Bar nĕbhū’ah


Consolare: una bella parola. L’apostolo Barnaba la porta scritta nel nome: Bar nĕbhū’ah, figlio della consolazione. Nella quarta stazione della Via Crucis, Maria si lancia incontro a Gesù: non può fare nulla, se non consolarlo. E suo Figlio ne resta consolato. Dovremmo ricordarcene anche noi, accarezzando, nei momenti di buio, il Cristo sofferente, il viandante della Croce; a suo tempo, sapremo quanta gioia gli avremo procurato con un semplice gesto, con questo infinitesimo dono.

Uno spettacolo


Mi ha sempre colpito il rifiuto opposto da Gesù alla Cananea: lei gli chiede di guarirle la figlia e Lui risponde che non è giusto dare il pane dei figli ai cagnolini. Lo fa apposta, è evidente: vuole che la donna chieda ancora, che pronunci la risposta così bella e commovente: anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni. Dio ha bisogno di noi, per operare; le grazie sono un lavoro a due, perché Lui, che potrebbe, non si impone. Siamo chiamati a farlo vivere nel mondo, a metter su uno spettacolo gradito al Cielo. L’uomo non è un pazzo che si agita sul palcoscenico, come diceva Shakespeare; da genio qual era, però, aveva intuito che sempre di spettacolo si tratta.

Il contrario


Ultimamente, mi soffermo sempre più su questo dato: la fede è desiderio. Ci insegnano, spesso, a non desiderare, a esercitarci nel distacco: ma la vita è il contrario, è un volere con intensità, con tutto il cuore, l’anima e la mente, come dice la Bibbia. Desidero Gesù: dovremmo ripeterlo, offrirgli ogni piccola cosa che facciamo, sapendo che Lui desidera noi, quanto nemmeno possiamo immaginare. Se Dio è amore, deve amare in un modo infinito: corrispondere significa stare nell’eterno, nell’unione più felice che ci sia.

Scia di luce


Non crediamo all’amore. I maestri dell’ateismo ci hanno inculcato, con tenacia scientifica, il piccolo cabotaggio dell’amore sociologico, formale, che si pasce di idee, autocelebrativo e narcisistico. Il vero peccato è questo: aver ceduto l’anima ai cattedratici del nulla, ai figli del signore delle mosche: baal zebub.
Ma si può tornare indietro, alle origini, o al futuro, come dice qualcuno: credere in un Dio fatto carne. Basta pensare a Lui perché la vita rifluisca, perché scopriamo la sua immensa cura, la delicata Provvidenza, il desiderio intensissimo di comunione. Lasciagli il suo posto nel cuore e ti sarai liberato dall’incantesimo del male. Sarai vita che scorre, oltre lo spazio e il tempo, scia di luce.

L’Addolorato


Cos’è importante per noi? Per saperlo, basta trovare qualcosa a cui è impossibile che non pensiamo durante la giornata: la cosa o la persona che amiamo di più, radicata nel cuore, inamovibile. È un test importante, per conoscerci. Per i credenti, questa persona è Cristo. Se lo amano davvero, e si accorgono di averlo trascurato, si addolorano. Lui, poi, si addolora anche di più.

Lo stupore


La nostra debolezza ci turba, ci spaventa. Nelle confessioni si vive l’esperienza di un fronte segnato da sconfitte ripetute, imprese sempre in fallimento. Gesù lo sa, ci ha fatti Lui. È stato uomo e ha conosciuto i dossi, le buche, i pericoli in agguato in ogni tratto del cammino. Per questo ci chiede di fidarci in qualunque condizione, sfidando ogni possibile sconforto. Ci ha creati e ci ama; ha amato anche Giuda e i suoi crocifissori. Il sentimento più adeguato, rispetto a tutto questo, è lo stupore.

Immagina


Allenarsi. Abituarsi a vedere il Cristo nell’altro, prepararsi al gran giorno in cui dirà: ogni volta che avete fatto questo a uno dei più piccoli dei miei fratelli, l’avete fatto a me. Cosa faremmo a Gesù? Come lo accoglieremmo? Quali attenzioni gli riserveremmo? Immaginiamo tante cose, non sempre edificanti, e non l’incontro decisivo della vita? Ogni giorno è il giudizio: sulla nostra capacità di essere noi stessi, sull’amore che siamo e che gli altri attendono da noi per placare la fame, la sete, per essere vestiti, assistiti, consolati. Sarà bello, allora, dire al Pastore che raduna capri e pecore: ti ho visto, ti ho riconosciuto. È come un ritrovarsi tra vecchi amici, un riabbracciarsi.

Il Re dei re


Spesso ignoriamo totalmente le potenzialità del rapporto con Cristo: non immaginiamo quale amore ci aspetti, quanta beatitudine si affacci appena al di là di una soglia. Il regno di Dio si è avvicinato, dice Gesù, è dentro di voi; ma noi siamo distratti, inguaribilmente interessati ad altro.
Una speranza c’è: che un giorno ci passi per la mente il pensiero giusto, che per un istante ci abbandoniamo all’onda, al vento impetuoso, ci lasciamo rapire, portare via dal Re dei Re e Signore dei Signori, che insomma per un momento, che varrà per sempre, siamo noi stessi.

Alba


Chi non è rimasto rapito da un’alba, da un tramonto? È una rivelazione, un senso ulteriore che appare all’improvviso, come se si aprisse una porta o si alzasse un sipario. Siamo ospiti di un cosmo più mirabile di ogni effetto speciale, testimoni di uno spettacolo che non ha rivali. Ma nell’ultimo giorno sorgerà un sole più attraente, un’alba ci avvolgerà e sommergerà in una bellezza indescrivibile, se avremo avuto fede nella Luce venuta nel mondo.

Lamenti


Ci lamentiamo spesso. Magari borbottando interiormente: ci mancava questa; oppure: eccolo qua, e ti pareva! A volte sono fatti gravi, altre volte bazzecole, ma non ha importanza: è il principio che conta. Se fossimo credenti, sapremmo che Dio si prende cura di noi; anche di fronte a una catastrofe, ripeteremmo convinti: certamente ci ha protetti da qualcosa di peggio, per cui è giusto ringraziare. Siamo bambini in braccio al papà; ci pensa lui. A noi basta accarezzarlo, dicendogli ti voglio bene.

Charis anti charitos


Aiutare gli altri è un atto sacrosanto, siamo fatti per questo. Se amiamo dello stesso amore di Dio (avendo ricevuto un amore che risponde all’amore, charis anti charitos, secondo il prologo del quarto Vangelo), non possiamo esimerci dalla solidarietà. Ma i dettagli contano. Non basta soccorrere: in questo caso, la Chiesa sarebbe una ong, una onlus, non si distinguerebbe da un’associazione benefica qualsiasi. Noi diamo sollievo agli altri che soffrono come daremmo sollievo a Gesù Cristo. Allora cambia tutto; allora la Chiesa è necessaria.

L’anima di Dio


Gesù è diviso. Diviso fra il desiderio di risparmiarci la prova – perché ci ama e sa quanto costi, essendo passato Lui stesso per ogni genere di lotte – e quello di lasciarci misurare nello scontro per meritare la bella ricompensa, l’appagamento profondo delle nostre migliori aspirazioni. Se imparassimo a conoscere il suo cuore, apprezzeremmo più adeguatamente le gioie e i dolori della vita, dando a ogni esperienza il giusto peso e la giusta prospettiva, entrando un po’ di più nell’anima di Dio.

Dalla parte del bambino


I bambini disturbano. Piangono, parlano a casaccio, sempre fuori contesto. A messa, poi, sono ingestibili: favoriti da genitori lassisti, coprono le parole del prete, a volte provvidenzialmente, a dire il vero. Fanno capricci, chiedono con insistenza, s’impuntano per niente.
Eppure hanno qualcosa d’impagabile: “fiducia senza limiti, docilità, sete di Gesù, candore e purezza, abbandono totale, sguardo limpido”, dice il Cristo alla mistica Gabrielle Bossis. Dichiara di amarli, e invita a riprendere l’anima di bambino per donargliela.
Ripenso a un principio di saggezza, così dimenticato: prima della ragione viene la libertà creativa, l’adesione personale. Ama e fa’ ciò che vuoi, diceva Agostino. In questa prospettiva, dalla parte del bambino, tutto si spiega.

Vedere o non vedere


Vogliamo vedere: è un segno del nostro materialismo incorreggibile, o del nostro ateismo. Perché Dio non si vede. Dio nessuno l’ha mai visto, dice Giovanni nel Vangelo. Cristo era visibile, allora; ma oggi neanche Lui. Come amare qualcuno che non vedo? È la sfida della vita, la cosiddetta prova. Ed è questo l’amore che Dio chiede, che predilige più di ogni altra cosa. Se c’è una vittoria che conta, è amare e non vedere: non si vede bene che col cuore, come ha scritto qualcuno.

La fabbrica dei sogni


Il segreto è Cristo, la sua doppia natura. Qualunque cosa entri in contatto con quest’Uomo, penetra nell’orbita della divinità. La sorte del peccato è segnata dall’impatto ustionante con la gloria di Dio: avvicinarsi a Gesù, unirsi a Lui, significa accedere all’intimità divina, contare su Colui che ha preso su di sé il peggio di ogni cosa per renderci il meglio, come una fabbrica di sogni. Il Figlio dell’artigiano produce ancora oggi i suoi capolavori.

L’affare


Non avrai altro Dio all’infuori di me. Il Signore la sa lunga. Si rende conto che siamo divisi fra opposte religioni: la fede in Lui e quella nel denaro. Dio o mammona. Quest’ultima parola deriva da “amen”: molti legano la loro vita, affidano la stabilità dell’esistenza (questo vuol dire amen) al possesso dei soldi. È il solito dilemma: avere o essere. Se adoro il denaro, divento materia, mi irrigidisco nell’avere; se adoro Dio, la mia anima si libera, attinge alla fonte stessa dell’essere, fluisce come spirito. A noi la scelta, come sempre. Il bene, però, conviene: è l’affare migliore che possiamo fare.

Questa vita


Difficilmente crediamo all’amore. Ne abbiamo e ce ne hanno fatte tante che è quasi impossibile fidarsi. È il cuore duro di cui parla la Bibbia, la sclerocardia dei Padri. Eppure, Uno ci ha amato tanto da espiare, per noi, le nostre colpe. Fatichiamo a rendercene conto. La prima cosa che ci viene in mente è: chi glielo fa fare? E proprio per me? Ci percepiamo indegni, o talmente delusi che la questione, quasi, non ci tocca.
Se invece provassimo, una volta, a manifestare il nostro pentimento, a sussurrarlo all’orecchio del Padre, durante la messa, con la tenerezza di chi si sente veramente amato, come cambierebbe questa vita?

Cosa amare


Ci sono parole che fanno paura: comandamento, sofferenza. Indicano territori nei quali non vorremmo sostare o metter piede. Il dolore è ostico. Gesù non chiede di far finta di nulla, o di non avvertirne la presenza, il peso, il fastidio che arreca. Suggerisce di caricarsi della croce con amore: è questo che ci unisce all’Uomo dei dolori, che ben conosce il patire. E che nessuno potrà mai superare, in questo campo.

La direzione del cammino


Ci accorgiamo delle persone quando soffrono, o quando soffriamo. Le lacrime attirano l’attenzione in modo irresistibile: forse per questo i poeti sono tristi e i grandi cantanti sfondano con la malinconia o con altri struggenti stati d’animo. Il dolore e la morte costringono al silenzio, al rispetto, all’ascolto. Chissà perché, la felicità è volatile, passa inosservata, favorisce trascuratezza e distrazione. Eppure il cuore, ci dice il Vangelo, è fatto per la gioia. Ecco che emerge chiaramente, mettendosi sulla lunghezza d’onda del Cristo, la direzione del cammino.

L’anima


Esiste l’anima? Lo scientismo, la tecnologia, insinuano che l’uomo sia una macchina: funziona, si logora, finché si butta via. In molti vivono così, perfino fra i credenti: ci si imbeve a tal punto della mentalità corrente che si dice di credere alla vita eterna e non si crede neanche a questa.
Cristo ci ha dato l’anima. Letteralmente: consegnò lo spirito. È l’ultimo atto di un’esistenza spesa nell’amore. Ci è chiesto di fare altrettanto: rendergli l’anima, donarla con amore, come gesto estremo di una vita che non è una macchina-rifiuto da smaltire, ma un sogno destinato a realizzarsi.