Letture amiche (con sorpresa): Chiedi scusa alla guerra, di Alessandro Morbidelli

csagPer la serie letture amiche oggi parlo di un libro speciale, che mi sento onorata di aver letto così precocemente. In che senso precocemente, viene da chiedersi? Lo spiegherò in seguito. Intanto vanno detti titolo e autore. Si tratta di “Chiedi scusa alla guerra”, di Alessandro Morbidelli.
Il romanzo è il seguito del fortunato noir del 2010 Ogni cosa al posto giusto pubblicato da Robin Edizioni, ma in qualche modo può essere letto anche come libro a sé. I riferimenti alla storia precedente si spiegano in parte nel dipanarsi della trama; io però consiglierei la lettura di entrambi, nell’ordine di scrittura. Continua a leggere

Letture amiche: L’uomo che voleva farsi strega, di Francesca Garello

luomo-che-volle-farsi-stregaPer la serie Letture amiche, oggi voglio parlare di un insolito libro di racconti: L’uomo che volle farsi strega, di Francesca Garello, Homo Scrivens editore, pubblicato nel 2013. Che sia insolito, credo che basti il titolo a supportarlo: qui ci troviamo di fronte a racconti molto strani… Insomma, si sa che è difficile parlare di una raccolta di racconti, forse mi spiego meglio chiacchierando dei singoli brevi testi che essa racchiude e che, lo ammetto, mi hanno divertita da matti. Continua a leggere

Letture amiche: “L’acqua tace”, Pelagio D’Afro

l'acqua taceMi fa piacere riprendere una vecchia abitudine persa solo per mancanza di tempo, non per mancanza di volontà o di materiale. L’abitudine, mantenuta per anni, di mettere nero su bianco le mie impressioni di lettura. Alcuni libri, infatti, non lasciano niente dopo la parola fine. Altri invece fanno pensare. Alcuni divertono, altri commuovono. Talvolta, pescati nell’immane offerta di questi anni, pur essendo stati graditi si finisce con lo smarrirne la memoria, ed è un peccato. Me ne sono resa conto quando un’amica mi ha chiesto di parlarle di un paio di romanzi che, come io stessa le avevo detto, mi erano piaciuti molto. Sì, però, a raccontarli… quasi non ricordavo più niente, a parte il fatto che mi erano piaciuti. Un po’ poco, certo. Ecco perché, tempo permettendo, vorrei riprendere questa sana abitudine. Una volta che hai scritto, la memoria resta (scripta manent, dicevano gli antichi) e se qualcuno domani mi chiedesse un parere su qualcosa che ho letto potrei rimandarlo al… link apposito. Continua a leggere

TRA PAPI E FIDANZATI

Ho quasi avuto più papi che fidanzati. Da che sono nata mi hanno accompagnata nel mio cammino ben 5 papi, l’ultimo fresco di nomina. I fidanzati veri, cioè quelli seri, non semplici filarini, sono stati invece… bè, meno.
Al momento della mia nascita era da poco asceso al soglio di Pietro Papa Montini, ossia Paolo VI. Per la precisione solo quattro mesi prima della mia venuta al mondo, così che lui era giusto lì ad accogliermi, e per una quindicina d’anni è rimasto al suo posto. Continua a leggere

PENSIERI DI PIPISTRELLO

Mi sveglio e subito sono pronto. Le dita si tengono ben salde, mentre sto felicemente a testa in giù e distendo le ali. Ho una certa fame, ma sento ancora il calore del sole sul corpo e mi rendo conto che c’è anche luce. Non troppa, credo che siamo verso il tramonto.
Non ho il dono di una vista acuta, come tutti i pipistrelli, ma non me ne sono mai lamentato. Perchè mai dovrei farlo? Distinguo comunque la notte dal giorno e mi basta.
Io «vedo» anche senza vedere, non mi sfugge nulla. Continua a leggere

SENZA QUALCOSA

Si diffonde la musica nel teatro, le luci soffuse e le note in libertà segnano l’inizio dello spettacolo. Il balletto iniziale ogni volta stupisce. Stavolta fa qualcosa di più: commuove.
Una figuretta snella appare nella penombra, e la luce della ribalta è subito per lei, che inizia la sua danza. È una farfalla, si libra sul palco circondata da una chioma di bellissimi capelli ricci che le arrivano alla vita. Assurdamente ci si chiede come farà a pettinare quel prodigio, e come farà, la farfalla, a fare tante altre cose. Perchè lei vola, sì, e danza, ma senza ali. Continua a leggere

L’onore dei Kéita di Moussa Konaté: un afro-noir

Mi è stato chiesto di leggere un libro e io l’ho letto, incuriosita perchè mi è stato presentato come un noir africano. Un afro-noir, per dire; insomma, un nero che più nero non si può. Imperdibile.

Ho cominciato ad amare l’Africa, letterariamente parlando, quand’ero più giovane, grazie a Wilbur Smith e ai suoi incredibili romanzi, ma al di fuori di Smith non avevo avuto modo di leggere altro. Questa è stata l’occasione.
Il libro che mi hanno suggerito si intitola L’onore dei Kéita, di Moussa Konaté, pubblicato da Del Vecchio. Il nome dell’autore, il titolo e perfino la copertina parlano subito di Africa, perciò mi sono sentita molto bendisposta. Del resto ho una predilezione, una delle tante, per la letteratura straniera, quando per straniero s’intende qualcosa di molto lontano e diverso. Cinese, giapponese, finlandese, russa, israeliana… tanto per capirci. Continua a leggere

I GIORNI DELL’ARCOBALENO: ricordi di scuola

La mamma accompagnava la bambina al suo primo giorno di scuola. Andavano a piedi, in una splendida mattina di ottobre del sud. Era la fine degli anni Sessanta: il futuro era lontano per la bambina, a scadenza molto più breve per la donna, ma intanto entrambe si avviavano inconsapevoli come per una tranquilla passeggiata fra le strade cittadine, insieme, mano nella mano. Gli ingorghi del traffico cittadino erano solo una fantasia degli anni a venire che, di lì a breve, l’austerity avrebbe per giunta censurato. Nel frattempo, durante il tragitto casa scuola le raccomandazioni si sprecavano. La mamma diceva alla bambina che doveva lasciarla a scuola, ma poi sarebbe ritornata a prenderla, non doveva mettersi a piangere. Conosceva bene la sua piccola, sapeva quale sarebbe stata la sua reazione nel trovarsi sola e voleva aiutarla a difendersi dall’eccesso di sensibilità. Meno di una decina d’anni dopo, andandosene definitivamente e dolorosamente, non avrebbe avuto il tempo di fare lo stesso, e non sarebbe mai più tornata a riprenderla né a consolarla della sua assenza. Continua a leggere

La Multa

All’incrocio c’è la pantera della stradale con una preda fra le fauci. Mi fermo allo stop, con religioso scrupolo, e osservo.

L’incrocio in questione è di quelli strategici, più centro che periferia, ma nel cuore della città sembra improbabile che possano verificarsi grosse mancanze da parte degli automobilisti. Il traffico congestionato limita le follie di piloti in delirio di onnipotenza.

In questo punto tuttavia ci sono una pista ciclabile, a ostacoli, un senso di marcia obbligato, segnalato da una freccia bianca in campo azzurro nel tempo diventata invisibile agli esseri umani, una rotatoria che sembra stare antipatica ai più e che quindi viene di regola snobbata, e un passaggio a livello per trenini fantasma transitanti per gli stessi binari delle auto nelle ore di punta. Non bastasse, nel quartiere dimora stancamente la sede dell’azienda sanitaria locale, uffici e ambulatori. L’umanità sofferente e affaccendata ogni giorno si reca all’appuntamento con una burocrazia che, nel tentativo di essere generosa, spesso è solo kafkiana.

Insomma, volendo, qualcuno un’occasione di peccare, automobilisticamente parlando, la potrebbe sempre trovare. Continua a leggere

TERRONI, di Pino Aprile (e l’Unità d’Italia secondo me)

Voglio dire anche io la mia sui festeggiamenti per l’unità d’Italia. Ricorrono i 150 anni dell’unificazione, non si parla d’altro, se si escludono brutti fatti di cronaca e i raccapriccianti e nauseanti particolari dei vizi privati (si fa per dire) di certi uomini pubblici. Quando alla fine si riesce a parlare dell’importante anniversario mi scopro a cercare, nei miserevoli comportamenti di una classe politica per lo più inetta ed egocentrica, qualcosa che somigli a delle motivazioni vere, a dei sentimenti sinceramente unitari e non frammentaristi. Ma vedo che in generale non esistono, o sono palesemente forzati. Come se l’unità nazionale fosse tutto meno che vera.
Un libro letto tempo fa mi ha fornito delle ipotesi sul perchè in fondo davvero uniti non lo siamo mai stati.

Ho letto Terroni (sottotitolo: “Tutto quello che è stato fatto perchè gli italiani del Sud diventassero meridionali”), di Pino Aprile, giornalista che conoscevo già di fama in quanto in passato scriveva per un noto settimanale per famiglie. Il libro, alla quindicesima ristampa, per copertina ha la significativa immagine di un’Italia meridionale rovesciata, con la Sicilia quasi per cappello. A me ha fatto un po’ impressione a vederla così. Però se ci penso mi pare che il disegno simbolico sia più reale della realtà geografica. Continua a leggere

La casa dello scrittore

Ho visto la casa di uno scrittore, in un pugno di fotografie. Non è una casa. È un rifugio per la mente, una culla del pensiero. Di casa ha poco: le pareti, le finestre, il pavimento… ma le pareti sono spoglie, le finestre prive di tende, il pavimento bianco e freddo. Non è una casa dove abita un corpo, ma un luogo dove vive una mente.
Complementi d’arredo: librerie immense e libri. Libri ovunque, la casa stessa è un’unica libreria. Libri sul pavimento, sul comodino, sulle scrivanie, in bagno. Librerie a parete o a scaffali stracolmi, testi difficili, meditazione, parole che evocano altre parole, vero nutrimento per anima e intelletto. Ma non per il corpo. Continua a leggere

CINA (NATALE DEI POPOLI, ROVERETO 2010)

Trascinava una valigia più pesante di lei. Salì sul treno con fatica mentre Nico la osservava. La ragazza cinese sedette di fronte a lui, tenendo accanto a sé la valigia.

Il treno si mosse. Lei guardò fuori dal finestrino. Gli occhi a mandorla saettavano inseguendo il paesaggio che fuggiva. Era esile e giovane, 18-20 anni, forse: i cinesi sono misteriosi anche nella persona, pare abbiano un’età unica buona per decenni. E saranno anche tutti uguali, ma una carina così Nico non l’aveva mai vista. Qualcosa gli si mosse dal petto allo stomaco, passando per una difficile deglutizione. A 16 anni non si crede ai colpi di fulmine, li si vive.
Il cellulare della cinesina emise una dolce suoneria esotica. Lei parlò nella sua lingua, guardando ancora fuori. Da sotto la frangia rotolarono, senza ostacoli, piccole perle umide. La voce ora tremava.

Nico non sapeva chi ci fosse al di là del telefono, se uomo o donna. Vedeva le lacrime e non le sopportava. Il cuore si spezzò, si ricompose e batté con furia. Nella testa la visione di un Paese inimmaginabile, profumi e colori sconosciuti. Pensò che un piccolo pezzo di quel mondo era nella grande valigia, solitario e irrinunciabile.

Era arrivata, la conversazione finita. Si alzò, riprese il bagaglio, ma prima Nico le porse un fazzoletto e un sorriso; sulla piccola mano scrisse il proprio numero di telefono.
Ciao, le disse.
Lei schiuse le labbra a un sorriso d’oriente.
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AMORE MIO BELLISSIMO…

Amore mio bellissimo, lascia che te lo dica: sei stupenda! Sei una mattina d’estate, sei il sole che tramonta nel mare, sei quanto di più incantevole esista al mondo. Ma quanto mi costa quel tuo essere così bella.

Ti aspetto qui sul nostro letto, impaziente, al termine di una lunga giornata senza te. Mi hai detto:
“Mi do una rinfrescata e arrivo, amore. Poi sono tutta per te.”
E io ti vedo, dal profondo dell’immaginazione e del mio conoscerti, nonché dalla consistenza forzatamente leggera del mio portafoglio. Ti vedo, così bella per me, spendere da pazzi per esserlo ancora di più, in un’assurda sfida al tempo che passa.
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UN PICCOLO, GRANDE, SPINOSO AMORE

Di certo erano una coppia. Forse una famiglia.

Forse erano appena innamorati, oppure lui era da un po’ che corteggiava lei. E lei, chissà, aveva fatto la ritrosa, o magari aveva deciso di cedergli presto.

Lui probabilmente l’aveva inseguita nel bosco, di notte, al chiaro di una luna piena e complice. Perché lei è una romanticona e lui lo sa, e sa anche che il corteggiamento è un preciso, piacevole dovere che gli compete. Continua a leggere

LA VALIGIA

L’uomo trascina l’enorme valigia con evidente difficoltà. Dev’essere pesantissima, non riesce neppure a sollevarla da terra, la sospinge a fatica. La valigia ha le ruote, ma sobbalza sull’asfalto irregolare della stazione e sul marciapiede tenta di fare inciampare il suo proprietario. Nel salire e scendere dei sottopassaggi il percorso si complica. Lì le rotelle servono ancora meno. Si rischia la travolgente mutazione in una valanga che precipitando faccia marmellata della massa multietnica, multianonima, multifrettolosa, multipreoccupatadiperdereiltrenooprenderequellogiusto che popola, sia pure per il tempo di un’istantanea, ogni scalino. Ma il contenuto della valigia non merita di essere sparpagliato insieme a decine di mutande, abiti, stracci e souvenir qualsiasi. Perciò, l’uomo si sobbarca rassegnato la sfacchinata e in qualche modo trasporta la valigia: giù per i gradini, su per i gradini. Poi via, sulle rotelle, fino al binario giusto e al treno giusto. Sul quale può finalmente issare, con grande sforzo, quel gran bagaglio che è la sua vita. Continua a leggere

Anche io mangio

Alto, con le spalle curve di chi porta il peso di molti inverni. Una certa distinzione nel modo di muoversi, sebbene appaia malfermo sulle gambe. Indossa sopra abiti lisi un vecchio cappotto color cammello, decisamente corto per lui, elegante sì, ma in altre epoche.

Parla fra sé non chiedendo ascolto, non attendendo risposte. Da tempo nessuno lo ascolta. Continua a leggere

LETTERA DI PROTESTA

Ho ricevuto questa lettera di protesta che mi ha parecchio colpito e ho pensato di renderla pubblica. A (piccola) espiazione della mia colpa.

Gentile Autrice, chi ti scrive, con qualche difficoltà a causa di arti non predisposti a tale faccenda, è un rappresentantedella specie equina che tu non hai mai preso in considerazione nei tuoi racconti.                  

Il mio nome è Romeo, e sono un mulo.    

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Vita da gatto.

Roberta, detta Bobbi, tornava a casa dal lavoro come tutte le sere, un lunedì sera uguale agli altri. Al solito, era stanca e nervosa. Fare la cassiera in un supermercato non era mai stata la sua più grande aspirazione, ma aveva dovuto accontentarsi. Senza un titolo di studio, se si esclude la licenza media obbligatoria, quasi trentenne, con una prestanza fisica non proprio da top-model, non aveva avuto molte scelte. Il fatto era che stava per troppe ore alla cassa, alle prese con freddi conti, a maneggiare arido denaro di proprietà altrui, sbirciando a malapena quei visi anonimi incattiviti dallo stress e ansiosi di correre altrove. Non ne poteva più. Le sembrava d’inaridirsi anche lei, non vedeva che numeri nella sua testa, non riusciva a pensare ad altro. E dire che anelava a qualcosa di diverso, di fantasioso, leggero e stravagante. Ma cosa? Continua a leggere

Parla un cuore

Ehi, mi senti? Lo senti che ti sto parlando? Sono il tuo cuore e sto cercando da tempo di comunicare con te. Cuore nel senso anatomico, non l’anima o la coscienza o quello che s’intende di solito con questa parola.
Sono io, e vorrei che tu ora finalmente mi ascoltassi. Credo di averne diritto, visto il modo in cui mi hai trattato. Continua a leggere