Imperfetto perfetto


Un sentimento comune è quello di non farcela. Ognuno di noi ha limiti, difetti, la naturale falla che si apre nel sistema-persona. È un classico scoprire il punto debole anche nei tipi in apparenza più impeccabili. Un dettaglio trascurabile, magari, agli occhi meno esperti, ma indubbiamente è là, a ricordarci che perfetto è solo Dio.
Ciò può provocare un senso d’insoddisfazione, e invece è salutare. Chi splendeva di più è diventato la tenebra per antonomasia: Lucifero, il portatore di una luce falsa, praticamente una patacca.
Ma Cristo non ci lascia in balia delle nostre imperfezioni. Lui parla chiaro: da soli non ce la faremo, anche impegnandoci allo spasimo. Con Lui è tutta un’altra storia: della salvezza, come dicono i teologi che hanno ancora un po’ di sale in zucca.

Tu sei


La gioia è difficile trovarla. Giri di qua, di là, e scopri al massimo risate sguaiate. Perché la gioia è superarsi, lasciare che sia un altro a prendere le redini. L’allegria è un’altra cosa. Anche questa non è poi così frequente: il correttore automatico, infatti, mi ha sostituito la parola. Ha messo Algeria. Magari lì sono felici, ma non credo.
La gioia sei Tu. Un Dio è gioioso per principio. Perché è Dio. Uno che gioisce non critica, si abbandona all’onda della vita che lo attraversa volentieri, perché alla vita piace vivere, naturalmente.
Ci inviti alla gioia, a perderci in Te, nella tua capacità di metterti da parte, di renderci importanti. L’amore è fare spazio. Gli ebrei lo chiamano “zim-zum”: il ritrarsi, perché l’altro sia.
Io sono perché Tu sei l’Io sono. E lasci che io sia.

Qualcosa è cambiato


Siamo creativi. Abbiamo voglia di cambiare, inventare, dare un colore tutto nostro al mondo, perché dalla pennellata di ciascuno esca fuori un quadro sempre nuovo. In questo, abbiamo preso dal Creatore: ci ha fatti Lui, e qualcosa in comune dobbiamo pure averla.
Eppure, proprio con Lui, siamo piatti, monotoni, ripetitivi. Sempre le stesse formule, gli stessi gesti, l’identico modo di fare e di parlare. E se si stancasse? Se pensasse: ma questo qui, questa qui, incontra me o timbra un cartellino?
La svolta sarebbe alzarsi la mattina e decidere di fargli una sorpresa, regalargli un sorriso, qualcosa che ormai non spera più.
Oggi lo guardo negli occhi e gli dico che mi sta simpatico, più delle suore da cui vado a celebrare.

Il Segno


Abbiamo paura. Paura di perderci. Paura che ci accada qualcosa. Paura per principio. Una ragione c’è sempre: se esco in strada, un’automobile mi può investire, un pazzo o un terrorista mi possono sparare, qualcuno può prendermi la borsa dove tengo un libro introvabile che leggo quando ho tempo.
Ma il motivo è un’altro: può aggredirmi il male vero, di cui parla Gesù nel Padre nostro. “Ella passa-n men Bisha”, si dice in aramaico: allontana da noi il Cattivo. È lui che cerca di distruggerci, che si insinua in un pensiero, un’immagine, una suggestione. Ecco perché i Padri raccomandavano di chiedere ogni volta: sei dei nostri o sei dell’avversario?
Comunque c’è un trucco, ma non lo dite a nessuno. Facendo il segno della croce con fede sincera, siamo protetti da ogni lato: satana non trova più una porta dove entrare.

Pater


Preghiamo senza sapere o capire, né sentire. Se ci fermassimo, ad esempio, sulle sette invocazioni contenute nel “Pater”, rimarremmo sorpresi dalle infinite risonanze. Lascio a voi questo esercizio utile, coltivato da Padri della Chiesa e autori spirituali d’ogni genere e grado.
Mi limito a indicare il punto in cui si dice: venga il tuo regno. Innanzitutto si dovrebbe dire: “venga la tua regalità, la tua sovranità”. Poi è chiaro che siamo sullo stesso piano dell’annuncio di Gesù: il regno di Dio è vicino, che andrebbe tradotto – essendo il verbo al perfetto – “la tua regalità si è avvicinata”, dunque è qui; perché hai sconfitto le potenze del male.
E allora, se proprio volessimo cambiare qualcosa di questo testo sacro, e di per sé inviolabile, potrebbe essere il tempo: il regno di Dio è venuto, il cielo è già sceso sulla terra.
Qualcuno se n’è accorto?

Ciechi


Gesù guarisce i ciechi. Deve essere stato fantastico, per loro, vedere il mondo all’improvviso, con le sue forme, i suoi colori; poter fermare lo sguardo sui dettagli: innamorarsi di un petalo di rosa, una nuvola strana, un piccione che si gira di scatto. Forse il loro primo pensiero è stato un “grazie”. La gratitudine per la bellezza è qualcosa di congenito, un impulso che sguscia dal fondo dell’inconscio e si deposita felice sulle labbra.
A volte viviamo a occhi chiusi, sepolti in sentimenti cupi, oscuri, una nebbia che impedisce di vedere il mondo. Brancoliamo nelle vie senza uscita di rancori, complessi, voglie di rivalsa. Dovremmo rivolgerci al Messia, come i ciechi di un tempo, liberare il coraggio di invocarlo, con la stessa fiducia dei bambini: Signore, che io veda! Ci accorgeremmo, allora, dei colori, degli odori, dei sapori del mondo. Dei regali che ci arrivano dal Cielo, in ogni istante.

L’abito


Don Mario aveva un chiodo fisso: l’abito su misura. Poveretto: in un mondo fatto di standard, dove hanno successo soltanto i replicanti, era un pesce fuor d’acqua. Ma lui, fuor d’acqua, ci stava a meraviglia. “Vi farò pescatori di uomini”, diceva Gesù: pesci fuor d’acqua, dunque, pescati all’amo della grazia, morti e risorti in un’altra dimensione.
Mi viene da sorridere pensando all’evangelizzazione: diciamo una cosa e ne intendono un’altra; parliamo del cielo e pensano alla terra. Gesù è come don Mario: un sarto raffinato, che su tutti cuce un vestito originale, un modello irripetibile. Ma gli uomini e le donne preferiscono le divise del mondo ai tagli dell’alta sartoria.
Signore, sono pronto a indossare il mio vestito, per essere come don Mario aveva detto, da profeta, tanto tempo fa.

La verità


Vogliamo vedere Dio, ma la verità ci disturba. Strati di contraddizioni impediscono di lasciar fluire la forza vitale che ci abita. E, come diceva Agostino, la verità abita nell’uomo interiore. È uno strano condominio: da lei pretendiamo, ma le neghiamo ciò di cui ha diritto. Le chiediamo di pagare la manutenzione, ma ignoriamo i lavori che andrebbero avviati con urgenza. La verità è paziente, ma presenta il conto, prima o poi. Conviene versare da subito il nostro contributo.
Vogliamo vedere Dio; ma Lui si presenta se la verità non è soltanto una scomoda inquilina.

La vera bellezza


Cos’è la bellezza? È difficile rispondere. Ci siamo fatti incantare tante volte. Alcune erano solo deviazioni, profanazioni volgari o velenose. La vita è un viaggio tortuoso verso una meta che sfugge di continuo, come se, su questa terra, l’oggetto del desiderio più profondo fosse inafferrabile. Solo, ogni tanto, c’è un guizzo, un flash, un‘illuminazione che mette sulla buona strada.
Da quando ho intravisto la bellezza vera non posso più scordarla: l’ho tradita, infangata, offesa, ma non l’ho dimenticata. Resta là, esperienza insuperabile, gioia della mia vita, respiro dell’anima. Non lasciarmi, non mi abbandonare. Io voglio Te, del resto non m’importa.

De-sidera


Il peggio è smettere di desiderare. Qualcuno, tuttavia, lo propone, anche nelle filosofie più note, anche in un certo modo di intendere la religione. Non desiderare per non soffrire, per non trasgredire, per non essere legati al proprio io.
Non c’è niente di più falso e nocivo. La vita è desiderio: se voglio ricevere il dono che mi arriva da lontano, dal Cielo, devo desiderare ardentemente.
Non facciamoci ingannare su una questione così decisiva. Impariamo, piuttosto, a dirigere il nostro desiderio, ad aprire il cuore a ciò che costruisce, e non a ciò che distrugge.
E, come per miracolo, cominceremo a vivere.

Brindisi


Dio ne deve avere di pazienza. Lui è perfetto, mentre noi facciamo acqua da tutte le parti. Né vale dire: ci ha creati così. Siamo noi che guastiamo il suo lavoro.
Eppure, non tutto è perduto. Proprio niente, anzi. Basta alzarsi la mattina e cominciare da capo, prendere la vita che viene da lontano, passando nei secoli dei secoli, attraverso le generazioni precedenti, fino ai nostri genitori, che magari non ci hanno voluto. Che importa?
Ciò che conta è la vita che arriva: in origine è pura, invecchiata a dovere, pronta per essere servita.
Dài, brindiamo alla pazienza di Dio che non smette mai di sostenerci, anche quando diventiamo insopportabili.

Cos’è


Cos’è che salva? Dove comincia un atto che strappa dal male e dove, invece, siamo ancora nei preamboli?
A volte pensiamo che le azioni salvifiche siano solo quelle indicate da dottrine e catechismi: la preghiera, i sacramenti, le opere di bene.
Ma chi ha detto che a salvare non sia anche il radersi la barba, un saluto al primo che si incontra, un parcheggio fatto tra le strisce?
Gesù ha vissuto tre decenni nella bottega del padre: ogni colpo di martello, ogni piallata o lucidata di legno erano un tocco, una spinta, un passo in più verso il nostro ingresso in paradiso.

Siamo proprio sicuri?


Il Cristianesimo pretende troppo? Chiede di amare un Dio senza vederlo; di rispettare gente che non piace, al punto che gira la battuta: se questo non va bene, amerai il prossimo.
La fede è esigente, ci catapulta fuori di noi stessi: esci dalla tua terra, dice Dio ad Abramo, e in lui lo dice a noi, come fossimo un popolo chiamato a uscire dall’Egitto della propria volontà, la filautia dei Padri.
Sì, è difficile credere: sono pochi i profeti, i giusti del Primo Testamento, i santi del Nuovo.
Ma poi, un momento: siamo propri sicuri che il nostro sia un Dio che non si vede? Che il rapporto col Creatore cominci di là, in un regno che, detto fra noi, è così lontano?
No, Gesù è venuto qui, si è lasciato conoscere, guardare, toccare. Ha portato il paradiso sulla terra, un’anticipazione del futuro. Ma noi non ce ne siamo accorti.

Buongiorno


Parliamoci chiaro: il problema è la superficialità. Vogliamo essere spontanei, immediati, lasciarci trasportare dall’onda affettiva, emozionale, istintuale, e ci imbrigliamo sempre più nella matassa delle cose improvvisate, in un’assenza di progetto.
Dovremmo, piuttosto, specchiarci in ciò che non è accessibile instantaneamente, che richiede di fermarci, guardarci dentro, confrontarci con una realtà più grande della nostra.
E se, svegliandoci al mattino, dessimo il buongiorno all’eterno? Non come quei buongiorno melensi che intasano whatsapp – tanto banali quanto deprimenti -, ma un saluto che aprisse, appena alzati, al senso autentico del vivere, un aderire alla propria identità, ritrovando la salute.
Proviamo? Non è mai troppo tardi.

Per primo


Chi fa il primo passo? Il dubbio, a volte, è atroce, paralizza. L’uomo non vuole essere fregato. A chi tocca? Non ho fatto la mia parte? Perché dovrei essere io a ricucire, a dare un’altra chance, a rimettere ogni cosa al posto giusto? Quante energie sprecate. Basterebbe leggere Giovanni, che in una delle sue lettere preziose ci ricorda: in questo sta l’amore, che Dio ci ha amato per primo. E se imparassimo da Lui? In fondo, non è mica l’ultimo arrivato.

Offerta speciale


C’è qualcosa di più che accettare il dolore, ed è sceglierlo in prima persona. Il solito cristiano masochista, penserà il mio fedele lettore. Rassicurati: è la diatriba che sostengo intorno a certe formule della celebrazione eucaristica. Quando il prete alza l’ostia proclama, guidato dall’apposita rubrica: ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo. Mi oppongo strenuamente a questa traduzione. Togliere suppone un atto semplice, vagamente magico, in ogni caso poco impegnativo. Il verbo originale suggerisce un altro senso: sollevare, prendere. L’Agnello – Cristo – non toglie, ma prende su di sé, compie un gesto con cui si addossa consapevolmente una sofferenza in grado di salvare. L’arte dell’Agnello immolato è un esempio per noi. È l’offerta, il sacrificio, termini in via di estinzione nel nostro vocabolario quotidiano. A grave detrimento dell’amore.

Game over


Mica tutto va bene, nella vita: magari fossimo sempre freschi e riposati, col sorriso pronto per essere servito. Sarebbe bello illuminare h24 la gente che incontriamo, effondere grazia, buonumore, entusiasmo, straripare di gioia in ogni istante del giorno e della notte.
No, a volte siamo stanchi; distrutti addirittura. Capita d’intravedere un altro penitente in arrivo per la confessione e di pensare: non ce la faccio; non potevo sposarmi, farmi monaco, guardiano del faro?
Poi ti ricordi di Gesù, di tutte le volte che si è sentito fiacco, sfinito, sull’orlo del collasso; immagini i momenti in cui, in barba alla divino-umanità, avrà detto fra sé: chi me lo fa fare?
E allora stringi i denti, tiri avanti fino alla prossima stazione. È il bello della Pasqua: pensi d’essere esaurito e invece ricominci, come nulla fosse.

La prova


Il male non viene da Dio: su questo siamo – quasi – tutti d’accordo. Dio non può volere che il bene, ma la questione è complessa. Checché ne dica la teologia modernista, il peccato originale è una realtà con cui dobbiamo misurarci. Nell’uomo, nella storia, esiste il male, ma Dio lo utilizza per i suoi obiettivi. Solo in questo senso si può dire che da Lui provenga il male: per ottenerne un bene. Il che significa che dovremmo accogliere le cosiddette prove come permesse dal Creatore.
È poco intelligente la nuova traduzione del “Pater”. Dio ci induce in tentazione, consente la prova, proponendoci di accoglierla come l’ha accolta Lui, quando ha preso la croce. In tal modo ci ha salvati da quel male che non viene propriamente da Lui, ma che Lui usa, come sempre, per un bene maggiore.

Qualcosa di buono


Che si può fare di buono nella vita? È un pensiero che si affaccia, anche per poco.
Ognuno ha un ideale che gira e rigira nelle mani. Scartando quelli palesemente taroccati – godere, possedere, dominare -, traspare, in filigrana, il sogno di lasciare una traccia, di fare del bene con la propria professione o anche con un umile lavoro. Non potrò mai dimenticare le parole di Martin Luther King: se la mia vocazione è fare lo spazzino di strade, sarò un grande spazzino di strade; il più grande spazzino di strade che si sia mai visto sulla terra.
Personalmente, mi piacerebbe trasmettere Cristo: permettere che entri nei cuori, nelle menti, risvegliare il desiderio di vivere con Lui. Il vantaggio di un ideale come questo è che piace anche a Dio. E, a mio modesto parere, non è poco.

La bontà


La bontà, oggi, è un genere in disuso. Prevalgono il cinismo e la furbizia, sottospecie dell’intelligenza; l’arte della manipolazione, dell’attacco preventivo, della vendetta che va servita fredda. Il punto è questo: il cuore è imprigionato in una morsa gelida, uscire dalla quale è almeno problematico.
Assistiamo a una prevalenza dei sistemi difensivi, che preservano da delusioni, sofferenze, traumi. Sperimentato il dolore, lo si vuole evitare a tutti i costi. A scapito degli altri. Pullulano i manuali di self-help in cui si insegna a dominare o raggirare il prossimo. L’uomo è lupo all’uomo, sosteneva Hobbes, ma è anche volpe, sciacallo, avvoltoio; animali, peraltro, degni del massimo rispetto (ma bisognerebbe chiedere un parere anche a cadaveri e galline).
L’arte del vivere degenera in arte dell’inganno, appresa alla scuola del Principe della Menzogna.
E la bontà?
Dio continua a essere buono, nonostante. Ma attenzione: il suo non è buonismo, altra malattia dei nostri tempi. La sua bontà è vincente e convincente, disarciona l’arroganza, ricolloca i valori al posto giusto, restituisce alla propria identità.
Come tesaurizzare tutto questo? Guardandolo negli occhi.
Ma pochi lo fanno.