A capo


Poesia è andare a capo, per qualcuno. In effetti, il segno di riconoscimento più evidente è che non si arriva al bordo della pagina: la frase si interrompe prima, come a creare un effetto di sorpresa, affrancato dalle righe tutte uguali, che rimandano, indifferentemente, a un referto medico, un articolo di cronaca, il bilancio annuale di un’azienda.
La poesia, in realtà è qualcosa di diverso: un testo che dà maggiore informazione, un condensato di simboli che spalanca mondi, lasciando intravedere scenari inaspettati, che estasiano, turbano, commuovono.
Chiunque può scrivere versi: basta leggere, studiare, compulsare manuali di metrica e retorica, esercitarsi ogni volta che si sente una profonda ispirazione, appuntando parole su un foglio di giornale, uno scontrino, un biglietto del tram.
Per me è ancora altro, la poesia: sapere che c’è Uno che mi aspetta, che è fedele; che lo senta o non lo senta, è lì, inspiegabile come l’attrazione, irriducibile come la speranza. Ogni volta che ci penso, mi nascono parole, una specie di poesia che non va a capo, ma mi riempie la vita di bellezza.

Parlare


Parlare degli uomini è difficile, figuriamoci di Dio. Ma anche sul prossimo è necessario esprimersi con ponderazione, sapendo di maneggiare impressioni e giudizi soggettivi, che magari, con l’altro, nulla hanno a che fare. Vi sarà capitato, come a me, che qualcuno vi abbia apostrofato con un’accusa del tutto infondata: in questi casi, l’unica è chiudere il discorso, sperando di poterlo riprendere su argomenti alternativi.
Si tratta di un fenomeno detto “proiezione”: è una delle sensazioni più spiacevoli sentirsi definiti in un modo che è reale solo nella mente altrui. Episodi del genere ci inducono a riflettere a lungo, prima di formulare apprezzamenti.
Parlare di Dio, dicevo, è ancora più difficile: ci troviamo di fronte all’ineffabile, e possiamo solo balbettare espressioni generiche, imprecise.
Ma c’è qualcosa di ancora più arduo: parlare “con” Dio, rischiare un dialogo non verificabile, in cui si esige un’attitudine al silenzio che non tutti accettano di apprendere.
Come parlare “a” Dio? Ognuno ha un suo modo. Penso che una via efficace sia intendersi col cuore, lasciando che dall’intimo si formino suoni, frasi, parole, ispirate da Lui stesso.

Novità?


C’è un libro di Rilke, “Lettere a un giovane poeta”, che mi ha sempre colpito per la qualità dei suoi consigli. Uno di questi è guardare la realtà come fosse la prima volta. Com’è possibile? Le sensazioni, i ricordi, si stratificano così profondamente che pensare di scardinarli è un’utopia.
Se incontriamo una persona conosciuta, abbiamo le idee chiare: potrà scartare solo leggermente dall’etichetta che gli abbiamo applicato.
Lo stesso capita con un tramonto, un monte, il cielo azzurro che vedo da qui, attraverso la tendina.
Se prendo un caffè, i biscotti con la marmellata, sono sempre quelli. Se confesso, posso prevedere le parole che il penitente sta per pronunciare: il peccato è monotono, non cambia, come l’autobus che passa di fronte all’uscita del Santuario.
Ma è proprio questo che mi mette in guardia: pensare di conoscere il mondo, non aspettarsi nulla, ricevere solo conferme delle proprie aspettative, è frutto del peccato, della pigrizia nell’ascolto, dello sguardo distratto, incapace di cogliere il dettaglio che fa di ogni cosa un nuovo evento.
Rilke ha ragione quando consiglia al giovane poeta di guardare il mondo come fosse per la prima volta: è quello per cui siamo fatti, anche se il male stende la sua coltre, intessuta di abitudini e ripiegamenti su di sé.
Di mio aggiungo che si possono vedere le cose in un’altra prospettiva solo lasciandole riflettere dallo sguardo di Cristo: Lui è l’eternamente giovane, l’unico col quale è impossibile annoiarsi.

La doccia


Sembra facile amare, ma è un lungo esercizio, una scuola di pazienza, il cercare a tentoni una sintonia tendente a perdersi.
Nella mia doccia, ci sono le due manopole dell’acqua fredda e calda: ottenere la temperatura preferita è un’impresa complessa. Ho trovato il sistema di lasciar scorrere l’acqua sul dorso della mano opposta a quella che impugna l’erogatore, in modo da avere, in senso stretto, il polso della situazione. È un trucco che permette di risparmiare tempo.
Anche per amare è necessario un trucco. Siamo dispersori incalliti di energie, svuotati dalla superficialità, dalla mancanza di sensibilità per quello che viviamo nell’istante attuale. Oppure ci lasciamo sviare, ingannare da paure e desideri: tutto concorre a offuscare la vista della realtà com’è, al sopravvento di pregiudizi e proiezioni, all’azione distorcente dell’io.
Il segreto sta nelle due manopole dell’acqua fredda e calda: nel tenere d’occhio, contemporaneamente, la posizione esatta e la temperatura, me e l’altro, il mio sguardo e quello di Gesù. Se raggiungiamo l’unisono d’intenti e orientamenti, non rischiamo di bruciarci o gelarci.
La vita è una doccia, un lavacro, un Battesimo in cui ogni giorno di più diventiamo ciò che siamo.

Pellegrini


L’uomo si giudica dal rapporto con Dio. Lo abbiamo detto spesso: la preghiera in silenzio, davanti al Volto di Cristo, e così via.
Bisogna aggiungere che sotto questo aspetto la varietà è infinita. Il Santuario è un buon osservatorio: c’è un via vai continuo di persone, ognuna col suo modo di arrivare, pregare e tornarsene a casa.
Il tema è intrigante anche per l’ateo, per l’interesse genuino che tutti nutriamo verso i nostri simili: siamo curiosi di vedere come il passeggero si siederà nel treno, cosa farà, se estrarrà dal bagaglio una copia del Corriere della Sera, del Mein Kampf o il calendario di Suor Paola.
Il livello elementare è il pellegrino cosiddetto automatico: viene qui per senso del dovere, trascinato dalla moglie, per esempio. I gesti che compie – un segno di croce, qualche parola biascicata con le labbra – non sono collegati al sentimento, che vaga per lidi più o meno compatibili. Se poi entra una bella ragazza, il gioco è fatto: Dio lo perdoni, ma anche l’occhio vuole la sua parte.
All’estremo opposto abbiamo i mistici: oranti che s’inginocchiano e sprofondano in un rapimento estatico, da cui neanche un militante dell’Isis potrebbe mai strapparli.
A volte mi chiedo come valuti il Signore questo quadro. Dell’amore non si butta niente, cantava De Gregori: perfino quel saluto fugace, quel bacio lanciato a metà strada tra l‘icona e la donna può avere una valenza salvifica, nel cuore sensibile di Dio.

Penne


La penna è un oggetto sempre più obsoleto. Qui, davanti a me, ho una specie di BIC, tanto per intenderci; in realtà è una Buffetti Stick Pen 1.0, che garantisce ben 1500 metri di autonomia.
Di questi tempi, è difficile arrivare a un chilometro e mezzo di scrittura. Le mie cose le butto giù sul cellulare o sul tablet della Apple, che consentono di correggere, copiare e inserire il materiale quando e come voglio. La Buffetti la utilizzo per gli appunti: chiamare il meccanico per il fanale fulminato; pensare al corso prematrimoniale; ricordarsi di Quinto e Battista (i due novantenni immortalati in queste pagine. Battista è la moglie, nonostante il nome).
Ne devono succedere di cose per completare i millecinquecento metri assicurati dall’avviso sulla scatola.
Ma il fatto che più m’incuriosisce è che questo cimelio d’altri tempi non abbia nulla della creazione originaria: plastica, inchiostro, non mettono in contatto con la vita pulsante, che scorre nelle vene, di cui ci ricordiamo ascoltando il battito del cuore, o posando lo sguardo sull’erba selvatica che cresce nell’ampio spazio verde oltre il Santuario.
È quel sentimento che bisogna riscoprire, perché il dito che batte sulla tastiera dell’iPad trovi il ritmo della forza universale che ha dato vita al cosmo e si nasconde, in qualche modo, nella Stick Pen della Buffetti con cui appunto il colloquio di stasera, il sacchetto di noci per la mamma, il Legno di guajaco della linea Tesori d’Oriente, ormai introvabile…

Media


Ai tempi di Gesù non c’erano giornalisti né giornali. Potremmo chiederci se avrebbe partecipato a un talk show, o se si sarebbe fatto intervistare. Secondo me, avrebbe creato un imbarazzo tale che l’intervistatore si sarebbe interrotto, avrebbe cominciato a confidarsi e a chiedere di essere aiutato. Chissà perché Gesù è vissuto in un tempo in cui la comunicazione era così poco sviluppata. Chissà perché il Mediatore ha rinunciato ai media. Certo, sarebbe stato peggio all’età della pietra, quando ci si faceva segnali con mezzi primitivi e non c’era la parola com’è oggi.
M’immagino i titoli che potrebbero apparire: Gesù il Nazareno non risponde alle domande di Mentana; invitato al Grande Fratello, Cristo risponde che di Grande ce n’è solo Uno, tutti gli altri sono uguali; esclusivo: Gesù rifiuta di affacciarsi alla finestra di San Pietro.
Certamente avrebbe catalizzato l’attenzione, ma non si sarebbe fatto coinvolgere nel circo effimero dei network. Sarebbe stato mite e umile, ma non avrebbe ceduto al fascino delle telecamere, né si sarebbe compromesso in dibattiti fine a se stessi, centrifugati nei decibel della pubblicità. Ai tempi di Gesù c’erano dispacci e pergamene, lettere scritte a mano, e il passa parola che convince più di un tweet o di un messaggio su whatsapp.
Gesù ha scelto la croce, ma quella dei social ha potuto e voluto risparmiarsela.

Bivio


La vita si può vivere in due modi.
Uno è proiettato all’esterno, tende a espandersi, a comunicarsi, a conquistare tutto il conquistabile. Alessandro Magno ne è l’archetipo: riduce il mondo al silenzio, come si legge nella Bibbia, poi si ammala e muore. In diverse gradazioni, molti battono la stessa strada, strappando trofei meno appariscenti ma a loro modo significativi. È uno stile che comporta una lotta, un’attitudine agonistica, e non di rado prevede conflitti, quando si inseguono i medesimi obiettivi. La fede, a volte, diviene uno strumento, è ridotta più o meno consciamente ad amuleto impiegato per vincere le sfide. La tensione è continua e l’unico riposo è quello notturno, anch’esso visitato, non di rado, dai fantasmi quotidiani.
L’altro modo è quello in cui si dirige il desiderio verso gli archetipi interiori. Prototipo della tendenza è il mistico. Qui il criterio è il raccoglimento, la concentrazione, l’impegno costante del dialogo col Dio più intimo a sé di se stessi: il Cristo re della settima stanza del Castello, il Maestro interiore che dona la vita a chi preferisce la sua amicizia a tutto il resto.
Entrambe le modalità hanno i loro punti deboli, le rinunce necessarie, un prezzo da pagare, alto o basso che sia.
Tu che mi leggi stai percorrendo l’una o l’altra strada. In ogni caso, ti auguro buon viaggio.

Imitazioni


“L’imitazione di Cristo” è il titolo di un libro. In che senso va inteso? È possibile imitare Gesù? Di che genere di imitazione può trattarsi?
Un genio, in questo campo, fu Alighiero Noschese, che si metteva in modo straordinario nei panni degli altri, al punto, forse, di perdere se stesso (morì suicida). Nel suo caso, si parla di imitazione parodistica, il cui obiettivo è far ridere la gente.
Un altro tipo è quello motivato da un sentimento di profonda ammirazione, che dà luogo a comportamenti emulativi: pensiamo a tutti i fenomeni di “scuola”, in arte, musica, letteratura.
Entrambe le modalità si confanno al nostro tema.
Ci riduciamo, a volte, a parodia di Gesù: vorremmo ricalcarne le caratteristiche e facciamo solo ridere. Ipocrisia, affettazione, senso di superiorità, sono alcune della sbavature che tradiscono una distanza abissale dal modello.
L’imitazione-ammirazione finisce ugualmente in un vicolo cieco: con le nostre forze non arriveremo mai a riprodurre lo stile di vita del Maestro.
Come uscire da questa aporia?
Gesù sa che se cerchiamo di imitarlo, diventiamo velleitari o ridicoli, per questo ci indica una strada alternativa. È come se dicesse: guardami negli occhi, parlami; vuoi che non risponda a una persona che amo?
Proviamo a seguire questa via: incrociando il suo sguardo, sentendo la sua voce nel profondo, sarà impossibile non essergli discepoli.

Un piede in paradiso


Capita d’essere preoccupati della propria immagine, di tenerci ad apparire in una certa maniera, e guai se qualcosa incrina questo schema.
Sappiamo che ciò dipende dai meccanismi di difesa messi in opera per gestire i problemi: traumi, fallimenti, mancanza d’amore reale o percepita.
Vivere, così, diventa faticoso, logorante, per la paura che qualcuno o qualcosa smentisca la falsa perfezione.
Nella preghiera, giorno dopo giorno, si fa strada una modalità diversa, alternativa: davanti a Gesù, sperimentiamo la bellezza di essere noi stessi, nella miseria dei limiti, ma anche nei pregi che vengono da Lui. Non abbiamo più bisogno di nasconderci.
È allora che di fronte agli altri troviamo la vera consistenza: non più nei maldestri tentativi di difenderci o apparire, ma nell’aprirci alle virtù che fanno spazio all’Essere: la fede, l’amore, l’umiltà, la speranza, la pazienza, la mitezza, la sobrietà, la sapienza, la purezza, l’adesione alla vera identità.
Queste chiavi spalancano la porta del tesoro che, com’è noto dagli aneddoti rabbinici, non si trova chissà dove, in capo al mondo, ma sotto la stufa della nostra cucina. È qualcosa che ricorda di Dio. E quando accade, siamo già con un piede in paradiso.

La sora maritata


Abbiamo spesso occasione di manipolare testi: sostituire, aggiungere o sottrarre parole a ciò che ci capita di leggere o sentire. A volte si tratta di semplice ignoranza. In chiesa c’è un catalogo curioso di sfondoni biblici: la lettera ai gelati o ai tessalocinesi, che san Paolo non ha mai scritto; il dialogo di Gesù con la sora maritata (i bambini, col dialetto romanesco, sono una fonte inesauribile di neologismi); fino a sfociare in versetti salmici degni di un libro a luci rosse: la preghiera del povero penetra le nubili.
Ma le alterazioni più insidiose sono quelle apparentemente nobili e sottili, dettate, per esempio, dal punto di vista dell’esegeta o dell’assiduo frequentatore della Bibbia.
Prima della seconda conversione, sono stato modernista. Spezzavo le parabole in due parti: una proveniva da Gesù – la più ottimista e generosa -, l’altra era frutto della Chiesa, che bastonava senza tanti complimenti, minacciando l’uditore.
Oggi non dico che i biblisti abbiano preso abbagli ad ogni passo, ma mi convince sempre meno l’idea che il Cristo sia stato il dolce cantore di una salvezza garantita e che solo più tardi si sia cominciato a propinare una visione rigorosa del giudizio finale.
Le voci che ci arrivano, in questo tempo di grande confusione, ci lasciano sempre più basiti: ai tempi di Gesù non c’erano registratori, quindi non sappiamo cos’abbia detto veramente; Cristo non è morto per i nostri peccati, ma per motivi economici; la colpa originale è un’invenzione di menti pervertite e sado-masochiste; l’inferno non esiste; la Pasqua non è fondativa, ma dimostrativa dell’effetto del bene.
Se Gesù non fosse risorto, si rivolterebbe nella tomba.
Morale della favola: la Scrittura è Sacra perché trascende le manomissioni. Rispettiamola, e persino una sora maritata potrà indicarci il cammino da seguire.

Parto


Dio soffre. Eh eh, non mi fregate. Con questa storia che è perfetto, che può ssere solo felice, che bla bla e bla, vorreste farmi credere che se ne sta là beato, incurante dei drammi dei suoi figli, di quelli a cui ha pensato da sempre e di cui, da quando li ha portati all’esistenza, non può più fare a meno.
Mi direte: quello che soffre, dei Tre, è Gesù. Vi rispondete da soli: se soffre il Figlio, soffre pure il Padre.
Domani – domenica – a quest’ora, starò tornando da Torino. Sarò stanco del viaggio, anche se ci saremo dati il cambio con Raimondo, o con uno dei fratelli. Mi chiederò se mio cugino Paolo, mia zia, abbiano avuto qualche specie di conforto da questa nostra breve vicinanza. Avrò negli occhi la bara di Nino, i fiori, la gente che dirà poche parole: si stringeranno mani, si abbracceranno parenti, amici e conoscenti con cui da anni non ci s’incontrava. Penserò ancora a cosa deve essere passato nella testa di Nino, per spingerlo a finirla contro un treno in arrivo. Penso al sobbalzo, in quel momento, di Gesù il sofferente.
Non mi venite a dire che Dio può solo essere felice, che un istante prima che Nino saltasse non abbia avuto una fitta insostenibile nel suo cuore di madre.
C’è un pensiero che si affaccia, che torna e ritorna; e si sa che i pensieri che ritornano, che non smettono di bussare alla porta, sono quelli che scendono dall’alto. Il pensiero che tutta la preghiera, mia, dei miei, delle persone che ci amano, e in noi amano Nino, abbiano reso quell’urto simile a un abbraccio, quell’impatto terribile un incontro col dolore del Dio in croce. Del Dio che soffre e partorisce, proprio come una madre, la salvezza.

Il tocco


Quello che hai fatto è eterno. È questo che ci frega. Circoscriviamo le vicende nel tempo che fu, le idealizziamo in immagini dai contorni logori, come foto antiche a cui lanciamo, al massimo, uno sguardo distratto, un pensiero più superstizioso che profondo.
Così ci sfuggi, non sei mai un corpo vivente che ci guarda, si avvicina, si rende disponibile per una confidenza, uno sfogo, parole in libertà.
L’eterno non rientra nei nostri parametri: è un’idea che fatica a farsi strada, troppo lontana dagli interessi contingenti. Siamo tesi a reagire all’immediato, a difenderci dagli altri, ad attaccarli; la legge della giungla è entrata nelle case, negli uffici, persino nelle chiese e nei locali di comunità cosiddette religiose.
Ma tu sei eterno: oggi hai predicato, stamattina sei stato schernito e flagellato, sei morto in croce adesso e sei risorto qui, davanti a me, con un corpo trafitto di luce, che mi accarezza e mi unifica all’istante, rimette insieme i cocci della mia carcassa d’uomo.
Devo avvertire gli altri, farglielo capire, in qualche modo.
Intanto lo scrivo qui, su questo schermo che si sta riempendo della tua presenza viva.

Nei panni degli altri


Proviamo, ogni tanto, a mescolare le carte, a metterci nei panni degli altri.
Siamo il barista che ha aperto da un pezzo, mentre io scrivo qui, parcheggiato in attesa che la porta dello studio dentistico si apra. Siamo l’operaio che si prepara a uscire – è già partito, forse -, per lavorare al palazzo alla mia destra, seminascosto dalle impalcature allestite da tempo immemorabile. Siamo il passante che sfiora la mia auto e getta uno sguardo verso il tipo strano che scrive sull’iPad. Siamo l’assassino che ripassa il piano criminale con cui vuole perpetrare un furto, una vendetta, un delitto commissionato da qualcuno. Siamo il bambino che fa colazione, incassa distratto le raccomandazioni della madre e si avvia verso l’incognita dell’incontro con gli altri, delle preoccupazioni di non essere all’altezza. Siamo la donna delle pulizie che già si vede alle prese con letti da rifare, bagni da rendere brillanti, mamme o manager che le danno istruzioni sincopate. Siamo il barbone che barcolla, già ubriaco, sul ciglio della strada, con la barba ispida, unta da secoli. Siamo il malato che si sveglia ancora con il suo dolore, dopo il sogno effimero d’essere guarito. Siamo il medico che organizza il funerale per il fratello suicida, lanciatosi un mattino contro il treno. Contatterà, a Torino, un prete come me, concorderà un orario compatibile col viaggio di andata e ritorno, da concludere in giornata, gli chiederà se posso celebrare, o sarà il parroco stesso a suggerirlo, per evitare una messa complicata.
Siamo me, che sto pensando a cosa dire, a come mettermi nei panni di chi ha perso una parte di se stesso.

Nino


In questo libro ci sono tante cose che uno neanche s’immagina. Alcune vorrei cancellarle, come la morte di mio cugino, che ha deciso di togliersi la vita. Eravamo lontani e non ci sentivamo, ma ora che è morto mi sembra di sentirlo qui, vicino a me, come un amico ritrovato. La morte è una sorella che, invece di dividere, ci unisce.
Siamo molto presi dalla vita. Ci impegniamo allo spasimo per rispondere agli appelli, per essere all’altezza del compito affidato, vigilare sulle perdite di tempo, la dispersione di energie, l’uscire dai binari.
Ma qualcosa ci sfugge. Mio cugino è morto proprio sui binari: un binario vivo diventato morto, all’improvviso.
Si è svegliato in una stazione misteriosa, dove i treni sono stelle o nuvole, e hanno la forma incerta dei sogni. Chiederà al capostazione dove si trovi e se ci sia una corsa che porti nella direzione opposta alla tristezza, che a volte ci prende senza lasciarci il tempo di reagire, di organizzare una difesa. Anzi, ci suggerisce di mettere un punto a questa lunga frase che è la vita, in cui si annida il timore e il desiderio del silenzio.
Vedrai, Nino, che le nostre preghiere accenderanno il tabellone, e tu salterai, felicemente, su un treno che ha la Luce come ultima fermata.

Sorgente


Ci vediamo ogni tanto, con regolarità. Loro hanno perso un figlio ma non ne parliamo, perché ne parla il cuore, con la sua voce bassa, impercettibile, lasciando tracce nei gesti e nello sguardo. Da quella volta, ogni abbraccio è un segno di consolazione, come se la ferita richiedesse cure, controlli, il rinnovo di disinfettanti, garze, cerotti, le informazioni sulla sensibilità dell’area, l’entità del dolore, i progressi nella mobilità dell’arto.
Tutto in silenzio. O meglio, parlando d’altro, lasciando che la realtà sollevi, almeno un poco, il velo di tristezza che è un vestito a lutto, liso e stinto dal tempo.
Ma sarebbe un errore pensare che tutto rimanga come prima: ogni volta, dagli occhi, traspare un guizzo in più, la sensazione che un angolo dell’antica ferita sia guarito, la pelle riformata, la normalità meno lontana. Il vuoto si riempie lentamente, come la goccia che cadeva nel secchio dal tetto della chiesa, che neanche la ditta più agguerrita riusciva a riparare: come se la pioggia fosse, in realtà, una visita di Dio, una sorgente zampillante dal deserto della nostra povertà, che può solo mendicare una speranza d’altri mondi, di un Cuore esperto di risurrezioni.

Il gusto


Ci sono parole a cui siamo affezionati. Per me, una di queste è “gusto”.
In genere, ci lasciamo guidare da criteri; altrimenti procediamo a casaccio, come viene, e che Dio o qualcun altro ce la mandi buona. Non è la chiave migliore, certamente. I problemi arrivano quando spuntano le conseguenze delle nostre azioni: l’incoscienza presenta il conto, che in genere è salato.
In seconda battuta, possiamo farci orientare dalle idee, più o meno valide. Cerchiamo di scegliere in base a uno schema che si ispira a una serie di valori: dal piacere alla gente al realizzare un progetto personale o sociale.
La debolezza delle idee traspare quando la volontà risulta insufficiente, poiché intervengono forze che la neutralizzano con energie di difficile gestione.
A questo punto si affaccia la parola amata, il gusto. È il criterio di discernimento più sicuro, perché non è improvvisato, come la modalità istintuale, né ingessato, come le idee, che funzionano nella sfera del pensiero ma sono vulnerabili in quella della prassi.
Diadoco, vescovo di Fotica, ha dedicato il meglio delle sue riflessioni a questo tema: parla di un gusto infallibile, che non si lascia sedurre da ciò che gli si oppone. Richiede di trascendere la carnalità e vedere l’invisibile. Provare per credere. Per molti potrebbe diventare, come per me, una parola amata.

L’Essenziale


Viale Europa, all’EUR, era la strada delle meraviglie: negozi eleganti, vetrine che invogliavano a guardare, non per comprare – da ragazzino non avevo un soldo – ma per restare incantati davanti alle tute di Eurosport o ai pasticcini di Rossana; perfino l’edicola del giornalaio era slanciata e nobile come le ville sdraiate sotto il Fungo, dove abitava il mio compagno di classe Fioravanti.
Gli alberi formavano una fitta barriera che creava un’ombra permanente, a qualsiasi ora del giorno: sempre pieni di uccelli, erano una giungla dentro la città, al punto che uno come me si sdoppiava, trascinato da rumori e odori, come se aspettasse, da un momento all’altro, di veder apparire un serpente, una scimmia, un coccodrillo.
Il negozio di alimentari era pieno di ogni bendidio e rigurgitava di signore piccolo-borghesi: ancora oggi mi chiedo chi ci avesse dato, allora, il coraggio di prendere in giro il proprietario calvo, che aveva deciso, di punto in bianco, di indossare un parrucchino.
La mia famiglia abitava al numero cinquantacinque, proprio in mezzo alla via, che da una parte andava a incrociare la strada delle Poste, del Minimax e del mitico Eurcine, dove ogni tanto c’incollavamo a un film che s’imprimeva a fuoco nella mia memoria; dall’altra correva fino a una specie di collina su cui sorgeva la chiesa a forma di cubo, tempio di un Dio che sembrava abitarci controvoglia.
Se ripenso a Viale Europa, oggi, mi sembra la sintesi della mia vita: la fantasia, la ribellione, la curiosità eccessiva di uno sguardo che ha impiegato un tempo eterno a inquadrare l’Essenziale.

Stupidità


L’egoismo è stupido. Te ne accorgi così, senza parere, una mattina qualunque, come fosse la cosa più normale. Certo, è necessaria una preparazione, per raggiungere la presa di coscienza; la spiritualità aiuta, e non a caso è vista da molti come uno scoglio da evitare. È una realtà insidiosa che mette in crisi le abitudini, sfatando luoghi comuni.
La struttura portante della disciplina è costituita da fasi tra loro collegate, le famose “tre vie”.
La prima è la via purificativa: se uno ha vissuto nell’errore, l’urgenza più immediata è quella di sottrarsene. Si tratta, cone recita il tanto vituperato “atto di dolore”, di fuggire le occasioni prossime di peccato. La purificazione, là per là, è dolorosa, va controcorrente: una parte del nostro io è in cerca di gratificazioni, e si sente ostacolata da questa necessaria penitenza.
La seconda è la via illuminativa. Sgombrato il campo dai vizi, dall’opacità che ottunde la vista, comincia ad apparire lo scenario limpido delle virtù. Il cuore si stacca progressivamente dall’attitudine al male e comincia a compiacersi del bene: gustate e vedete come è buono il Signore, si legge nel salmo 33. Il rischio, in questa fase, è che il demonio si travesta da angelo di luce e trasformi la virtù nel suo contrario. È il momento in cui si richiedono dosi massicce di umiltà.
La terza è la via unitiva. Diradata l’ombra del peccato, affiora il Volto di Cristo, invitando a condividere ogni moto interiore. Porgendoci a Lui, offrendogli la nostra persona nella sua integralità, raggiungiamo l’archetipo del Sé. Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me, dice San Paolo.
Le tre vie si intrecciano, crescono in una spirale che accompagna il nostro itinerario fino alla morte. Ci ricordano che l’egoismo è stupido, e merita una certa compassione.

Cestini


In rete si trovano video di cui basta leggere il titolo: quello, per esempio, dello studente che rovescia il cestino in testa alla docente. Non serve vederlo: certi accadimenti sono simboli che parlano da soli. E qui è il punto: da dove vengono il gesto, la parola? Di per sé, un atto materiale è neutro. Nel Vangelo si accenna ai filatteri, sorta di astucci – applicati alla testa e al braccio – contenenti versetti della Bibbia, da utilizzare durante la preghiera del mattino. Gesù, nelle sue invettive contro i farisei, ne stigmatizza l’uso. Eppure, forse, li portava anche Lui. Non conta l’atto, conta l’intenzione, qualcosa che viene dall’interno.
Allo stesso modo, un invasato che entrasse in una chiesa scaraventando qua e là le locandine e i numeri di “Famiglia Cristiana” e di “Avvenire”, sarebbe preso per folle; anche Gesù lo ha fatto, rovesciando i tavoli dei cambiavalute e scacciando i mercanti dal tempio con la frusta. Nel suo caso, parliamo di zelo divino, con rispetto.
L’azione, presa in sé, non ha alcun senso: quello della mamma al figlio che esce dalla scuola e quello di Giuda al suo Maestro sono entrambi un bacio, ma nulla li accomuna.
Il valore di opere e parole è legato alla fonte da cui sono prodotte: se vengono dalla sfera dell’istinto – un istinto inquinato dal peccato originale – dobbiamo stare in guardia; se la sorgente è profonda, e attinge allo spirito, può diffondere luce con un semplice sorriso.
Tornando al cestino di cui sopra, gli studenti si aspettavano di essere pagati per ogni accesso al loro video virale. Un virus, appunto, sempre più aggressivo. E meno umano.