Riccardo Ferrazzi, N.B. Un teppista di successo

di Roberto Plevano

Ad alcuni esseri umani, assai pochi, tocca la sorte di essere trasformati in mitologie. Ogni evento della loro vita è trasfigurato in un emblema di destino individuale e collettivo, i confini tra i fatti e l’invenzione si fanno confusi, i sentimenti comuni prendono proposito, e forma di forze nell’accadere storico.
L’ascesa al potere e la caduta di Napoleone Buonaparte divennero oggetto di culto, e popolare e presso gli intellettuali, contemporaneo degli stessi avvenimenti.

All’indomani della vittoria di Napoleone a Jena e dell’assoggettamento della Prussia (13 ottobre 1806) Hegel, allora trentaseienne, scrisse all’amico Niethammer: “Ho visto l’Imperatore, quest’anima del mondo, uscire dalla città per andare in ricognizione. È una sensazione meravigliosa vedere un tale individuo che qui, concentrato in un punto, seduto su un cavallo, si protende sul mondo e lo domina… da giovedì a lunedì progressi così grandi (si riferisce ai rivolgimenti politici nell’area tedesca dopo Jena) sono stati possibili solo grazie a quest’uomo straordinario che è impossibile non ammirare”.
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Io sono El Diablo

Una periferia di Bologna inusuale, che sembra una sorta di landa pasoliniana dai toni apocalittici, un po’ deserto australiano e un po’ ritratto iperrealistico dell’Italia e dell’Europa contemporanei, e al suo interno l’Inglese, un finto clochard col volto coperto di cicatrici e una benda nera a coprirgli l’occhio destro, che come molti anni prima di fronte all’Ayers Rock (una storia che fa capolino in questo romanzo solo nei termini di rari flash back) prova “il desiderio irresistibile di entrare nel territorio desertico, e marciare senza fermarsi fino alle profondità del nulla”.
Poi l’incontro con una giovane albanese, Violeta, il cui passato è avvolto come quello dell’Inglese in un mistero intricato, sembra rimettere tutto in gioco: riportare in vita fantasmi che si pensavano sconfitti e aprire squarci su un futuro in cui non si vuole ancora rinunciare a credere.
Il tutto intriso di violenza feroce ed istanti di poesia, riflessioni inaspettate, dialoghi scarni, disperazione, crudo realismo limato con sapienza da slanci di forte immaginazione narrativa, come quando l’Inglese ripercorre gli anni della sua infanzia in un castello della Cornovaglia o nell’episodio in cui la chiave di lettura di una giornata come tante è offerta da un ricordo che si credeva dimenticato.
Nel romanzo Io sono El Diablo (Fanucci Editore, collana Neroitaliano) Mauro Baldrati mescola ingredienti diversi – stile pulp, atmosfere da graphic-novel e crime-fiction da una parte, realismo da reportage ed inquietanti incursioni nel traffico di giovani vite umane dall’altra – muovendosi con agilità tra  Continua a leggere

L’arte contemporanea spiegata a mia nonna


Una nonna e l’arte contemporanea

Guido Michelone intervista Alice Zannoni

 

Nei mesi scorsi esce in libreria un volume dal titolo curiosissimo: L’arte contemporanea spiegata a mia nonna, dove in copertina una ragazza sorridente porge una tela bianca a un’anziana signora altrettanto euforica e pronta a tracciare un solco nel quadrato, alla maniera di Lucio Fontana. L’immagine dà l’idea esatta di un testo a suo modo rivoluzionario e innovatore, dove una giovane studiosa riesce nell’intento di spiegare alcuni fondamentali valori a una persona digiuna della complessità dell’attuale universo estetico. In quest’intervista inedita l’autrice, Alice Zannoni, rivela come riesce in un intento a prima vista impossibile. Continua a leggere

Daniele Maria Pegorari, Letteratura liquida (Manni, 2018)

 

Daniele Maria Pegorari ci invita con le sue Sei lezioni sulla crisi della modernità ad un viaggio dantesco che dall’inferno del Novecento risale alla luce della contemporaneità. Solo che qui non troviamo stelle da ammirare, ma la precaria luminosità della fabbrica dei libri, del totalitarismo della comunicazione, della contumacia dell’autore, della bulimia dell’economia del capriccio. Insomma, l’uscita dal “secolo breve” non ci ha condotto in paradiso. E qualora il benessere materiale conquistato, da qualcuno possa ancora essere considerato un paradiso, scopriamo che questo non è affatto desiderabile, se ci viene svelato come una “variante luminosa del nulla”.

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SUL TAMBURO n.79: Paolo Marati, “Gli indecenti”

Paolo Marati, Gli indecenti, Siena, Melville, 2017

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di Giuseppe Panella

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Perché Gli indecenti come titolo di un romanzo di costume? Perché l’in-decenza come categoria centrale in una riflessione sulla deriva della società contemporanea? Marati riprende alcuni personaggi del suo precedente L’intrusione delle onde anomale (Siena, Barbera, 2014) per raccontare una società in declino che non riesce più a trovare un centro, una direzione, un “centro di gravità permanente”. Soprattutto non riesce più a capire dove vuole andare a parare con i suoi stili di vita, i suoi tic, le sue mode, la sua ricerca di qualcosa di nuovo che la faccia uscire dalle asfittiche pareti del già visto. Federico Galbiati è un anti-eroe, un “inetto” – si sarebbe detto ai tempi di Verga e di Svevo. Divorziato ma felicemente accoppiato con una ragazza svedese, Harriet, conosciuta in circostanze avventurose nel primo romanzo, in procinto di volare a Stoccolma come fa ogni due settimane, viene bloccato da una perentoria richiesta di sua madre: l’anziana donna vuole rivedere Claudia, la figlia primogenita, l’un tempo severissima professoressa di latino protagonista di vicende sentimentali molto sfortunate narrate in L’intrusione delle onde anomale e apparentemente scomparsa quattro anni prima. La madre è radicale nelle sue richieste: se non rivedrà la figlia entro domenica, sicuramente il suo cuore si schianterà.

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Adriana Libretti, Parole presenti (Le Mezzelane 2018)

Ricordate la battuta di Woody Allen che conclude con la voce fuori campo lo splendido Io e Annie? “Bè, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo-donna. E cioè che sono assolutamente irrazionali, e pazzi. E assurdi. Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova”. Non è un caso che mi sia venuta in mente leggendo questo ultimo libro di Adriana Libretti. La comicità di Allen è tutta costruita sulla parola. L’autrice è un’attrice e doppiatrice. E Parole presenti si chiama questo suo libro. Le “uova” – ma se volete le relazioni con gli esseri umani, gli oggetti e le parole – Adriana ha imparato a coglierle da bambina frequentando la Casa del Sole di Milano, meglio conosciuta come Scuola all’aperto del Trotter. Nata per educare, irrobustendoli, i bambini più gracili delle famiglie meno abbienti, aveva poi introdotto la sperimentazione di metodi di apprendimento molto innovativo. Di questa scuola dal 1956 al 1963 sua nonna paterna, Nonna Bea, fu Direttrice. I bambini venivano educati alla “cooperazione”, accompagnati a condividere la gestione di una piccola banca di risparmi, l’orto, la fattoria.

Sembra facile scrivere sul Bacio. Non lo è affatto. “Proprio come non lo è affatto cuocere alla perfezione un uovo al tegamino”. Si coglie che l’umanità di Adriana Libretti viene da lì. Anche l’amore per la parola nella sua dinamica “globale”, credo, le è derivato da quell’imprinting iniziale. Questo libro è infatti un alfabeto intimo e familiare, un abbecedario di parole-chiave nella formazione e nell’esistenza dell’autrice, tenute insieme, però, non dalla semplice sequenza letterale, ma dalla loro collocazione nel contesto lessicale costruito dalla memoria, dalle sensazioni e dai sentimenti. Più che una sequenza, dunque, un ordito, anzi, una maglia, una rete che assolve al compito – come per il Ragno a cui l’autrice dedica una delle sue parole – di mettere ordine tra i ricordi e dentro questo abbozzare un bilancio o provare a tracciarlo.

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SUL TAMBURO n.78: Marino Magliani, “Prima che te lo dicano altri”

Marino Magliani, Prima che te lo dicano altri, Milano, Chiarelettere, 2018

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di Giuseppe Panella

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Questo romanzo si basa su un desiderio rimasto inesausto: mettere in parole la nostalgia di una patria nella quale non si è potuto vivere come si sarebbe voluto. I personaggi della storia si ritengono tutti esuli (molti, come Christel, la matura mediatrice di immobili per i “russi” di cui Leo si invaghisce e che vorrebbe portarsi a letto) e il loro soggiorno sulla riviera ligure Magliani è un narratore nato e la sua ricerca linguistica non è mai disgiunta dalla volontà di raccontare storie, di illuminare con la luce radente dello stile vicende umane di grande spessore e di dolorosa potenza. Questo suo ultimo romanzo racconta un durissimo apprendistato di vita ma anche la struggente riconquista di un passato. Leo Vialetti di Sorba (Imperia), ligure come quasi tutti i protagonisti dei romanzi di Magliani, nasce e appartiene a una Liguria scabra, rocciosa, poco generosa con i suoi abitanti che pure la amano, costruita su baluardi montuosi, intervallati da brevi tratti di pianura, da salite erte e difficili, popolata di cinghiali e di uomini spesso più testardi e duri di quegli stessi animali selvatici cui danno la caccia.

Nello stesso tempo, il romanzo di Magliani descrive un mondo che dovrebbe risultare radicalmente opposto a quello nativo del protagonista: la Liguria e l’Argentina appaiono nelle sue pagine due continenti diversi e lontanissimi, eppure simili nel loro rapporto con l’umanità dolente che le abita.

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SUL TAMBURO n.77: Marco Fagioli – Stefano Lanuzza, “Marginalia intorno a Louis-Ferdinand Céline”

Marco Fagioli – Stefano Lanuzza, Marginalia intorno a Louis-Ferdinand Céline, Firenze, AION Edizioni, 2018

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di Giuseppe Panella*

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Non sono certo marginali i problemi, le connessioni e i rapporti intellettuali e letterari sollevati da Fagioli e Lanuzza a proposito dell’opera di Louis-Ferdinand Céline, soprattutto rispetto ai suoi scritti più controversi e combattuti come le Bagatelles pour une massacre o i romanzi “autobiografici” del grande scrittore francese. Così come non sono marginali gli interrogativi morali suscitati da questioni ancora scottanti come il “forsennato” antisemitismo di Céline o quelli estetici legati al suo rapporto con le altre arti (la pittura, il cinema, la musica, la canzone).

Céline è ancora tutto un continente letterario e storico da esplorare nonostante la gran quantità di inchiostro versato sulla sua vita e sulla sua opera e la grande battaglia critica e politica combattuta in suo nome. Forse per nessuno degli altri grandi scrittori del Novecento lo schieramento si è diviso in maniera così netta tra chi lo voleva relegato nell’enfer degli scrittori pericolosi e funesti, da evitare o da boicottare (si pensi alla severa quanto infondata condanna di Sartre che pure aveva attinto a piene mani dalla sua proposta letteraria e dal suo laboratorio stilistico) e chi, invece, tendeva a giustificare tutto di lui, ogni suo scritto compresi i pamphlet antisemiti più accesi, in nome della supremazia della scrittura e dello stile. Il fatto è che anche nel caso Céline, anche se ammetto che è molto difficile, bisogna distinguere tra le asprezze dell’uomo e le sue vicende personali e il risultato della sua proposta di scrittura e la sua rivoluzione stilistica.

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SUL TAMBURO n.76: Evaristo Seghetta Andreoli, “Il paradigma di esse”

Evaristo Seghetta Andreoli, Il paradigma di esse, prefazione di Carlo Fini e con una nota critica di Franco Manescalchi, Firenze, Passigli, 2017

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di Giuseppe Panella*

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Il destino poetico di Evaristo Seghetta Andreoli è tutto racchiuso in quell’esse, in quell’essere che non vuol decidersi a confondersi con l’avere o scivolare nell’esserci: un verbo che si fa sostantivo e si appoggia alla vita per continuare il suo percorso esistenziale.

Scrive Carlo Fini nella sua densa e intuitiva prefazione:

«In queste nuove liriche, tuttavia, l’autore approfondisce la sua consolidata vena poetica: il linguaggio, di affascinante creatività, si prosciuga, come attestano l’apparente naturalezza e la scorrevolezza. In questa rinnovata essenzialità lo stile si esalta nelle immagini, nelle riflessioni su se stesso e l’altro. Il ritmo dei versi acquista sicurezza e musicalità. Appare importante aggiungere a queste prime annotazioni un particolare innovativo: l’autore spazia ancora di più (e con maggiore aderenza) sulla vita reale, sulle incerte sue sorti e in quelle del mondo. Ecco, allora, nella parte finale della silloge, comparire – come antiche divinità ostili – Il Tempo, lo Spazio e il Caos» (p. 5).

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La poesia di Omero. Riflettendo su Iliade e Odissea con Sylvain Tesson


di Guido Michelone

Il titolo – Un’estate con Omero – del nuovo libro di questo brillante giornalista francese – suo il best seller Nelle foreste siberiane (2012) – riguarda una esperienza personale: per studiare i poemi omerici, Tesson si ritira, fra luglio e agosto, in una sperduta isoletta greca, onde meglio cogliere lo spirito che aleggia nei due capolavori, Iliade e Odissea, che ancora parlano all’uomo contemporaneo assai meglio di tanta recente letteratura. Continua a leggere

IL TERZO SGUARDO n.57: Adriano Tilgher, “La filosofia di Leopardi e altri scritti leopardiani”

Adriano Tilgher, La filosofia di Leopardi e altri scritti leopardiani, a cura e con un introduzione di Raoul Bruni, Torino, Aragno, 2018

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di Giuseppe Panella*

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Adriano Tilgher è certamente più famoso per i suoi studi sulla filosofia teatrale di Luigi Pirandello e le sue analisi del teatro contemporaneo (Studi sul teatro contemporaneo, Roma, Libreria di Scienze e Lettere, 1923 e sgg.) e per la sua grottesca e sconcertante liquidazione del pensiero di Giovanni Gentile (Lo spaccio del Bestione trionfante, Torino, Gobetti, 1926) che per la sua analisi del pensiero di Leopardi. Eppure è stato uno dei primi a valutare positivamente Leopardi come pensatore e a rifiutare la stroncatura che della sua poesia aveva fatto proprio Benedetto Croce (la celebre definizione di una “vita strozzata” che si trova in Poesia e non poesia del 1923, anno della sua prima edizione). Scrive Raoul Bruni nel suo intelligente saggio introduttivo a questo volume che raccoglie tutti gli interventi leopardiani del pensatore di Ercolano:

«Con La filosofia di Leopardi, Tilgher fornì un contributo fondamentale alla conoscenza del pensiero leopardiano. Eppure questo saggio viene quasi sempre ignorato o trascurato nei manuali di storia letteraria, che attribuiscono il merito di aver scoperto il valore filosofico dell’opera di Leopardi a Cesare Luporini, e al suo fortunatissimo saggio Leopardi progressivo» (p. IX).

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Il destino di EVERYMAN

di Massimo Maugeri

Il 2018 è stato segnato – tra le altre cose – dalla morte di Philip Roth, uno dei più grandi scrittori dell’ultimo secolo. Il 22 maggio se n’è andato anche lui, seguendo il destino ineludibile di “Everyman”… per dirla con il titolo di uno dei suoi libri più recenti (pubblicato da Einaudi, tradotto da Vincenzo Mantovani) e su cui vale la pena soffermarsi proprio perché incentrato sul tema della morte. Continua a leggere

SUL TAMBURO n.75: Gianluca Barbera, “Magellano”

Gianluca Barbera, Magellano, Roma, Castelvecchi, 2018

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di Giuseppe Panella
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«12 settembre 1568. Mi chiamo Juan Sebastián del Cano – detto el Perro, il cane – e, come la maggior parte dei miei connazionali senz’altro ricorda, ho viaggiato in qualità di nocchiero sulla Trinidad, al fianco di Ferdinando Magellano, per un anno, sette mesi e diciassette giorni: tanti ne ho contati. Delle cinque caracche partite per sfidare gli oceani con a bordo duecentosessantacinque uomini di equipaggio solo una tornò, la Victoria, che il destino aveva posto sotto il mio comando, quale ultimo ufficiale rimasto di tutta quella gran spedizione; invero la più piccola e fragile della flotta dopo la Santiago, affondata tra i crepacci del Rio Santa Cruz, ad appena due gradi di latitudine dallo stretto di Todos los Santos, da noi scoperto il 1 novembre dell’anno di grazia 1520. Sì, io ebbi la ventura (o chiamatela come vi pare) di essere stato uno dei diciotto uomini cui fu concesso di fare ritorno, dopo tre anni intorno al globo e avventure e tragedie al di là di ogni umana sopportazione. Io, Sebastián del Cano, el Perro, lo confesso, qui, ora, per la prima volta, ho tradito il mio comandante e ammiraglio, Ferdinando Magellano, nel più abietto dei modi…»

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SUL TAMBURO n.74: Rita Monaldi – Francesco Sorti, “Malaparte – Morte come me”

Rita Monaldi – Francesco Sorti, Malaparte – Morte come me, Milano, Baldini & Castoldi, 2016

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di Giuseppe Panella
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Rita Monaldi e Francesco Sorti sono autori molto conosciuti di romanzi storici e di brillanti ricostruzioni satiriche di eventi del passato che probabilmente non hanno bisogno di presentazioni per il vasto pubblico dei loro lettori. Le vicissitudini del loro primo romanzo, Imprimatur, pubblicato con buon successo da Mondadori nel 2002 e poi non più ristampato dallo stesso editore per ragioni mai compiutamente emerse nel corso della violenta polemica che ne seguì, sono state anch’esse l’oggetto di un importante dibattito sulla scrittura letteraria e i condizionamenti esterni esercitati su di essa (ne parlai proprio su Retroguardia in anni non sospetti, per la precisione il 16 luglio del 2009). Nel 2016, pur proseguendo la serie di romanzi storici incentrati sulla figura della spia vaticana Atto Melani e le sue imprese politico-poliziesche ambientate in tutta Europa (alla conclusione della serie mancano i due volumi conclusivi), i due scrittori hanno deciso di dedicare un ampio e intrigante volume a una vicenda poco nota della biografia umana e intellettuale di Curzio Malaparte, ambientandola in gran parte nella Capri mondana di fine anni Trenta. Ma la storia della persecuzione poliziesca ai danni dello scrittore pratese, la ricostruzione delle sue indagini effettuate con lo scopo di evitare l’arresto e un processo che ne avrebbe distrutto la reputazione e infine la scoperta della verità sulla misteriosa morte di Pamela Reynolds, giovane poetessa dal profilo dolcissimo con la quale Malaparte aveva avuto quattro anni prima un breve flirt, non esauriscono la fitte rete di rimandi storici, politici, letterari e umani che attraversano e sorreggono la potente ricostruzione effettuata dai due autori.

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La poesia dei mondiali di calcio. Bizzotto, Dietschy, Beccatini, Varecchione: libri in tema


di Guido Michelone

Il campionato è in dirittura d’arrivo, con la finalissima a Mosca e poi, per altri quattro anni, non si parlerà più dei Mondiali di Calcio, ritenuti dagli esperti in materia il non plus ultra del gioco del pallone. Già, la sfera di cuoio, ovvero il football (per gli Americani, il soccer), messo a punto dagli Inglesi a metà Ottocento, ispirandosi ai tornei del rinascimento fiorentino. Continua a leggere

SUL TAMBURO n.73: Domenico Cipriano, “L’origine”

Domenico Cipriano, L’origine, Forlimpopoli (Forlì-Cesena), L’Arcolaio, 2017

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di Giuseppe Panella
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Che cosa c’è alle scaturigini prime, all’origine vera e profonda della poesia, della sua produzione inevitabile? Cipriano ha pochi dubbi al proposito, c’è il ritmo, c’è la musica, c’è la scansione delle parole che si intrecciano con il suono e il significante prodotto dal suono stesso.

«Io sono / tutte le terre che ho visitato / anche se da una sola / ho preso vita. // Lì / è rimasta ferma una ferita / per ogni passo / trascinato stanco / per ogni sguardo / che non mi riconosce. // E sono tanti i segni sul mio corpo / che ha tracciato la poesia / di chi / non ha più un luogo / e chiede asilo» (p. 15).

E’ il primo testo poetico, quello che apre la raccolta, e dà il senso dell’operazione messa in atto da Cipriano. L’origine della poesia affonda nel passato, in un passato così lontano che di esso rimane poco da analizzare e di condividere – si può soltanto accertarne l’esistenza e trasformarla in una parola che cerchi di delimitarlo. Il poeta rappresenta, di conseguenza, ciò che esiste fin dagli albori e lo sintetizza nelle sue parole del presente. Il corpo vivente della poesia si rastrema nell’immagine del corpo ferito del poeta che porta su di sé i segni del percorso che lo porta verso la propria autorealizzazione. La scrittura poetica non ha luogo definito e si realizza sempre nell’esilio della mente dove avviene ciò che la rende visibile e comprensibile ai più.

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IL TERZO SGUARDO 56. Walter Bernardi, “Il “caso” Fiorenzo Magni. L’uomo e il campione nell’Italia divisa”

Walter Bernardi, Il “caso” Fiorenzo Magni. L’uomo e il campione nell’Italia divisa, Portogruaro (Venezia), Ediciclo, 2018

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di Giuseppe Panella*

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Merito principale del libro di Bernardi è quello di rendere, con uno stile sobrio ma mai privo di importanti suggestioni letterarie, il clima e le vicende storiche di cui si impegna a dare delle spiegazioni significative cercando di non prendere posizioni preconcette e infondate sotto il profilo della storia ma di capire con la lucidità dello studioso di razza quello che effettivamente accadde in anni che sono ancora vicini a noi nella contiguità temporale ma che forse sono ormai già irrimediabilmente lontani dalla mentalità odierna. Il “caso” Fiorenzo Magni esplorato in questo suo libro importante non riguarda ovviamente soltanto la pura e semplice vicenda giudiziaria, sportiva e umana del campione ciclistico di Vaiano. Non sarebbe, in tal caso, il libro significativo e inquietante che è. L’accento critico e storico, infatti, va messo su quel “divisa” che sintetizza tragicamente e brevemente la situazione italiana e non solo all’alba del 1948 ma anche successivamente (lo stesso avviene con il titolo di un vecchio libro di Remo Bodei, Il noi diviso. Ethos e idee dell’Italia repubblicana, Torino, Einaudi, 1998 che tratta, in ottica molto diversa, tematiche assai simili).

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Amore e risata cosmica in Annamaria Ferramosca

di Giovanna Menegus

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dorme la mia bambina delle meraviglie
ancora irrubata dal mondo
intatta nel suo pianeta

Siccome su Andare per salti è stato già scritto moltissimo, con questa mia lettura anziché dar conto del libro nella sua interezza e nei suoi temi dichiarati mi prenderò la libertà di segnalare alcuni motivi al suo interno, alcuni testi specifici che hanno attratto la mia attenzione.
Prima però voglio ricordare un elemento formale evidente e significativo. Nel solco di Cummings, Continua a leggere

L’intollerabile. Su “Il suicidio di Holly Parker” di Andrea Leone


di Alessandro Bellasio

Un’adolescenza bruciata e bruciante, contrassegnata da un disagio sanguinoso e da una sete assoluta di conoscenza, dalla volontà ferrea di far proprie le vette siderali della mente e dello spirito; tutto intorno, il nulla, il deserto “che cresce”, la desolazione feroce di una immaginaria ma materialissima metropoli, e un nucleo familiare sfigurato dall’aberrazione, dalla crudeltà senza scampo dell’indigenza più nera. È questo il mondo in cui Andrea Leone traccia la parabola di Holly Parker, figura singolarissima e senza parentele immediate nel panorama delle lettere nostrane, protagonista di un romanzo compulsivo, ossessivo, barocco, ma al tempo stesso sorretto da una geometria rigorosissima e da un disegno potente: restituire fin nei minimi dettagli, fino alla paranoia analitica e al parossismo sintattico, il viaggio, iniziatico e assoluto, di un’adolescente sensibilissima e intelligentissima attraverso i meandri più oscuri e disastrati dell’esistenza umana. Continua a leggere