In cammino verso la marca gioiosa (VII)

di Roberto Plevano

È finalmente in libreria il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. Il 12 settembre, alle 18:00, Palazzo Chiericati, Vicenza, Cesare Galla e Roberto Cuppone presenteranno il libro insieme all’autore. La poesia e lo spirito ha ospitato per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Qui si narrano, da una prospettiva esterna alla respublica christiana della società del tempo, gli eventi che precipitarono il conflitto tra il conte di Tolosa e il papato, offrendo il pretesto per la crociata contro i Catari.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 
Diceva Benbenisti che nell’ultimo tratto del corso del Rose i venti soffiano davvero forti, più rapidi dei cavalli selvaggi che vagano tra le dune e i canneti. Gli uomini qui sembrano concepiti e generati come otri gonfiati dal vento. Sono vanitosi, incostanti, oltremodo mendaci e non tengono le promesse.

Diceva Benbenisti che tra questi uomini il più vanitoso, mendace e spergiuro era il vescovo di Arelate Michele da Morese, il cui unico scopo nella vita pareva quello di diventare padrone della città, e che per sette anni aveva ordito schemi e intrighi contro i nobili, le famiglie, i cittadini del Consiglio e gli altri religiosi.

«Contro i religiosi?» domandavano gli uomini della compagnia.
Continua a leggere

In cammino verso la Marca gioiosa (VI)

di Roberto Plevano

Il giorno 7 settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
In questa esposizione, si fa conoscenza con alcuni aspetti della teologia catara del XIII sec.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 
Un silenzio prolungato, il vecchio chiuse gli occhi.

«Ascolta. Un re volle fare i conti con i suoi servi. Fu portato uno che gli doveva diecimila talenti. Non avendo costui di che restituirgli, il padrone ordinò che fosse venduto con la moglie e i figli e quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza e ti restituirò tutto. Avuta pietà del servo, il padrone lo lasciò andare rimettendogli il debito. Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui, che gli doveva cento denari e lo prese per il collo: Paga quel che devi! Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava: Abbi pazienza, ti rifonderò il debito. Ma egli non volle e lo fece gettare in carcere, finché non avesse pagato il debito. Al signore fu riferito tutto l’accaduto. Allora fece chiamare quell’uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? E lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto.»
Continua a leggere

In cammino verso la Marca gioiosa (V)

di Roberto Plevano

Il 7 settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Continuazione dell’episodio sulla riva del Rodano (Rose dal latino medievale), la tremenda impressione del mare e delle navi agli occhi di un adolescente.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 
Tre carri sostavano sulla riva del fiume presso una grande nave nera. Riconobbi il carro di Benbenisti, quello che portava la mia roba. Alcuni uomini attendevano, uomini grandi, robusti come non avevo mai visto, vestiti di rozze braghe, la pelle più nera del nero dello scafo, le braccia grosse come quelle funi di canapa intrise di pece usate per assicurare le navi nei porti. Salutarono con rispetto Benbenisti. Grandi sorrisi di denti bianchi. Grandi occhi spalancati. Sahib… sahib…. Lui si inchinò a tutti loro, rispose con tono grave in una lingua straniera. Poi li chiamò intorno e presero a confabulare come cospiratori. Non comprendevo nulla di quello che dicevano e rimasi in disparte, preso da dubbi e inquietudini. E se costoro fossero mercatanti di schiavi? E se Benbenisti trattasse la mia vendita? E se la suggestione di andare per mare si avverasse nella forma di un viaggio in catene verso i mercati d’oriente? Quei marinai mi avevano osservato con una tale curiosità… No, no, niente di tutto questo. Uno dei marinai salì a bordo e discese con un piccolo sacco. Benbenisti lo prese e tirò fuori una forma squadrata, una specie di mattone colore dell’ocra avvolto in un tessuto leggero, lino forse. Un odore pungente, come di legno resinoso, si sparse tutt’intorno. Benbenisti aprì con cura l’involto, fiutò la sostanza e approvando la ripose nel sacco. Poi ne trasse un sacchetto di tessuto lavorato. Lo soppesò con cura. Mi chiamò. Vieni, vieni a vedere, non hai mai visto cose così. E davvero non avevo mai visto nulla di simile. Dentro il sacchetto c’era come una luminosità iridescente, lattiginosa, il lume imprigionato della luna piena. Perle, disse Benbenisti, le più pure e perfette. Magie d’oriente. Un principe faticherebbe a trovare i denari per acquistarne una. Per averne tre un vescovo baratterebbe possessioni e dignità. Tu però non fare parola con nessuno.
Continua a leggere

In cammino verso la Marca gioiosa (IIII)

di Roberto Plevano

Ai primi di settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.

Nella scena della foce del Rodano (Rose dal latino medievale), la tremenda impressione del mare e delle navi agli occhi di un adolescente.


Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 
Il fiume a Beucaire – ecco il Rose, annunciò Benbenisti – è ampio e molle, tanto vasto che pare che la terra finisca. Per miglia intorno l’aria si fa frizzante e pizzica, effluvi di alghe e salmastro si spandono nella pianura e si mescolano con l’odore di paglia, pini e fiori di campo, col sole alto il ronzio delle api e sfrontato frinire di cicale, grilli gentili e lucciole all’imbrunire: il mare entra così nel paese della Provincia. Benbenisti disse che avremmo raggiunto la carovana sul far della notte. Oltre il fiume inizia il dominio del reame di Arelate.

Il Rose si apre sotto il castello e l’abitato. In questo suo tratto lambisce una larga spianata e l’approdo è assai agevole e comodo, così che decine di navi possono accostare, e subito scaricare e imbarcare le mercanzie. Quella sera il lento corso del fiume era una distesa di vele e vessilli che sbatacchiavano e oscillavano pigramente alla brezza calante, quando diventa più pungente l’odore del marino. Come guglie di chiese cattedrali, le vele puntute delle grandi navi da carico si ergevano a vedere il cielo, sopra muraglie multicolori di stoffe e tessuti e reti. Forme a triangolo, quadrilatere, e ingegnose combinazioni geometriche di angoli e lati, tese da alberi che armavano navi allungate, venute dai mari freddi del settentrione, imbarcazioni più ampie, catini profondi, scafi agili, solide murate scure delle navi saracine, navigli verdi e rossi e oro con le insegne di Vinegia, Pisa, Zena, Amalfi… Mai avevo visto tante navi. Era una scena meravigliosa.
Continua a leggere

In cammino verso la Marca gioiosa (III)

di Roberto Plevano

Ai primi di settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Qui continua il dialogo teologico sul libro di Giobbe, condotta nel sec. XIII da tre rabbini in un piccolo paese della Provenza (9 agosto 2017), al cospetto di un ragazzo dodicenne – il narratore – e di un mercante (“l’uomo vestito di nero”). Si fa menzione del poeta Uc de Saint Circ.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 

Compresi poco di quello che l’uomo intendeva dirmi, e quel poco mi confuse, come una notizia importante che non arriva, che non si sa… ma ne va della vita e della morte, di quale vita e quale morte. Colui che era stato chiamato maestro Samuele Ben Judah pareva intanto essere giunto a una qualche determinazione finale che lo aveva soddisfatto, perché la discussione era cessata.

«Sappiamo che Raphael Benbenisti – disse al capo carovana. Ah ecco, era questo il suo nome – ha portato da Barcinona i beni e le mercanzie a lui affidati, ed egli otterrà un grande guadagno nelle piazze di Lonbardia, dove tutto si vende a prezzo triplo. Non lo tratteniamo oltre il necessario. Il viaggio procede sotto un buon comando e sotto buoni auspici, se la bufera che oggi devasta la Provincia narbonense non ha interrotto il vostro cammino. A Montpelhièr, ci è stato detto, avete preso sotto tutela e protezione un familiare del maestro Mesulla Ben Jacob. Sta forse fuggendo? È costui un perseguitato dei nemici della fede? Possiamo essere di qualche aiuto?»
Continua a leggere

In cammino verso la Marca gioiosa (II)

di Roberto Plevano

Ai primi di settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Il dialogo descrive una serrata discussione teologica sul libro di Giobbe, condotta nel sec. XIII da tre rabbini in un piccolo paese della Provenza.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 

I cenni dell’uomo in nero provocarono però un’improvvisa discussione con i tre che ci avevano accompagnato dentro Lunel. Discussione che non compresi, perché condotta in una lingua che non avevo mai udito. Mentre quelli confabulavano interrompendosi l’un l’altro, alzando le voci, gesticolando, il capo rovistò in un baule e tirò fuori un pesante volume rilegato, una cosa di gran lusso.

«Oggi poco rimane dei tesori della sapienza in Al Andalus. Abbiamo fatto ricopiare il libro del rabbi Ben Maimon dai saggi che ancora vivono a Cordoba. La gran città ha i giorni contati, nessuno difende le mura.» Parlò nella lingua della nostra Provincia.

Il più anziano dei tre annuì gravemente. Si fece dare il libro. Là dove stava, accanto al suo mulo in mezzo alla via, con i carri che intanto passavano, prese a sfogliarlo con grande lentezza. Sembrò allora che per lui solo il mondo circostante arrestasse il corso.
Continua a leggere

In cammino verso la Marca gioiosa (I)

di Roberto Plevano

Ai primi di settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Il primo è un episodio della vita di Gervasio di Tilbury (Gervasius Tilleberiensis, 1155 – 1234), liberamente tratto da Radulphi de Coggeshall Chronicon Anglicanum. De expugnatione terrae sanctae libellus. Thomas Agnellus De morte et sepultura Henrici regis Angliae junioris. Gesta Fulconis filii Warini. Excerpta ex otiis imperialibus Gervasii Tileburiensis, London 1875.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 

Al cammino ascoltando storie allora. I racconti su Arelate serpeggiavano tra un carro e l’altro. Ad Arelate il maresciallo dell’Impero chiudeva un occhio, e anche l’altro, davanti a ogni nefandezza del vescovo. Il maresciallo era un anglico, un chierico di nome Gervasio: alla frequentazione dei cittadini preferiva la compagnia dei suoi libri. Altre compagnie aveva ricercato in gioventù.
Continua a leggere

William Merritt Chase, The Young Orphan

di Roberto Plevano

Era nel salone del piano nobile di Ca’ Pesaro. Forse fu concepita in un luogo così, e se non fu un salone, allora una calle nei pressi del canale, o un campo in un giorno di nuvole. Perché col sole l’intera città scintilla come un occhio febbricitante, ma è quando il cielo è coperto, e soprattutto al crepuscolo, che Venezia riceve quei lunghi raggi di luce riflessa che danno luccicanza al bianco e rosa dei marmi, ai morbidi grigi dei masegni, e non si spengono.

Qualcosa di questo brillio riluce nel fondo degli occhi della giovane donna del quadro. È uno sguardo che arresta.
Continua a leggere

Marino Magliani, L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi

di Roberto Plevano

Al suo ultimo lavoro – L’esilio dei moscerini danzanti, Exòrma 2017. Si esita a chiamarlo romanzo: mescola memoir, appunti di viaggio, riflessioni morali, colloqui e fili narrativi disparati; ma il progetto è unitario e coerente – Marino Magliani ha dato un titolo che richiama certe composizioni orientali. La sua curiosità botanica ed entomologica (che è aspetto della curiosità generale indispensabile all’esistenza) si è posata questa volta su una specie di Chironòmidi originari del Giappone e delle isole del Pacifico, che ha colonizzato a partire dagli anni ’60 le coste dell’Europa del Nord. Il loro volo sulle alghe spiaggiate, la danza, è, rimugina Magliani, forse il ricordo del grande viaggio dalle Hawaii, il loro esilio. È anche un balletto di morte, perché diventano così facile preda di altri animali: di moscerini danzanti ce ne sono nuvole. Vivono attorno alle alghe, o nei luoghi anfibi dove la sera si radunano i gabbiani. E c’è forse qui un destino.
Continua a leggere

Che cosa fare del mio cadavere (II)

di Roberto Plevano

(continua da qui)

Poi c’è il computer sulla scrivania, il compendio della mia attività. Lì c’è un caos inestricabile, di cui non ho fatto nemmeno un backup. Anche ammettendo che qualcuno riesca a indovinare la password di login (perdonatemi, non esistono termini in italiano, se dico ‘salvataggio’, ‘parola chiave di accesso’ nessuno mi capirebbe), che non è annotata da nessuna parte perché per me e soltanto per me è impossibile da dimenticare (e per tutti gli altri è impossibile da azzeccare), ma, da ex vivente, è come se l’avessi dimenticata (infatti non posso nemmeno muovere un dito, e i morti, si dice, sono piuttosto smemorati, cf. Odissea, X e XI: νεκύων ἀμενηνὰ κάρηνα, le teste senza forza dei morti), nessuno potrà ricavare un senso qualsiasi dalla massa di materiali nel computer e nel cloud (ancora, se dicessi ‘nella nuvola’, pensereste che ho bevuto o fumato qualcosa di forte, prima di decedere), e tutti i miei appunti, pensieri, abbozzi, inediti, rimarranno tali, svaniranno come se non fossero mai esistiti. Fare le cose alla meno peggio, non avere disciplina, lasciare tutto in uno stato indefinito che si definisce work in progress (significa soltanto che uno è pigro e inconcludente), può avere conseguenze devastanti, se desideriamo che qualcosa rimanga dopo di noi. Baruch Spinoza, per dire, morì giovane, ma lasciò in perfetto ordine un’opera da pubblicare, manoscritti e corrispondenza nel suo scrittoio chiuso a chiave; i suoi amici poterono editare e mettere meticolosamente a stampa un libro come l’Ethica e tutto il materiale nel giro di otto-nove mesi. Trecentoquaranta anni fa.
Continua a leggere

Che cosa fare del mio cadavere (I)

di Roberto Plevano

Diamine, è successo. Mentre dormivo, non me ne sono neanche accorto, questione di mezzo minuto. Non che si potesse evitare o trovare un tempestivo rimedio: occlusione completa di un’arteria coronaria, flusso del sangue bloccato e conseguente morte dei tessuti del muscolo del cuore: si chiama infarto miocardico. È un malanno comune, sono in buona compagnia: in Italia vive un milione e mezzo di infartuati, chissà quanti nel mondo.
Continua a leggere

Lo scrittoio di Spinoza (III)

di Roberto Plevano
spinoza

A Roma intanto, il 4 settembre 1677, la Congregazione del Sant’Uffizio (è lo stesso tribunale che 44 anni prima ha condannato Galilei) riceve una denuncia “di quanto male la nova filosofia abbia parturito per mezzo d’un certo Spinosa in Olanda”. Latore ne è Niels Stensen, un anatomista danese di fama, che ha conosciuto e frequentato Spinoza a Leida nel 1662 (“ebbi occasione di pratticar familiarmente detto Spinosa di nascita Hebreo, ma di professione senza ogni religione”) e ha abbracciato poi il cattolicesimo, abbandonando gli studi scientifici e dedicandosi alla teologia e all’indottrinamento di intellettuali protestanti, nella capacità di persuasore. Con lo zelo del convertito e l’untuosità del delatore, Stensen comunica ai cardinali di aver ottenuto un manoscritto di cui Spinoza è l’autore:
Continua a leggere

Lo scrittoio di Spinoza (II)

di Roberto Plevano

Gnadenbild_Mariahilf,_Innsbruck

Il ritratto di Spinoza si trova in alcune copie dell’Opera posthuma del 1677. L’epigrafe è opera di Lodewijk Meyer o Johannes Bouwmeester.
BENEDICTUS DE SPINOZA
Colui il quale conobbe la natura, Dio e l’ordine delle cose,
Spinoza, si poteva vedere con questo aspetto.
È mostrato il suo viso, ma a rappresentare la sua mente
nemmeno la mano di Zeusi sarebbe capace.
Essa si fa valere negli scritti: là tratta di cose sublimi.
Chiunque desideri conoscerlo, legga i suoi scritti.

Hendrik van der Spyk agisce senza indugio. Morto Spinoza, i suoi beni corrono il rischio di essere subito confiscati. Il dottor Meyer porta la triste notizia agli amici e discepoli di Spinoza, che si mettono immediatamente al lavoro per assicurare ai posteri il lascito intellettuale del filosofo. Nei giorni immediatamente successivi al decesso, forse prima del funerale, lo scrittoio è imbarcato sul battello per Amsterdam. Il coraggioso Jan Rieuwertsz lo attende e lo prende subito in consegna. Tra gli amici più stretti di Spinoza, Rieuwertsz è stato l’editore delle opere di Cartesio in olandese e di Spinoza ha già fatto uscire i soli lavori resi pubblici in vita: nel 1763 i Renati Descartes principia philosophiae more geometrico demonstrata – Cogitata Metaphisica (Principi della filosofia di Cartesio dimostrata in modo geometrico – Pensieri metafisici) e nel 1770 lo scandaloso (per il tempo) Tractatus theologico-politicus, in forma anonima e con false indicazioni di luogo. Spinoza vi sviluppa una critica serrata alla tradizione biblica ebraica e, in generale, alle religioni istituzionalizzate, nega che esista un qualsiasi rapporto tra filosofia e teologia, e dimostra che fondamento di ogni società e stato deve essere il libero pensiero, vale a dire il pensiero razionale, il solo che possa definirsi libero. Scopertone l’autore, gli avversari di Spinoza lo denunciano come “il libro più pericoloso che sia mai stato pubblicato”.
Continua a leggere

Lo scrittoio di Spinoza (I)

di Roberto Plevano
230134pa
È la mattina del 21 febbraio 1677, siamo nella provincia d’Olanda a L’Aja. Hendrik van der Spyk, pittore e decoratore, si appresta a recarsi nella chiesa luterana con la moglie Ida Margareta per la messa della prima domenica di carnevale. I due vivono con i sette figli, il maggiore dei quali ha appena nove anni, in una casa sulla Paviljoensgracht. Una delle camere al piano di sopra è affittata, ormai sono sei anni, a un ospite quieto e riservato, un uomo di lettere che vive per lo più in solitudine e provvede personalmente ogni giorno al suo vitto.
Continua a leggere

L’intesa è un fatto palpabile

di Roberto Plevano
boscofoglie

(pezzo ospitato qualche tempo fa, con piccole varianti, nel blog di Veronica Tomassini, che ringrazio)

§ L’intesa è un fatto palpabile

Del soggiorno sul lago Luca P. conservava pochi ricordi.

E pure erano stati i primi giorni che lui e Anna G. avevano passato insieme. Era stata la prima volta che Luca P. aveva visto quei luoghi. Il primo incontro con le amiche di Anna G. (dimmi con chi vai…). La prima volta di altre cose.

I ricordi sono questi.

Camminano lungo una strada in terra battuta sul versante di una collina, sotto alti castagni, querce, robinie (purtroppo), qualche pino marittimo; il bosco conserva profumi e umidità, deve essere esposto alla tramontana, oppure il giorno è nuvoloso. A tratti appare tra gli alberi la distesa turchina del lago. La strada serpeggia e sale a una chiesetta nel bosco, pietra e intonaco giallo. Si cammina col passo rilassato di chi sta prendendo una pausa da una qualsiasi attività ritenuta più importante, senza prestare attenzione a dove mettere i piedi. Luca P. è tanto assorbito da se stesso, da quello che sente di dover dire e quello che è meglio non dire, addirittura dalla sua andatura, dalla posa, dall’intonazione della voce, dalla qualità della confidenza e amichevolezza, o piuttosto riserbo, da mostrare con le amiche di Anna P., delle quali non gli frega assolutamente niente, ma con le quali sta tacitamente negoziando un’approvazione – e che effettivamente non avrebbe mai più rivisto –, da non rendersi pienamente conto che Anna G. gode di un sostanziale vantaggio ambientale: lei è a casa sua – e non è l’unica sua casa –, e gli altri sono stati, come dire, graziosamente ammessi. È una cosa che conta. Luca P. non si accorge nemmeno che forse, forse, Anna G. potrebbe fargli intendere che lui, in quella casa, sarebbe più benvenuto di quello che le circostanze implicherebbero. Quest’ultimo punto è però rimasto, negli anni a seguire, oggetto di congettura, oltreche di eccesso di condizionali.
Continua a leggere

Ubbie umanitarie (II)

di
Roberto Plevano

B. Montagna, . E: B.Montagna / Pieta w.Saints /Paint./1500 Montagna, Bartolomeo c.1450 - 1523. 'Pieta with Saints Peter, John the Evangelist and Mary Magdalene', 1500. Oil on canvas, 232 x 248cm. Vicenza, Santario della Madonna di Monte Berico. F: B.Montagna / Pieta / Saints Montagna, Bartolomeo vers 1450 - 1523. 'Pieta avec saint Pierre, saint Jean l' vangeliste et Marie Madeleine', 1500. Huile sur toile, H. 2,32 , L. 2,48. Vicence, Sanctuire della Madonna di Monte Berico.

Bartolomeo Montagna (1450 – 1523). Pietà con S. Giovanni Evangelista, Maria Maddalena e Giuseppe di Arimatea (1500). Olio su tela, 232 x 248 cm.
Vicenza, Santuario della Madonna di Monte Berico


(I parte qui)

Una storia dunque ha origine da un gesto, una posizione di un corpo: potrebbe essere quella di un coetaneo, di un amico, soltanto che davanti agli occhi ha un uomo grande, al riparo nelle braccia della madre. Forse è questa la familiarità, quella strana intimità a cui il bambino si abbandona con le immagini del quadro di Bartolomeo Montagna. La scena è una risposta a domande mai fatte, che forse il bambino non farà mai, ma sono le domande più importanti, quelle che si fanno soltanto con il coraggio di un uomo finalmente, definitivamente adulto (uno stato che, come si diceva, è difficile da precisare). Il bambino ha la sensazione che quell’uomo potrebbe essere un suo amico. Nel suo abbandonarsi alle ginocchia e alle mani della madre, quell’uomo infatti non può essere un estraneo, ma si fa comprendere anche da chi non sa nulla di pittura e di religione, da chi non sa nulla di nulla. Il bambino pensa che anche nella morte la madre si prende cura del figlio, e questa è una cosa bella. Non è la bellezza che cercano gli uomini ansiosi di uscire fuori dall’ordinario, e un po’ disperano di farlo. È piuttosto la bellezza delle cose originariamente, autenticamente umane, e perciò una bellezza inconsapevole, che si conserva anche oltre il limite della vita, e fa di un corpo morto, e del compianto, una cosa definitivamente bella.
Continua a leggere

Ubbie umanitarie (I)

di
Roberto Plevano

Gnadenbild_Mariahilf,_Innsbruck

Lucas Cranach il vecchio (1472 – 1553). Madonna dell’Aiuto (1520-1535). Olio su tavola, 78,5 × 47,1 cm.
Innsbruck, Dom zu Sankt Jakob

Domenica sarebbe giorno di riposo e cose sacre, da passare in famiglia, con persone care, se se ne hanno, con persone giuste, se si può. Come da tradizione, ma chi ci riesce più? La secolarizzazione non è un fenomeno spiegabile attraverso grandi narrazioni, un soggetto call for papers di accademici, disincantati consessi: ha a che fare con il vissuto quotidiano, muta l’organizzazione delle ore e dei giorni di tutti, lo sfondo mentale.

L’avevano capito i giacobini, che rivoluzionarono il calendario e tutta la giostra delle feste comandate. Ma insieme al sacro, tramonta l’orizzonte ultimo delle vite umane. Un giorno trapassa nell’altro e non c’è differenza. Gli uomini hanno bisogno del tempo dell’attesa, ed è bene che vivano in vista di un compimento che li porti fuori dall’ordinario – legioni di materialisti neoevoluzionisti, manipoli di postmoderni decostruzionisti contesterebbero questa tesi, sappiatelo: ma il nostro è un giudizio ponderato, siamo consapevoli di alcuni prolungati, indesiderati effetti di questa umana disposizione rispetto al tempo della vita.
Continua a leggere

Il merlo ammazzato

di Roberto Plevano

§ Il merlo ammazzato
24064_passera_ditalia_sansobbia_28_febbraio_2012_mg_9958_001ptf8
Quella mattina, Luca P. ammazzò un merlo con la macchina, mentre portava la figlia a scuola. Assillato dal costante, fastidioso ritardo, che spingeva lui a una guida nervosa e impaziente – ma non per questo più veloce – e la figlia a corse precipitose oltre il cancello e su per le scale, sotto il peso, eccessivo, dello zainetto sulla schiena, impattò con il pennuto a una curva. Ruzzava, il merlo, con un compagno – maschio, perché le femmine son bige, non di quel nero brillante – in mezzo alla strada e si era distratto, appena un secondo di troppo. Stecchito sull’asfalto, le piume lucide e nerissime, il becco giallo, la gola aperta, poche gocce di sangue vermiglio, rossissimo. L’altro uccello al margine della carreggiata, sotto shock, era rimasto attonito davanti all’improvvisa tragedia.
Continua a leggere

Massimo Paperini, Le cene inutili

di
Roberto Plevano
71MPrL4LqXL

È una nascita modesta quella che avviene “il 2 luglio 1881 nella sala piccola del ristorante”. L’evento nel locale quel giorno fu il piatto della matelote de la Marna (zuppa di anguille e luccio in vino rosso), e il venire al mondo di Guglielmo Testa, protagonista del primo romanzo di Massimo Paperini, Le cene inutili, Neri Pozza, ricevette appena un frettoloso bacio del padre, chef del ristorante, e soltanto dopo la portata finale.

Bisogna subito dire che Le cene inutili non è un libro che segua la facile moda degli argomenti culinari, imbastiti magari con il filo di un’esile narrazione. No: è un libro capace di stimolare una meditazione sulla maledetta storia del Novecento, dal particolare punto di vista di un cuoco pieno di talento votato alla sua arte.

È una storia di sradicamenti, di speranze, di tenace resistenza alla sorte avversa, infine di rovina. Ma proprio nella sconfitta si misura quella indefinibile dote che è l’umanità, la capacità di stare al mondo. E la sconfitta di Guglielmo, comprendiamo, è il suicidio dell’Europa stessa. L’Europa, frutto di contrasti, terre fertili e lavoro sapiente, è presente nei prodotti che Guglielmo lavora in cucina. Con la varia provenienza geografica dei generi alimentari, Paperini ci dice che l’Europa è un panorama fragile di ambienti e popoli, che sarebbe stato meglio affidare a uomini umili e laboriosi, non a tronfi generali e cinici e criminali distruttori spacciati per uomini di stato.
Continua a leggere

Attendere

di Roberto Plevano

§ Attendere
Lambretta
Così Luca P. aveva una moto. Cocco di mamma, gliela avranno regalata per avere fatto il minimo di quel che si aspetta: uscire dal liceo. Come se fosse una cosa difficile, un merito speciale. Li conosco IO, i viziatissimi fighetti paraculi del centro… Bella gente, simpatici, sì… come un morso di vipera sulle palle. IO, a sedici anni, ho passato un’estate miserabile a fare il cameriere in pizzeria, da solo, mica mi sono mai aspettato qualcosa dagli altri, o dal cielo. I miei amici? A Jesolo, dietro le tedeschine! Bitte, bitte, Fräulein… Tutto per una Lambretta di quinta o sesta mano, che neanche Mandrake ci avrebbe rimorchiato, con quella.
Continua a leggere