Spazzar via la pioggia una volta per tutte.

Una delle memorie più chiare che ho della mia adolescenza ha a che vedere con un tizio dai capelli lunghi e dagli occhi azzurri che canta davanti a una piccola folla di coetanei in maglietta e calzoncini. Ricordo di essere rimasto ipnotizzato davanti alla TV, preda del desiderio di mettermi a mia volta a saltare sul divano urlando, e di aver passato i pomeriggi successivi a fare zapping su Videomusic: il tizio era Kurt Cobain e la canzone, “Smell like teen spirit”, avrebbe segnato profondamente la mia generazione.
Mi riconobbi all’istante in tutto quello che rappresentava: le All Star bucate, le camice pesanti, le felpe di seconda mano, i capelli disordinati, il rifiuto di ogni versione edulcorata della realtà che il resto del mondo sembrava volerci continuamente proporre. Continua a leggere

Intervista a Paola Silvia Dolci


di Guido Michelone

Domanda. Paola Silvia, mi parli del tuo nuovo libro “I processi di ingrandimento delle immagini”?

Risposta. Sei raccolte sotto falso nome che ho fatto girare su riviste e lit blog, è una breve antologia, ogni raccolta è attribuita a un autore scomparso o morto.

La prefazione è di Andrea Raos, le illustrazioni di Michaela D’Astuto.

 

  1. Fin dal titolo si avverte il senso di un’operazione concettuale, quasi di meta-letteratura o di poesia al quadrato: condividi?
  2. “… sono stato fotografato sapendo che lo ero. Orbene, non appena io mi sento guardato dall’obiettivo, tutto cambia: mi metto in un atteggiamento di «posa», mi fabbrico istantaneamente un altro corpo mi trasformo anticipatamente in immagine.” Il titolo, “I processi di ingrandimento delle immagini – per un’antologia di poeti scomparsi” mi è venuto leggendo La camera chiara di Barthes. Continua a leggere

Vivere

di Stefanie Golisch

Eisbären-Fotos aus der Sammlung des Franzosen Jean-Marie Donat, veröffentlicht 2015 in seinem Buch “TeddyBär” im Innocenes-Verlag, Paris http://www.innocences.net Aufnahmedatum 1920 bis 1960

Ora che sa di morire presto, tutto si collega. Di giorno in giorno, il quadro si fa più complesso, più caotico, più colorato. Non si riconoscono più i singoli pezzi – uomini, luoghi, abbozzi di storie – ma sotto la superficie appare un altro quadro. Ora che gli rimane poco tempo, il tempo è finalmente suo. Dice che solo da quando la vita lentamente se ne va, gli coglie un senso di immortalità. Continua a leggere

Metafore, teatri della memoria ed effetti di nebbia nell’Isola del giorno prima di Umberto Eco (terza parte)

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Roberto de la Grive non ha a che fare coi rarissimi codici del Nome della Rosa né con l’ammasso di parole scritte che passano sotto agli occhi di Belbo, Casaubon e Diotallevi nel Pendolo di Foucault. Nei precedenti romanzi, la lettura del mondo dipendeva in qualche modo anche da alcuni testi. Nell’Isola del giorno prima, dove invece la presenza di libri è apparentemente minima, per paradosso il protagonista finisce per vivere all’interno di un proprio Romanzo. Ma, in prima istanza, gli elementi che Roberto si trova a indagare sono l’universo, il mondo e i comportamenti degli uomini che lo abitano; tutti dati che, in quanto formanti un testo, posseggono una loro intentio operis che prevede un determinato Lettore Modello. Eco riflette sull’uso e sull’interpretazione delle metafore in alcune pagine dei Limiti dell’interpretazione, constatando però subito che produrre modelli per l’interpretazione è più facile e, forse, più proficuo, che non indagarne i meccanismi generativi. Occorre tuttavia tentare una focalizzazione di tali processi, e valutare se il ricorrere a esse, da parte di Roberto, sia un valido strumento conoscitivo, tralasciando per ora i meccanismi interpretativi[1]. Continua a leggere

palinsesti filiali

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giornate che resteranno palinsesti da raschiare
per scoprire e riscrivere i padri andati
i loro nomi le loro parole nel camminare
da un versante all’altro delle contrade

sarà sempre un’opera filiale, si voglia o no,
una parola sfuggita, un detto sfuggito all’oblio,
dovunque ci sia tempo e lentezza dell’occhio,
sulla terra dei loro passi, nel resto che non è addìo

Metafore, teatri della memoria ed effetti di nebbia nell’Isola del giorno prima di Umberto Eco (seconda parte)

WUNDERKAMMER

Il Serraglio degli Stupori, Il Labirinto del Mondo, sono tra i primi capitoli del romanzo; titoli significativi, preludio a vicende da riunire sotto la rubrica dello stupore ma anche dello smarrimento, non solo indotto dallo straordinario spettacolo offerto da quella sorta di Wunderkammern che si incontrano sulla nave, ma suscitato pure dai discorsi e dalle idee di Saint-Savin (e in parte anche del signor di Salazar e del signor della Saletta): pirroniano proveniente da Parigi, incontra per la prima volta Roberto alla mensa di Toiras, comandante della guarnigione di Casale. Assieme a padre Emanuele, Saint-Savin, maestro di filosofia e di vita, è tre le principali figure di riferimento per il giovane de la Grive. La dottrina che offre è un annuncio carnevalesco, palesando egli che di ogni cosa, passata sotto la lente dello scetticismo, si possono dare molte sfaccettature. Consiglia Roberto, lo invita a godere oggi qualsiasi dono la vita possa offrirgli perché “l’anima muore col corpo. E dunque andate alla morte dopo aver gustato la vita” (p. 57). “Educato ai primi dubbi” (p. 58), il giovane non esita perciò a seguire il pirroniano in ragionamenti che in qualche modo lo meravigliano, invitandolo a “rompere coi pregiudizi e [a] scoprire la ragione naturale delle cose” (p. 75); e se ogni idea – sia essa l’immortalità dell’anima o la casualità della vita – è sostenuta con vivaci dimostrazioni intessute di frasi provocatorie, come queste pronunciate durante il pungente scambio di battute con l’abate: Continua a leggere

Dieci domande a dieci scrittori-traduttori. Il destino dell’esule che scrive: Marino Magliani

Scrittore di romanzi, racconti e sceneggiature, traduttore di autori spagnoli e ispanoamericani, conoscitore di genti, poeta del viaggio, sempre in bilico tra Italia, Olanda e Sudamerica, Marino Magliani rappresenta un unicum nel panorama letterario nostrano soprattutto per uno stile di scrittura essenziale e dal ritmo pacato e per l’amore verso storie che fanno del paesaggio, della ricerca, della lontananza e del ritorno i temi principali.

1) Comincerei da uno dei tuoi ultimi romanzi Il Creolo e la Costa, Fusta Editore, 2016, perché mi pare racchiuda in sé molte delle caratteristiche più interessanti della tua scrittura. In uno stile scarno e colmo di rimandi, ti muovi alla ricostruzione di un episodio poco chiaro nella vita dell’eroe argentino Manuel Belgrano, spostandoti tra Nuovo e Vecchio Mondo, utilizzando fatti di storia locale, epistolari e ipotesi personali, per poi fare dei luoghi, dei volti, del silenzio e del non-raccontato (il non-detto, il non-conosciuto) il centro della tua narrazione: una vera e propria indagine, che parte dall’altro per arrivare a noi stessi. Possiamo dire che la figura dello scrittore si avvicini in qualche maniera a quella del detective?

In questo caso sì, è la biografia stessa dell’autore che percorre geografie belgraniane e indaga. Sono nato in provincia di Imperia, terra del padre di Manuel Belgrano, Domenico Belgrano, che ha vissuto la sua gioventù tra Oneglia e Costa d’Oneglia, prima di emigrare in Spagna e poi in Argentina. Manuel Belgrano è il fondatore della Repubblica Argentina e creatore della bandiera. In Argentina una vera e propria icona.
L’autore si ritrova da ragazzo a Continua a leggere

primo e secondo addio

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[Casalvecchio Siculo – foto di Lea De Lea]

(addii)
Non esistono addii, al paese:
Ci incontriamo e poi ci salutiamo,
Alla prossima volta, anno stagione mese –
Niente addii, ci basta un ci vediamo.

(ancora addii)
Poi, dice qualcuno, gli addii sono nelle cose,
Ma archi tribone luoghi nel teso raggio
Dei nomi amati dei morti, che nessuno nascose,
Segnano il rivederci, in un paesaggio.

Marino Magliani, L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi

di Roberto Plevano

Al suo ultimo lavoro – L’esilio dei moscerini danzanti, Exòrma 2017. Si esita a chiamarlo romanzo: mescola memoir, appunti di viaggio, riflessioni morali, colloqui e fili narrativi disparati; ma il progetto è unitario e coerente – Marino Magliani ha dato un titolo che richiama certe composizioni orientali. La sua curiosità botanica ed entomologica (che è aspetto della curiosità generale indispensabile all’esistenza) si è posata questa volta su una specie di Chironòmidi originari del Giappone e delle isole del Pacifico, che ha colonizzato a partire dagli anni ’60 le coste dell’Europa del Nord. Il loro volo sulle alghe spiaggiate, la danza, è, rimugina Magliani, forse il ricordo del grande viaggio dalle Hawaii, il loro esilio. È anche un balletto di morte, perché diventano così facile preda di altri animali: di moscerini danzanti ce ne sono nuvole. Vivono attorno alle alghe, o nei luoghi anfibi dove la sera si radunano i gabbiani. E c’è forse qui un destino.
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Metafore, teatri della memoria ed effetti di nebbia nell’Isola del giorno prima di Umberto Eco (prima parte)

Isola Eco

Non sono mai ingenue né scontate le strategie che Umberto Eco mette in atto per profilare i personaggi dei propri romanzi. Non sorprende quindi che l’eroe dell’Isola del giorno prima, Roberto de la Grive, sia posto tutto sotto un particolare sigillo, onirico e sfumato, che investe il modo di allacciare i segni e gli indizi del mondo esterno, la maniera in cui l’autore edifica il mondo narrativo, il tipo di linguaggio adottato e, non ultima, la struttura della fabula. Per far ciò Eco anagramma alcuni spunti generati dalla lettura di Sylvie di Gérard de Nerval, in particolare trasferendone all’Isola il gioco a effetti di nebbia, non solo dotando il dettato di particolari risultati estetici, ma inserendo un reagente chimico di volta in volta capace di fare più evanescente o più chiaro un qualche elemento del testo. Continua a leggere

I Paesaggi piemontesi di Giuseppe Torelli

Paesaggi Torelli

Giuseppe Torelli fa parte di quella schiera di autori dell’Ottocento piemontese che poca fortuna ha riscosso presso l’editoria del nostro e del secolo precedente. Tuttavia non è scrittore da dimenticare se anche Italo Calvino vide nell’Emiliano un romanzo degno d’essere inserito tra le “Centopagine”. Torelli nasce nel 1816 a Recetto (Novara), ma trascorre l’infanzia in Valsesia, nel convitto di Doccio. Orfano a nove anni di entrambi i genitori, studia medicina a Vercelli, seguendo le orme paterne. Scrive, a Novara, sull’“Iride” di Angelo Brofferio. Collabora e dirige importanti riviste, siglando sovente gli scritti con lo pseudonimo (che mantiene per quasi tutta la produzione) di Ciro d’Arco. Amico di Massimo d’Azeglio, ne diviene segretario e di lui cura, postumi, I miei ricordi. Dal 1852 al 1856 dirige la “Gazzetta Piemontese” (la futura “Gazzetta Ufficiale”) sulle pagine della quale pubblica racconti e descrizioni paesaggistiche confluite poi nel volume Paesaggi e profili (Le Monnier 1861). Deputato nel 1860 e nell’anno successivo, trascorre gli ultimi anni a Torino dove si spegne nel 1866. Continua a leggere

Che cosa fare del mio cadavere (II)

di Roberto Plevano

(continua da qui)

Poi c’è il computer sulla scrivania, il compendio della mia attività. Lì c’è un caos inestricabile, di cui non ho fatto nemmeno un backup. Anche ammettendo che qualcuno riesca a indovinare la password di login (perdonatemi, non esistono termini in italiano, se dico ‘salvataggio’, ‘parola chiave di accesso’ nessuno mi capirebbe), che non è annotata da nessuna parte perché per me e soltanto per me è impossibile da dimenticare (e per tutti gli altri è impossibile da azzeccare), ma, da ex vivente, è come se l’avessi dimenticata (infatti non posso nemmeno muovere un dito, e i morti, si dice, sono piuttosto smemorati, cf. Odissea, X e XI: νεκύων ἀμενηνὰ κάρηνα, le teste senza forza dei morti), nessuno potrà ricavare un senso qualsiasi dalla massa di materiali nel computer e nel cloud (ancora, se dicessi ‘nella nuvola’, pensereste che ho bevuto o fumato qualcosa di forte, prima di decedere), e tutti i miei appunti, pensieri, abbozzi, inediti, rimarranno tali, svaniranno come se non fossero mai esistiti. Fare le cose alla meno peggio, non avere disciplina, lasciare tutto in uno stato indefinito che si definisce work in progress (significa soltanto che uno è pigro e inconcludente), può avere conseguenze devastanti, se desideriamo che qualcosa rimanga dopo di noi. Baruch Spinoza, per dire, morì ancora giovane, ma lasciò in perfetto ordine un’opera da pubblicare, manoscritti e corrispondenza nel suo scrittoio chiuso a chiave; i suoi amici poterono editare e mettere meticolosamente a stampa un libro come l’Ethica e tutto il materiale nel giro di otto-nove mesi. Trecentoquaranta anni fa.
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Che cosa fare del mio cadavere (I)

di Roberto Plevano

Diamine, è successo. Mentre dormivo, non me ne sono neanche accorto, questione di mezzo minuto. Non che si potesse evitare o trovare un tempestivo rimedio: occlusione completa di un’arteria coronaria, flusso del sangue bloccato e conseguente morte dei tessuti del muscolo del cuore: si chiama infarto miocardico. È un malanno comune, sono in buona compagnia: in Italia vive un milione e mezzo di infartuati, chissà quanti nel mondo.
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L’uomo dei libri

L’uomo dei libri era amico degli uomini e della terra. Da tempo manca all’appello della primavera. Ebbi modo di imbattermi in lui nella mia prima passeggiata nella nuova città ove ero giunto per lavoro, dopo essermi fermato alla Pensione Franchi, stracco dopo il lungo viaggio in treno. Giusto a metà aprile di anni fa, anni corsi via mentre io all’apparenza restavo a fissarne il movimento invisibile e certo, come la materia minerale ed i passi sull’acciottolato di una piazza. Continua a leggere

Di cosa parliamo quando parliamo di “libri” (ai bambini)

Raymond Carver mi perdonerà se manipolo un suo felice titolo e lo modello su una domanda che mi sono sempre posta. Quando si parla di “promozione della lettura” (brivido), di “invito alla lettura” (vade retro) o si sviluppano progetti che incentivino le persone ad acquistare e almeno aprire un libro, si cerca sempre di trovare una definizione, una motivazione, una “giustificazione” quasi del perché sia bello/necessario/positivo leggere. Solo le campagne ideate dai librai, o dalle stesse case editrici, sono valide e accattivanti, a differenza di quelle didascaliche e tristi concepite dalle cosiddette istituzioni, che poco sembrano conoscere di quel mondo. Continua a leggere

ELIO TAVILLA – tre inediti

Tre poesie

comprendevo che la notte si allargava oltre i soliti confini
quando era al punto di crollare sulla superficie del pianeta.
Io ascoltavo il tonfo di una colonna sonora. Poi niente
l’amore che provavi per me era aperto e chiuso
aperto e chiuso, aperto e chiuso. Sì, pulsava
e si capiva che era in vita da quel battito scontroso
ma incrollabile, perenne. Alla fatina avevi detto cose orribili
e ora non ti restava che sparare

* Continua a leggere

FIRENZE DOVE SEI?

di Giovanni Agnoloni

Mi sembra giunto il momento di ripubblicare questo articolo, che uscì per la prima volta sul “Corriere Nazionale” il 29 dicembre 2011, nell’ambito di un progetto del quotidiano intitolato “Città d’autore”. Allora vene pubblicato su iniziativa del mai dimenticato amico Ciro Paglia, al sostegno di sua moglie Stefania Nardini e del direttore del giornale Duccio Rugani, che ringrazio ancora.

Lo ripropongo oggi su La Poesia e lo Spirito, praticamente alla vigilia dell’uscita del mio nuovo romanzo L’ultimo angolo di mondo finito (Galaad Edizioni), perché questo è un libro che sottolinea la sostanziale indistinguibilità, in una rappresentazione realistica del mondo, dei profili più materiali e di un registro visionario-sensitivo.

Prendetelo dunque come un’anticipazione di quello che si è poi rivelato, ed è tuttora, in diverse forme, l’orientamento della mia ricerca stilistica.

Firenze, dove sei?

di Giovanni Agnoloni

Ho esitato a lungo a fare questa passeggiata per Firenze. Forse perché ho dei problemi con la nostalgia. Perché Firenze è una stratificazione di epoche compresse e scomparse, e dietro alle sue facciate nasconde infiniti distacchi e passaggi di tristezze.

Ma oggi è il momento.

In una sera di primo autunno, parto dalla periferia a cui sono sempre appartenuto per salutare per l’ultima volta una città che non esiste più.

C’è un tramonto che sembra un tuorlo d’uovo stropicciato su una tovaglia. Intorno, blu profondo.  Cammino lento lungo strade che sanno di polvere. Lontano, una moto gratta l’asfalto come unghie su una lavagna nera. Sembra il lamento di un gatto agonizzante, e si allarga nello spazio,  immagine in espansione che contiene luoghi dove sono stato e altri dove ancora devo andare. Passa un camion, con il suo barrito industriale. Continua a leggere

Ascoltare il Canto di Kent Haruf

Canto della pianura di Kent Haruf è un libro che mi ha stupito. Pubblicato anni fa da una grossa casa editrice ma passato inosservato, è stato sapientemente ripresentato da NN editore che ne ha riconosciuto il grande valore, scegliendo di affidarne la traduzione a Fabio Cremonesi − traduttore abituale di Haruf − che ha saputo dare una perfetta voce all’autore americano scomparso poco più di due anni fa.
Grazie quindi alle edizioni di Alberto Ibba, questo romanzo meraviglioso è arrivato a casa mia, e poi nel mio cuore. E mi sono trasferita per una decina di giorni a Holt, la piccola cittadina di campagna dove è ambientata la storia.
Evito sempre di informarmi troppo su un romanzo che sto per leggere, per non farmi influenzare, e per qualche ragione mi aspettavo una prosa ricercata, carica, magari una struttura complessa e una storia intricata. Sono stata invece smentita da Canto della pianura ché si è rivelato un romanzo capace di scavare nel profondo dell’animo umano, al di là del suo tono semplice, di raccontare la vita, la più viscerale, fatta di sudore, sangue, dubbi, nascita e morte. E la racconta attraverso pochi – e perfetti – personaggi che si muovono in una struttura ben definita: ogni capitolo è focalizzato su uno di loro e la storia procede nell’alternanza dei punti di vista, riferiti da una voce narrante molto partecipe delle vicende di ognuno.

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BUONA LETTURA: “Anatomia della battaglia”, di Giacomo Sartori

Buona lettura è una rubrica curata da Mara Pardini. Uno spazio per “assaggiare” libri buoni, ovvero utili, piacevoli, intelligenti, capaci di lasciare un segno nell’immaginazione di chi li sfoglia.

Un taccuino per catturare le impressioni, i messaggi e le parole che escono di pagina in pagina ma anche per incontrare scritture nuove e legate all’attualità.
Un angolo per parlare di libri e condividere il gusto di una buona lettura.

“BUONA LETTURA” 11. Anatomia della battaglia (ed. Sironi)

Anatomia della battaglia ha una forza: avvenimenti, caratteri, dialoghi e ambientazioni sono sì riferiti con chiarezza e lucidità ma riescono anche ad aprirsi ad una dimensione specifica: il rapporto fra la generazione uscita dalla guerra e quella successiva, sciupata e poi divorata dalla lotta politica senza riuscire ad individuare una via d’uscita.

Sartori conduce la narrazione contemporaneamente in più direzioni, con un uso quasi musicale del tempo, capace di dare il senso del complesso intrecciarsi di motivi di storia politica e culturale e rendere vivi tutti i personaggi.

Questi diventano persone, esseri umani, ciascuno con la propria storia: il padre fascista, la madre desiderosa di stare bene al mondo, il figlio (il narratore) che, rifiutando l’insegnamento paterno, entra a far parte di un gruppo di estrema sinistra e partecipa alla lotta armata ma che, ben presto, si allontana anche da questa e va a lavorare nell’Africa del Nord. Continua a leggere