Archivi categoria: Scritture

Veronica Tomassini. Vodka siberiana. Lettere epiche e alticce

di Roberto Plevano

Un’idea molto tenace fa del libro un’estensione della personalità dell’autore, un’espressione autentica, in un certo modo veridica e definitiva, anche quando la finzione è massima, dell’essere stesso di chi scrive. 

Io credo che un libro sia invece qualcosa di più di un’impresa individuale. Oltre all’autore, vi concorre una pluralità di attori, che trasformano un elaborato privato in libro, che è un fatto pubblico. Il vaglio di una casa editrice che abbia un qualche credito, la selezione, l’editing, i consigli, il blurb, la pubblicazione insomma, e poi il lancio, la trafila delle presentazioni, la promozione, le recensioni, i premi, costituiscono la prima dimensione sociale del libro. Seguono poi i lettori, che sono la vera ragion d’essere del libro. Per questo mi sono tenuto lontano dalla cosiddetta “editoria” a pagamento, anche se i casi possono essere vari e tanti e il confine tra un editore non a pagamento e uno che vende i suoi “servizi” non sempre è definito.  

Continua a leggere

Nadia Terranova, Come una storia d’amore

Nadia Terranova, Come una storia d’amore, Giulio Perrone editore, 2020, 100 pag., € 15.

Questo è l’incipit dell’ultimo racconto, quello che dà il titolo alla piccola, e densissima raccolta:

L’unica è raccontarsela come una storia d’amore, e per cominciare devi tornare indietro di quindici anni. Come quando eri appena scesa dal treno e ti sei tirata dietro il trolley, ed eravate immerse, tu e la valigia, nell’odore di fritto americano e pipì di via Giolitti, e andavi a passi solidi e decisi perché non ti importava delle buche, della spazzatura e delle cose che non funzionavano, eri venuta per restare e restando l’avresti capita: capire Roma è l’ultimo dei problemi, dopo che per abbatterli hai sparato a tutti gli altri. Ma siccome ai problemi non hai saputo sparare, allora li avevi lasciati sul treno, pigiati dentro una parola invecchiata: infanzia.

L’ho “regalato” (con la mia dizione sicula sporchissima e la lettura non proprio teatrale) alle amiche fuori sede. Un vocale whatsapp da ascoltare con calma. È come se Nadia Terranova fosse entrata nei nostri ricordi, nelle sensazioni di ragazze piene di futuro che lasciavano in un vagone, o su un traghetto, l’infanzia, quella in cui l’unica vita possibile era a Casa, e non in una città complicata come Roma. Il parallelo, poi, fra una relazione con un compagno, un marito e la città che si sceglie di sposare, lascia tanti punti interrogativi, tante domande, ben oltre la fine del racconto, e della raccolta.

continua a leggere

Lirico terapia. Roberto Roversi, Il giocatore di calcio corre


ll giocatore di calcio corre

Il giocatore di calcio corre lungo il filo di lana

il prato è bagnato

piove una pioggia leggera. Deve arrivare la nave

da dove, da chissà

viene dall’Africa, dall’Asia

la nave deve arrivare

è una nave ma non arriva mai.

Continua a leggere

Un ricordo di don Mario Torregrossa, di Augusto Benemeglio

Ciò che mi opprime non si può curare; è la mia croce e devo portarla da solo, …ma Dio sa quanto si è incurvata  la mia schiena per lo sforzo” 

(S. Freud)

“Ecco l’uomo” è un libro di Fabrizio Centofanti, Effatà , 2011, – dedicato a Don Mario Torregrossa, l’uomo del fuoco, del sole, l’uomo dell’insonnia, la faccia chiara del mondo, la goccia d’inchiostro di sangue e di miele, colui che non è più tra noi , e tuttavia continua ad essere freccia conficcata nell’altare, vetrata luminosa, croce di pietra e legno con nomi incisi tutt’intorno, memoria di memoria che si inventa una storia, cento, mille storie di mani tese , di voci e di gridi. 

Continua a leggere

Gianluca Ciuffardi, Tommaso Perissi, il coraggio delle emozioni (al tempo del coronavirus)

di Tommaso Perissi

Il  coraggio delle emozioni (al tempo del coronavirus) – Meltemi 2020, pp. 196 – è un libro pervaso da una vena di ribellione contro l’eccessivo riduzionismo con cui la società, e finanche alcune derive della scienza, guardano all’uomo. Proprio in quelle emozioni che si vorrebbero cancellare dalla nostra mente, come la tristezza e la paura, è sepolto un patrimonio di risorse in grado di guidarci verso la completezza della nostra esperienza di vita e di orientarci al superamento delle difficoltà attraverso il famoso concetto di resilienza. Questo tipo di emozioni infatti, dette negative, a breve termine ci orientano all’interruzione della nostra attività sganciandoci dall’assillo  dellaperformance, rendendo possibile l’ atto creativo insito nell’assunzione di una distanza dalle cose in vista di un mutamento del nostro rapporto tra noi e il mondo. Tutto questo, rapportato alcontesto drammatico della pandemia da covid-19durante la quale queste pagine sono state scritte, potrebbe rappresentare un’ancora di salvezza per non farsi travolgere dalle ricadute di ciò che sta succedendo. Nel libro c’è infatti un focus che riguarda tale situazione: viene analizzato tra l’altro il ruolo dello stress sulla salute umana attraverso la presentazione di alcuni studi e si fa ricorso al concetto di bias cognitivo per tentare di spiegare la forse eccessiva stigmatizzazione ad opera dei runners che è stata messa in campo durante le prime settimane della pandemia. Il filo rosso della trattazione è il ricorso a richiami letterari, cinematografici e teatrali.

Io sono Natasha.

di Stefanie Golisch

La badante della mia vicina di casa si chiama Natasha, la prima si chiamava Mirela, la seconda Nina, la terza Olga, lei è la quarta, Mirela era sparita a un certo punto, Nina aveva trovato un impiego migliore e Olga un uomo in internet, Natasha, che ai tempi dell’Unione Sovietica ha fatto l’ingegnere chimico e dopo il crollo della stessa la venditrice ambulante in Polonia, ancora non sa quali saranno le sue sorti, per il momento dorme sul divano in sala e accudisce la sua padrona come può, incontro Natasha sulla balconata di casa dove va a fumare, vizio che non ha alcuna intenzione di smettere, è nata a Baku, capitale dell’Azerbaigian, sua madre era di San Pietroburgo quando questa ancora si chiamava Leningrado, le piace la Russia che secondo lei, dovrebbe riprendersi l’Ucraina, dove è vissuta per quasi tutta la vita, in gioventù ha studiato il pianoforte e ha letto tutti i classici, quel che ha imparato della vita è che bisogna prenderla così com’è, finita la pandemia, se ne andrà sicuramente, a casa o da un’altra parte, ancora non lo sa, ha settantadue anni, suo marito che è stato un bel uomo è morto giovane e anche il suo primo amore, recuperato dopo la morte del marito, pure lei stessa deve essere stata una donna attraente dai tratti decisi, nel comunismo, in un certo senso, aveva creduto, ora non sa più in cosa credere, ma non importa, ognuno ha la propria croce da portare, la sua, in questi mesi monzesi, si chiama Rosetta, donna di vedute molto limitate alla quale inutilmente ha cercato di spiegare chi è lei

Non solo in Egitto: nel bel paese 51 anni fa . . .

di Antonio Sparzani

Oggi è il 15 dicembre e nella notte tra oggi e domani morì 51 anni fa (Democrazia Cristiana imperante, Mariano Rumor presidente del consiglio e Franco Restivo ministro degli interni) Giuseppe, detto Pino, Pinelli, caduto in oscure circostanze da una finestra della questura di Milano. 51 anni sono passati, ma non riesco a lasciare questa data senza un commosso e indignato pensiero. Il questore di Milano era al tempo quel Marcello Guida che era stato negli anni ’30, sotto il fascismo, il capo dei posti di confino di Ponza e di Ventotene e che dopo la guerra riuscì con qualche scaltra manovra a evitare epurazioni e a continuare, e già questo grida vendetta, una indisturbata carriera nella polizia di stato.
Nella stanza dalla cui finestra Pinelli inopinatamente cadde erano presenti quattro poliziotti e un carabiniere, secondo alcune testimonianze anche il commissario Luigi Calabresi (in seguito a sua volta deplorevolmente ucciso, sembra da un dubbio personaggio, connesso con esponenti di Lotta Continua) e poi la stanza era piena di fumo, Pinelli fumava troppo, entrava il freddo dell’inverno, si sa che un malore può venire a chiunque, anche di quei malori che non ti accasciano a terra ma che ti dànno un bel botto di energia per spiccare un gran balzo, tipico di una coscienza sporca. Continua a leggere

Lirico terapia. Eugenio Montale, Forse un mattino andando in un’aria di vetro.

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,

arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:

il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro

di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto alberi case colli per l’inganno consueto.

Ma sarà troppo tardi; ed io me ne andrò zitto

tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

***

Continua a leggere