Intervista a Salvatore Ritrovato

In poesia, l’ “io” è sollecitato da più parti: bersagliato da alcuni come spia rossa autoreferenziale, è accolto da altri come passaggio obbligato. All’ “io” tu hai dedicato una poesia, che apre in maniera significativa “La casa dei venti” (Il Vicolo Editore, 2018). Là scrivi: “Non lascia di sé figura né volume, ma un incrocio/ di linee in fuga del paesaggio che lo innerva./ Tante braccia protese a saluto.” L’ “io” di cui parli assomiglia a un territorio aperto, proteso verso l’alterità, non definito da confini, ma attraversato da un reticolo di percorsi. È così? Questo “io” non è in fondo sia il paesaggio che il viaggio stesso? 

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Intervista a Giovanna Amato

Intervista a Giovanna Amato

“Sapere che non si scrive per l’altro, sapere che le cose che sto per scrivere non mi faranno mai amare da chi io amo, sapere che la scrittura non compensa niente, non sublima niente, che è precisamente là dove tu non sei: è l’inizio della scrittura”. Questa citazione di R. Barthes da “Frammenti di un discorso amoroso” è messa ad esergo del tuo libro “L’inizio della scrittura” (Fusibilia Libri, 2018), che è una raccolta di poesie d’amore. Si tratta di un’affermazione forte, che ha il coraggio di metterci di fronte alla tensione tra vita e scrittura. Una tensione che tu riprendi chiedendoti: “Eppure perché il verso più perfetto non vale/ l’occhiata che ci siamo date sul fondo delle scale?”. Prima di entrare nel merito della raccolta, vorrei che tu rispondessi a questa domanda: perché, secondo te, si scrive?

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Intervista a Fabrizio Bregoli

Per farti parlare della tua idea di poesia, ho scelto alcuni versi contenuti nell’ultima raccolta che hai pubblicato, “Notizie da Patmos” (La Vita Felice, 2019). Mi piacerebbe che tu partissi da questi, tratti da tre poesie del libro: “Io invece preferisco la poesia,/ la scienza bellicosa del disarmo./ Quel suo sparare a salve/ per non fallire un colpo”. E ancora: “Sovvertire gli assiomi, curvare/ e avvicinare i mondi: in fondo, a questo/ serve la poesia”. Infine: “La poesia non cambia nulla/ è il nulla che la cambia. La fa possibile”.

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Intervista a Maria Clelia Cardona

C’è un nome che spicca tra coloro che si sono occupati della tua poesia: Mario Luzi scrisse la prefazione alla tua raccolta di versi “Il vino del congedo” del 1994. Quali elementi della tua poesia lo avevano colpito e qual è il suo lascito nella tua vita a livello umano e letterario?

Nel Vino del congedo molte poesie erano di argomento mitologico, nel senso che mi ero proposta di dare la parola a personaggi femminili del mito o della storia lasciati in ombra da una soverchiante presenza maschile. Euridice, Calipso, Persefone, Danae, Psiche, Lilith; e poi Santippe, la moglie di Socrate. Parlandone nella sua Introduzione Luzi scrive: “Ecco, mi dicevo, come il mito e i passi della classicità possono essere assunti di nuovo nella circolazione del sentire attuale, non come ricuperi o reperti o citazioni ma come immedesimazioni sostanziali della continuità univoca dell’umano. … il mito cessa di essere mitologico e la soggettività emotiva della Cardona invoca quel paragone come presente perennemente coevo alla sofferenza umana, e dunque alla sua.”

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Intervista a Giancarlo Pontiggia

Giancarlo, parlami delle ragioni al fondo della tua poesia, di cosa ti ha spinto a iniziare a scrivere, e di cosa ha influenzato maggiormente la tua scrittura.

Non c’è alcuna forma di vocazione nella mia vita. Se mi volgo indietro, e ripenso alla mia giovinezza, e prima ancora alla mia infanzia, non vedo alcun momento in cui abbia detto a me stesso: voglio essere un poeta. A dire il vero, non ricordo di aver mai espresso alcun pensiero su quel che avrei voluto essere. Ero solo un bimbo che amava la vita nei suoi aspetti più semplici: correre tra i campi, contemplare un cielo, dormire, sognare, oziare, giocare tutto il pomeriggio a pallone, fino allo stremo delle forze. Come tutti i bimbi, avevo anch’io i miei campioni: il primo fu Nencini, ruvido e ardimentoso, come un eroe omerico, al Tour del ’60; poi Rivera, che pareva giocare come in sogno, disegnando geometrie magiche con la naturalezza di chi può fare tutto; Mariolino Corso, con le sue punizioni a foglia morta, il suo sinistro estroso, che infiammava anche chi, come me, interista non è mai stato; e Felice Gimondi, «il mio campione» per sempre. Leggevo poco, eppure sentivo il battito ansioso – quasi timoroso – delle cose, il loro disarmato oscillare, tra rovina e bellezza, in quella sperduta compagine di mondo in cui mi era capitato di vivere: strano, misterioso miscuglio di foglie e di erbe, di bestie e di cieli. Le «parole remote» del mio primo libro vengono dai pomeriggi di un Sessantuno qualsiasi, «quando / le mattine si disfano con il sole / già grande, cresce il meriggio cieco, e / più buie ombre declinano sul mondo». Ma tutta la mia poesia, in fondo, è in quel sentire estivo, in quel fruscio di ore sonnolente e bruciate, di sentieri ombrosi, di temporali improvvisi che scuotono il metallo del cielo. Sono parole che stavano già dentro il cuore di una spiga, nell’odore stordente dell’uva americana, o nell’irrompere improvviso di un leprotto su un sentiero di robinie, che è l’immagine da cui è scaturito il mio ultimo poemetto (Animula, in Voci, fiamme, salti nel buio, 2019): semi ancora avvolti nella scorza di un lungo sonno, ma pronti a sbocciare un giorno, se mai qualcuno avesse voluto prendersene cura. Nessuna rivelazione: solo un sentimento di vita ancora alle sue origini, che a un certo punto si è tradotto in parole. 

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Intervista a Paolo Ruffilli

Forse non ricorderai questo fatto, ma nel dicembre del 2013, in uno scambio privato, ti avevo chiesto: “Quali sono i pensieri che ti piace seguire? E quali sono quelli che aprono capillari d’irrequietezza?” Mi avevi risposto: “Direi che la maggior parte dei pensieri mi portano in genere verso l’inquietudine, che è poi l’energia che mi spinge a scrivere. Il che non vuol dire che non ci siano momenti distensivi e perfino di pace, che nella mia esperienza si legano quasi sempre alla pratica del vuoto consigliata dal taoismo…” Oggi vorrei che tu tornassi su queste due parole: inquietudine e vuoto. Cosa rappresentano nella tua vita e nella tua scrittura?

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Intervista a Massimo Morasso

Ti conosco come una persona dedita alla cultura a trecentosessanta gradi. E ho come la sensazione che la tua non sia solo una passione, ma una vera e propria “vocazione”. Quale significato attribuisci a questa tua attività letteraria? E cosa potresti dire, come scrittore, sul senso della letteratura in generale?

Esistono tante vocazioni, a questo mondo. Quando uno sceglie la letteratura come vita, tale scelta è già in sé una reazione contro il caos e la barbarie, un’attestazione di disponibilità alla militanza quotidiana per la salvaguardia dei valori spirituali. 

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