Per Giuseppe e Roberto

Oggi pensavo a Giuseppe Panella e Roberto Rossi Testa, due nomi di redattori ancora presenti nella colonnina del blog, ma ormai appartenenti a un’altra dimensione, ed è balzata in primo piano la virtù che più li accomunava, quella di aprirsi con assoluta serietà al mondo dell’altro, al tu di cui parlava, così bene, Martin Buber. Il cammino dell’uomo è questo, e ciò che resta, di noi, è precisamente un esserci protesi, in nome di una forza che saprei definire solo amore. Giuseppe e Roberto hanno amato questo spazio virtuale, in cui ciò che accade è il miracolo sempre rinnovato dell’incontro. Gli apologhi di Roberto e le recensioni di Giuseppe restano nell’archivio telematico, ma soprattutto in quello del cuore, delle anime che si sentono attratte da una parola-ponte che non smette di lanciarsi, come si dice nei Vangeli, verso l’altra riva. In questi giorni, in cui la politica appare come un gioco delle tre carte senza fine, in cui il servizio al popolo è ridotto a mera altalena di potere, il ricordo di Roberto e Giuseppe mi consola per la loro parola sincera, impossibile da dimenticare.

Arrivederci, Roberto

Roberto
Roberto Rossi Testa ci ha lasciato. Mi ha telefonato Lidia, la compagna di una vita, stamattina, intorno alle otto. Sono rimasto incredulo: l’avevo sentito un paio di giorni prima, con la voce flebile ma ferma, lucida, come tutto in lui è stato sempre attraversato da una sonda nitida e precisa, disincantata e calda, affettuosa e spietata, come se la vita umana fosse davvero quel coacervo di contraddizioni da tenere insieme che i saggi descrivono nei libri entrati nella storia, a cominciare dalle Lettere di Paolo: la carne e lo spirito, il peccato e la grazia, l’intelligenza e la passione, l’ombra e la luce. Roberto, come il Leopardi da lui tanto amato, non si è fatto illusioni su quella che chiamiamo la natura umana: l’ha guardata in faccia con coraggio, raccogliendo il guanto della sfida, non sottraendosi mai alle sue provocazioni, che su questo suo e nostro caro blog trasfigurava e rendeva durature in forma di apologo. Con lui avevo un dialogo serrato: ogni giorno ci inviavamo una mail con un commento ai fatti del giorno, ai temi più scottanti, ai nodi che impegnavano noi e l’umanità in una lotta a volte sfiancante con la logica, l’etica, la fede. A un certo punto mi è sembrato strano non vedere il suo nome nella posta in arrivo: era un rito, un’abitudine, una di quelle certezze che fanno della vita un luogo famigliare, tenero, sicuro.
L’ultimo apologo narrava di un incontro in treno tra viaggiatori pendolari. Quello che potremmo definire il suo interlocutore lo interpella con parole che starebbero bene, credo, sull’ultima dimora di Roberto:

Lei segue quella che viene ufficialmente indicata come la strada maestra, che poi non ha mai insegnato nulla di buono a nessuno ed è la strada dei fessi; e vuole per di più seguirla insieme agli altri, avendoli a cuore, quasi potesse costituire per loro un esempio, un incitamento: con il piglio di quei capipopolo di un giorno che hanno il collo che sembra fatto apposta per essere tagliato il giorno dopo sulla pubblica piazza.

Roberto è stato questo: uno che ha creduto fino in fondo nella strada maestra, che viene dai più considerata la strada dei fessi; e ha voluto seguirla insieme agli altri, avendoli a cuore, quasi potesse costituire per loro un esempio, un incitamento. Mi verrebbe da replicare all’infinito queste che sono tra le sue ultime parole scritte, quasi un testamento da dedicare alle persone che ha amato, a Lidia, a noi amici del blog, a voi lettori, che avete condiviso con il cuore, oltre che con la mente e la cultura, le sue Provocazioni. Lascio ad altri il compito di celebrare il Roberto poeta e traduttore. Io mi limito a concludere, qui, quello che me non è un addio.

Provocazione in forma d’apologo 299

Avendo sognato che sempre più spesso tornavo in un cinema dov’ero l’unico spettatore, e nel quale all’inizio si proiettavano film affascinanti, e poi via via sempre più scadenti; e che a un certo punto, interrottasi la pellicola, sullo schermo cominciava a scorrere la scritta “MEDICE…” subito soverchiata da una risata tanto forte da svegliarmi; avendo dunque fatto questo strano sogno, e non venendone a capo, mi sono rivolto al mio collega di stanza, celeberrimo saggio e smorfiatore.
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Provocazione in forma d’apologo 296

Capodanno 2028. Il Presidente, solo nel suo studio davanti al computer, sta lanciando alla Nazione il solito, rituale messaggio.
La sapiente regia automatica, per aiutarlo a metterci un po’ di calore, gli fa sfilare immagini colte al volo dalle case degli spettatori: volti intenti, sorridenti, persino con qualche lacrima di commozione.
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Provocazione in forma d’apologo 295

Un lutto dietro l’altro in famiglia. In questi momenti il mondo del sonno e della veglia sono ancor meno distinguibili del solito: è come se la porta di passaggio fosse rimasta aperta, e per quanti se ne vanno tanti ritornano. A volte come presi in un ingorgo si presentano tutti insieme, ma senza destare sorpresa né impressione. E alla fine arriva anche lui, il nonno un po’ tonto, da vivo impedito nei modi e nella parola; ma da morto, bisogna puro dirlo, figura assai meglio.
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Provocazione in forma d’apologo 294

“Vecchio, che fai?” una voce mi fa sobbalzare, ed alzo lo sguardo su un giovane con una maglia senza maniche coperta di scritte, le braccia coperte di tatuaggi e i canini rivestiti di metallo che mandano lampi alla luce della lampada sulla mia scrivania.
“Come, che faccio? E tu, come sei entrato?”
“Non cambiare discorso.”
“Io come vedi sto scrivendo, esattamente la Provocazione in forma d’apologo 294.”
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Provocazione in forma d’apologo 293

Un pensionato sulla SUA panchina, quella col sole all’ora giusta e l’ombra idem, sta tentando di uccidere un ragno pericoloso che ha osato invadere i suoi confini, e magari pensa persino di farci la tela, fra schienale e seduta, sulla SUA panchina.
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Provocazione in forma d’apologo 292

Solita convocazione a porte chiuse dal Capo per reprimende varie.
“Siedi, Erre.”
“Sono già seduto, Capo.”
S’inquieta quando lo chiamo in questo modo, ed è uno dei motivi per cui lo chiamo così.
“Ah sì vedo. Dunque…”
“…. Dunque?”
“Erre, tu remi contro!”
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Provocazione in forma d’apologo 291

Quarant’anni fa, ragazzotto fresco di patente, percorrevo spesso una strada di gran traffico. In un punto di particolare intasamento, dove si andava a passo d’uomo, ogni volta vedevo un tale seduto su un muretto, e avevo tutto il tempo d’osservarlo: sempre lo stesso soprabito e una gran massa di capelli bianchi e lisci che spiovevano su una faccia imberbe, da bambino; spiccavano da sotto le palpebre semichiuse due occhi attentissimi che non guardavano il passaggio delle auto, ma più oltre, forse gli asfittici cespugli di un campetto pelato che si stendeva dall’altra parte della strada.
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Provocazione in forma d’apologo 289

È rinato, ma non in chiave consumistica, il rito del picnic. Da qualche tempo con i vecchi amici la domenica ci si ritrova su qualche prato delle nostre belle montagne a sbocconcellare un panino e a bere un bicchiere, parlando del difficile passato, del più difficile presente e del difficilissimo futuro.
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Provocazione in forma d’apologo 288

La sensazione di cadere che si prova quando ci si addormenta (tanto spiacevole che a volte ci si sveglia) non dura che un attimo; appena sotto i nostri piedi, invece dell’atteso baratro, si trova la cima di un monte sulla quale atterriamo dolcemente; e innanzi a noi si stende un comodo sentiero che porta a fondovalle, dove ci vengono offerti buoni cibi. Se si accetta si resta per sempre; se si rifiuta a tempo debito si torna indietro, verso il risveglio. Questo viaggio avanti-indietro può essere compiuto innumerevoli volte, anche se pochi ne serbano memoria.
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Epistola dell’Albero e dei Quattro Uccelli, di Ibn `Arabî

cop L'albero PIATTO

“Epistola della riunione della creatura al proprio essere essenziale, attraverso l’incontro con l’albero umano e con i quattro uccelli spirituali”: ecco come potrebbe tradursi il titolo completo di questo opuscolo, qui per la prima volta in versione italiana. Continua a leggere

Provocazione in forma d’apologo 285

Benché pregata di non declinare l’estate declinò.
Ogni giorno la luce scemava, solamente il calore restava quasi estivo ed esalava in nebbia.
La nebbia usciva dalla terra e s’insinuava dovunque, l’umidità appiccicava le vesti alla pelle e soltanto rari aliti freddi indicavano l’avanzare della stagione.
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