Spagna, allontana da me questo calice

di Cesar Vallejo

Bambini del mondo,
Se la Spagna cadrà — dico un assurdo —
se cadrà
giù dal cielo il suo avambraccio preso
al capestro da due terrestri mappe,
quanti anni, bambini, nelle tempie concave!
come avrà presto effetto il mio presagio!:
il suono anziano vi entrerà nel petto,
sfiorirà sul quaderno il vostro due.

Bambini del mondo, ecco
la madre Spagna col suo ventre a spalla,
la maestra di noi coi suoi flagelli;
è madre ed è maestra,
è croce e legno, che vi ha dato altezza
vertigine, frazione e somma, bimbi;
è con stessa, padri del processo. Continua a leggere

Il blocco degli sbarchi

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Verrà il tempo in cui
gli alieni bloccheranno
gli sbarchi nelle loro
progressive et prospere
lande per farci pagare
i nostri miseri confini
i morti in mare bambini

Max Ponte
13 giugno 2018
#apriteiporti #restiamoumani

Il Liotro e gli elefantini siciliani

liotro foto

di AMBRA STANCAMPIANO

(immagine di Martina Garzia)

Un tempo molto lontano da adesso, quando il mondo era ancora giovane e la Sicilia appena una bambina, viveva sull’Etna e nelle campagne circostanti un gruppo d’elefanti nani, piccoli come dei pony a cui sia cresciuta una proboscide.

I primi uomini che avevano deciso di stabilirsi da quelle parti stavano fondando proprio allora la città di Catania. A quei tempi vivevano lì intorno terribili mostri e animali feroci come la biscia belluina delle zolfare, i ciclopi dei faraglioni e il Drago Tifone, che abitava nelle viscere del vulcano e aveva davvero un pessimo carattere. Continua a leggere

Marino Magliani, “All’ombra delle palme tagliate”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Marino Magliani

All’ombra delle palme tagliate

Amos Edizioni 2018

All’ombra delle palme tagliate è la prima opera poetica di Marino Magliani. O forse no, nel senso che Magliani è da sempre poeta in prosa, e le pagine dei suoi romanzi sono ricche di spunti lirici e suggestioni fortemente evocative. Qui, però, siamo di fronte a un’inversione dei rapporti di forza, perché questa silloge, che in fondo ha la vocazione del poemetto, adotta un registro quasi-prosastico, che ne è la cifra caratteristica. Non un limite, sia chiaro. Al contrario, la vis poetica dei versi traspare proprio dalla semplicità delle immagini e delle storie che racchiudono. E dalla memoria, tanta, che dischiudono come frutti spremuti.

«Poi senza perdere quel sorriso, la piega
che aveva sostituito lo stupore,
egli fissava di nuovo la terra
e taceva il resto
del giorno».

(da “Il cecchino”, p. 27)

«Una domenica verso la fine della prigionia,
continuò l’uomo che viveva nella casa
senza persiane, ero affamato,
niente di nuovo, scendevo per una strada
piena di archi e al fondo mi pare ci fossero
tigli gocciolanti».

(da “L’amore ai tempi della guerra”, p. 117) Continua a leggere

Una lettura di Ruderi del Tauro

di Giovanna Menegus

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La poesia di Enrico De Lea – e forse in particolare quella di questo libro, pubblicato nel 2009 da L’arcolaio – non è facile né immediata. Personalmente sono riuscita a (parzialmente) penetrare la sbrecciata, petrosa fortezza dei suoi Ruderi solo dopo alcuni tentativi di avvicinamento respinti dalla loro superficie “ostica” e “basaltica”. Finché a un certo punto è scattata in me un’emozione-riconoscimento: Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto. Per un istante Continua a leggere

Ti troverò – di Max Ponte

stazione_termini_antica

Ti troverò
magra e buffa
con la pelle macchiata
dai farmaci
e la lingua
che sa di fumo
un plico di
questionari sul
gradimento dei
servizi ferroviari
ti troverò
invitta e loquace
sovrana di malati
e straccioni
con una scatola
di fragole dubbie
ti troverò
fugace e dagli
occhi nettuni
a scrivere e a
citare Pasolini

Poesia inedita, messa in scena per “Poesie d’amore con il sitar”
www.maxponte.blogspot.it 

Nella foto d’epoca Roma Stazione Termini

Sinergia


Parliamoci chiaro: la vita di fede non è semplice. Il motivo è che non si fa da soli, per cui tutto va bene. Si è in due. E l’altro è Dio. La questione è spinosa, e le domande sorgono spontanee: cosa tocca a me e cosa a Lui? Come armonizzare i ruoli? Come essere sicuri che non entrino in conflitto, che non si contraddicano a vicenda? Ci si potrebbe scoraggiare, al punto da tornare alla casella di partenza: fare da soli.
Ma il Signore chiede solo la buona volontà di fare quello che possiamo; al resto pensa Lui. E il resto, neanche a dirlo, è quasi tutto.

Italofonia portami via

insegna

Assistiamo sempre più all’invadenza di parole anglofone nella nostra vita quotidiana. E senza essere dei puristi è necessario dire che alcune scelte sono davvero inopportune. Ad esempio quella di chiamare “Bakery” un’attività commerciale per renderla più “cool”, in vece di chiamarla “Panetteria” o “Forno”. Così nella Torino dell’aperitivo vi imbatterete in questa insegna. Ma che fare? Perché se tu vai a lamentarti con un linguista medio costui ti farà capire che la lingua è in continua trasformazione e quindi insomma non ci possiamo fare niente. Poi figurati a sostenere leggi per proteggere la lingua, rischi pure che ti diano del reazionario, (anche se i francesi sulla Costa Azzurra sanzionano le insegne in altre lingue, soprattutto quelle in italiano). E allora? Allora bisogna ripartire da un comune territorio culturale, riunirsi magari con i commercianti e far loro presente che è possibile essere “cool” anche con vecchie e nuove parole nella lingua di Dante.

Max Ponte

Educazione sentimentale #8

di Giovanna Menegus

Kazimir Malevic_Quadrato nero_1915

Antonio Sparzani ha chiesto ai collaboratori di La poesia e lo spirito un testo sulla propria educazione attraverso i libri: in altre parole quali letture abbiano segnato la nostra vita nel modo indelebilmente “sentimentale”, ovvero totale, delle esperienze della giovinezza.
Come era nelle intenzioni, l’invito e la domanda mi hanno fatto mettere a fuoco
andando magari fuori temaalcune cose significative spero non soltanto a livello personale.

*

I libri non sono un autore, un romanzo, un poema: sono la lingua, che è più grande dei singoli autori, romanzi e poemi e li contiene tutti. Per questo i dizionari sono da sempre i libri che più mi affascinano: nel senso di iperlibro, ipertesto prima che la parola ipertesto venisse coniata e prima di Borges, tesoro (in alcune lingue il vocabolario si chiama tesoro, tesoro di parole: Thesaurus, Wortschatz…). Continua a leggere

Tre poesie di Fernando Bandini

di Roberto Plevano


Fernando Bandini ci ha lasciato il giorno di Natale 2013, appena un paio d’anni dopo un altro suo socius di poesia, Andrea Zanzotto. Scriveva poesia fin dalla prima metà degli anni ’50, Pianeta dell’infanzia (in Nuovi poeti, Vallecchi, Firenze 1958) è stata la prima raccolta di una produzione continuata fino agli ultimi giorni con diligenza di abilissimo artigiano.

A me piace immaginare che l’ispirazione a scrivere gli sia venuta in quelle serate in cui Goffredo Parise, di poco più vecchio, leggeva agli amici le pagine appena abbozzate di quello che doveva diventare il suo primo romanzo. Fernando, come raccontò molto più tardi, ascoltava in silenzio, pensando che quel compagno di flânerie aveva la stoffa dello scrittore vero. L’infanzia e il sogno in una città di provincia, Aznèciv (la Vicenza della memoria, degli affetti, delle disillusioni: “nome a specchio dello stagno del cuore”) vista come dai tetti, con un occhio prossimo alla vista degli angeli.

mentre già scorgo l’ultimo angelo che laggiù
all’imboccatura di una stretta convalle
dei Berici fa il conto dei miei anni.

Mi grida di lontano: «Perché ti affanni
a correre? C’è il vuoto alle tue spalle,
il fantasmi di Aznèciv non t’inseguono più».

(tratto da Dietro i cancelli e altrove, Sirventese in forma di bolero sugli angeli superstiti di Aznèciv)
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Marco Di Pasquale – FORMULA DI VAPORE

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L’editrice Arcipelago itaca – una delle più attive case editrici in ambito poetico, nata dalla passione e dall’impegno di Danilo Mandolini (anch’egli poeta di valore, di cui ricordo Radici e rami e l’ampio volume autoantologico A ritroso, entrambi usciti per L’Obliquo ed.)- ha pubblicato nel 2017 il nuovo libro di versi di Marco Di Pasquale, Formula di vapore.
Marco Di Pasquale (1976), marchigiano, lavora in un Istituto per la diffusione della Lingua Italiana nel mondo. Dal 2004 svolge attività di divulgatore letterario nelle associazioni “Licenze poetiche”, “ADAM” e “UMANIEVENTI”. Dal 2007 fa parte del comitato di giuria del Premio Nazionale “Poesia di strada”. Nel 2015, per Licenze poetiche”, insieme a Renata Morresi ha ideato a Macerata il contenitore poetico “Poesie di terra”. Nel 2009 è uscita la sua opera prima, Il fruscio secco della luce (Wizarts editore), ripubblicata in un’edizione riveduta ed ampliata per Vydia editore nel 2013.
In questa silloge, come scrive Alessio Alessandrini nella sua prefazione, l’autore “invita ad aprire «il sipario freddo della fine», a guardare dentro
all’«ultima bolla» di respiro, per ritrovarci «nella foschia», in «un brodo nebuloso», dove «sa di nebbia il porto», un porto sepolto «in un oleoso oblio»
“.
E’ in un costante, disilluso, “ragionando con meco et io con lui”, una possibile cifra di questa poesia, la cui solidità resiste al confronto col precedente montaliano-petrarchesco, e si volge – anche per l’esperienza umana, diciamo pure “militante” dell’autore – all’umano, alla possibilità (“una lisca di progetto”).
Un’esperienza poetica che ci pare esemplare nella sua coerenza e potenza di voce. (EDL)

***

Proponiamo una scelta di testi da Formula di vapore
*
nei chiodi delle stelle ti leggi al futuro e la luna d’artificio di stasera rischiara nelle vene e scorgi nel meandro almeno una lisca di progetto
mentre altri strattonano ad ostruire l’avvenire e tu non vuoi firmare se non uno specchio in bianco

*

INVALICATO DALLA NOTTE

pratichiamo un solco di silenzio
un tropico invalicato dalla notte
mentre un tenace concerto
si librerà dai limiti dove
il vuoto ruba solidità e ogni tono
dilaga nel flusso

vi cadremo senza il lusso di un punto
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Un teppista di successo


di Riccardo Ferrazzi

Manzoni si domandava “Fu vera gloria?” e tutti gli studenti quando lo leggono scoppiano a ridere. Se non è stata gloria quella di Napoleone, cosa si deve fare per entrare nella Storia?
Eppure nel 1821 questo dubbio l’avevano in molti. Napoleone aveva fallito, e il suo fallimento sembrava una pietra tombale sulle speranze della Rivoluzione. Tutta colpa della sua megalomania. Era sempre stato un prepotente, un teppista. Continua a leggere

Daniele Pietrini, La vita in più


di Maria Grazia Calandrone

Fu per lui e pochi altri che sette anni fa proposi a Nicola Crocetti la rubrica di inediti “Cantiere” che, proprio in questo settembre 2016, ho deciso di interrompere nella sua cadenza mensile, perché la poesia “fisicamente insopportabile” come quella di Daniele Pietrini è rara, se non rarissima.
Sotto morfina, negli ultimi mesi, Daniele ha scritto un’opera lucida e coraggiosissima sulla propria fine, che sapeva imminente e dalla quale è stato purtroppo raggiunto, sempre in questo settembre, mentre noi preparavamo queste note.
Un cerchio si è misteriosamente chiuso. Eppure, Daniele scrive: “do disposizione / che in quell’istante ogni uscio resti aperto”. Continua a leggere

Festival Europa in Versi 2018

festival

Al via il prestigioso Festival di Poesia Europa in Versi, giunto alla sua ottava edizione sotto la direzione della Casa della Poesia di Como. Il Festival si terrà da venerdì 18 a domenica 20 maggio, con eventi riservati alle scuole nella prima giornata ed incontri aperti al pubblico nei due giorni seguenti. 

Si segnala in particolare l’International Poetry Slam e Reading di poesia che si terrà sabato 19 maggio a villa Gallia a partire dalle 15.00. A seguire la cerimonia di proclamazione di vincitori e finalisti del Premio Europa in versi.

Da ricordare anche “Di poeta in poeta, una passeggiata creativa sul lago di Como” con la partecipazione dei poeti di Europa in versi, che partirà domenica alle 14.30 da Piazza del Duomo.

Qui tutto il programma dettagliato 

Il sito del festival Europa in Versi 

Brian Panowich, quando la paura diventa leggenda

Brian Panowich Come leoni.jpg

Bull Mountain è una giogaia della Georgia del nord sulla quale da decenni dominano i Burroughs, una stirpe di illustri disprezzatori della legge, colmi d’orgoglio fino alle orecchie. Nel precedente romanzo di Panowich, Bull Mountain appunto, abbiamo conosciuto i vecchi Burroughs, Cooper, suo figlio Gareth e i nipoti Halford e Clayton: di questi ultimi, Halford, dopo la morte del padre, ha preso in mano le redini del clan, mentre Calyton è diventato lo sceriffo di Waymore Valley, un pugno di case ai piedi di quel monte ‘sacro’ in cui le generazioni dei Burroughs si sono adattate a sempre nuovi commerci, quello clandestino del whiskey, poi della marijuana e delle metanfetamine, preparate in vasche da bagno dentro a capanni disseminati nel bosco, dentro a cui “ci lavoravano dei veri bastardi”. Continua a leggere

Educazione sentimentale # 6

Rispondo all’appello e vado indietro nel tempo a cercare quella scintilla che mi ha fatto inesorabilmente innamorare dei libri, delle storie. Arrivo ai miei quattro anni quando mio zio, rispondendo con pazienza a ogni mio “e questo come si legge? E quest’altro?”, ho imparato a leggere. Il mio primo testo è stato un cartellone pubblicitario mentre ero in macchina con mamma, la scritta quella grande, ed ero felice. Da quel momento, ho mi sono cimentata in cose sempre più lunghe e sono diventata una quattrenne “che sapeva già leggere” e una patita della lettura.

Libri da leggere con gli amici, alla scoperta di cose sconosciute
Il primo libro che ha segnato il mio percorso da lettrice è arrivato da un amichetto, figlio di un’amica, quasi una sorella, di mia madre; un bambino con cui trascorrevo pomeriggi interi a giocare e sognare. Un giorno (avevamo circa sette anni) mi ha dato Mabel tra gli Esquimesi, di Ginevra Pelizzari. Già alla vista della copertina ero tutta emozionata, erano cose che non conoscevo, storie di bambini in un mondo lontano. E ancora oggi ricordo Mabel, bimba bionda e delicata, figlia di italiani emigrati in California, che rimane sola in un’isola nel mare Artico dopo un naufragio durante una battuta di pesca con il papà. Ho conosciuto insieme a lei gli esquimesi, l’usanza di masticare pelle di foca per ammorbidirla e farci dei vestiti, i giochi sul ghiaccio e l’amico Icoluki. Il mio primo vero viaggio in un posto lontano e affascinante, grazie a un libro. Continua a leggere

P’ngieng (un racconto di Ambra Stancampiano)

Devo assolutamente tornare a casa, qui non posso essere felice.

Purtroppo sarà più facile a dirsi che a farsi, ed io non spiccico una parola da anni. Rendo l’idea?
In effetti rimanere zitta mentre tutti mi fissano ed aspettano che io faccia qualcosa non è molto educato, ma di parlare non mi va. Non saprei cosa dire: da piccola badavo alle capre, mica andavo a scuola. Nessuno poteva immaginare che un giorno sarei stata così interessante, che il mondo intero avrebbe parlato di me. E per cosa, poi.

Quanto rumore, quante ciarle… non ne posso più. Questi vestiti mi prudono e pizzicano da tutte le parti, dentro la baracca c’è caldo e non si sente nemmeno il canto degli uccelli, sovrastato da questo continuo chiacchiericcio in linguaggi che non ho mai sentito e che non m’interessano.

Questi giornalisti sono una manna per mio padre, che fino a ieri si arrabbattava per sfamare le quindici bocche a suo carico e oggi, grazie a me, si ritrova a essere l’uomo più ricco del villaggio. Ancora non ci crede, papà, dice davanti alle telecamere con gli occhi umidi. Ritrovare la propria figlia dopo così tanto tempo… gonfia il petto, gli occhi gli si illuminano: fissa un uomo che, sulla soglia di casa, sta sfogliando un rotolo di banconote per porgerne un paio a mio fratello maggiore, di guardia sulla porta.
I vicini lo guardano con un misto di pena ed invidia: nessuno vorrebbe essere al suo posto, con una figlia in quello stato; ma tutti quei soldi, tutti questi stranieri, chi li aveva mai visti?
Ogni giorno decine di jeep sfidano il deserto e la giungla paludosa e arrivano da Phnom Penh, cariche di gente che vuole vedermi. Tutti i giovani di Oyadao stazionano davanti alla nostra capanna da giorni e cercano di farsi notare dai turisti per mettersi al loro servizio, lanciando fischi, blaterando qualche parola in inglese insegnatagli dai nonni e sovrastandosi l’un l’altro con la voce o venendo alle mani. Le anziane, riunite in capannelli davanti ai fuochi per il cibo o ai lavatoi, scuotono la testa e borbottano contromaledizioni; la febbre dello straniero sembra aver colto tutti.
Tutti, tranne mia madre: lei non ha occhi che per me.

Mia madre ha occhi grandi e stanchi, ma pieni di allegria. Continua a leggere