiensis, London 1875.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 

Al cammino ascoltando storie allora. I racconti su Arelate serpeggiavano tra un carro e l’altro. Ad Arelate il maresciallo dell’Impero chiudeva un occhio, e anche l’altro, davanti a ogni nefandezza del vescovo. Il maresciallo era un anglico, un chierico di nome Gervasio: alla frequentazione dei cittadini preferiva la compagnia dei suoi libri. Altre compagnie aveva ricercato in gioventù.
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È solo un racconto, di Giuseppe Granieri

Pubblichiamo qui di seguito un racconto di Giuseppe Granieri.
Giuseppe vive a Copertino, Lecce. Laureato in Scienze della Comunicazione all’Università “La Sapienza di Roma”, è giornalista pubblicista. Scrive di sport e calcio per FcInterNews.it e TuttoMercatoWeb.com. Ha pubblicato i libri Giorgio Faletti e la riscoperta del noir in Italia (Sacco, 2009) e Dal calcio giocato al calcio parlato (Innito Edizioni, 2013).

 

È solo un racconto

Forse dovrei/potrei aspettare a scrivere queste righe. Forse dovrei far passare un po’ di anni prima di scrivere questo racconto in chiave personale. La materia è ancora calda e potrei scottarmi. E comunque, non è l’urgenza che mi spinge a scrivere queste righe. Piuttosto, sento che mettere per iscritto questo pensiero serva
ORA.
E, forse, potrebbe non servire più in là: sento che cogliere l’eccezionalità del momento, questo momento, possa servire a qualcuno, me compreso. I fatti, prima di tutto, come insegnano in qualsiasi facoltà di comunicazione che si rispetti.
Nell’agosto del 2012 ho scritto un racconto (ho capito solo dopo un po’ che poteva essere considerato un racconto: non ho cominciato a scriverlo con l’intenzione di pubblicarlo, ma certe cose, si sa, è difficile prevedere quali sbocchi possano poi prendere…), il file è poi rimasto sepolto un bel po’ di mesi nel mio pc, lo vedevo ogni giorno, lì sul desktop, ma non ci badavo poi più di tanto. Una volta ogni due settimane, lo aprivo, lo leggevo, apportavo delle piccole modifche, se lo ritenevo necessario, e lo richiudevo.
Poi, più o meno verso febbraio 2013 Continua a leggere

Un viaggio, di Riccardo Ferrazzi


Perché ho l’impressione che la mia vita stia tutta in un viaggio da Madrid a Salamanca? Ho fatto avanti e indietro da tanti posti ma quello è l’itinerario che più di ogni altro mi ricorda il gioco dell’oca o la caccia al tesoro: un percorso disseminato di stazioni ognuna delle quali dovrebbe contenere un significato che però non si lascia afferrare con facilità. Forse perché non c’è? Continua a leggere

Cortile

di Gianni Fumagalli

gianni-rubinetto

Se neum a mangium in sci ben, sa la mai de mangià ul cunt Casà!

Un luogo dell’infanzia, più di altri, ha rappresentato per me l’ideale di vita: il cortile dove sono nato e cresciuto: la modesta curt di Brivi.
Era un agglomerato di sole due case costruite, quella più grande a forma di elle l’altra rettangolare, in modo da formare un piccolo cortile che nel complesso ospitava una trentina di persone distribuite in otto appartamenti di diverse dimensioni.
La casa dove abitavo era la più grande, risiedevano venti persone, compresa la mia famiglia che era una delle più numerose. Vivevano vicino a noi Assunta e Cesare, i genitori di Peppino che sentivo come miei, da quando, molto piccolo, rimasi orfano del padre. In quel tempo mi aggiravo senza preoccupazioni, avevo una spontanea fiducia nella bontà del mondo da non essere sfiorato da pensieri negativi di sorta, nell’incoscienza generale, l’unica inconscia certezza era di essere ammesso in quell’universo, come individuo libero di muovermi a piacimento e che, qualsiasi cosa sbagliata provocassi o mi potesse capitare, avrei sempre trovato la persona che la riparasse. Peppino rappresentava un esempio da imitare e la sua parola era, per me, più autorevole di quella del maestro. Sin dall’età di sei anni avevo iniziato un programma di formazione calcistica. Sotto la sua direzione, serio e continuativo. Ogni sera, al ritorno dal lavoro, passava da casa per verificare i progressi: “allora quanti palleggi dobbiamo fare? – Cinque” Rispondevo prontamente io cercando scherzosamente di imbrogliare sul numero. “Ma cinque non erano quelli che dovevi fare ieri?” Replicava Peppino raccogliendo la sfida “Se stasira tan fet no des, ta saltet la cena” Io ci mettevo tutto l’impegno per non deluderlo, a volte riuscivo a volte no. Quando fallivo Peppino mi prendeva il braccio e, torcendolo progressivamente, mi chiedeva:”ta tegnet a l’Inter o al Milan ?” Continua a leggere

Fascino oscuro, di Elisabetta Bordieri

spiaggia
Ne aveva incontrati di uomini di quel tipo. E soprattutto conosceva alla perfezione l’arte subdola delle loro torve lusinghe dalle quali si teneva a debita distanza. Ma era proprio quel genere di maschio, tronfio e seducente, che Margaret sceglieva con meticolosa accuratezza per le sue attività, solo che forse questa volta era stata un po’ troppo incauta e precipitosa. In ogni caso aveva assolto il suo compito e, soprattutto, ottenuto ciò che le serviva per i suoi studi. Si preparò un Gin Tonic e, con il bicchiere in mano, si accovacciò a terra, in una posizione terapeutica come una strega nelle umide latebre del suo covo, e si lasciò andare a quel piacevole e malsano ricordo. Continua a leggere

L’intesa è un fatto palpabile

di Roberto Plevano
boscofoglie

(pezzo ospitato qualche tempo fa, con piccole varianti, nel blog di Veronica Tomassini, che ringrazio)

§ L’intesa è un fatto palpabile

Del soggiorno sul lago Luca P. conservava pochi ricordi.

E pure erano stati i primi giorni che lui e Anna G. avevano passato insieme. Era stata la prima volta che Luca P. aveva visto quei luoghi. Il primo incontro con le amiche di Anna G. (dimmi con chi vai…). La prima volta di altre cose.

I ricordi sono questi.

Camminano lungo una strada in terra battuta sul versante di una collina, sotto alti castagni, querce, robinie (purtroppo), qualche pino marittimo; il bosco conserva profumi e umidità, deve essere esposto alla tramontana, oppure il giorno è nuvoloso. A tratti appare tra gli alberi la distesa turchina del lago. La strada serpeggia e sale a una chiesetta nel bosco, pietra e intonaco giallo. Si cammina col passo rilassato di chi sta prendendo una pausa da una qualsiasi attività ritenuta più importante, senza prestare attenzione a dove mettere i piedi. Luca P. è tanto assorbito da se stesso, da quello che sente di dover dire e quello che è meglio non dire, addirittura dalla sua andatura, dalla posa, dall’intonazione della voce, dalla qualità della confidenza e amichevolezza, o piuttosto riserbo, da mostrare con le amiche di Anna P., delle quali non gli frega assolutamente niente, ma con le quali sta tacitamente negoziando un’approvazione – e che effettivamente non avrebbe mai più rivisto –, da non rendersi pienamente conto che Anna G. gode di un sostanziale vantaggio ambientale: lei è a casa sua – e non è l’unica sua casa –, e gli altri sono stati, come dire, graziosamente ammessi. È una cosa che conta. Luca P. non si accorge nemmeno che forse, forse, Anna G. potrebbe fargli intendere che lui, in quella casa, sarebbe più benvenuto di quello che le circostanze implicherebbero. Quest’ultimo punto è però rimasto, negli anni a seguire, oggetto di congettura, oltreche di eccesso di condizionali.
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Francesco Scopelliti – Il LaGo BaCcAn

Il LaGo BaCcAn
di
Francesco Scopelliti

A tutti i migranti che ho incontrato e a quelli che non ho mai visto perché non sono mai riusciti ad arrivare al mio scoglio.

Non vi credo se dite il contrario: l’acqua di un fiume, di un torrente, di un lago o di un mare, fa paura quando diventa scura. Nel suo punto più profondo e buio, dove non si può leggere il fondale, il limite, ecco, fa paura. Non fate gli ipocriti, non mi dite che non è così; cazzo se fa paura!
Quella del Lago Baccan è un storia di avventura, di capitani più o meno coraggiosi, di coraggiosi più o meno capitani. Dove tutta una comunità vede ed osserva da anni e da anni finge di non vedere ed osservare.
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Il resto del mondo là fuori

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L’uomo ha poco meno di quarant’anni, i capelli brizzolati e lo sguardo stanco. Si serve del vino con lentezza, osserva le foto del viaggio di nozze appese alla parete e ragiona su quanto tempo è passato dal giorno in cui sono state scattate. La cucina è un rettangolo ampio e ben illuminato, interrotto a metà da un tavolo a penisola sotto cui stazionano quattro sgabelli identici l’uno all’altro. Intorno a lui, nell’aria, ha cominciato da poco a spargersi un odore sempre più intenso di pomarola.
“Se una tua cara amica ti chiedesse aiuto per qualcosa di brutto che ha fatto” dice sedendosi sullo sgabello più vicino alla parete, “diciamo qualcosa d’illegale… come ti comporteresti?”
“Dipende” risponde la donna a cui si è appena rivolto. Finisce di mescolare il sugo e gli fa cenno di versare anche a lei del vino. “Illegale come aver evaso le tasse… o illegale come aver tradito il marito?”
L’uomo sospira. “Qualcosa come aver ucciso per errore il proprio marito…”
“Questa sì che è buona” dice la donna. “Prima o dopo aver scoperto che la tradiva?”
“Parlo sul serio” dice l’uomo. Indossa una camicia bianca con la cravatta allentata e le Continua a leggere

Toujours

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Ho conosciuto il nome Paris nell’ultima traversina acciottolata dello Zorio, vicolo Carducci, a Casalvecchio,  scorgendo il nome, prima ancora di leggerlo, accanto alla Torre ne L’Almanach de L’Humanité, uno dei doni dello zio Nino, lo zio francese, a mio padre.

Poi lo sentii riecheggiare, il nome Paris, all’ora di cena, ancora nella luce dell’eterna estate del paese, alla radio, con Toujours Paris, col “Miei cari amici vicini e lontani, buonasera ovunque voi siate” di Nunzio Filocamo – ed erano poi le voci di Edith Piaf, di Leo Ferré, di Gilbert Becaud, di Yves Montand, fra i più amati da mio padre, a trasformare il vicolo, per quell’altrove aperto come la nostra valle panoramica, in un altrove in cui eravamo di casa, freneticamente e amabilmente cantato, per ipotetici immensi viali.

Dalla Francia, che per noi era in fondo solo una grande disseminazione di Paris, zio Nino portava in dono profumi, pain d’épices, gauloises, e il racconto delle lotte, troppo presto lasciate in Italia, dai tempi dell’Unità clandestinamente diffusa nelle fodere dei cappotti dell’amico sarto, quel Nino Aveni nella cui bottega si riuniva la cellula del soldino (era il codice usato nelle passeggiate serali a Messina, nelle ombre di Piazza Cairoli).

Certo, zio Nino appariva ormai francese in tante cose, ma anni dopo dovetti ricredermi: lo zio passava le serate con Verdi, Rossini, Bellini, Donizetti, Mascagni, Leoncavallo… Sicché avrà riso, sornione, della nostra passione per la lontana Paris musicale, coltivata in un lontano vicolo panoramico dello Zorio.

Bisogna pensare alla madre. Un raccontino di Rosa Salvia

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Bisogna pensare alla madre come terra inerte e al tempo stesso bramosa di frutti perché, nel gioco fra passività e desiderio, lo spirito maschile compia la sua riproduzione, a distanza, come si addice al sole che, con l’energia dei suoi raggi, scalda la materia e causa la vita.
Esso rimane comunque “fuori” da quel processo vischioso in cui la vita si trasforma in corpo entro un altro corpo, quello materno il cui fuoco lento semplifica lo spazio, eco d’ una voce chiusa nell’inconscio che risale dall’oltre.
Là dove sta l’ansia di vita, l’ansia di morte, là dove si fa tutto doppio e leggero
Pesante come il cerchio di un anello d’oro fino –
Là dove non sei sicuro di sapere se esisti
Là dove odi fiabe uscire dalla pietra, molle come una palude
Là dove vuoi divenire un segno, un fossile, una foglia, a testimone del mistero dei tempi –
Là dove una sola scheggia di te basterà ad abbattere un muro
E nel verde silenzio crescerà il filo di Arianna che lega esperienza e intuizione.

“LA CITTÀ”, DI PACO SIDNEY SILVESTRI

La città

di Paco Sidney Silvestri

La nascita di mio figlio portò con sé una valanga di problemi prima inimmaginabili.
Eppure non li vedevo.
Non erano legati al bimbo, ma agli intoppi quotidiani che ne complicavano la gestione. Permessi negati al lavoro, medici superficiali, orari sballati, tutte noie risolvibili con un buon conto in banca che a me mancava.
I pensieri mi portarono a pregare. Era la preghiera più antica dell’Uomo: pregavo Dio o chi per lui di darmi le risorse necessarie a provvedere al mio bambino.
Ogni sera.
Più pregavo però, più le avversità aumentavano. Continua a leggere

Occhi chiusi

di AMBRA STANCAMPIANO

ambra

Sono nato in una terra magica, su cui un antico dio greco ha stabilito la sua fucina e si incontrano due mari di due colori diversi.
La mia isola e le sue sorelle portano il nome del vento, i miei occhi sono cresciuti alla luce di paesaggi verdi e gialli, le mie orecchie al ritmo dello scrosciare delle onde e del frinire dei grilli, le mie mani tastando spiagge fine e pietrose, il mio naso indagando i sentori aspri del mare, del mirto e delle scogliere. Vivo nella casa più vicina al vulcano nero, lontano dal paese. Continua a leggere

Lettera da Berlino

berliner fenster

di Stefanie Golisch

In questa città di laghi e alberi, di morbido terreno sabbioso non può succedere
nulla di male.
Il bosco protegge gli uomini che credono in esso: la sua antica sapienza,
la sua forza di sopportare tutti i mali.
Il bosco come teatro di guerra, teatro d’amore, luogo intimo di maghi e
di ibridi che vivono nella logica incontestabile di miti e fiabe.
Forse un tempo erano loro i padroni del mondo,
forse sono morti, forse il loro tempo presente non può finire.
Vado per il bosco con passo leggero, fiduciosa.
La luce respira lentamente, respiro lentamente anche io, silenziosa nel silenzio,
eppure sempre io, pesante di vita, condannata ad essere tante cose, tutte
contemporaneamente.
Mai come gli alberi, destinati ad essere sempre e solo se stessi.
Loro non hanno bisogno di me.
Loro sono, io vedo, mi vedo, faccio, mi vedo fare, penso, mi vedo pensare.
Una passeggiata mattutina carica di sogni notturni e realtà luminosa,
leggera che mi vuole altrettanto leggera.
So distinguere.
So troppe cose. Continua a leggere