DUE RIFLESSIONI

lalupa

(ripropongo in un unico testo, con alcune variazioni, due mie rifessioni apparse nel 2014 e nel 2015 sul mio blog, Da presso e nei dintorni, e sul sito Carteggi letterari)

I.

“Poiché i versi non sono – come crede la gente – sentimenti; essi sono esperienze”.
A suo tempo, arrivai a Rilke ed al suo “Malte” per il luminoso tramite delle traduzioni e degli scritti critici di Giame Pintor, e poi di Furio Jesi, meteore intellettuali e morali, la cui scomparsa da giovani lascia forse immaginare e rimpiangere un diverso presente. Continua a leggere

Massimo Sannelli – Scuola di poesia

in questa scuola non c’è il decoro cattolico. il libro non insegna a scrivere, ma a vedere in grande [non insegna a vincere. per fortuna non c’è niente da vincere: nulla di nulla]. alla poesia manca l’intensità, di solito. che cosa è l’intensità? Giovanni Lindo Ferretti che canta *Fuochi nella notte* ad Alba, Emma Dante che dirige *Le pulle*, tre fate e cinque puttane, attori e attrici immensi, e immenso Ferretti

ma ce ne fossero, ce ne fosseroooo! – urla F. Guarda le sue amiche: occhio di lesbica, e tu ti scandalizzi, C.? e se ti scandalizzi, che cosa ci fai in un vicolo alle tre di notte? poi F. ha baciato anche me. la castità dovrebbe essere eccitante come il suo contrario: ci sei mai arrivato? Continua a leggere

«Muoio e vivo» (scuola di poesia, di Massimo Sannelli)

ecco un sogno. ci sono sette piccole foto sul comodino della madre: vi appaiono uomini deformi, forse mummie. il figlio raccoglie le foto, le sovrappone, e le strappa in un colpo. poca fatica, un istante solo, e il lavoro facile è fatto. la madre dice che le sono state donate da altri – il figlio le distrugge. un figlio strappa *le brutte figure*; suo fratello disapprova questa distruzione.

il vecchio il morto il deforme l’inutile sono sul comodino – dove si terrebbe il *livre de chevet*. lì c’è la tradizione ricevuta. lingua data e lingua ricevuta, va bene? e quando si parla in italiano, *quale* lingua si parla?

i vivi non seppelliscono quei morti, ma ne fanno la piccola mostra, nella camera più privata. si diceva «fare dell’avanguardia un’arte da museo», e altri dicevano: bisogna abbattere distruggere bruciare i musei. inscatolare la *merda d’artista* era un gesto una provocazione una risata e un concetto, contemplare la morte riflessa nelle foto è solo pena. Continua a leggere

L’abito (Scuola di poesia 3:6, di Massimo Sannelli)

 

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«…una donna mi chiamò da parte. Mi portò in una stanzetta della sua favela. Terra battuta. Non c’erano mobili. La povertà era completa, canina perché gridava e ululava. Eravamo da soli. Come in un sussurro, mi disse: “Ho conosciuto solo uomini brutti, ammalati e magri”. Sollevò il vestito. Mi mostrò le parti intime. Disse, speranzosa e con gli occhi pieni di splendore: “Sono ancora giovane. Ho 35 anni. Per un momento, posso farla felice. Lei è un uomo ben alimentato, bello, forte e attraente. Io ho conosciuto solo uomini brutti, ammalati e magri. Mi dia questa felicità. Faccia l’amore con me! Solo una volta”. Rimasi in silenzio. […] Poi, cercando scuse: “Sono un religioso. Sono già impegnato. Per questo non posso…. non devo… non voglio…”. Continua a leggere

Un cuore di troppo [Scuola di poesia 3:5, di Massimo Sannelli]

1. Evitare la frustrazione. Nessuno vuole la frustrazione. «Ma» qualcuno «molto, non soltanto nell’àmbito della scrittura, forse pretese», prima di pretendere *poco* (passato remoto, azione conclusa; parole di Marco Furia su un frate-asino): e significa esattamente quello che dice, *non solo nell’arena della scrittura*. Veniva la vita, ma della vita si tace; perché ha presentato, e poi tolto, cose non vere o sbilanciate (ma su cui si è creata – *io stesso* ho creato – quasi una mitologia beatriciana, caso per caso; e un’avventura da biblioteche e vicoli liguri; ma un’avventura complessa, con tremori; e poi?). Alcune cose sono state *pretese*: con l’idea forte che la vita ne dipendesse: avendo fatto, si fa ancora; e si fa ancora ogni sforzo [possibile]. Ma i colpi sono colpi, e la perdita di valore anche. Infatti la perdita non sarà mai consolata del tutto: qualcosa mancherà sempre. Continua a leggere

Monologo sull’Ambiguo [scuola di poesia 3:4], di Massimo Sannelli

L’ambiguità c’è quando «due elementi contrari costanti […] si scontrano dentro un’opera» (*Tre riflessioni sul cinema*, 1974) e dentro una vita. Gli elementi «costanti» fanno in modo che l’ambiguità sia un fenomeno duraturo o permanente, «dentro un’opera» o dentro una vita: tutto l’insieme, e per tutto il tempo, ne è investito. Continua a leggere

Meditazione sull’oggettività (scuola di poesia 3:3)

di Massimo Sannelli

Tra un periodo morto e uno che emette segnali – ma molti, esageratamente molti – il più caro è il secondo. Perché oscilla tra le possibilità: oboe comune, oboe d’amore, corno, flauto. Si tratta di utilizzi diversi del fiato; e dello studio che si autoimpone; non è la violenza; no: perché è voluto; sì, ma è preso, e – dopo preso – sofferto, analizzato e fatto a pezzi, ora stesso.

* Continua a leggere

Disumanesimo (Scuola di poesia, 3: 1)

di Massimo Sannelli

[lettore, tutto è in tutto. e dire “non c’è niente che non sia poesia” è esagerato, *forse*; ma non c’è niente che non possa visto *anche* dal punto di vista della poesia, che istituisce le sue filologie fantastiche, o i suoi scandagli, o il suo delirio. il primo testo, che segue e uscì su una rivista da combattimento – che altro significa *militante*? – è quasi un allegato interiore ad un dubbio sugli «intellettuali», e indirettamente sulla scrittura, attraverso il paradosso – vero –dell’intellettuale-filologo-archivista che si sforza di negare l’evidenza dell’Olocausto. non è che la cultura salvi *di per sé*, allora. e il tema ambiguo della forza – dalla «disperata vitalità» alla «banalità del male» – è sempre implicito, anche nelle *humanae litterae*. qui trovi il primo allegato di una cosa che si chiama ancora «scuola di poesia», ed è bene che si chiami così: nel prossimo, o in uno dei prossimi, vedrai che la scorza si ingentilisce, e diventa fiori o «lezioni inevitabili» della natura, non *sulla* natura] Continua a leggere

La pelle (scuola di poesia, 12, di Massimo Sannelli)

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Lettore, il Signor Palomar insegna che l’interno è certamente profondo affascinante complesso – ma la superficie è bella… multicolore… varia… Così inesauribile ma dicibile, se allarghi gli occhi e il vocabolario. La superficie è fondamentale, come la pelle per l’individuo. Quanti particolari esistono in una cosa? e in un testo? Moltissimi, più di quanti tu ne abbia mai notati. Per esempio: i suoni. Ci sono poesie ossessionate da un suono-simbolo, come la T nel *Cantetto senza parole* di Ungaretti [il tu, la colomba, il suo verso, l’esitazione, tu, ti, tu, titubasti – e così via] e la R in *Arremba sulla strinata proda…* di Montale. Ci sono poesie e libri che evitano alcune parole: per esempio, la *Raccolta* di Alberto Mori nomina a piene mani la *merda* e gli *occhi* [testimoni della merda], ma non l’*amore*, non il *corpo* – nemmeno una volta. La presenza è ricchezza, ma l’assenza non è sempre carenza. Ciò che non si nomina è ciò che ognuno di noi *non vuole vedere*: l’innominato è innominabile, per eccesso di devozione o per trionfo della nausea. Continua a leggere

Enigma forte (scuola di poesia, 11, di Massimo Sannelli)

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Lettore, leggi questa dichiarazione di Milo De Angelis: «[…] il mio primo maestro fu Franco Fortini, uomo inflessibile, ossessionato dal giorno del giudizio. Con lui, per anni, ho trascorso interi pomeriggi a discutere un andare a capo, come se dalla riuscita di quella poesia dipendesse il destino del mondo. Ancora di più: dipendesse la felicità di chi *in quel momento* passava per strada, ci sfiorava sui marciapiedi. Folle e preciso intreccio di esistenze. Continua a leggere

Io non sono la poesia (scuola di poesia, 10), di Massimo Sannelli

Ecco il decimo petalo. Ti ho parlato della pienezza, anche senza averla [ricordi le metafore – e non solo – sessuali e i salti di Davide per Dio; la somiglianza al testo, la sua forma e la tua forma; e la critica alle «piccole cose», più etica che estetica]. La mia mancanza di pienezza non ti manca di rispetto: perché nemmeno lo Zarathustra di Nietzsche è l’oltre-uomo: Zarathustra ama la solitudine, è continuamente in crisi, è tentato dalla gravità, è consolato dagli animali [non c’è *uomo umano* che possa consolare un uomo come Zarathustra], ed è *anche* infelice [è *disceso*: in basso ci si sporca, in basso non si è soli e bisogna parlare]. Si insegna ciò che si sa e a cui si crede, non ciò che si è, qui e ora. Io stesso sono inferiore alla poesia – ma ne parlo. Io non sono la poesia e la poesia non sono io. Continua a leggere

Il derubato che ride (Scuola di poesia, 9), di Massimo Sannelli

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Lettore, perché i poeti si vergognano della loro poesia? Perché sono così attenti a ripetere ripetere ripetere che *amano la vita*? Perché si vergognano? Anche se pagano [caro] per pubblicare. Anche se hanno studiato per pubblicare. Anche se dedicano il loro miglior tempo a pubblicare. Anche l’Italianista che mi chiese di fargli da ghost writer, per una Grande Impresa Editoriale che avrebbe firmato da solo – al mio rifiuto per “frivolo egocentrismo”, disse: “Torno ora da una lezione, in cui ho insegnato ai miei allievi ad amare la poesia e la vita”. Traduzione: Massimo, tu non vivi.

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«La vita è adesso» (Scuola di poesia, 8, di Massimo Sannelli)

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Lettore, io non ti ho mai nascosto nulla: né della strada (e di quello che succede sulla strada, e che cosa si possa trovare nella spazzatura – *volendo*) né della vita. C’era una volta un bambino (o una bambina) malaticcio e timido (malaticcia e timida: nella versione-femmina è più timida che malata, nel caso maschile la malattia – un problema respiratorio e una lieve dislessia – prevale sulla timidezza e ne è la causa). Nessun pudore, se devo dirti che quel bambino (quella bambina) giurava: non ho la forza per difendermi, mi difenderò *domani*, dicendo i nomi di chi mi insulta, di chi appoggia la mano sul mio sesso per vedere se ne ho uno, di chi e di chi e di chi, ecc. Il pudore dice di non farlo mai. Continua a leggere

Altri libertini (Scuola di poesia, 7), di Massimo Sannelli

1. E *ora*, lettore? Tre esempi. Puoi accettarli e rifiutarli. Io non sono né il padrone né il servo di questi esempi: ho solo cercato di ascoltarli, perché hanno [o sono] il quadrato che *amo* [Potenza Inusualità Maestà Furore] e le condizioni necessarie per restare [ritmo coerenza totalità musica leggerezza profondità]. E poi: le proprietà di un suono sono ancora, e sempre, le stesse: altezza durata intensità timbro. Anche la tua voce è suono. E anche la tua voce deve cantare. Dunque *anche* il testo, che – se consideri *magistrale* madonna Dickinson – inizia a vivere quando è detto: il giorno in cui la parola è pronunciata, con un’espirazione [che senti – meraviglia dei miei piccoli a scuola – se poni le dita davanti alla bocca, quando parli]. Senza fiato, nessuna voce. E chi non ha fiato – è *spirato*, e tace.
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Contro gli idoli (Scuola di poesia, 6), di Massimo Sannelli

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non è bella come te questa Luna, è una sottana americana questa Luna – chi cita Lucio Dalla [e non Kurtág] farà brutta figura. Eppure, lettore: se ascolti *Blow* di Donatoni, musica colta – ha un andamento jazz, a tratti. Berio compose dei *Folk Songs*. I musicisti, ancora, i musicisti. I danzatori come Davide, santo. E tutto questo fa parte di un altro mondo, comunque: in cui improvvisazione e solennità non sono i due corni opposti di un dramma, ma i campanili tra cui potresti stendere corde, e danzare, come Rimbaud. L’autodidatta ispirato e il superintellettuale si incontrerebbero a mezz’aria, «senza pensieri come gli angeli». Continua a leggere

Pro e contro le briciole (Scuola di poesia, 5), di Massimo Sannelli

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Lettore, il problema non è uscire dalla cameretta e diventare uno scudo umano dove uno scudo umano *serve*. Devi essere chi sei, e chi non è Majakovskij o Cardenal o Torres – vive in un altro mondo [chi parla un’altra lingua – e performare *nel modo più alto*, o combattere, non è venerare la stanza segreta – deve risplendere nella sua lingua privata: la cameretta non è un carcere, di per sé; la cameretta è l’uomo interiore: perché vi siano l’una e l’altro, occorre un IO; ciò che Bene negava a se stesso e ciò di cui Majakovskij si è privato, come ogni vittima o eroe]. *Sei* TU? Sii un IO coerente.

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Rose e gigli (scuola di poesia, 4), di Massimo Sannelli

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Lettore, ora ti raccomando di leggere *Nudo di madre* di Aldo Busi. In primo luogo, perché Busi è innominabile, tra gli intellettuali, anche giovani. Tu troverai un intero capitolo *contro la poesia*, che per Busi è la serva e l’epigona di cose troppo umane: un’antiopera e un antigenere che non contesta e non descrive, e si trasforma in un gioco sociale, inutile e ridicolo. [ricorda: se Busi ride di te, come ha riso del vecchio Montale «gelatinoso», è perché *se lo può permettere*: e tu non puoi dirgli niente, perché Busi non ha nascosto nulla di sé, né del suo sesso né della sua cultura; e non puoi rispondergli che tu conosci meglio la vita e che la ami, mentre lui è «suicidale»; di vite, Busi ne ha già vissute tre, quante le lingue che parla – eppure ride, in italiano]. Continua a leggere

CONOSCI TE STESSO (scuola di poesia: 2)

di Massimo Sannelli

IN MARGINE. «*Siamo* soli». Vasco dice bene, qui e altrove. Intanto abbiamo pronunciato molti NOMI, da Saffo in poi; qualcuno è stato ridotto [l’orinatoio di Duchamp è sia metafora sia realtà: soprattutto realtà – è fatto tanto per creare quanto per *distruggere*]; altri esaltati. «Io non mi muovo» da quelli che ho esaltato.

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Al lettore. Per una seconda “scuola di poesia”, di Massimo Sannelli

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Se tu mi leggi, ora, è perché sei un lettore di blog. Quindi sei un mio simile mio fratello lettore *ipocrita* – noi ci conosciamo, bene, da tempo; forse non personalmente, ma forse sì. Siamo pochi. Forse appartieni ad un establishment (forse hai seguìto gli ultimi passi in vita di Siciliano… forse chiami De Angelis per nome…); ma non credo; in ogni caso, un membro dell’establishment non commenta un blog (cogli l’ironia, però – almeno; caro Satana, una pupilla meno irritata!). Ma se non sei parte dell’establishment; se sei un autore più o meno autoprodotto, e autopromosso; e io mi rivolgo a te; tu mi chiedi di ricominciare la «scuola di poesia». Va bene. Ma io devo chiederti: che cosa sei disposto a sentire? e a perdere? Per esempio: un nome; il tuo nome; non urlato [mio simile, lo sai: il tuo nome sei tu: non hai quasi altro, in questo giro stretto; sei un cercatore di visibilità, legittima; ma non capisci che il tuo corpo, il tuo accento, la tua dizione, il tuo abbigliamento, le tue azioni e *i tuoi testi* sono invendibili. Che cosa accadrebbe, se ti dicessi: hai ventotto anni, trenta, trentacinque – e per te è *già* finita? Risponderesti: chi credi di essere? Ma io ti chiedo: chi sono io, *per te*? tu puoi rinfacciarmi molte cose, a ragione; ma non l’assenza di una storia] Continua a leggere