Bruno Neri, il calciatore partigiano

neri

Mimmo Mastrangelo

Bruno Neri, che qualche anno dopo dovrà fare la scelta della montagna ed abbracciare la lotta partigiana, non poteva alzare il braccio in ossequio al regime fascista e in uno stadio che veniva dedicato allo squadrista Giovanni Berta. L’evento (e il rituale) proprio non stava nelle corde del mediano già terzino della Fiorentina. Era il 10 settembre del 1931, a Firenze si inaugurava l’avveniristico stadio progettato dall’ingegnere Pier Luigi Nervi. In campo per una amichevole la squadra viola e il Montevarchi.
Come si può vedere in una foto Neri è l’unico tra i giocatori allineati sul campo prima del fischio d’inizio a non fare il saluto romano dei fascisti. Continua a leggere

LA CORONA DEI GIORNI SPLENDIDI. Piccola scelta di poeti lucani dal Risorgimento al 1970

di Carla Saracino

Ai poeti della Basilicata s’addice l’estate.
Conforme a ogni loro verso è il crepaccio assolato che morde la roccia nei giorni splendidi della calura.
Ai poeti della Basilicata spetta un solo calendario: vi è iscritto il tempo di una liturgia inconfessabile che solo la natura detta nei suoi antri meravigliosi e nascosti. Continua a leggere

Monaco di Montaudon, Le poesie, a cura di Massimo Sannelli

  

poesia 12

A me non piace, lo capite questo?,
chi parla molto e serve chi è cattivo.
A me non piace uno che ama uccidere!
A me non piace un cavallo che tira!
A me non piace! Per l’amor di Dio!
Un giovane! Che porta troppo tempo
lo scudo bello vergine dai colpi.
E i cappellani! E i monaci barbuti!
E il becco aguzzo! Di chi parla male!

Io penso che una donna è una schifosa
se è povera e orgogliosa:
così è l’uomo che adora la sua sposa,
pure se ama la donna di Tolosa.
E a me non piace mai un cavaliere
che esce dal paese e poi si gonfia!
In casa sua non ha nessun valore,
e pesta solo il pepe nel mortaio,
si scalda al focolare.

E non mi piace, non mi piace mai,
un debole che porta la bandiera!
E un astore cattivo nella caccia!
E poca carne in una gran caldaia!
E non mi piace, per santo Martino,
chi mette troppa acqua in poco vino! Continua a leggere

Jonata Sabbioni: quattro poesie

*

Quel nostro fatidico inverno

deve essere stato un blocco

di futuro.

Siamo esistiti una sola volta.

Se tutto deve ricominciare

come se in mezzo ci sia un respiro,

il nostro intervallo è parso un millennio.

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Nadia Agustoni, Il peso di pianura (Lietocolle, 2011)

 

 

Dal libro primo: Cosa vuoi che dica la polvere

 

uomini-foreste

 

l’animale fuggiasco e lumini-astri

fabbrica-stella appesa al gesto

il buio nel largo del mondo e sghemba ai paesi

si dilunga terra da terra ci distrae soltanto la lisca di brina

l’indizio-corolla o il cielo quando si divarica

e nuvola s’apre d’acqua e riempie fessure

ogni voce racchiusa dietro speranza

e uomini-foreste s’impigliano ai nomi.

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La lingua terza: su Co’e man monche [Con le mani mozzate] di Fabio Franzin

di Adelelmo Ruggieri

 

 

    Mentre che mi sono deciso di scrivere queste robe che mi rosega dentro, à scuminziato a nevicare
    (F. Franzin, “Camioneto roso”)
    

Quasi in coda a Co’e man monche [Con le mani mozzate] di Fabio Franzin (Le voci della Luna, 2011) sventola il tricolore italiano; appena dopo – la sola poesia motivata al centro del libro – nelle due pagine finali c’è un pioppo: nella pagina di sinistra è chiamato nel dialetto dell’opitergino-mottense, piòpa, nella pagina di destra pioppo. Continua a leggere

SENZA STUPORE: ECCEZIONE E NORMA AI TEMPI DI ARCORE

 

 

«Lo stupore perché le cose che noi viviamo sono “ancora” possibili nel ventesimo secolo non è filosofico.

Non sta all’inizio di alcuna conoscenza, se non di questa: che l’idea di storia da cui deriva non è sostenibile».

Walter Benjamin, 1940.

 

Con queste parole, Walter Benjamin impartiva una lezione di metodo critico che continua a valere: quando di fronte ad accadimenti politici ci si appella all’eccezione – oppure ci si indigna denunciando un regresso rispetto a una presunta norma di civiltà – ciò significa semplicemente che non si è capito nulla o non abbastanza, che non si dispone di strumenti adatti a comprendere il proprio tempo. A partire da questa considerazione – assunta come strategia metodologica – è possibile costruire una riflessione sugli scandali sessuali che hanno scosso la cronaca italiana delle ultime settimane, cercando di sottrarsi sia alla trappola del cinismo che a quella del moralismo.

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E allora puoi solo parlare della tua vita o di quella degli altri

Di Adelelmo Ruggieri

*

Il tempo allevia agli uomini il dolore.

Terenzio

*

Svariatissimi sono i modi di morire, eppure a tale impensabile varietà si oppongono un po’ di cose certe: una di loro, per esempio, è che a ognuno toccherà, si spera il più tardi possibile per ognuno, il proprio modo e solo quello. Per l’ipocondriaco non è così. Continua a leggere

Scritture dal mondo arabo #2: Dunyazad

di Ramona Ciucani

Dunyazad è un nome-simbolo, Dunyazad è la figlia-angelo, Dunyazad è un romanzo, Dunyazad è il punto di svolta nella vita di una madre, di una scrittrice, Dunyazad è la salvezza, la presa di coscienza della vita nonostante la perdita.
Unico rimedio contro l’amarezza divorante del lutto e dei sensi di colpa è raccontare-scrivere, per mantenere vivo il ricordo ma, allo stesso tempo, per liberarsi dallo strazio del dolore. Una “cura” universale, come universali sono oramai le Mille e una notte, caposaldo della tradizione letteraria mediorentale, a cui allude con delicatezza il nome-titolo Dunyazad, omaggiando più il genio femminile del narrare che i facili echi esotici prediletti dal gusto occidentale. Continua a leggere

Cuore comune. Renata Morresi

di Nadia Agustoni

“Cuore comune” peQuod 2010, è il titolo della prima raccolta poetica di Renata Morresi, libro in sei sezioni, che sono una summa del suo lavoro con le parole. Diverso e ampio il respiro di questi testi a segnare una ricerca che mai abbandona una propria coerenza e ha in sé potenzialità tutte da esplorare. Nella nota di copertina Massimo Gezzi sottolinea: “un dettato teso, percussivo, trapunto di versi anche brevi interessati da un disinvolto plurilinguismo, dove spesso uno scarto minimo del significante spalanca voragini di significato”.(1)
Il segno di molta poesia è la pazienza con cui si lavora con le parole, il duro rendere conto del poeta di una realtà che sembra scavalcarlo lasciandolo in una sospensione dove difficile è trovare al loro posto tempo e spazio: “ infine fuori/ comincia chiunque/ tutto era spazio dopo e quando […]”; e subito, entrando nel vivo, toccando il segreto delle immagini “sola tra-/ sparire, vibrare/ di più- / ma appesa alla finestra/ (credo che sappiate come resta appesa al vetro)/.” Continua a leggere

Poesia di Strada – XIII edizione

 

 

La clamorosa dolcezza delle clavicole, la percussione cessata

dei finimenti muscolari, le valvole

che l’hanno finalmente abbandonata

sulla terra, l’angolo umile che fa la testa

per celare il sorriso

sulla cruda colonna del corpo

dice: ti ho aspettato per tutta la vita

ho visto la tua vita

nei miei sogni e tutta, notte

dopo notte, si risolveva nel perdono. In certe svolte

quando il cielo pieno di meraviglia coincideva

con la bolla degli alberi agitati dalla piena

luna, io mi svegliavo

per causa dei tuoi sogni

e portavo il tuo nome come una bandiera

che saliva dal petto e mi rendeva

invisibile: di me

si vedeva soltanto il tuo nome. Io sapevo

che avremmo dovuto terminare vicini

qualunque cosa nel frattempo fosse stata di noi. Adesso

eccomi, sono qui per finire

nella tua fine, per aspirare l’ultimo respiro

dalla tua bocca

e soffiarlo attraverso la bocca

che dopo te nessuno ha più baciato,

al cielo.

*

“La chiara circostanza”, di Maria Grazia Calandrone

(prima classificata dell’edizione 2009)

*

POESIA DI STRADA Bando Edizione 2010

*

Il volto quasi umano, di Paolo Valesio

di Gianmaria Annovi

L’ultimo libro di versi di Paolo Valesio, Il volto quasi umano (Bologna, Lombar Key 2009), che raccoglie oltre duecento poesie scritte, con poche eccezioni, tra il 2003 e il 2005, si presenta come un oggetto particolarmente complesso, a partire dal suo titolo. Il “quasi” posto in maniera provocatoria prima dell’aggettivo “umano”, infatti, crea uno spazio di sospensione, una soglia d’arresto per il lettore, che si ritrova di fronte a un nome reso indecidibile. L’avverbio colloca il “volto” che Valesio ci invita a guardare a un passo prima e a un passo dopo dell’umano, tra quello che ancora non ha saputo (o potuto) diventare umano e la dimensione del divino. Tra il sub e l’ultra. Tra il troppo e il non ancora abbastanza. Tra la bassezza della terra e l’irraggiungibilità del cielo. Che questo spazio di sospensione – spazio, dunque, d’interrogazione sulla natura dell’uomo e sulla propria umanità – sia lo spazio del tipo di parola poetica che Valesio ha deciso di abitare lo mostra anche uno dei testi più belli della raccolta:

Per El Greco

Qualcheduno mi ha chiesto nella notte:

Qual è il quadro più bello

che tu abbia mai veduto?”

E senza esitazione io ho risposto:

El entierro del conde de Orgaz”,

perché non ho mai visto più vicini

quelli del cielo e quelli della terra.

[La sepoltura del Conte di Orgaz] Continua a leggere

Scritture dal mondo arabo: Nagib Mahfuz, Per le strade del Cairo

«Per le strade del Cairo», tradito dalla traduzione.

Di Maria Elena Paniconi

Nagib Mahfuz, premio Nobel per la letteratura 1988, presenta ai lettori e ai critici un duplice volto. Il primo è quello di romanziere a suo modo «regionale», legato all’ambiente urbano e in particolare alla pancia più impermeabile – almeno in apparenza – ai venti della modernizzazione, quella zona del Cairo fatimide in cui l’autore trascorse l’infanzia. Recensendo uno dei tanti romanzi cittadini di Mahfuz, L’epopea dei harafish del 1977, J.M. Coetzee sottolinea come l’immaginario mahfuziano si nutra di una dialettica interna alla città stessa: «I romanzi realisti di Mahfuz si concentrano sui ceti urbani. Non c’è traccia di contadini né di campagna … Se qualcosa viene contrapposto alla città, è la città stessa in una fase precedente del suo sviluppo, non il villaggio». Così al Cairo moderno si contrappone quello fatimide, al quartiere di Sakakini si contrappone quello di Jamaliyya, in un chiaroscuro di ambientazioni che si riflette poi nelle traiettorie dei personaggi, nelle loro lotte, nelle fughe, nelle ascese e nelle perdizioni talvolta annunciate.

Ecco allora apparire l’altro volto di Mahfuz, quello del narratore universale, in grado di tradurre in una prosa paziente, ricca di dettagli e di infinte sfumature psicologiche, il percorso dell’individuo nel mondo, in un’era che si vuole moderna. Continua a leggere

Essere tra le lingue #3: Annalisa Teodorani

Paróli

A campémm sparagnénd.

I dói che al tartaréughi

a l chèmpa una màsa perché li n zcòr.

Paróli nóvi, paróli antóighi

ch’a gli à fat la rózzna

m’al grèdi di cunsinèri.

(Parole. Viviamo risparmiando./ Dicono che le tartarughe/ campano molto perché non parlano./ Parole nuove, parole antiche/ che hanno fatto la ruggine/ alle grate dei confessionali.) Continua a leggere

Adagio cantabile per Cairano

Piccolo omaggio a Cairano 7x – paesi/paesaggi/paesologia

Adelelmo Ruggieri

Mercoledì 23 giugno. Sono sulla corriera per Foggia da Lacedonia.
Sto tornando da Cairano 7x. La strada fila via tranquilla. Sto pensando a questa cosa: mettiamo che accada la stessa cosa nello stesso tempo in due posti diversi e qualcuno ti chiede, Dov’è accaduto? E allora tu prendi una cartina e rispondi, È accaduto qui e qui, oppure, È accaduto qui e qua. Che differenza c’è fra le due risposte? Continua a leggere

Essere tra le lingue – viaggio nell’Italia neodialettale #2 : Andrea Longega

Da  El tempo de i basi

La soferenza xe una sola.

Nei giovani, nei vèci

nei maschi e nele fémene.

Gavemo tuti el stesso viso

in un lèto de ospeàl.

La sofferenza è una sola. | Nei giovani, nei vecchi |

nei maschi e nelle femmine. | Abbiamo tutti lo stesso viso |

in un letto d’ospedale.


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Poetesse : Renata Morresi

Da Lettere a e

Cose non capite:

quelle ferite facilissime

al cuore marzapane

le preghiere inaudite al dio animale

muso lungo di matita

le urla rimaste nello spazio

gommato

la cicatrice

preventiva.

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ESSERE TRA LE LINGUE – Viaggio nell’Italia neodialettale #1: Carlo Falconi

Sono un setaccio che lascia

passare solo la passione

di stare al mondo

*

[Prima di partire per un lungo viaggio. Accade per la prima volta che su un sito di ampia visibilità, si ospiti una rubrica interamente dedicata alle scritture neodialettali, in cui appariranno autori e autrici di tutte le età, lingue, aree o orientamenti culturali: lirici e antilirici, epici e visionari, visivi e narrativi, mescidatori e sperimentali, puristi e meticci. All’occasione, segnaleremo altresì antologie, riviste, iniziative e studi relativi ai dialetti. A mo’ di augurio, apriamo con i versi di Carlo Falconi, classe 1975, già autore in lingua, ora esordiente con una plaquette di versi scritti nella parlata della vallata del Santerno. Un augurio per il suo libro d’esordio e pure per questo nuovo appuntamento Continua a leggere