Sotto ciò che mi disseta – Paolo Pera

Come una lanterna in mezzo al buio:
Traspare nel guado, si presenta e illumina
Per sé la via d’una luce…
Vuol solo vedere
Il suo scintillio nell’acqua.

Acqua come vergine disposta
Ad accogliere la chiacchiera
Durante il dialogo sulle potenzialità,
Sulla maturità individuale.

Io desidero vedermi i piedi
Sotto ciò che mi disseta,
E dire tutto in un tempo
Che non merita una sillaba…
E in mille tempi che meritano un poema.

Per essere come il fiore palustre,
Al quale brilla la testa
Come il corpo d’una lucciola.

[Paolo Pera, dal libro, “La falce della decima musa”
Achille e la Tartaruga, Torino 2020]

Paolo Pera

Alla ricerca del mondo nuovo. Menabò, quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria

Menabò, quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria pubblicato dalla casa editrice Terra d’ulivi, è nato all’inizio dell’anno scorso accogliendo idealmente l’eredità di Elio Vittorini e Italo Calvino. L’intento della redazione è infatti quello di accogliere l’opportunità della parola intesa come azione che possa imprimere note di cambiamento nel contesto culturale non solo italiano. Ricordo che nel novero dei redattori e collaboratori della rivista figurano infatti studiosi che scrivono, oltre che dall’Italia, da Grecia, Polonia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Spagna.

È inevitabile che il pensiero corra a Il Menabò di letteratura che vide la luce nel 1959: un periodico che andava alla ricerca di un senso politico della prosa e della poesia, nonché della funzione dell’intellettuale. Obiettivo dei redattori della storica rivista era quello di scoprire cosa di nuovo avessero da offrire l’arte della scrittura e la ricerca letteraria nella convinzione che il mondo cambia e quindi va guardato ed espresso con mezzi linguistici anch’essi sempre in evoluzione.

Il fondamento dell’impresa avviata da Terra d’ulivi è quindi quello di cogliere l’attualità dell’invito suggerito da Vittorini e Calvino a scovare il nuovo che fiorisce qui e ora e che, responsabilmente, comporta per la redazione il piacere e la necessità assieme di avventurarsi in un percorso di valorizzazione della creatività poetica, narrativa, saggistica, artistica. Guardando al passato per cogliere il presente e immaginare il futuro prossimo. Con piena libertà di pensiero.

Il nodo, anzi lo snodo, sta proprio nel pensiero che ambisce a comprendere la letteratura in modo aperto, analizzandola e mettendola a confronto con filosofia, scienza, arti visive, sicché ne viene una tensione allargata, inclusiva, profonda, che guida l’operato della redazione. I canoni sono quelli dello studio, della riflessione e della ricerca.

Vorrei definire l’intento di Menabò come un’alchimia innovativa che estende i propri (non) limiti all’invenzione. L’obiettivo è quello di giungere al segreto della parola stessa, al suo mistero, tramite processi che si espandano, così come fa l’anima dell’Universo che sempre è in movimento, in noi e attorno a noi.

Oggi viviamo l’indomani di una pandemia storica e ci aspettiamo che qualcosa accada a rimodellare il nostro mondo. Avvertiamo un impulso potente che invoca una ventata di novità. Aleggia sempre un senso di tragedia nei segnali che leggiamo ovunque, eppure vogliamo trovare elementi aurorali a popolare il nostro orizzonte instabile e liquido, foss’anche fossero sogni diversi o illusioni. Intendendo tale aspirazione come voglia di cambiamento ecco che non possiamo che riflettere e poi agire lungo una strada di ricerca intellettuale e culturale. Sempre incerta, ovviamente, poiché per ogni determinatezza, per ogni definizione, si accumulano anche le indeterminazioni, le quali evidenziano non l’irrealtà, le infondatezze o le idee vuote, ma la coesistenza di due movimenti inseparabili eppure distinti. È un sentiero stretto e difficile, peraltro imbrigliato fra le maglie di un meccanismo mondiale ancora farraginoso e culturalmente opprimente, un dispositivo mastodontico che farebbe desistere molti dall’intento di scrivere per mutare le cose. Eppure è questa l’unica possibilità di interagire con la realtà nel tentativo di contribuire alla sua trasformazione. Una sfida ardua, certamente, ma giocare con l’ignoto è ruvida danza.

Questo è il Menabò che, a ogni uscita, vogliamo regalare al lettore, nell’ottica non solo di cercare o trovare il buono e il nuovo, ma anche di fare in modo che questi germogli esistano, ovvero che prendano corpo, favorendone la crescita.

Per ulteriori informazioni: http://www.edizioniterradulivi.it

Stefano Iori
Direttore responsabile di Menabò

rimmel del lete

di Giorgio Stella

[DEDICO a me*]

Rimmel del Lete

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[ – 1 Acque camminate nel deserto – 

Spariscono le impronte

Nella polvere del mare 

– 2 – Qui giace l’uomo del sogno

Attaccato al filo spinato

Su […] cui TAO-BENETAO – 

L’ora ombra

Santa-Luce

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Intervista a Saverio Bafaro: l’ “ermeneutica del terrore”

Testo introduttivo e intervista di Pietro Romano

Saverio Bafaro (foto di Dino Ignani)

Una lingua criptica e oscura, che con meticolosa esattezza si inabissa nelle zone più remote dell’essere, introducendo il lettore «a un’ermeneutica del terrore». Un poeta, Saverio Bafaro, che fa del canto un nesso con tutte quelle forme archetipiche evase dal nostro immaginario per dare luogo a una rete di connessioni eterogenee.

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La presenza e l’assenza, di Franz Krauspenhaar

di Riccardo Ferrazzi

Franz Krauspenhaar torna in libreria e sul luogo del delitto. La sua antica passione per il “noir”, che già aveva prodotto “Cattivo sangue”, il suo terzo romanzo, risorge per ispirargli questo riuscito mix di classicismo e novità.

Nei dialoghi che il protagonista, l’investigatore privato Guido Cravat, intesse con se stesso ho ritrovato la disincantata tristezza di Raven, il killer che Graham Greene ha raccontato in “Una pistola in vendita”. Cravat ha lasciato la Polizia perché, schifato dalle abitudini dei suoi colleghi, ha deciso di far soldi come libero professionista. Onestamente, così pensava. Ma la realtà lo farà ricredere.

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ultimo primo

di Giorgio Stella

   [A GIUSEPPE PICCOLI 

SI DEDICA QUESTA MEMORIA, QUESTA

FLESSIONE DI MENTE]

[- 1 – Dalla ginestra sale la conca d’avorio verso il mare

D’ottone delle conchiglie avare di suono, di suono loro – 

La ringhiera è stata saldata dalla massa proletaria

Che ha la chiave e ci si chiude dentro –

Porta avanti il monte che non incontra

Il sasso, il ladro del cuore che smette lo stesso girotondo

Mentre quando uno moriva l’altro era in vita

– 2 – Dalla palude il cielo ha una fessura di vetro lunga

Quanto la sfida reciproca nella postura della durata muta –

L’inchino è breve si soffoca la lontananza 

Proprio quando il sangue cattivo era quello buono –

Dormendo su una panchina ricordo,

senza soldi vino sigarette donne ma le foglie

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Antonio Fiori, “I Poeti del sogno”

di Giovanna Menegùscover

È da oggi in libreria I Poeti del sogno, un’intrigante “piccola antologia” curata da Antonio Fiori. La pubblica l’editore Inschibboleth, nella collana Margini diretta da Filippo La Porta. L’antologia comprende 12 voci poetiche, per un arco temporale che iniziando nella Roma augustea passa dalla Spagna cinquecentesca alla Francia dei conflitti di religione a una Napoli catacombale ed eterna, per giungere fin quasi ai giorni nostri. Continua a leggere

Divismo

di Giorgio Stella

Questa parte la chiamo ‘rosa’, […]

Emanuel Carnevali

Ad ADRIANO SPATOLA L’AUTORE DEDICA [All’EBREO NEGRO*]

1 – Le doglie di Confucio abolirono
La muraglia cinese nel corso duro
Del cantiere a catena di cera –
L’ora più dura [l’ora] d’aria,
quando la merenda
era il pranzo della cena;
così le ore del niente
erano scandite dal nulla dei pasti
e un rosario annodato alle sbarre della croce

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Hai eretto difese con in testa una favilla

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Hai eretto difese
Finite nelle campagne
Degli anni coltivate
Ad oblio sepolte
Con le armi hai
Scavato gallerie
Per fuggire sotto
Ai campi hai eretto
Sfide sbrecciate
Nei limes imperiali
Fortezze stellate per
Far giocare gli ufficiali
Hai inciso la terra
Fertile in mezzo al
Nulla difeso i figli
I santi in una bolla
Hai alzato bandiere
Diurne all’arrivo
Del terrore hai
Cambiato troppe
Volte la faccia del
Nemico hai imparato
A non fidarti di persona
Come un mantra antico
Hai fatto tutto questo
Con i piedi nell’argilla
Come un Golem muratore
Con in testa una favilla

Max Ponte
13 febbraio 2020

Poesia inedita dedicata alle due torri dette “Bisòche”, resti della fortezza cinquecentesca di Villanova d’Asti, vota le torri Luoghi del Cuore del Fai cliccando qui > https://fondoambiente.it/luoghi/torri-della-bisocca?ldc

Piedi 2: A piedi in città

di Kika Bohr

Dalla struttura alla scultura

Il mio studio in viale Jenner ha per tre quarti un soppalco in cemento armato che lo divide esattamente in due. L’entrata invece ha più di quattro metri d’altezza. Per un anno intero vi ho ospitato un enorme piede in tondino e tubi di ferro che era collocato lì proprio davanti alla porta, sicché per entrare ci passavo attraverso. Quel piede l’avevo disegnato alcuni anni prima ed era stato realizzato dal fabbro Parisi e dal suo aiutante trasponendo il modellino in scala 1:10.

Dancio salda il piede

Nell’officina del fabbro

Ogni pomeriggio, con uno scooter elettrico dei primi modelli che aveva un’autonomia di quaranta chilometri, andavo a Ponte Lambro, che è vicino all’aeroporto di Linate, dove questo Gennaro Parisi aveva una bella officina vicino al fiume in un non luogo bellissimo tra capannoni di lamiera e campi ancora coltivati e lì, dopo aver messo in carica lo scooter, abbiamo costruito quattro grandi strutture. Misuravamo, tagliavamo e piegavamo tondini secondo delle sagome di carta da pacchi che avevo disegnato e ritagliato a misura. Dancio (Iordan Neicev), l’aiutante bulgaro, saldava tutto. Continua a leggere

Ripensare la nostra maniera di vivere?

Tucidide, Boccaccio, Manzoni, Defoe, Camus… sono solo alcuni degli autori che nel passato ci hanno raccontato le devastazioni causate da epidemie e pandemie d’ogni genere, e rileggendo oggi le loro opere sorprende la straordinaria somiglianza con la contemporaneità.

Nella sua Guerra del Peloponneso, Tucidide descrive, con la dovizia di particolari e il presupposto d’oggettività che lo contraddistinguono, una malattia proveniente dall’Africa che, dopo aver mietuto innumerevoli vittime in Etiopia, Egitto e Libia, raggiunse il mondo greco devastando in particolare Atene, già stremata dalla guerra con Sparta. La piaga, che a detta dello storico greco non trovava precedenti nell’antichità, era così terribile e sconosciuta che chiunque la contraeva moriva nel giro di pochi giorni. In base alla ricostruzione offerta da Tucidide, quasi due terzi della popolazione ateniese scomparve, e l’unica ragione per cui l’epidemia non si diffuse in altre città (Sparta su tutte) fu che i soldati assedianti, spaventati dai roghi appiccati ad Atene per bruciare i cadaveri, decisero di ritirarsi lasciando la capitale del Peloponneso in preda a se stessa.

Parecchi secoli dopo è il turno di Boccaccio, che ci descrive la peste nera del 1348, di cui fu diretto testimone. La peste, primo esempio ben documentato di pandemia, ebbe origine in Asia centrale, durante gli anni ‘30 del ‘300, e da qui si diffuse in Medio Oriente, Africa e Turchia, fino a raggiungere l’Italia e il resto d’Europa. La devastazione della peste durò fino al 1853, quando i focolai andarono rapidamente spegnendosi fino a scomparire dopo aver causato circa 20 milioni di vittime, un terzo della popolazione europea del tempo. Scrive il Boccaccio: “… e più avanti ancora ebbe di male: ché non solamente il parlare e l’usare cogli infermi dava a’ sani infermità o cagione di comune morte, ma ancora il toccare i panni o qualunque altra cosa di quegli infermi tocca o adoperata pareva seco quella cotale infermità nel toccator trasportare”. Continua a leggere

Vivalascuola. Tutti i bambini meritano il massimo dei voti

Tutti i bambini sono stati piccoli cittadini collaborativi e meritano il massimo dei voti. La classe docente guardi ai piccoli con il sorriso di chi appunta scherzosamente una metaforica medaglia sulla maglietta dei propri allievi, quasi a chiudere un brutto periodo di sofferenza collettiva. Per adesioni: scuola_e_societa@libero.it

Un appello: 10 in pagella a tutti gli alunni della primaria
di Giovanna Lo Presti

È mai possibile che ai maestri delle primarie non sia corso un brivido lungo la schiena dopo aver letto l’Ordinanza che regola lo svolgimento degli scrutini finali? Continua a leggere

Vetro a pendolo

di Giorgio Stella

                                                

P o l [l] y dal diamante di grano

Con la frode dell’armatura in croce

Alla corda d’arpa latina

Annaffiata nell’ombra

Della miniera polare –

alla mercè della neve la fionda

Della cancellata sbattuta

Dai ponti in basso al fiocco cannocchiale… 

[…]

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La prospettiva

La città ideale, di Anonimo (1470-1490)

di Sabrina Trane

La prospettiva lineare è un sistema basato su precise regole matematiche che, nel XV secolo, alcuni artisti italiani hanno individuato attraverso diligenti studi. Brunelleschi per primo comprese che, per dare una rappresentazione verosimile dello spazio, era necessario adottare un punto di vista fisso. E alla fine lo trovò.

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Quell’amore che è un nido, o forse una persona

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di: Guido Tedoldi

(dopo la lettura di «Tutto per amore», romanzo di Catherine Dunne, Guanda, 2011, pp. 358, € 18)

Per le donne l’amore è un nido, da condividere con una certa persona. Per i maschi l’amore è una persona, e non importa dove lei sia: si va e la si raggiunge.

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La vita che verrà

di Raffaele Greco

Come sarà la vita dopo il covid-19? Cambieranno e in che modo le nostre precedenti abitudini?

Trascorso ormai molto tempo dall’inizio del “tutti a casa”, il desiderio di riacquistare la normalità di un tempo si associa a una diffusa sensazione che nulla potrà tornare a essere identico a prima.

Una percezione non necessariamente sfavorevole; anzi, sembra crescere l’idea di trovarsi di fronte a un’occasione da non sprecare, per provare a non ripristinare anche i non pochi aspetti negativi che caratterizzavano la nostra esistenza.

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Intervista a Sara Maria Serafini, rivista Risme

Intervistiamo Sara Maria Serafini, fondatrice e direttore editoriale di “Risme, la rivista che non devi spolverare”.

Sara, visto che voi di Risme lavorate con le parole (e con i racconti), ti propongo un gioco. Partiamo dai luoghi comuni più famosi e parliamo di voi.
Il primo, con cui sicuramente sarete stati tormentati:
In Italia non si leggono racconti, il racconto non vende
In parte è vero, si legge poco e si leggono più romanzi che racconti. Perché hai scelto di fondare una rivista di racconti (e illustrazioni, e anche in questo caso, si lotta per il dovuto riconoscimento)?

Ciao Francesca, innanzitutto grazie per averci coinvolto e dato voce con questa intervista molto originale. Per rispondere alla tua prima domanda, quella del racconto è una dimensione temporale completamente diversa da quella del romanzo. La storia lunga ti coinvolge pagina dopo pagina, il racconto, invece, deve saper catturarti in poche righe. Scrivere è un’arte complessa che, secondo me, deve passare attraverso la narrazione breve. Una rivista di racconti come la nostra, scaricabile gratuitamente dal web, che puoi stampare o leggere su un qualsiasi tablet, avvicina molte più persone alla lettura perché è una lettura da ritagli di tempo (ad esempio tra una metro e un’altra o nella mezz’ora della pausa pranzo), ma soprattutto dà la possibilità a molti autori validi di farsi leggere.

Hai voluto la bicicletta? E adesso pedala!
Ormai lo sanno tutti, e sul vostro sito, la presentazione del progetto è bella anche da leggere, oltre che per trarne informazioni; ma vale la pena ricordare come nasce Risme. Quando, come e perché avete scelto di… montare in bici e andare? Come si svolge la vostra vita di redazione?

Risme nasce da un mio desiderio nel settembre del 2018. Oddio sono passati già quasi due anni. Incredibile. Era una cosa con cui mi volevo misurare e così mi sono lanciata (che mi sembra il verbo più appropriato) in questo progetto con altre cinque persone che si occupano di scrittura. La vita di redazione è molto semplice: tutti leggiamo tutti i racconti, li valutiamo e editiamo quelli che vengono ritenuti adatti alla pubblicazione tra le nostre pagine. Continua a leggere

ALESSANDRA CORBETTA – tre inediti

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ANNI DOPO

Ridere sarebbe come stare a galla
e un silenzio inseparabile, vietare
di scambiarsi le posate nei giorni di festa.
Sul fondo del bicchiere ritrovare
ciò che prescrive il bugiardino,
non con minore sorpresa. Ridere
al treno che parte con lo zaino in spalla
sottrarsi alla trama del pieno/vuoto:
di solito è 16 o 4 o viola il gioco.

Qualche caramella restata nella tasca
segna l’ora, riporta fino a casa.

BACÀ

Un libro giallo in mano per schivare lo sguardo
di chi ha provato a incrociarti
tra treno e banchina perché leggere – pensi –
è fare stare tutto in una riga, evitare
gli strappi di chi piange. Dritto e distratto
neghi la paura di un saluto perché – vuoi convincermi –
scrivere è la briciola del non aver vissuto.

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25 aprile. Primo Levi

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Avevamo freddo e fame, eravamo i partigiani più disarmati del Piemonte, e probabilmente anche i più sprovveduti. Ci credevamo al sicuro, perché non ci eravamo ancora mossi dal nostro rifugio, sepolto da un metro di neve: ma qualcuno ci tradì, ed all’alba del 13 dicembre 1943 ci svegliammo circondati dalla repubblica: loro erano trecento, e noi undici, con un mitra senza colpi e qualche pistola. Otto riuscirono a fuggire, e si dispersero per la montagna: noi non riuscimmo. I militi catturarono noi tre, Aldo, Guido e me, ancora tutti insonnoliti. […]
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