Grazie


La realtà si può leggere in modi diversi. Una persona mi sorride: cosa c’è dietro quel gesto? Posso pensare che mi prenda in giro, che non veda l’ora di togliermi di mezzo, che in quell’espressione stia già pregustando il momento in cui sarò sparito dalla circolazione. Scrivendo questo, penso a un personaggio preciso, che ritengo ce l’abbia con me, per motivi di antagonismo, concorrenza, ecc.
Posso interpretare, però, anche all’opposto: forse la battuta che ho fatto lo ha divertito veramente; forse, per un momento, ha dimenticato il suo livore e, magari, quell’istante avrà la forza di cancellare il resto, di neutralizzare paure e gelosie. Lo saprò, probabilmente, al prossimo incontro.
È bene essere aperti ai cambiamenti. Può capitare che pensiamo a qualcuno convinti che sia legato all’esperienza negativa, che ogni sera faccia la macumba per distruggerci la vita, che sia ossessionato da parole e gesti che ci siamo scambiati in un’ora di rabbia o nervosismo; e magari lui, o lei, sta pregando per noi, perché ogni residuo tossico sia cancellato dall’azione dello Spirito.
La soluzione migliore è ringraziare per tutto: per la rabbia, l’amore, l’acredine, il perdono. Se ringrazi non sbagli, per un semplice motivo: sei tu a cambiare. E solo se cominci da te, lo rendi possibile anche all’altro.

La soluzione del problema


C’è stato un periodo, dopo L’11 settembre del 2001, in cui s’era diffusa una specie di panico relativo a possibili aggressioni, attentati, azioni di violenza ad opera di terroristi legati all’islamismo. Io stesso mi sorpresi a guardare alle mie spalle, mentre prendevo le ostie consacrate dal tabernacolo provvisto di una superficie riflettente. Nelle messe in cui partecipavano i poveri da noi assistiti, se uno di loro si portava le mani alla cinta o compiva gesti simili, temevo si lasciasse esplodere all’interno della chiesa. La medesima cosa si verificava sui mezzi pubblici e in tutti i contesti in cui si formavano assembramenti di persone.
Da allora, sono cambiate molte cose. Entrato nel cuore incandescente della profezia, certo di assistere a rivolgimenti epocali che metteranno in ginocchio il mondo intero, pronto ad aggrapparmi alle ali della Provvidenza in una sorta di film al cardiopalmo, non mi sono mai sentito tanto sicuro e tanto in pace.
La fede è un paradosso perché lo è la vita stessa: la amiamo ma dobbiamo morire, siamo fatti per lo spirito ma ci ritroviamo attratti dalla carne, siamo pensati per solidarizzare e ci scanniamo.
Comprendere la nostra condizione significa guardare in faccia queste e altre antinomie, che rimangono lì, anche negandole.
Se il mondo non consistesse in una serie di contraddizioni, potremmo pensare di cavarcela da soli, salvati da una logica di nostra invenzione. Il rompicapo, invece, ci costringe a ricercare altrove la soluzione del problema, se davvero per noi è così importante.

Apparizioni


Molti non credono alle apparizioni, invece a me sembrano normali. Mi piacerebbe vedere la Madonna: avrei parecchie questioni da proporle, ma soprattutto sperimenterei quel sapore che sogno da sempre, l’odore inconfondibile del paradiso. Qualcuno pensa all’aldilà come a qualcosa di anodino: secondo me si sbaglia. Io immagino un mondo dai sapori incredibili, dagli odori estasianti, dai colori quaggiù inimmaginabili. Confesso che certe volte, questa terra, mi sembra sopportabile soltanto perché esiste il paradiso, che non è qualcosa di alieno, ma una realtà che cominciamo a intravedere, a toccare, a fiutare già adesso, tra gli scarichi mortali delle auto, la pesantezza degli stati d’animo, le imprecazioni della vita quotidiana. C’è tanta bellezza che sottovalutiamo: sacrifici nascosti, gentilezze discrete, generosità di cui nessuno parla. È già qui che possiamo andare a caccia di sapori, di odori, di piaceri “altri”. Alcuni santi si associano a profumi: pensiamo a Padre Pio. Il segreto è guardare più in là, lasciare agli occhi, alle mani, alle narici, il tempo necessario per vedere e sentire ciò che in qualche modo neutralizza l’atmosfera di odio, sospetto o indifferenza. Se apparisse la Madonna, le chiederei di aprirmi gli occhi, gli orecchi, di allargarmi i polmoni per respirare la sua aria, ammirare i suoi colori, per gustare in questa vita stridente l’armonia del paradiso.

Appartamento


Il mio appartamento è ridotto a una stanza, nella quale deve entrare tutto. Non è facile convivere con una vista fissa sulla citrosodina – presente in ben due confezioni -, con un metro estraibile che non si usa ma è bene conservare, con un borotalco spray creato per rimuovere macchie che rimangono lì (e resta inspiegabilmente pure lui).
Davanti a me c’è la serie di fiale Tredimin soluzione orale, che dovrebbe riesumare la vitamina D. La fila prosegue sui ripiani a destra, tra quei bioregolatori indispensabili che sono i libri.
In questo senso, c’è una parte di me che si prolunga nella mansarda dell’edificio ospitante, in cui abbiamo trasferito i volumi provenienti dalla biblioteca del Centro giovanile, e che ora attendono qualcuno che li doti di scaffali.
Sul letto ci sono un piumino e due coperte, che d’estate non so dove riporre. Prima di dormire, li sposto sulla sedia: riti quotidiani che celebrano la caducità del tempo e dello spazio, e acuiscono l’anelito agli ampi locali del paradiso prossimo venturo.
La statuetta della Madonna di Medjugorie è mezzo coperta dal Symbiotic GSE, integratore a base di fermenti lattici, frutto-olisaccaridi e principi vegetali, da prendere in contemporanea con il Broncho-Vaxom, che si sporge sull’angolo della scrivania, simbolo muto di una salute in bilico.
Sul modulo a sinistra, in alto, campeggia un’immagine enorme di don Mario: sorride con un dente solo e si commuove, in quell’impasto di riso e di pianto che è l’icona della sua vita inimitabile. Quando lo guardo, riesco a mettere insieme cose lontanissime: la confezione di saponette in offerta speciale, il presepe argentato racchiuso in una mano, la scatola vuota del tom tom…

Fest(ival)


Aborrendo il festival di Sanremo, ho pensato per anni di non essere normale. Se fa tanti ascolti, mi dicevo, in difetto sono io. Mi sono disenteressato ai must della mondanità, come le discoteche, i pranzi di nozze, l’autoreferenzialità della politica. Non ho mai letto le rubriche finanziarie, le lettere al direttore, il Buongiorno di Gramellini. A confermare la mia anormalità c’era l’amore per Guccini, Clemente Rebora e il legno di Guajaco della linea Tesori d’Oriente, che infatti non c’è più.
Solo un po’ alla volta ho capito che i gusti sono sacri e dobbiamo coltivarli come tracce di un Progetto che da sempre ci riguarda.
Ma il bello viene adesso.
Lo scrittore a cui invano inviavo le mie email, oggi ha risposto. Là per là non credevo ai miei occhi. Ho pensato a una diffida, una minaccia, una sonora presa in giro. Invece no: mi ha risposto sul serio.
Volendo trovarci una morale, potrebbe essere questa: bisogna sempre fare quello che sentiamo nostro, dirigerci dove l’anima è certa di dover andare, fosse pure una canzone di Guccini, o una poesia che commuove solo noi.
Felicità è dire grazie, anche se tutti si voltano dall’altra parte. Prima o poi l’amore torna indietro, come lo 08 su via di Saponara.

I dimenticati


Bisognerebbe scrivere il libro dei dimenticati: le persone a cui nessuno bada, anzi, che in genere vengono evitate, come avessero un marchio d’insignificanza, un grigiore intrinseco, invincibile, l’assoluta incapacità di emergere sul palcoscenico del mondo. Li riconosci perché stanno in silenzio, come se non avessero diritto alla parola, e in disparte, perché attenti a non invadere il territorio altrui, a essere i primi a togliersi di mezzo.
Bisognerebbe scrivere il libro dei dimenticati, perché introducono nella dimensione misteriosa del lasciare spazio, in un mondo in cui tutti fanno a gomitate; insegnano l’arte del togliere, tra gente che pensa solo a accumulare, contagiano la virtù dell’astenersi, in un contesto che si satolla di tutto fino a esplodere.
Bisognerebbe scrivere il libro dei dimenticati, perché ti guardano con un sorriso irresistibile, quando li accogli, come se avessi indovinato un segreto che fa bene più a te che a loro: perché i dimenticati, in realtà, si dimenticano di sé, sperimentando la formula esclusiva dell’amore, spesso contraffatto dalle degenerazioni del narcisismo e dell’autoaffermazione.
Bisognerebbe scrivere il libro dei dimenticati, se non fosse stato scritto da duemila anni. Ci hanno pensato in tanti, ma solo in quattro sono passati al vaglio della storia: Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Vale la pena leggere con attenzione, entrare nel mondo incantato del silenzio.

Stazione


Dal treno il paesaggio è discontinuo. È un mondo in movimento che suggerisce immagini, ricordi, previsioni, come se fosse il ritmo dei quadri che appaiono via via a dettare il flusso di coscienza, mentre è vero il contrario: c’è un motivo, infatti, se lo sguardo si sofferma su quella fattoria, o su una chiesa, o sul cane che rincorre un gatto davanti al cancello della villa.
La fattoria mi ricorda il ristorante fallito tempo fa, in cui una vistosa matrona elargiva con fervore saluti chiassosi e battute riciclabili. Era finito anche in un film, per cui la notizia della cessata attività mi aveva sconcertato. Dal mio punto di vista, fu un simbolo chiaro della fugacità di ogni successo mondano.
La chiesa di pietra rappresenta il mio ministero tormentato, esposto alle intemperie, in bilico tra cielo e terra, come un aquilone. Un prete non dimentica di esserlo, ma la chiesa che scorre via dal finestrino gli rammenta che è coinvolto, come gli altri, in un flusso universale che trascende tonache, camici e divise.
Il cane è il segno della fedeltà, l’unica risposta sensata al precipitare degli eventi, al tempo che incalza togliendoti il respiro. Se c’è una cosa ingiusta è l’epiteto cane infedele.
Il treno in corsa è una buona postazione per comprendere la vita; evoca la natura effimera del mondo e al tempo stesso è la chiave per interpretarlo e viverlo al meglio. Incarna la mentalità simbolica, per cui uomini e donne sono sacerdoti posti sul confine fra la terra e il cielo, inquilini di una fattoria che nel quadrante successivo è già una chiesa, destinata a sua volta a trasformarsi nell’icona di una fedeltà senza riserve: passeggera di un treno che si ferma soltanto sull’immagine, desiderata e temuta al tempo stesso, dell’ultima stazione, l’aquilone già pronto a decollare per un altro mondo.

Flipper


Il mondo fa l’elogio dell’agitazione. Se non sei inquieto non puoi saltare da un sito web all’altro, imbottendoti di pubblicità che ti si aprono davanti come trabocchetti, rischiando di ingoiarti ad ogni clic. Se scegli un video, ne appaiono altri dieci, tutti con promesse di emozioni adrenaliniche: leone divora famiglia di turisti; uomo si getta in diretta dal ventesimo piano; squalo distrugge la gabbia del sub, guarda come va a finire. È come quando giocavi al flipper, da ragazzo, ed eri un mago a schivare ogni genere di buche. Ma per esporti a questo, devi essere agitato: decidere di raccogliere la sfida e magari cadere in qualche trappola: automobile sfonda il guard-rail e piomba su una messa di mormoni; scimmia albina recita il monologo di Amleto senza sbagliare accenti; asteroide sfiora la terra e provoca un cratere sulla luna. In un mondo in cui vince chi la spara più grossa, devi vivere allertato, pronto a cogliere la notizia verosimile e a scartare la bufala che entra a gamba tesa; devi avere tu stesso una mentalità scissa, bipolare, che desidera e al tempo stesso frena, si inibisce, in una eccitazione instabile continuamente in bilico tra nevrosi ed euforia.
Il mondo, dunque, fa l’elogio dell’agitazione, perché ingrassa il conto in banca di chi vive alle spalle dei deboli di spirito. Io non posso che elogiare il silenzio, quella mezz’ora al giorno in cui puoi metterti in contatto col profondo, essere te stesso col tuo Dio, e sorridere alle buche del flipper che hai evitato, con la magia di un tempo.

Ombrelli


Ci sono personaggi curiosi che è impossibile dimenticare. Io ricordo, per esempio, Agatino, l’uomo in nero – inclusi gli stivali e il cappello a larghe tese – con i suoi ombrelli enormi, colorati, che finiva sempre col lasciare a me e a don Mario. Parlava da solo, alla fermata dello 08, e sembrava non stancarsi mai dei suoi racconti. In fondo, faceva la cosa più normale: ascoltarsi. Abitudine in disuso, come quella uguale e contraria di ascoltare gli altri.
Davide era un folle molto lucido, quasi maniacale nelle sue strategie mirate a strappare qualche obolo. Quando uscì dalla droga, entrò in labirinti non meno complicati, ma lo Spirito Santo agiva clandestinamente, fino a convincerlo, prima di morire, a offrire la sua vita per il figlio che gli avevano tolto, e che lui aveva sempre sognato di riavere.
Poi c’era Katia, che sfondava la porta dell’ufficio parrocchiale e si spogliava, convinta di acquisire il diritto a un capo di vestiario della Caritas. Una volta apparve nuda in chiesa, passando quasi inosservata, scambiata forse per un armadio della sacrestia, finito lì per sbaglio.
Oggi, guardando gli automobilisti che si recavano al lavoro, pensavo a quanti di loro saranno stati tristi, arrabbiati, malinconici: eppure andavano. Immaginavo la tenerezza di Dio di fronte a tanta inconscia buona volontà.
Sì, lo Spirito Santo opera, anche a nostra insaputa, e ci guida alla meta nonostante noi, nonostante le nostre, a volte incorreggibili, stranezze.

La Voce


Scrivere è prendere coscienza di ciò che siamo, attingere al pozzo dell’anima un’acqua sempre nuova, che rischierebbe di stagnare se non facessimo girare la carrucola, se il secchio non portasse in superficie, giorno dopo giorno, il tesoro nascosto.
Si può svolgere in altri modi questa operazione; lasciando, per esempio, che emergano da dentro parole, sensazioni, e permettendo ad esse di fluttuare sotto lo sguardo vigile del cuore: è l’invisibile di cui parla Antoine de Saint Exupéry, l’autore del Piccolo Principe.
Allora ci si accorge che c’è anche per noi una rosa da curare, un asteroide da scoprire, un viaggio da compiere nella costellazione di pensieri, ricordi, sentimenti, che al contatto col nostro vero Io si trasfigurano in un oggi più maturo, e dunque più vero.
L’importante è non avere pregiudizi, non forzare il senso di quanto affiora dal profondo: Dio è anche nell’inconscio, e non ammette di essere impedito nei suoi impulsi, limitato nella dote che desidera portarci, svilito nelle nozze divine che ci onora di offrirci.
Tutto questo non avrebbe senso se non ritagliassimo, durante la giornata, un angolo di raccoglimento, inviolabile da parte dello spirito mondano. Bere al proprio pozzo è l’antidoto al branco, all’omologazione di pensieri e sentimenti che è il dramma evidente dell’attualità. La vita sboccia oltre la soglia del silenzio, laddove comincia, finalmente, a raggiungerci la Voce.

Simeone


“Perché siano svelati i pensieri di molti cuori”. Sempre intriganti le parole che il santo profeta Simeone rivolge a Maria, mentre gli porge il suo Bambino al Tempio.
Sarebbe singolare indovinare ciò che la gente pensa al di là di paure o convenienze, prudenze o ipocrisie. In paradiso non avremo segreti, perché non ci sarà alcun motivo di ricorrere a meccanismi di difesa. È sulla Terra che ci barcameniamo tra l’una e l’altra posizione, parliamo alle spalle, ci giostriamo in modo da uscirne col vantaggio di chi non si è rivelato fino in fondo.
Simeone parla chiaro: con Gesù le cose cambieranno. Ma tutto è rimasto come prima.
I santi hanno spesso un carisma tecnicamente definito “cardiognosia”. Il significato s’intuisce: la conoscenza del cuore. San Pio da Pietrelcina cacciava i penitenti prima che accusassero i peccati. Gesù stesso, nel Vangelo, di frequente dà prova di conoscere i pensieri occulti dei suoi interlocutori. Una minaccia?
Personalmente, ritengo non ci sia niente di meglio di qualcuno che ti legge dentro. La nostra aspirazione, più o meno consapevole, è trovare chi comprenda chi siamo senza doverglielo spiegare, andando al di là di blocchi e ritrosie, della paura di esporsi, di soffrire.
“Perché siano svelati i pensieri di molti cuori”. È bello che il Signore abbia trovato un antidoto alla mancanza di coraggio, alla nostra incorreggibile sfiducia nei benefici della verità.

Se il profeta


Il profeta è inascoltato per principio. Pensiamo, per un attimo, se accadesse il contrario: un mondo in cui la voce nel deserto fosse presa per buona, il cuore di ognuno si aprisse al suo messaggio, la trascendenza trovasse inopinatamente credito nell’intera umanità. Un mondo, insomma, come lo vuole Dio, rispettoso dei comandamenti, sollecito della sorte altrui, pago solo della giustizia e della verità. Niente omicidi, furti, stupri, niente talk show in cui litigare su chi ha ragione o torto né telegiornali funestati da ogni sorta di disgrazie. La maggior parte di ciò che facciamo, vediamo, ascoltiamo, svanirebbe nel nulla. Mestieri cancellati perché inutili: il secondino, il vigilante, il buttafuori; istituzioni e complessi aziendali polverizzati dal cambio di paradigma inaspettato: l’esercito, la polizia, i carabinieri, i servizi segreti, le industrie delle armi, l`antiterrorismo, tutte le attività legate all’infrazione del codice stradale, arti e professioni collegate al “peccato”: case chiuse, bische clandestine, esercizi commerciali sorti per alimentare mafie, ‘ndranghete, sacre corone unite; e poi culti satanici, sedute spiritiche, maghi, cartomanti, oroscopari, ciarlatani della prima e dell’ultima ora, truffatori, bari, spacciatori, azioni e reazioni conseguenti a tradimenti, adulteri, investigazioni più o meno private, business nati dallo sfruttamento dei sette peccati capitali o degli otto pensieri cattivi…
Se, di punto in bianco, il profeta venisse ascoltato dovrebbero fare, non c’è dubbio, una nuova edizione delle Pagine Gialle.

La firma


A proposito di piaceri legittimi, ricordo quando provai l’abbinamento mascarpone-marmellata di castagne. La vita, infatti, non è solo Colombo convinto di approdare alle Indie mentre scopre l’America, ma è anche imbattersi in un gusto nuovo, in una vista che riesce sorprendente, in un tocco terapeutico, come accarezzare un gatto o sollevare l’Ostia che guarisce il male.
In questo senso, l’Eucaristia è il paradigma di ogni sensazione collegata col profondo, il ponte fra l’esterno e l’interno, il cunicolo segreto che conduce alla settima stanza, dove abita Dio. Se non mettiamo in contatto le cose con questa Presenza misteriosa, rischiamo la dispersione della nostra identità. È il centro che dà senso alla periferia; per questo, ad esempio, una pastorale della strada, dei poveri e degli emarginati, che non prenda le mosse dall’incontro con lo sguardo di Gesù, è destinata a fallire: che se ne fa, un disadattato, della mia faccia da pesce lesso? Ma se incontra gli occhi di Cristo, ecco che la sua esistenza si riorganizza dall’interno, ritrova il filo d’oro che aveva perduto chissà come, e chissà quando.
Il mascarpone e la marmellata di castagne mi possono salvare, se lascio che il gusto percorra la strada che dal palato arriva al cuore. Non c’è niente, al mondo, che non possa convertirmi, che non mi faccia leggere, tra una riga e l’altra, la firma inconfondibile di Dio.

Il gran rifiuto


L’equivoco è considerare il Cristianesimo come una rinuncia. Che esista, è impossibile negarlo, ma è quella che troviamo nel rito del Battesimo: rinunciate a satana? E a tutte le sue opere? E a tutte le sue seduzioni?
Rinunciando al male, si apre uno scenario in cui i sensi godono delle cose giuste, rendono felici di ciò che piace a Dio e alle creature che vivono a sua immagine. Da questo punto di vista, la situazione si ribalta: il piacere mondano porta sempre con sé un’inquietudine sottile, a volte inconscia, che rovina anche quelli che sarebbero i momenti più belli della vita. È un retrogusto amaro di cui tutti abbiamo fatto esperienza; richiama alla memoria il giovane ricco del Vangelo, che rifiuta di seguire Gesù: “se ne andò via triste”; quelli da lui considerati come beni che riempivano la vita, di fronte al Cristo, non possono bastargli.
Il credente rinuncia a queste sicurezze, che nascondono un’origine precisa: satana porta Gesù su un monte altissimo, da cui sono visibili tutti i regni della terra – un simbolo, ovviamente – e gli ricorda che tutto questo è stato messo in suo potere e lui lo dà a chi vuole. Il Cristo risponde con un rifiuto di segno opposto a quello del giovane citato: a Lui non interessano i beni, ma il bene, da cui provengono i veri piaceri e la gioia profonda della vita. La rinuncia, dunque, non riguarda la bellezza, la bontà, la verità, ma la contraffazione proposta dal demonio, il quale contamina i sensi e li rende incapaci di apprezzare l’opera di Dio. Ecco perché rinunciare a satana e vivere il Battesimo è la formula vincente per essere quello che siamo, ossia persone capaci di soffrire e di gioire, di gustare fino in fondo il dono di trovarsi sulla Terra. Il gran rifiuto va fatto nella giusta direzione. Questo è il Cristianesimo.

G. M.


C’è uno scrittore con cui ho sempre cercato di entrare in relazione. Non è tra i più importanti, anzi: è piuttosto uno che si occupa degli altri, scopre talenti e li promuove. Non lo cerco per essere promosso: l’unico giudizio che riesca a interessarmi è quello universale. Lo cerco perché mi piace il suo modo di intendere la letteratura, il suo stile nell’insegnare a farne, che non è quello geniale, che so, di Giuseppe Pontiggia, che ti seduce con girandole di trovate imprevedibili; no, lui è tranquillo, forse troppo, ma di una tranquillità che ti persuade, con minuscoli passaggi che presi a uno a uno, magari, sarebbero ridicoli, ma messi insieme compongono la formula per scrivere qualcosa di buono.
Dunque ho cercato più volte di entrarci in relazione ma, come si dice, non ne ho azzeccata una. Ho capito fin da principio che c’era una sorta di maledizione, per cui qualunque cosa facessi andava storta. Una volta lo invitai a partecipare a un convegno organizzato da una conoscente, con nomi di sicuro successo, in una location prestigiosa come il Campidoglio. Partecipò un pubblico di quattro gatti, e l’improvvida organizzatrice zittì il mio relatore in modo a dir poco sgarbato e inopportuno.
Penso che chiunque, al mio posto, si sarebbe arreso. Io no. Continuo a scrivergli, senza ricevere risposta, non per convincerlo a promuovermi, perché l’unico esame a cui do peso è quello dell’ultimo giorno, ma perché mi piacerebbe entrare nel suo mondo, unico e forse irripetibile, di scrittore che si occupa non di se stesso, ma degli altri.

Lingue


E se tutti parlassimo la stessa lingua?
Ci sentiamo a disagio davanti a uno straniero con cui è impossibile intendersi anche su cose elementari. La richiesta di un’informazione, il nome di un monumento o la sua paternità, una semplice espressione affettiva producono l’effetto di metterci in crisi. Ci si guarda sperduti, cercando di spiegarsi con suoni per lo più inarticolati, in cerca di codici, simboli, strumenti capaci, con una specie di magia, di chiarire il messaggio in misura sufficiente.
Il sogno di una lingua comune ha attraversato i secoli: pensiamo all’esperanto. il successo è stato sempre limitato, ristretto a una cerchia sparuta di persone, senza arrivare a risolvere il problema.
Eppure, l’esigenza dell’uomo è comprendere, comunicare e condividere, per cui non si rassegna al fallimento. Come superare l’ostacolo, evitando le semplificazioni spesso impraticabili (impariamo tutti l’inglese!)?
Oggi ho impartito l’unzione degli infermi a una suora ormai quasi incapace d’intendere e volere (certamente di udire: è praticamente sorda). Sono entrato nella stanza con tre sue consorelle, tra cui la madre generale e la vicaria. Si sono affrettate a dirmi che avrebbero risposto loro alle formule del rito.
Il miracolo è facilmente prevedibile: suor Anna, la malata, ha mostrato di comprendere bene, e al momento del “Pater” ha pregato insieme a noi.
La lingua comune è la lingua dell’amore: due italiani potrebbero convivere per anni e non capirsi mai, come dimostrano molte confessioni. Persone di diversa nazionalità o portatori di handicap, anche gravi, riescono di frequente a entrare, invece, in empatia perfetta.
Non basta l’esperanto, ci vuole la speranza: la coscienza di un amore espresso da un vocabolario che comunica senza bisogno di parole.

Sarebbe come credere


Per i piccoli la vita è bella. Tutto sembra possibile, nulla li preoccupa e nutrono speranze senza sforzo. Il segreto del bambino è credere: alle fate, al grillo parlante, alla befana. Una volta celebravo messa e mi lasciai sfuggire: sarebbe come credere a babbo natale. Vidi le facce contrariate dei bambini e mi corressi in fretta: sarebbe come credere ancora all’uomo nero! E tra i banchi c’era il prete africano, catechista…
Credere vuol dire aprire il cuore. Più andiamo avanti, più qualcosa si accumula nel punto di contatto con il mondo, lo assottiglia, lo ostruisce, diventa una barriera di scogli a difesa delle onde che potrebbero investirci.
Abbiamo paura: del mare, dell’inconscio, delle forze esterne e interne che potrebbero sempre prevalere sulle più sofisticate resistenze.
Il bambino, no, non ha paura. Per lui il mondo è un regalo da scoprire: la calza dell’epifania trovata in fondo al letto, i pacchi ammucchiati sotto l’albero, la notte di Natale. Non crede che qualcuno possa fargli del male. E poi, perché? Il male è una cosa innaturale, un corpo estraneo, il nulla che vorrebbe presentarsi, ma a cui è bene chiudere la porta.
Tornare bambini: Gesù lo aveva detto, ma l’hanno messo sulla carta dei cioccolatini, nelle parole melliflue dei catechismi parrocchiali, nelle ironie di tanti mangiapreti.
Se ci fermassimo un momento, se non avessi mai pronunciato quella frase: “sarebbe come credere ancora”, se guardassimo il mondo per la prima volta, ci accorgeremmo che le fiabe hanno ragione, più ragione di noi.

Il messale


Passeggiavo nel corridoio con un messale in mano. Non so da dove fosse uscito. Mia madre è devota, lo avrà comprato lei, o forse era un gentile lascito dello zio sacerdote. Avrò avuto dieci anni.
Il corridoio era in ombra, e univa le stanze della casa come una spina dorsale sorregge le membra: la camera dei genitori, che stranamente non ricordo; quella dei fratelli più piccoli, il salotto – spesso chiuso a chiave -, l’atrio, la cucina, la stanzetta di noi due più grandi, la sala per studiare, mangiare o vedere la TV.
Nel corridoio si poteva passeggiare: per questo avevo preso l’abitudine di andare su e giù con quel libretto di incerta provenienza, la cui lettura suscitava in me una curiosa sensazione. Le frasi chiare, solenni, perentorie, che non prevedevano risposte, ma solo un’adesione empatica, un riconoscimento della loro assolutezza, mi immettevano in un mondo sconosciuto che a me pareva bello, perché nessuno avrebbe mai scompigliato quelle righe: c’era un ordine lontano dal chiasso della casa, dai litigi tra fratelli, dagli interventi duri di mio padre, che soffocava ogni eccesso dell’infanzia. Nei miei piccoli passi lungo il corridoio, c’era una pace che vinceva le eruzioni improvvise della famiglia numerosa: i dispetti alla sorella sfortunata, nata dopo tre maschi; gli esperimenti sadici con le lucertole o con la carta di giornale, da bruciare di nascosto sul terrazzo; i rigori tirati contro l’armadio rosso e azzurro, appena verniciato.
Il messale l’avrei riesumato, molto più tardi. Avrei provato di nuovo la pace di quel lungo corridoio: un tempo senza tempo, in mezzo alle grida, ai pianti, alle risa sguaiate della Storia.

Viaggi


Non riesco a smettere di guardare questa foto. Tu, su una specie di banchina, con la valigia, che guardi chissà dove. Il mare è a circa un metro, attraversato dai riflessi delle case tipiche che colpivano la nostra fantasia. Sullo sfondo, la costa punteggiata dal bianco delle abitazioni e un cielo a macchie più blu man mano che vanno verso l’alto. Due imbarcazioni si sfiorano: una si avvicina, l’altra – un motoscafo – sta prendendo il largo.
Se mi chiedo perché mi attiri tanto, quest’immagine, affiorano risposte prevedibili: te ne sei andato, con la tua valigia. La meta non era il paese, come sembra, ma il cielo laggiù, con le diverse sfumature di lontananza o vicinanza a Dio. Il mare – l’inconscio – replica i colori della vita, delle finestre dai battenti verdi, delle tende che ombreggiano negozi e ristoranti, degli attici e degli alberi che spuntano più in alto, come ciocche di capelli scuri. Le sagome, nell’acqua, risultano distorte: la risonanza nascosta delle cose ne coglie dettagli rinnovati, sensi alternativi. Forse, partendo, sei diventato più presente, mi hai consegnato una valigia piena di istruzioni, ricevuta dalle mani di Dio. La banchina è un’altra volta il punto d’approdo, un tuo ritorno senza interruzioni, privo dell’ansia di una falla che può aprirsi da un momento all’altro: per un edema, un ictus, o il diabete in agguato, come un serpente velenoso in mezzo all’erba. Il motoscafo ti ha condotto qui, la barca di Dio che sparirà tra poco, oltrepassando il bordo della foto.
Ecco perché lo sguardo non riesce a staccarsi dall’immagine: c’è una vita più reale di quella che continua da quest’altra parte; c’è un cielo più tangibile di quello che intravedo oltre la tenda della mia finestra, tra le ciocche di capelli degli alberi, là in fondo.

Essere o non essere


Uno si domanda: a che servono i piccioni? In genere, su di loro, si sentono solo lamentele. Occupano proditoriamente i terrazzi e lasciano tracce tutt’altro che desiderate. Ingorgano le piazze di città prestigiose, al punto da surclassare il numero, pur spropositato, dei turisti. Non parliamo delle chiazze biancastre con cui guarniscono carrozzerie e vetri di automobili appena uscite dal lavaggio.
So di alcuni che hanno dichiarato ai piccioni una vera e propria guerra, con trappole, veleni e oggetti che, in teoria, dovrebbero costringerli alla fuga.
Il piccione, però, resiste: è un soldato di trincea, un fante d’altri tempi, di quelli che stanno come d’autunno sugli alberi le foglie. Con la differenza che le foglie cadono, i militi s’immolano, ma i piccioni, che te lo dico a fare, restano lì, trionfanti, sulle ceneri degli strumenti di sterminio predisposti invano.
Dunque: a che servono i piccioni? Certamente, se ci sono, una funzione specifica l’avranno. Io, tuttavia, ho trovato una giustificazione personale: quando uno di loro si posa sulla ringhiera del balcone e comincia a guardarsi intorno, girando il collo a scatti e, a forza di voltarsi, il suo sguardo rossastro s’incontra con il mio e mi fissa come a dire: eccomi qua; be’, non trovo più ragioni per negarne l’esistenza. È facile diventare amici, in questo grumo di sabbia che rotola nel cosmo.