Le castagne

di Raffaela Fazio

Era ancora buio. I suoi sensi intorpiditi. S’incamminò verso la curva e vide spuntare due fari. 

“Sali, vieni!” Elaine, di buon umore come sempre, cominciò subito a chiacchierare del più e del meno. 

Warren le guardò le mani sul volante. Spiccava una fede lucida, che probabilmente si sarebbe sfilata a fatica. Gli piaceva, gli piaceva passare un po’ di tempo con lei ogni mattina, forse anche perché gli ricordava per contrasto quanto sua madre fosse bella. 

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Sergio Calzone. Racconto 2

Prima dei nomi

Una donna trebbiava a mano delle spighe raccolte nella campagna intorno. I chicchi cadevano in un canestro e lei, svelta, gettava lo stelo nudo alla sua sinistra, su un cumulo che, da piccolo che era, si spargeva prima all’intorno e poi cresceva, man mano che gli strati si sovrapponevano.

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Sergio Calzone. Racconto 1

Lo scarto

È per loro che scrivo. Quelle vite così brevi, così facili da dimenticare. Sono l’unico essere nell’universo che ancora se li ricorda, a parte Dio.

J. M. Coetzee, Mattatoio di vetro

Finalmente sembra che rannuvoli: c’è del nero dietro i pioppi del canale e può essere che oggi butti giù un po’ d’acqua. La terra è una crosta sempre più dura, tanto che da giorni non mi riesce più di cavarne un lombrico e mi riduco a semi, a erbe e a qualche cavalletta presa appena dopo l’alba, quando non saltano ancora.

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Il ritardo

di Raffaela Fazio

Un soffio più freddo gli sfiorò il collo. Prima di chiudere il finestrino, Dario inspirò l’odore delle nubi cariche che si afflosciavano sugli alberi della periferia, a peso morto ai lati della strada. Le mani sul volante gli sudavano. In macchina aveva l’abitudine di indossare guanti di pelle per guidare, ma quel giorno li aveva scordati. 

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LA BUONA NOVELLA DI FABRIZIO DE ANDRE’ SECONDO IL RACCONTO DI JONATHAN GIUSTINI

Un bel giorno dei tuoi quattordici anni, camminando per strada, lungo un viale alberato, sotto un piccolo cespuglio, noti venti euro piegati come un piccolo fazzoletto colorato 

Puoi farci alcune cose con venti euro: non troppe a dire il vero. Ma alcune puoi farle sicuramente. Tu che sei un giovane curioso e con echi di voce e di paterni racconti, decidi di entrare in un vecchio negozio di dischi. Bighellonando per la città ne trovi alla fine, faticosamente, uno, tra i pochi rimasti. Vende dischi usati. Qualcuno ti ha detto, magari lo hai letto su internet, che stanno tornando di moda.

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Sotto la grande nuvola bianca #4 (Come il Kiwi salvò la foresta)

Sotto la grande nuvola bianca.
(Un ciclo di brevi excursus su passato, presente e futuro della Nuova Zelanda e dei suoi abitanti)

In questi tempi di Covid-19 vi propongo uno dei più famosi miti maori, per ringraziare tutti quelli che, scendendo oggi nel sottobosco, stanno ancora una volta salvando la foresta.

Un giorno, Tāne (figlio di Rangi – il Padre Cielo – e Papa – la Madre Terra) stava camminando nella foresta quando si accorse che i suoi figli (gli alberi) crescevano verso l’alto ma si stavano ammalando alla base, divorati dagli insetti del sottobosco.
Decise allora di chiedere aiuto a suo fratello Tanehokahoka, che chiamò al raduno gli uccelli.
“Qualcosa sta uccidendo i figli di mio fratello Tāne” disse Tanehokahoka. “Ho bisogno che uno di voi scenda dai rami più alti della foresta e vada a vivere sul terreno per salvarli e salvare al tempo stesso la vostra unica casa. Chi si offre volontario?”
Nessuno degli uccelli rispose.
Tanehokahoka si guardò attorno e riconobbe il Tui.
Tui” chiese, “lascerai tu i rami più alti per andare alla base della foresta?”
“Il Tui guardò verso le cime degli alberi e vide il sole luccicare tra le foglie. Poi guardò il sottobosco e vide la terra fredda, scura e brulicante d’insetti. Continua a leggere

Una motoretta, una mucca, Ferdinando e gli altri

di Barbara Pesaresi


Era la nostra Poderosa, una scoppiettante motoretta verdolina dall’anima ribelle che in salita toccava scendere e spingere.
Per mia madre era una festa salirci sopra e allontanarsi per qualche ora da un contesto familiare un po’ opprimente; caricava me sul sellino posteriore e via a gran velocità, si fa per dire, in campagna dai nonni. All’epoca, sottostavo svogliatamente a quelle fughe perché mi distoglievano dal mio passatempo preferito: avventurarmi in bicicletta in scorribande solitarie per le strade del quartiere.

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“Lunga notte nella Petite Passe”, racconto di Lino Pastorelli

Lino Pastorelli, “Lunga notte nella Petite Passe”

A J.C., con riconoscenza

– Guarda un po’ quanto manca, va’! ‘Sto Loran lampeggia, non prende… ne puoi fare regate, funziona un cazzo qui! –
– Quella piastra di massa, scommetti? Comunque quello lì è il faro del Titan, ce lo lasciamo a dritta e filiamo giù fuori delle isole, il temporale arriva da terra. Se non fa scherzi per le due entriamo a Tolone –
Il lampo ammicca vicino, intenso. Gian armeggia con la bussola, il compasso punge la carta umida. Continua a leggere

L’alberello dei limoni

di Paola Renzetti

A chi mai può interessare la tracciabilità di un alberello di limoni, venduto a una ragazza in gonna rosa? Non ci saranno tante avventure per un alberello da vaso, che non può deambulare in lungo e in largo, anzi è proprio impossibilitato a farlo. Ognuno trova il suo posto nella vita, si dice con una certa sicurezza, senza pensare a quello di chi l’ha avuto assegnato fin dalla nascita e non può in alcun modo mutarlo.

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Emilio Grollero, Perché non vadano mai via. Corale per Laigueglia

 

Perché non vadano mai via. Corale per Laigueglia di Emilio Grollero
di Giorgio Morale

Vuoi una storia breve ma bellissima o una storia lunga ma mediocre?”. Questa è la domanda di Ghiermo ai nipoti in Perché non vadano mai via. Corale per Laigueglia (La vita felice 2018) di Emilio Grollero. Bisogna dire che l’autore ci dà quello che noi preferiamo, un libro di storie brevi ma bellissime. Continua a leggere

“La carta del burro”, di Paola Maccario

Estratti da La carta del burro di Paola Maccario (ed. arabAFenice, 2019)

LA CARTA DEL BURRO

Prologo

In una Livorno di inizio novecento, due giovani, Iole ed Egisto si innamorano: lei è di religione cattolica, lui di religione ebraica, l’unione è osteggiata dalle famiglie ma ai due giovani non importa della religione, sono spiriti ribelli, Egisto si dichiara apertamente anarchico.

Un giorno d’estate decidono di fuggire insieme, scelgono Genova perché lì Egisto può facilmente trovare lavoro ai cantieri navali Ansaldo dato che è un disegnatore tecnico alla San Giorgio di Livorno.

Una convivenza di inizio secolo è uno scandalo cui prima o poi devono porre rimedio, almeno con una unione civile. Da questa unione  nascono quattro figli: Lida, Leda, Antonio e Alcibiade. Continua a leggere

Momo di Yasmin Khadra (Italia, 2002)

Quando sono nata, Momo aveva 19 anni.
Momo era malato.
Momo mi odiava tanto.
Quando aveva i suoi attacchi di isteria, vedeva in me la vittima delle sue carneficine.
Momo soffriva tanto.
Quando usciva fuori di sé, niente poteva trattenerlo.
Momo ha combattuto una di quelle guerre che ti lasciano cicatrici profonde.
Quando apparivo alla sua vista, buttava giù ogni cosa avesse davanti.
Non mi sopportava.
Momo, però, aveva un cuore grande.

Anni dopo Momo guarì dai suoi attacchi nevrotici.
Riprese a sorridere, a vedere il mondo con mille occhi diversi.
Non mi odiava più. Anzi, mi viziava da morire.
“È per ripagarti di tutte le ingiustizie che ti ho fatto”, diceva lui.
Aveva un sorriso grande ma gli occhi segnati dalle vicissitudini.
Momo era cambiato, era diventato migliore ma dentro di lui il rimorso di aver vissuto una vita fuori dalle righe non lo lasciava in pace.
Nei momenti di vuoto, Momo piangeva.
Le lacrime di Momo erano lacrime dense, di un uomo che non accettava il suo passato.
Ma il passato non è che puoi decidere se accettarlo o no. Devi imparare a conviverci.
Momo non ci è riuscito. Continua a leggere

“Notturno con sax”, di Rossana Pavone

Notturno con sax

di Rossana Pavone

Aveva imboccato per caso il viottolo in discesa e la vecchia moto che lo accompagnava da tanti anni sembrava scegliere autonomamente il percorso migliore su quel terreno sconnesso.

Arrivato alla spiaggetta compì l’unico consueto movimento con cui, smontando, appoggiava il mezzo al cavalletto. Questa volta, però, non c’era nessuno da aiutare a scendere dalla sella.

Sfilò il casco e si avviò seguendo i suoi passi. Non si accorse del respiro cadenzato del mare, né delle cicale che avevano ritrovato il ritmo del loro canto, l’ultimo prima del calare della notte, interrotto dal rombo estraneo di quel motore sconosciuto e potente.

Si era lasciato cadere sulla sabbia, stordito dall’assenza dolorosa che aveva preso il posto dei suoi pensieri. La sua figura era in contrasto stridente con l’armonia di quell’angolino riposto, abbracciato dalle rocce ancora tiepide di sole, lambito dal mare già tremolante dei riflessi della notte. Dopo un tempo indefinito si rialzò, allacciando meccanicamente il giubbotto, con passo rigido e cieco raggiunse la moto fedele, l’avviò col gesto noto e si allontanò accompagnato dal rombo basso del motore.

Non notò la piccola abitazione abbarbicata alle rocce, dello stesso colore, in perfetta sintonia con esse, che apriva piccole finestre da cui trapelava una luce. Non sentì muovere un’imposta, né scivolare leggero un gatto ritagliato nel colore della notte.

La baia tornò silenziosa per poco, per riaccendersi poi del frinire dei grilli che davano, nel buio, il cambio alle cicale.

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EDUCAZIONE SENTIMENTALE #9

di Giovanni Agnoloni

Pubblico questo racconto oggi 3 ottobre, data di nascita, nel1927, di mio padre Giorgio Agnoloni, che è venuto a mancare lo scorso 8 febbraio. Queste pagine, con la sua presenza silenziosa, attestano quello che il suo spirito sta ancora operando in me e intorno a me.

Veduta di Alleghe con il Monte Civetta sullo sfondo (foto di Alex d.b., da Wikipedia, di pubblico dominio)

“Alleghe”

Memorie della mia casa buia, immersa nella penombra lunare, nei riflessi blu cinese di un paesaggio che fuori è ormai spento, non fosse che per la luce elettrica dei lampioni.

Notte fonda, col sonno che tarda ad arrivare e qualche idea che chiede urgentemente di esser messa sulla carta.

Ma io vedo quella finestra, da una parte del salotto, e devo almeno andare ad affacciarmi un’ultima volta. Guardo la strada deserta, color marrone, con la scuola media e il suo cortile illuminato da luci giallastre, che sembra una piazza di Berlino Est prima del crollo del Muro. Non passa nessuno, e deve far freddo, anche se siamo ancora all’inizio dell’autunno.

C’è un che di cosmico e di definitivo, in questo paesaggio, quasi che le immagini color pastello dell’ultima ora del giorno si fossero spogliate dei loro abiti, rivelando, sotto, un’anima nuda.

L’onda lunga dei ricordi lontani e dei sapori che mi hanno lasciato in bocca nell’arco di tutta la vita mi aleggia ancora intorno. Sembra che la mia memoria sia pronta a riceverli. Continua a leggere

“I BISCOTTI AL GINGER”, DI HELENA MOLINARI

“I BISCOTTI AL GINGER”

(dal romanzo Emma di Helena Molinari)

I rintocchi dell’Ora Media non furono sufficienti a destarla, ma la sconosciuta voce di un uomo, l’insistente bussare all’uscio sì, molto dopo, quasi all’imbrunire, a Vespro cominciato d’un feriale sfollato, dove la sua assenza si fece ancor più notare.

«Emma, Emma, apri ! Emma stai bene?»

«Arrivo, arrivo!» Ciao Emma… Padre mi dica…

«Emma, sono padre Eugenio, priore di questa piccola comunità da molto poco.»

«Oh padre mi scusi davvero, il tempo è volato ed io ho mancato i Salmi.»

«Non temere Emma, non sono qui per questo; solo per sincerarmi che tu stia bene, per ascoltare da te il racconto dell’anima e di questo luogo, dove a lungo, mi dicono, tu hai risieduto, quando ancora ero un semplice novizio in cammino. Insomma se vorrai io ci sarò, disse impavido e mosso da quella perfetta letizia tipica del francescanesimo.»

Non una parola di più e rapido ridiscese la scalinata, che ingombra di autunno accompagnò il suo commiato rumorosamente, come un crepitio vivace di fuoco.

Oramai del sole un pallore a glassare di poco quelle tante foglie, nella piazzetta antistante l’alloggio.

Quella visita e quello spettacolo agli occhi la trattennero un po’ sulla soglia, confusa quasi imbambolata, nonostante il freddo fuori. Continua a leggere

La borsa del Cabecita

di Mario Bianco

Dedicato ad un personaggio che compare in Sudeste, magnifico romanzo argentino di Haroldo Conti di recente edito da Exòrma edizioni e tradotto benissimo da Marino Magliani con la consulenza di Riccardo Ferrazzi.

La sacca di Cabecita

È una faccenda successa circa quarant’anni fa nei pressi di Giaveno, una cittadina in provincia di Torino, in località detta Provonda, una cosa di poco conto, tuttavia c’erano stati degli spari, o meglio due colpi di fucile esplosi da un tale anziano, Portigliatti Ettore, detto Gino, non si sa perché.

Il detto Portigliatti era stato ricoverato all’Ospedale San Giovanni Battista in Torino in stato di evidente confusione mentale; risultava essere affetto da uno stato piuttosto avanzato di arteriosclerosi, vale a dire che era in condizioni psichiche molto alterate come confermato dalla signora Merlo Pich Ernesta, consorte del Portigliatti.
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L’autobus

di Roberto Plevano

«In questa Italia apparentemente inferocita capita spesso che i ministri facciano i loro annunci e le loro querele “non come politico, ma in quanto padre”. Commovente richiamo alla tenerezza verso i figli, consigliato dagli esperti di marketing.» Gad Lerner

 
Il padre, figura usata nel lessico pubblico per suggerire affetto, rispetto, reverenza. I padri onorati sono i morti, come i padri fondatori, i padri della patria appunto, o quelli impersonali del codice civile, il diligente buon padre di famiglia. Ma il padre vale come simbolo di autorità, e insieme di integrità morale, soltanto per chi sa che egli troppe volte viene meno ai figli. Vale per chi non vuole indulgere a rassicuranti, e in fondo autoassolutorie, rappresentazioni.
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Il Natale del 2012

di Arturo Belluardo

Il mare esplode.

Scaraventa flutti e cavalloni sulla scogliera.

E’ grecale, maestrale, tramontana, libeccio, il sapere antico di distinguere i venti dalla cengia delle onde non mi appartiene: se affondo un dito in bocca e lo espongo alle correnti grondante saliva, gela ovunque e non mi dà indicazioni.

Vorrei vedere adesso i grandi marinai esperti, gli svelatori dallo sguardo socchiuso a valutare queste onde: impazziscono da tutti i lati, sotto costa una lastra bianca di schiuma.

“Sembra ghiaccio” mi dice mia figlia, il dreadlock solitario che volteggia nel vento, le lunghe ciglia socchiuse alla meraviglia del mare violento.

Il mare esplode.

Le onde si spaccano sulle rocce calcaree in boati, deflagrano in scoppi salini che atterriscono, la pelle ti si arrotola sulla carne, i peli si strinano, la barba è macchiata di sale anche se siamo in alto, al sicuro tra la nepitella e la cicoria selvatica, tra i sacchi sarbaggi e la sinapa, tra la borraggine e l’origano. I cespugli di mirto stanno per decollare, voleranno in Sardegna e mani sapienti di pastori, isolani come noi, ne faranno elisir di oblio, di memoria perduta. Continua a leggere

P’ngieng (un racconto di Ambra Stancampiano)

Devo assolutamente tornare a casa, qui non posso essere felice.

Purtroppo sarà più facile a dirsi che a farsi, ed io non spiccico una parola da anni. Rendo l’idea?
In effetti rimanere zitta mentre tutti mi fissano ed aspettano che io faccia qualcosa non è molto educato, ma di parlare non mi va. Non saprei cosa dire: da piccola badavo alle capre, mica andavo a scuola. Nessuno poteva immaginare che un giorno sarei stata così interessante, che il mondo intero avrebbe parlato di me. E per cosa, poi.

Quanto rumore, quante ciarle… non ne posso più. Questi vestiti mi prudono e pizzicano da tutte le parti, dentro la baracca c’è caldo e non si sente nemmeno il canto degli uccelli, sovrastato da questo continuo chiacchiericcio in linguaggi che non ho mai sentito e che non m’interessano.

Questi giornalisti sono una manna per mio padre, che fino a ieri si arrabbattava per sfamare le quindici bocche a suo carico e oggi, grazie a me, si ritrova a essere l’uomo più ricco del villaggio. Ancora non ci crede, papà, dice davanti alle telecamere con gli occhi umidi. Ritrovare la propria figlia dopo così tanto tempo… gonfia il petto, gli occhi gli si illuminano: fissa un uomo che, sulla soglia di casa, sta sfogliando un rotolo di banconote per porgerne un paio a mio fratello maggiore, di guardia sulla porta.
I vicini lo guardano con un misto di pena ed invidia: nessuno vorrebbe essere al suo posto, con una figlia in quello stato; ma tutti quei soldi, tutti questi stranieri, chi li aveva mai visti?
Ogni giorno decine di jeep sfidano il deserto e la giungla paludosa e arrivano da Phnom Penh, cariche di gente che vuole vedermi. Tutti i giovani di Oyadao stazionano davanti alla nostra capanna da giorni e cercano di farsi notare dai turisti per mettersi al loro servizio, lanciando fischi, blaterando qualche parola in inglese insegnatagli dai nonni e sovrastandosi l’un l’altro con la voce o venendo alle mani. Le anziane, riunite in capannelli davanti ai fuochi per il cibo o ai lavatoi, scuotono la testa e borbottano contromaledizioni; la febbre dello straniero sembra aver colto tutti.
Tutti, tranne mia madre: lei non ha occhi che per me.

Mia madre ha occhi grandi e stanchi, ma pieni di allegria. Continua a leggere