Profeti


Penso al coraggio dei profeti biblici: in fondo, chi glielo faceva fare? E invece parlavano, gridavano, rischiavano la vita pur di recapitare “quel” messaggio: sì, proprio il messaggio che nessuno avrebbe voluto mai sentire.
Del resto, parliamoci chiaro: a tutti piacerebbe un dio che costruisse ponti d’oro verso i propri obiettivi; un dio che proteggesse dalle umiliazioni, dalle mille naturali frecciate che la vita ci riserva e di cui Shakespeare scriveva così bene. Il dio tappabuchi di Bonhoeffer, il Got mit uns dell’imbianchino folle, e via delirando, secondo gli infiniti modi in cui l’io vorrebbe vincere, godere, possedere.
Ebbene, il Dio vivo e vero non è questo. Il Dio certificato dalla Bibbia, e dalla nostra esperienza personale, è il Dio dei profeti: respinti, insultati, massacrati; i profeti coraggiosi che pagano un prezzo troppo alto per le tasche del mondo, il quale preferisce le nicchie confortevoli del pensiero corrente, del piccolo cabotaggio di soddisfazioni e piaceri personali.
Se vuoi conoscere davvero il Dio di Osea, di Isaia, di Geremia, devi lasciare a Lui l’iniziativa: e non sarà un incontro da salotto buono o uno scambio di battute brillanti da bacheca frenetica dei social.
Il Dio di Ezechiele, di Baruc, di Michea, è il Dio che toglie ogni certezza materiale, ruoli, titoli, prestigio; e non lo fa per sadismo o per sfoggio di potere, ma perché vuole dimostrarti che le sue vie non sono le tue vie, i suoi pensieri non sono i tuoi pensieri. Vuol farti ammettere che nulla è essenziale di ciò che ritieni indispensabile. E quando ormai non hai nulla da perdere, quando comprendi cosa sia davvero inalienabile, potrà svelarti quello che da sempre sei, e che ora finalmente vedi. Con lo sguardo puro, bruciato dei profeti.

Le mani


Sentirsi amati è la svolta decisiva. Prima, tutto ti feriva, ti accorgevi di ogni minima distanza fra le tue attese e l’altrui comportamento; soffrivi se qualcuno ti ignorava, o ti trattava bruscamente. La vita dipendeva dagli altri, per quella insicurezza che in tanti ci portiamo dentro dall’infanzia, perché le vicende della vita – dalla distrazione fino alla stanchezza – ti privano della quota d’amore su cui facevi conto. Da allora diventa un rincorrere, un cercare affetto e approvazione, uno studiare gli occhi, le parole, un soppesare il tempo, i modi, l’attenzione che gli altri ti riservano.
L’infelicità, lo capisci più tardi, è cercare all’esterno, mendicare dal mondo una stretta di mano, un cenno di consenso. Il desiderio è rivolto oltre le mura, come accade al volontario della legione straniera che scruta la distesa del deserto, sperando e temendo l’apparire di un’ombra, di un suono, di un odore.
Siamo sentinelle fragili, infelici, testimoni di una solitudine fatale, sospesi alle lancette di un tempo che non passa, o va troppo veloce.
Finché un giorno senti la sua mano, il calore che ti avvolge la testa, una pienezza mai sperimentata, come se emergesse qualcosa d’ignoto eppure tuo, l’immagine intravista da bambino, quando ancora il mondo non aveva indossato la sua maschera.
Ora che il sangue ricomincia a scorrere, che tutto acquista le sue vere proporzioni, hai ricostruito le fasi dell’evento, hai ammirato le sue mani tese, udito la sua voce che gridava: Lazzaro, vieni fuori! Sei uscito dalla tomba dei bisogni insoddisfatti, delle attese sbagliate, ti sei sentito libero, salvato: usando una parola difficile, risorto. Non ti serve più niente, non chiedi più a nessuno, cerchi sempre e soltanto quelle mani che ti hanno accarezzato, riportandoti all’essere. Ti sei sentito amato.

La lingua perduta


Oggi non c’è attenzione per la lingua. L’italiano è diventato un ibrido, contaminato da così tanti influssi che non è più possibile, forse, un resoconto dettagliato. Eppure la lingua è comunicazione, e dunque amore. Significa che ora, in giro, c’è un amore sciatto, slegato, indifferente ai nessi, alla coerenza, alla fedeltà a una forma?
Una domanda ulteriore: qualcuno può avere un interesse per questo disordine, per una degenerazione che sembra inarginabile?
Secondo la Bibbia, Dio è il cosmo, il diavolo il caos. Dalla parola “cosmo” deriva “cosmetico”: un prodotto che propone un certo tipo di ordine, di abbellimento. Ma l’ordine di Dio non è quello delle creme e dei rossetti: un ornamento esterno, che tocca solo la superficie delle cose. È un insieme di connessioni profonde, che si implicano a vicenda e orientano a un senso generale e finale.
Il diavolo, ribelle per opzione eterna, si oppone a questo cosmo: innesca nella realtà mondana un principio antagonista, il caos. Semina zizzania (“un nemico ha fatto questo”, Mt 13,28), incrina i rapporti, confonde bene e male, disconnette ogni forma di sana relazione e, a mio parere, snatura la sintassi e la grammatica. Se non esprimo chiaramente il mio pensiero, se sono incapace di descrivere il sentire, come posso entrare in comunione con l’altro? L’agàpe è anche un flusso di parole comprensibili, che rischiarano la mente, rasserenano il cuore, lavorano per l’unità dell’uomo in sé stesso e degli uomini tra loro.
In principio era il Logos: la parola, la logica, il Progetto. Se perdo le parole giuste, la vita diventa un testo incomprensibile, privo di unità interiore ed esteriore. “Il mio nome è Legione”, dice a Gesù l’indemoniato di Gerasa, “perché siamo in molti” (Mc 5,9).
Cominciamo a riconoscere gli agenti esterni e interni che corrompono la lingua: servirà a capirci, a creare legami, comunione, cosmo, contro il caos seminato dal nemico.

Oreb


Mi sarebbe piaciuto incontrare Dio sull’Oreb, come Elia. Un appuntamento con Lui, in un certo giorno, a un’ora stabilita, come si va dal dentista o dal notaio. Mi sarei accucciato dentro la caverna, prendendo coscienza solo all’ultimo, forse, di tanto avvenimento.
Avrei sentito prima un vento forte, anzi fortissimo, come se i venti di tutte le coordinate spazio-temporali si fossero radunati là, per una specie di parata. Avrei pensato, in quel momento, alle tempeste che mi hanno colto impreparato: i traumi, i peccati, le paure; le passioni sbagliate, gli eventi che a volte neanche cerchi, ma sono una specie di destino fatto apposta per rovesciarti dentro.
Poi, un terremoto. Fa sempre impressione sentire la montagna che trema come un grumo di polvere o di sabbia. Mi sarebbero venuti in mente gli scossoni passati, le crisi di fiducia, le delusioni e i fallimenti, le esperienze che fanno mancare la terra sotto i piedi e costringono a emendare, faticosamente, la visione del mondo e di sé stessi.
In seguito, un fuoco. Mi avrebbe ricordato ciò che ho bruciato in questi anni: l’ingenuità, l’entusiasmo, la purezza. Avrei pensato a tutte le amicizie, le relazioni, gli incontri finiti nella fiamma divorante dell’oblio, da cui nulla risorge come prima.
Infine, avrei sentito una voce: un silenzio sottile, inafferrabile, l’unica cosa al mondo che non puoi pensare di prendere, gestire, possedere, neanche come senso di colpa o di rimorso. Allora mi sarei coperto il volto e sarei uscito. Perché chi vede Dio muore di gioia, non vuol tornare indietro.
Sì, mi sarei coperto il volto, come Elia, perché Dio, credo, mi vuole ancora qui.

Se fossi


Se fossi vissuto con Gesù, gli sarei stato vicino, come facevo con don Mario. Lo avrei seguito nelle sue scorribande, mi sarei preoccupato per la sua salute, avrei cercato, ogni tanto, di farlo riposare, di staccarlo dalla folla, di farlo mangiare con più calma, come facevo con don Mario. Lui, come don Mario, mi avrebbe detto che non se ne parlava, che c’era un sacco di malati da guarire, di indemoniati a cui fare gli esorcismi, di adulteri da perdonare, avvertendoli di non peccare più, se no altro che pietre.
Se fossi vissuto con Gesù, gli avrei fatto molte domande, come a don Mario. Gli avrei chiesto perché i buoni soffrono, perché il bene è così difficile da compiere, perché ci sono i traumi dell’infanzia, che poi te li porti per anni, con tanti danni per tutti. Lui mi avrebbe risposto come don Mario: questa malattia è per la gloria di Dio, per manifestare la potenza della Risurrezione, per far comprendere che la guarigione e la salvezza vengono da Lui.
Se fossi vissuto con Gesù, lo avrei difeso dagli scribi e dai sommi sacerdoti, l’avrei aiutato a rispondere, preparandomi sugli argomenti, studiando i punti deboli degli avversari; ma Lui mi avrebbe ricordato che strategie come queste sono inutili, che le risposte vengono da dentro, da una coscienza pura. Come don Mario.
Insomma, posso dire d’aver vissuto davvero, un poco, con Gesù. Di essermi occupato della sua salute, di aver cercato di rendergli la vita meno dura. Posso dire di aver imparato che l’amore va sempre più in là, è sempre più grande di quanto ci aspettiamo.
Se fossi vissuto con Gesù, gli avrei detto di pensarci Lui, a don Mario, che io facevo fatica a stargli dietro.

Ps
Una persona a cui ho fatto leggere il brano in anteprima mi ha scritto cosi:
“E forse Gesù ti avrebbe risposto: ti ho pensato da sempre perché solo tu potevi dare a don Mario l’affetto e l’amicizia di cui aveva bisogno, per portare avanti l’opera che gli ho affidato. Eri l’abito su misura per lui”.
Magari!

Visti da lontano


Fra molto, molto tempo, qualcuno parlerà di noi: cercherà di ricostruire le abitudini, i modi di vivere, la visione della vita propria della nostra civiltà. Troveranno, per esempio, le cuffie che usiamo per la musica, e penseranno a un sistema per isolarsi da ogni tipo di nota, di rumore; oppure, sotto un mucchio di detriti, scopriranno una vasca da bagno, associandola alla raccolta dei rifiuti; un palo della luce, che oggi illumina le vie del centro, ricorderà loro un patibolo con cui chiudere per sempre gli occhi a un impiccato.
È facile leggere al contrario.
La cabina di uno stabilimento balneare si potrebbe prendere per un deposito montano di attrezzi da lavoro; la caffettiera, per uno strumento adibito a trasformare l’acqua piovana in acqua minerale; la poltrona del dentista, per una sedia elettrica già pronta per il condannato.
Ma forse non c’è bisogno di andare in là nel tempo per trovare tracce di fraintendimenti.
Capita anche oggi di fare un gesto fraterno e sentirsi dare del molestatore; di proporre un argomento di dialogo e vedersi aggredito dall’ideologo di turno; di riconoscere la precedenza o salutare in strada, e venire etichettato come debole di mente.
Tra migliaia di anni, forse, capiranno meglio una lettera di scuse, la foto di un anziano sorridente, una coperta tagliata a metà per riscaldarsi in due, nel cuore di ghiaccio della nostra indifferenza.

Perché


Ve lo sarete chiesto certamente, in qualche momento buio della notte, nel pieno di una crisi o, semplicemente, camminando per una via del centro, tra vetrine di negozi e automobili che vi inalano gas nelle narici: perché viviamo?
Non è facile rispondere. Spesso la fretta, la paura, le nevrosi, ci fanno scivolare nel giorno come in una giostra sempre uguale, che dài e dài ci consuma, ci logora, ci stanca. Abbiamo troppi guai per soffermarci su questioni così astratte. Se siamo qui, un motivo ci sarà: possiamo solo assecondare il fato, rassegnarci al compito di gestire l’esistenza, di sopravvivere, nonostante tutto.
Le scadenze ci incalzano: pagare le bollette, nutrire ed educare i figli, rispondere alle attese del capo o di qualche dipendente, vivere, insomma, sempre sul filo del rasoio, senza capire, senza renderci conto se convenga o meno sbrigare questa pratica che ci hanno scaricato, è già abbastanza impegnativo.
Ma arriva la famosa notte, o il momento in cui pensi di non farcela, perché il giogo è pesante, nessuno può alleviartelo e tu solo puoi decidere se valga o meno la pena continuare, se tutto questo circo abbia o non abbia veramente senso.
Forse non si sa perché si vive per la perdita progressiva e inesorabile di punti fermi. Per esempio i “novissimi”, le “ultime cose”: morte, giudizio, inferno e paradiso. Se quello che faccio non influisce su niente e su nessuno, nemmeno su me stesso, quali motivazioni potrò avere, quale molla potrà spingermi a dare e a darmi come fossi inesauribile?
Ma se so che ogni gesto, ogni parola e pensiero sono scritti nel Libro della Vita, e che questo sarà letto e interpretato, coram populo, non da un giudice esterno, ma dal profondo della mia coscienza, ecco, all’improvviso capisco: so da dove vengo, chi sono, dove vado. So perché vivo.

L’altra faccia


Proviamo a metterci dall’altra parte. Il mondo è qualcosa da distruggere; bisogna seminare zizzania, criticare con malignità, smontare il lavoro del prossimo, insinuare dubbi sulla buona fede. Programmare a tappeto una campagna di truffe, inganni, seduzioni: sembrare, ma non essere; fingere di collaborare, ma spargere sospetti e favorire delazioni; trasformare pettegolezzi, chiacchiere e calunnie in pane quotidiano, fino a minare l’integrità delle persone e dei gruppi, delle società, del mondo. Cercare i primi posti, farsi largo con le buone, le cattive e le pessime, non lasciare mai spazio né ascoltare, respingere ogni forma di dialogo e confronto. Mettere i bastoni tra le ruote, rendere impossibili gesti e pensieri di fiducia, d’incontro, di adesione. Pensare male ogni volta che si può e anche quando tutto dimostra il contrario, negare l’evidenza, misconoscere qualsiasi merito altrui solo perché altrui, distribuire generosamente invidie, gelosie, antagonismi, ogni forma di ostilità e sopraffazione, e poi urlare, straparlare, infastidire in ogni modo e luogo, come se di male non ce ne fosse mai abbastanza, e opprimere, schiacciare, stritolare con opere e parole, trasformare la Terra in un trivio irrespirabile, rovinare reputazioni ed esistenze, ignorare, irridere, esporre ingiustamente al pubblico ludibrio, disprezzare il deposito eternamente giovane della tradizione in nome di un “nuovo” vecchio e rancido come il peccato.
Questo è il pensiero del demonio. È lo scenario contemplato dall’altra parte della barricata. Si sconsiglia vivamente di allungare una mano, di sfiorare anche il minimo dettaglio, la più nascosta pennellata di questo disegno alternativo: ci si potrebbe trovare risucchiati nell’altra faccia del pianeta, quella che la sana teologia definisce ancora oggi “inferno”.

Vorrei


Il mondo che vorrei sarebbe come il nostro, salvo alcuni, piccoli dettagli. Vorrei che la mattina ci si alzasse col desiderio di renderlo migliore. Vorrei che molti di più credessero alla voce che parla nell’intimo di ognuno: che si facesse più silenzio, per ascoltarla meglio, che provassimo a smorzare le fonti di rumore, gli strumenti di distrazione di massa a tutti tristemente familiari. Vorrei che il grande commercio perdesse definitivamente la sua anima, la pubblicità: ridotto a materialismo nudo e crudo, farebbe, a mio parere, meno danni. Vorrei che ognuno rispettasse la sensibilità dell’altro, ma senza cadere nelle maglie del politically correct: dirsi le cose, aprire spiragli, scoprire scenari imprevedibili, ma con l’umiltà di chi sa che l’ultima parola non è sua prerogativa. Vorrei che la povertà fosse una scelta di spiriti liberi e non una catena per gli oppressi. Vorrei che i mezzi di comunicazione sociale fossero, appunto, mezzi, e non secondi o terzi fini. Vorrei che il sospetto si fondasse su basi meno fragili, e non sull’idea che l’altro, fino a prova contraria, mi è nemico. Vorrei che l’arte fosse insegnata come qualcosa che non sfiora gli occhi, ma li apre. Vorrei che si parlasse di bontà e bellezza come si parla di calcio o di politica. Vorrei che l’idiozia fosse idiozia e l’intelligenza intelligenza: le contaminazioni, in certi casi, possono rivelarsi micidiali. Vorrei che dell’amore si parlasse dopo aver contato fino a dieci. Vorrei che Dio fosse più noto dell’insegna della farmacia, e che tutti potessero averlo come medico di base. Vorrei che il mondo fosse come desidera veramente essere, e forse non lo sa.

E vissero infelici e scontenti


C’è gente che s’impegna per essere infelice: può sembrare un paradosso, ma è così. In fondo, non è tanto difficile: basta coltivare l’egoismo, straimpiparsi della sorte degli altri, trascinare la vita tra vizi e noncuranze.
Il conflitto fine a sé stesso è un ottimo ingrediente per confezionare un senso duraturo d’infelicità. Essendo fatti per stare in armonia, proviamo angoscia e disagio quando siamo in rotta con qualcuno per futili motivi. Ma ci si può rendere infelici anche restando muti se c’è da intervenire, quando per quieto vivere lasciamo correre ingiustizie palesi, o non interpelliamo un fratello che a nostro parere sta sbagliando.
La causa prima d’infelicità è la mancanza di amore: capita spesso di non averlo ricevuto quando era indispensabile. La soluzione, al riguardo, sarebbe lasciar modificare la propria personalità profonda attraverso l’esperienza concreta: è questo, per esempio, il caso di una religiosità vissuta come contatto vitale con un Dio che è “agàpe” (1 Gv 4,8). Dicevano i Padri che la fede comincia quando ci si sente veramente perdonati. Il che significa amati. Non c’è niente di meglio che mettersi davanti a un paesaggio naturale (di mare o di montagna, un’alba o un tramonto), avvertire che è stato concepito anche per noi, e deciderci a fondare su questo amore, su tale straordinaria bellezza, la nostra identità: accorgerci degli occhi che si aprono, delle orecchie che ascoltano, perché sono in sintonia con la legge che ha dato vita al mondo.
Ma la persona che sa rendersi infelice non alzerà mai lo sguardo verso il cielo: continuerà a fissare buche, tombini, marciapiedi…

La mossa della torre


Ti è mai capitato di non capirti con qualcuno? Qualsiasi cosa si dica, s’interpreta a rovescio. Diventa quasi un gioco, in cui ciascuno, o uno dei due, si rende conto che è inutile ostinarsi, tanto si resta al palo. In gergo biblico, si chiama Babele: come allora le lingue vennero confuse, perché l’uomo voleva farsi un nome, così anche oggi, e forse per lo stesso motivo. Il lupo perde il pelo, si dice, ma non il vizio.
Eppure, sappiamo che la vita di fede è proprio un cammino dal vizio alla virtù: dunque il lupo può correggersi, se intende progredire.
La Bibbia ci fornisce l’antidoto alla maledizione di Babele: è quanto accade nella Pentecoste, in cui gli apostoli parlano nella loro lingua, ma ognuno li comprende nella propria. Cosa è successo tra i due eventi?
La soluzione è semplice: nella costruzione della torre, l’io dell’uomo è al centro, campeggia con orgoglio al primo posto della scala di valori; se ognuno persegue i suoi interessi, l’effetto inevitabile è rendersi stranieri gli uni agli altri, scoprire l’impossibilità assoluta di comprendersi. A Pentecoste, invece, in primo piano c’è lo Spirito di Dio, l’armonia del progetto originario, in cui ognuno pensa all’altro, si concentra sull’altro; ed ecco che accade il miracolo: ci si capisce, ci si incontra, si impara ad amare il prossimo come se stessi.
Siamo sempre in bilico tra Babele e Pentecoste: dobbiamo scegliere tra la solitudine affollata della torre, in cui l’altro è sempre uno straniero, e un vento che soffia dove vuole, portando vita, comprensione, intimità.
La mossa della torre, insomma, è un problema antico come il mondo.

Una risata


Meglio prenderla a ridere, si dice.
Siamo tentati, a volte, di ridere su tutto: sulle promesse del governo, le imprecazioni degli automobilisti, gli incidenti domestici di poco conto, i personaggi propinatici nelle pagine dei giornali o nei talk show. Ridere della prosopopea di chi si crede qualcuno, di noi stessi, quando siamo incapaci di comprendere e di amare. Ridere di tutto, fuorché delle disgrazie: come quando sorpresero quei due a ridacchiare dopo il terremoto, perché fiutavano l’affare. Impossibile ridere del male che tormenta il mondo, che schiaccia le persone, un male per cui è lecito soltanto piangere, patire, condividere.
Qual è il confine tra ciò che giustifica una risata liberante e ciò che chiede silenzio, perché l’altro è me stesso, ed è mia quella carne sofferente, impossibile da consolare?
Mi ricordo di Zaccheo: cosa ha provato Gesù, scorgendo l’uomo di bassa statura appollaiato sull’albero in attesa di vederlo, e impegnato a nascondersi, nello stesso tempo, agli occhi della gente? Secondo me, ha riso. E ridendo di Zaccheo, ha riso di noi tutti, commedianti goffi sul palcoscenico del mondo, consunto e sgangherato.
Potesse raggiungerci il sorriso di Cristo, donandoci il senso delle proporzioni, affidandoci a un destino più consono alla nostra dignità di esseri creati a immagine e somiglianza dell’Altissimo. Solo così una risata non potrebbe seppellirci, ma ci farebbe risorgere, rinascere dall’alto. Solo così vivremmo all’altezza di noi stessi, e non saremmo il solito circo di nani e ballerine.

La borsa


È difficile che stiano dentro un ordine, le cose della vita. Le vedi tracimare qua o là, t’impegni a infilarcele di nuovo, ma senza risultato: è come uno borsa piena fino all’orlo, che rifiuta ogni carico ulteriore. È una questione da risolvere, perché occorrono criteri efficaci per dirigere il flusso vitale verso il bene. Scegli norme più elastiche, e almeno in apparenza più capienti: allarghi la borsa, per restare nella metafora iniziale. Ma incombe il momento in cui vedrai apparire di nuovo un bitorzolo, un pennacchio, uno spuntone.
Probabilmente, il problema non è stipare tutto lo stipabile, ma accumulare con maggiore oculatezza, discernere tra ciò che è degno di restare e ciò che invece può essere perduto.
La vita è togliere: il monachesimo insegna che si può essere felici quando avanzano una cella, un tavolo, il tempo per pregare e lavorare. Allora, miracolosamente, la borsa diventa sufficiente, anzi, c’è spazio per un libro, un ombrello portatile, una custodia per gli occhiali.
Nell’era dei centri commerciali, quello che occorre è presto detto: vai, vendi quello che hai e dallo ai poveri; poi vieni e seguimi.
Ma di fronte al Vangelo, siamo presi da una frenesia di fuga, infiliamo ansiosamente roba su roba in una borsa che comincia a creparsi, a sfilacciarsi, a esplodere…
Rimangono, alla fine, due sole prospettive: la borsa o la vita, la quantità o la qualità, il superfluo o l’essenziale.

Hananuma


Mettiamo che ti chiedessi a bruciapelo se ti senti felice. Lo so, ti irriteresti: è una domanda imbarazzante, per qualcuno addirittura stupida. Ma pensaci bene: la vita ha un senso? Se sì, potrebbe coincidere con la ricerca di una gioia per molti sconosciuta, da altri negata per principio, per altri ancora fonte d’angoscia, perché foriera di conferme sull’inadeguatezza della propria vita?
Prima o poi, dovremmo avere il coraggio di rispondere a domande come queste. E allora interrogo anche me: sono felice? Lo sono stato, in qualche scampolo della mia esistenza? Sempre, mi dico, quando Dio ha visitato la mia vita. Obiezione: è un medico della mutua, Dio? Uno che visita i pazienti?
Il vero paziente, rispondo, è proprio Lui. Si mette alla porta sperando che gli apriamo. A volte attende per anni, per decenni. Ci si illude che abbia desistito, che si decida a cambiare quartiere, continente, o almeno condominio. E invece è lì, più paziente che mai, come se tutto dipendesse dalla mano che abbassa la maniglia, dagli occhi che incrociano il suo sguardo, dal cuore che accetta di fare l’esperienza d’incontrarlo. Lui è nella macchina con te, ti segue nel tuo ufficio, al bancone del bar, nel campo dove passi col trattore. Ogni tanto si fa vivo in un pensiero, un sussulto, un sentimento.
Tu provi un’emozione inaspettata e pensi a tutto tranne che a Lui, che ti ha sorriso e vorrebbe una risposta, un segno d’intesa.
Sei felice? Te lo chiedo di nuovo. Me lo chiedo.
Esco per vedere se sta lì, dietro la porta, con gli occhi così limpidi e profondi che neanche il mare di Hananuma può reggere il confronto.

Un giorno


Ci sono vittime predestinate a cui va tutto male. Se possono essere lasciate, lo saranno, se si affaccia il rischio di perdere il lavoro, accadrà di sicuro, se si profila la possibilità d’inciampare in una pietra, un marciapiede, un pezzo di legno caduto sulla strada, senza meno si realizzerà.
Sono persone tristi, rassegnate, che non sembrano far caso più di tanto alla catena infinita di molestie da cui sono colpite. Tuttavia, come nei libri o al cinema, qualcosa di buono deve pur succedere: a volte neanche se ne accorgono, altre, abbozzano un sorriso timido, come a scusarsi per essere uscite dal solito cliché.
A questo punto, hanno davanti due strade: considerare l’accaduto come un semplice incidente, una svista del destino, che si è dimenticato di vessarli; oppure prendere la palla al balzo, alzare il capo, pensare che se qualcosa di buono è capitato, potrebbe replicarsi un’altra volta, e un’altra, e un’altra ancora, fino a influire su tutte le abitudini, a produrre una visione alternativa, a credere che Dio esista anche per loro, e possa mettere in atto quello che i credenti usano chiamare Provvidenza.
È bello vedere una persona cogliere d’istinto l’occasione, permettere agli eventi di sconvolgere il passato: valeva la pena venire lasciati, perdere il lavoro, mettere il piede in fallo cento volte, se un giorno ci succede, all’improvviso, di cambiare sguardo.

Appuntamento


Come fosse finito qui, non lo sapeva. Ma tutto sembrava preparato da una mano al corrente delle attese più profonde, dei problemi del momento, delle cose da fare e da evitare, persino dei pensieri da eludere, per sostare su quello che adesso pareva l’essenziale.
Fu così che riapprodò alla Cappella dove anni prima era accaduto quell’evento, o nella casa, in cui il mobilio e le strutture quasi si porgevano perché potesse trovarsi più a suo agio.
Era qui che doveva succedere, lo sentiva come un dato inoppugnabile, come tutto si fosse dato appuntamento in questo mese, in questi giorni, e il clima risultasse regolato sul suo uscire e rientrare nell’alloggio, e il poco che mangiava venisse apprestato sul momento e anche da sempre: sí, quel panino, quella pizza, la birra in cui riusciva a intravedere il passato e l’avvenire, i ricordi che emergevano dal nulla e le visioni in cui la nuova condizione era il ritmo e lo stile di ogni giorno, da sempre erano lì.
Aspettava da decenni d’esserci di nuovo, di vedere quei muri, la strada, la collina che scende e poi risale, e il mare che suona quella musica e don Mario che ripete, sorridendo, “lo spirito, lo spirito!”, e il flusso che scorre come allora, la vita che torna e che mai più, mai più si sarebbe sottratta allo sguardo del suo cuore.

Il contastorie


C’era uno che raccontava storie: storie di tutti i tipi, tragiche e comiche, utili e inutili, belle e meno belle. L’importante è che fossero storie, lui diceva, perché da storia nasce storia e così la vita, all’improvviso, si mette in movimento, esce dalla paura sottile che avvolge tanta gente, la frena, l’avvita su se stessa, la paralizza senza scampo. Questo genere diffuso di paralisi, aggiungeva, tenta di stornare la paura, di fuggirla, invece di affrontarla faccia a faccia, chiedendole senza tanti complimenti: chi sei, cosa vuoi, parliamone qui e ora. Dal momento che non si decide a prenderla di petto, la paralisi continuerà a fuggire la paura, a irritarsi o deprimersi, difendersi o aggredire.
Ecco, allora – continuava il nostro -, l’importanza della storia, che invita a cogliere la parte dinamica del mondo, a ri-considerarsi, a ri-vedersi da un’altra prospettiva, dipingendosi con colori inediti, modulando toni mai sperimentati, comunicandosi in forme tutte nuove.
La storia, proseguiva quello, attinge a qualcosa di profondo, a un desiderio di far parte di un’idea più grande, di un orizzonte che includa l’universo, questa e l’altra vita, Dio e l’umano. Raccontare storie rimette in discussione spazio e tempo, permette di entrare in contatto col passato più remoto e il futuro più lontano e inconcepibile, di incontrare lo Spirito Santo e chiedergli qualcosa del Progetto originario, quando ancora non c’erano il pensiero, l’azione e la parola, ma tutto era un guardarsi occhi negli occhi, senza bisogno di spiegarsi nulla.
C’era uno che raccontava sempre, un contastorie: conosceva bene la trappola del già pensato, di tutto il materiale classificato e etichettato, che puoi dire soltanto “è così o non è così”, e per questo non si arriva mai a guardarsi, a capirsi con un cenno, ad amarsi al di là di ciò che dice il galateo o la regola di tutto quanto è fermo, irrigidito, gelido, incapace, per sempre, di diventare storia.

Cronache marziane


La vita su Marte non era affatto male: potevo leggere quanto volevo e nessuno veniva a disturbarmi. Del deserto non si scorgevano i confini e di certo non provavo nostalgia del traffico romano, degli assembramenti nei grandi alveari cittadini, del nervosismo che aleggiava per principio, come dovesse esserci per forza qualcosa che andasse di traverso.
Ogni tanto utilizzavo il potente telescopio messo a mia disposizione dalla NASA: finivo sempre col dirigere lo sguardo nelle parti da cui provenivo, per vedere in che modo procedesse la vita, senza me. Ovviamente, tutto scorreva come prima: i litigi, le risate, i tradimenti nascosti e le belle parole di facciata. La Terra era sempre la stessa, anche a perlustrarne gli angoli col lanternino, figuriamoci con una vista panoramica da una simile distanza.
Eppure, a ben vedere, qualcosa era cambiato: i due novantenni a cui telefonavo il sabato si chiedevano che fine avessi fatto; lo scrupoloso che veniva a confessarsi non sapeva più a chi raccontare le sue fissazioni insuperabili; la bambina a cui sorridevo, alla fine della messa, chiedeva a papà e mamma: ma don Fabrizio è morto?
Era strano notare dettagli così insignificanti da un mondo lontanissimo: era come se qualcosa resistesse all’entropia, durasse nonostante tutto, anche in assenza.
Fu allora che decisi di tornare. Quando rimisi piede sulla Terra, non provai più fastidio per le code sul raccordo, per l’invidia della gente maliziosa, per il tempo che finiva, ogni volta, col mancare. Avevo capito che tutto va colto dalla nuda prospettiva del deserto, dove l’atto d’amore più banale diventa necessario, indispensabile.

Cenere e pentola


Cenerentola fa pensare. La cenere – del camino che è costretta a pulire – evoca l’immagine penitenziale del “polvere sei e in polvere ritornerai”. La vita umana è questa umiliazione adibita a riparare i guasti del peccato originale. Dicono che il cammino dell’uomo sia un viaggio faticoso dal proprio vizio fondamentale verso la virtù contraria: in questo caso, dalla superbia all’umiltà.
Il nome della bellissima fanciulla evoca anche la pentola, con cui è costretta a cucinare per le sorellastre e la matrigna. Gesù dice ai discepoli, nella scena “cult” della moltiplicazione/divisione dei pani: “date loro voi stessi da mangiare”. Darsi in pasto è proprio dei buoni, vittime predestinate dei cattivi di turno.
Cenere e pentola, dunque, sono le icone di chi segue la strada stretta dell’amore che, com’è noto, porta in paradiso.
Il diavolo fa le pentole, infatti, ma non i coperchi. E ciò che bolle in pentola e non può essere coperto, è un principe che cerca moglie (non è Eddie Murphy). In più, nell’inconscio c’è sempre una fata che ti dice cosa fare, quali abiti vestire e quali ostacoli accettare perché tutto caramboli verso il lieto fine: la fuga a mezzanotte è la chiave che aprirà la porta del destino – o della Provvidenza -, e non a caso con una perdita apparente (della nota scarpetta). “Chi vuol salvare la propria vita la perderà, e chi la perderà, la salverà”, dice Gesù.
L’ultima lezione è l’unicità della persona umana: non ci sono due piedi uguali, a questo mondo, né due cuori: la scarpetta perduta potrà essere calzata a pennello solo da colei che ha aderito all’umiltà della cenere e al servizio integrale dell’altro. Sfuggendo al male del mondo con l’amore, Cenerentola sarà protagonista di un banchetto nuziale in cui non è più lei a sudare tra i fornelli: in verità vi dico, il padrone stesso passerà a servirvi (lo dice sempre Gesù).
Battezzare Cenerentola? No, lasciamola così, come uno dei tanti regali di quello che Jung definiva “inconscio collettivo”.

Il grande yogurt


Certe volte, nella vita, bisogna scegliere drasticamente, tagliare con l’accetta. Uno cerca di non fare male, sfiorando dolcemente il mondo dell’altro; ma accadono fatti che non lasciano spazio a premure ed attenzioni; e allora zac, tagliare di netto, avanti un altro.
La carità è paziente, dice Paolo, quello di Tarso: tutto scusa e tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. Ma un bel giorno ti accorgi che non tutto è sdoganabile, che l’altro ha dei doveri: di rispetto, o almeno di buona educazione.
E allora tronca, qualcosa sboccerà di nuovo dalle radici originarie; non sempre si può andare di uncinetto, pregare, accarezzare, cavare, insomma, il sangue da una rapa.
È il momento più istruttivo, quello in cui la persona si assume la responsabilità delle sue azioni. Vuole? Non vuole? Tu, comunque, glielo hai detto, ti sei preso la briga di stornare, dall’umanità, l’ennesimo calcio sulla faccia.