“Severino di Giovanni”, di Osvaldo Bayer

Introduzione di Marino Magliani

Ho conosciuto Alberto Prunetti lo scorso dicembre ad Haarlem. Di suo avevo letto Il fioraio di Perón, e i suoi pezzi su Carmilla, l’ormai famoso Argentinazo, e una traduzione, anch’essa da osvaldo Bayer su “Il Reportage”. Con la traduzione di Severino Di Giovanni (Agenzia X, 2011) diciamolo subito, l’editore ha regalato agli italiani la possibilità di leggere uno dei libri più odiati dalla dittatura argentina, quella della guerra sucia. Ma Severino racconta una storia di sangue e anarchia degli anni Venti, un tango-punk nero e ribelle, come lo definisce la quarta. Come ha fatto a farsi odiare tanto dai generali e dai marescialli? Qui ha giocato molto la forza narrativa di Osvaldo Bayer. Per questo estratto, di cui ringraziamo l’editore, ho scelto la parte romantica – distruttiva, folle e d’altri tempi, tenera e selvaggia, innocente e libera, eppure colpevole come lo è la vita di Severino Di Giovanni – dell’amore di Di Giovanni con l’allora quindicenne, America Josefina Scarfò.

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“Soglia d’amore”, di Monica Pareschi

[Sono particolarmente lieta di pubblicare questo racconto di Monica Pareschi, una tra le più apprezzate e capaci traduttrici editoriali italiane. Se volete avere un’idea di massima delle autrici e degli autori che ha tradotto, vi invito a leggere la nota biografica alla fine del racconto. Monica Pareschi è una donna che lavora con le parole degli altri e che, una volta di più, dimostra attraverso le sue parole che grande scuola di scrittura sia la traduzione. Soglia d’amore è un racconto cui tengo molto, che amo molto, di un amore razionale e viscerale al contempo. L’immagine a sinistra è La fine del mondo, di Leonor Fini.G.C.]

di Monica Pareschi

Un brusio d’insetti. Forte. Come quando cerchi i canali col telecomando. Una tempesta d’insetti. Nero e materia stellare. Lampi. Esplosioni. Un po’ di rosso. Come quando si strizzano forte gli occhi premendoci sopra le palme delle mani. Ma il suo occhio è aperto adesso. Contempla quest’ultimo paesaggio galattico. L’occhio rimasto scruta nel buio. Un occhio cieco, un occhio buono. Sulla soglia.

Qualcuno, sulla soglia.

“Ciao… Ciao… Siamo noi…”

La chiave entra e gratta nel silenzio che la strangola, le voci recitano l’allegria. Cigolio di porta, bisogna darci l’olio, e poi la gragnuola dei tacchi sul marmo, lo scatto degli interruttori, la lama di luce che scivola sotto il battente e taglia un triangolo bianco sul pavimento. Sei al buio, si scandalizza la voce di quella che guida la truppa, che irrompe e poi spiega: La nonna è al buio. Braccia protese, pratica, un po’ ansante, si avvicina vivamente alla finestra e con grandi gesti capaci si appende alla cinghia della tapparella: un po’ ginnasta e un po’ infermiera. Continua a leggere

Monaco di Montaudon, Le poesie, a cura di Massimo Sannelli

  

poesia 12

A me non piace, lo capite questo?,
chi parla molto e serve chi è cattivo.
A me non piace uno che ama uccidere!
A me non piace un cavallo che tira!
A me non piace! Per l’amor di Dio!
Un giovane! Che porta troppo tempo
lo scudo bello vergine dai colpi.
E i cappellani! E i monaci barbuti!
E il becco aguzzo! Di chi parla male!

Io penso che una donna è una schifosa
se è povera e orgogliosa:
così è l’uomo che adora la sua sposa,
pure se ama la donna di Tolosa.
E a me non piace mai un cavaliere
che esce dal paese e poi si gonfia!
In casa sua non ha nessun valore,
e pesta solo il pepe nel mortaio,
si scalda al focolare.

E non mi piace, non mi piace mai,
un debole che porta la bandiera!
E un astore cattivo nella caccia!
E poca carne in una gran caldaia!
E non mi piace, per santo Martino,
chi mette troppa acqua in poco vino! Continua a leggere

Peter Greenaway, “Volare via dal mondo”

MASCHERA VOLANTE

45.

Odilon Redon

Demonio alato

Redon rappresenta un angelo nero, in esplorazione nel crepuscolo e recante una grande maschera i cui occhi lasciano trasparire il cielo. Questa figura volante ha una coda a ricciolo fissata a un corpo piuttosto in carne.
L’angelo nero sta sbrigando affari diabolici. La maschera è pesante e disagevole da trasportare, un peso morto che tira costantemente verso il
basso. Potrebbe essere lasciata cadere. In questo caso cadrebbe come una pietra nelle vie della città. Oppure quei filetti bianchi e lucenti che si vedono balenare sotto la figura indicano
che essa sta sorvolando un corso d’acqua che scorre presso la basilica che si scorge sull’altra riva? Può quest’immagine esserci utile per
future esperienze? Dobbiamo sapere come
trasportare un oggetto pesante nel nostro volo, come trasportare il nostro stesso bagaglio? A me sembra che questa apparizione volante nella luce serale sia utile. Anche a noi può capitare di sentire la brezza fredda della sera
e di chiederci come potremo navigare una volta che la luce del giorno ci abbia lasciati. In che relazioni siamo col terreno quando la luce va via? Incontreremo creature come questa nel
crepuscolo?
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Giovanni Agnoloni e i tanti modi di parlare di Tolkien

Intervista di Roberto Paura, per il blog Fabbricanti di Universi (v. qui)


Giovanni Agnoloni è uno degli studiosi più attenti e originali dell’opera di Tolkien. Ai DelosDays ha presentato i suoi ultimi lavori. Partiamo da Tolkien e Bach. Dalla Terra di Mezzo all’energia dei fiori, Galaad Edizioni. Il rapporto tra J.R.R. Tolkien e Edward Bach, il medico che ha dato il proprio nome agli effetti terapeutici di alcuni fiori, può sembrare un po’ spiazzante, ma qual è invece il collegamento?

E’ un libro che sicuramente vuol essere anche una provocazione, questo va da sé; al di là di questo aspetto, il nesso che ho individuato tra queste due figure è un nesso di natura filosofica, psicologica e spirituale. Ci sono certo anche circostanze biografiche in comune: Bach è nato a Moseley nel 1886, mentre Tolkien ha vissuto lì un breve lasso di tempo, tra il 1900 e il 1901, e il motivo dell’avvicinamento alla città (Moseley era ai margini della Birmingham di allora, mentre la ben più ridente Sarehole, dove i Tolkien avevano vissuto dal 1895, arrivando dal Sudafrica, era un po’ fuori), fu che il bambino doveva iniziare a frequentare la King Edward’s School. Sono quindi cresciuti nella stessa campagna, assorbendo le stesse “vibrazioni energetiche” dell’ambiente, e poi nelle loro vite ci sono tante coincidenze significative. Ma il vero nesso si basa sul tema degli archetipi, sul tema delle emozioni umane e dei modelli di comportamento che tutti gli uomini condividono alla luce della psicologia junghiana, in quanto tutti compartecipi di un inconscio collettivo da cui sorgono le immagini, i miti, che fin dai tempi più antichi danno espressione alla nostra parte profonda. Continua a leggere

Il destino della scrittura e la nascita di un mito letterario: “Gli Inklings”

Recensione di Giuseppe Panella

Humphrey Carpenter, Gli Inklings. C. S. Lewis, J. R. R. Tolkien, Charles Williams e i loro amici (trad. it. di M.E. Ruggerini) (Genova-Milano, Marietti 1820, 2011 – Collana “Tolkien e dintorni”)

C’erano una volta (tra gli anni Trenta e i Quaranta) gli Inklings, scrittori-professori-teologi e cultori della letteratura di genere: quasi tutti insegnavano al Magdalen College di Oxford, o a Oxford vivevano, come Charles Williams. Avrebbero scritto romanzi memorabili per i loro caratteri innovativi all’interno del genere da loro scelto non tanto per la qualità delle vicende raccontate quanto per l’innovazione profonda da essi apportate alla lingua inglese e al modello narrativo adottato. Tolkien diventerà famoso principalmente per Lo Hobbit del 1937, inizialmente concepito come un racconto per bambini, e soprattutto per il suo colossale seguito, Il Signore degli Anelli (1954-1955). Continua a leggere

Livelli linguistici

Articolo di Giovanni Agnoloni

dal blog di Easy Languages

Nel mio approccio al tradurre, che comprende lavori tecnici e lavori letterari, c’è una cosa che faccio sempre, e che accomuna le due attività: arrivare alla “verità” per successive approssimazioni. In altre parole, un lavoro di traduzione consiste in ogni caso nell’avvicinarsi progressivamente a un risultato, che sia – nella lingua obiettivo – l’immagine il più fedele possibile di quello che un certo testo era nella lingua d’origine. Determinate parole emergono subito nel loro significato, mentre altre richiedono un approfondimento, uno studio, per “rivelarsi”. In teoria, si potrebbe svolgerlo subito, fermandosi sui dettagli fin dalla prima stesura, ma questo correrebbe il rischio di far perdere il senso dell’insieme, o quella continuità musicale (ma, direi di più, energetica) che collega le varie parti di un discorso articolato. Personalmente, preferisco stendere il mio “rullo” del tradurre su tutto il testo a ondate successive, via via scandagliando e mettendo sempre più a fuoco i singoli termini. Continua a leggere

La professione delle parole

Articolo di Giovanni Agnoloni

Dal blog di Easy Languages

Easy Languages è un’agenzia di traduzioni che ha lanciato un interessate blog imperniato sulle traduzioni, letterarie e tecniche. Gli articoli vertono sui diversi aspetti del mondo e del mestiere del tradurre. Quello che leggete oggi qui è un mio contributo.

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9. Appendice. Fabricii Elementatio Theologica.

Com’era costume al tempo delle prime compilazioni di indagine dottrinaria sugli attori nelle scholae cittadine, il frammento di cronaca sulla vita del borgo di San Pietro e sui cosiddetti Fabriciani è accompagnato da un foglio aggiunto, che pare di redazione anteriore alla trascrizione secentesca del manoscritto. Se ne dà qui la traduzione.

Et hic incipit Fabricii Elementatio Theologica. (con le note del censore)

Fabricius diceva che noi donne e uomini siamo figli di Dio in senso figurato, al modo in cui un autore crea i personaggi del suo romanzo, solo che nemmeno Dio sa perfettamente cosa faranno i suoi figli , così come un autore non sa perfettamente come si svilupperà l’intreccio, se qualche personaggio finirà per fare qualcosa di imprevisto, o la necessità della narrazione condurrà lo stesso autore in terra incognita.
Et hoc, se non è accompagnata da corrette spiegazioni, videtur heretica locutio.
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8. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…

E benché molti ormai andassero a cercare Fabricius, quando la sua reputazione si diffuse nella Marca come le rondini in primavera (insieme, bisogna dire, alle maldicenze, che come le male erbe sono impossibili da estirpare), egli non chiedeva i natali a chi gli si avvicinava, né luogo di nascita, né mestiere, né stato. Dopo però alcune cattive esperienze, da lui scherzosamente definite “bidonate” (dal nome che al Nord della Francia danno al vaso che contiene il vino per una compagnia di dieci: e il vino pare sufficiente e non basta mai), pretendeva a chi volesse accompagnarsi a lui di raccontare prima una storia, non importa se di vicenda effettivamente vissuta, o fabbricata lì per lì. Tanto bastava a smascherare coloro che non erano puri di cuore, o nascondevano seconde intenzioni, fini inconfessabili, o volevano appropriarsi delle elemosine per i veri poveri, o soltanto riempirsi la pancia di pane e vino e andarsene via gonfi come galline all’ingrasso. Fabricius capiva il materiale delle storie, da dove esse venivano, e da dove veramente proveniva chi quelle storie portava in giro. Perché le storie possono essere fantasiose e irreali come sogni, ma non per questo essere meno autentiche; mentre anche le storie in apparenza realistiche possono nascere dalla frode e nascondere un raggiro. Soltanto chi sa che la vita è una storia può delle storie vedere le insidie. Ma chi racconta storie autentiche crea narrazioni, insegna agli uomini a pensare a se stessi senza indulgenza o compiacimento, come fanno i bambini. Insegna agli uomini a pensare se stessi. Ecco perché il novelliere, se sincero, è vicino all’arte di Dio, che detta il racconto che nessun uomo da solo sarà mai in grado di scrivere.
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7. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…

A questo punto dell’infervorata orazione, due ospiti dello xenodochio si erano fatti vicini al gruppo dei Fabriciani, al cui centro convenientemente Fabricius stava, e si rivelarono fratelli dell’ordine dei Minori, giunti in civitatem Civetiensem il giorno prima senza mostrare apertamente in pubblico il loro stato.

«Sora nostra Morte corporale, da la quale nullu omo vivente po’ skappare! Laudata sia sora nostra Morte corporale, da la quale nullu omo vivente po’ skappare!» proruppero i due all’unisono, urlando e interrompendo il discorso col quale Fabricius inciviliva gli amici. Egli non si era accorto del loro arrivo, e con gli occhi interrogò i poetici spirituali (o spiritali della poetica), dei quali nessuno conosceva i nuovi venuti. Allora egli giunse insieme le punta delle dita della mano destra con un curioso movimento oscillatorio dall’alto in basso e dal basso in alto, e mormorò «Anvedi i fratoni! Ma che stanno a di’ questi? Chi so’? Che vonno?» (gli spirituali tutti dissero con una voce «Boh!»), e si rivolse ai Minori con queste parole: «A fra’! Morte corporale tu sorella!». Presso i Fabriciani infatti la morte era constatata e accettata, nella giusta misura delle cose ineluttabili, ma tenuta per sorella e benvenuta… no, non era proprio il caso. Continua a leggere

6. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…

Certo è che non alla diligenza degli uomini, ma alla Provvidenza benefica di Dio si deve attribuire il gran beneficio di conservarci nell’integrità del nostro essere, e immuni dalle pestilenze e da altri flagelli. E invero taluni dei poetici dello spirito (o spiriti poetici) poco si adoperavano per dare segni certi di una sicura destinazione nella patria celeste. Parevano piuttosto presi al diletto e al divertimento più che alla penitenza, a raccontarsi storielle, a scoppi di risa, a passarsi tra loro qualche fiasca di quello buono, a trascorrere le giornate in confronti e tenzoni di versi e novelle. Tale attitudine appariva agli occhi della gente del borgo propria di una brigata gioconda, non di scuola poetica, e fece sì che i poeti spiritistici (o spiriti poetici) incontrassero subito l’appellativo di Fabriciani, come coloro che tenevano su e, da homines fabri, rinforzavano lo spirito di Fabricius. O così i Fabriciani pensavano di sé.

I Fabriciani non erano tenuti per homines litterati. Non erano cercati dal comune cittadino per comporre discorsi di feste e celebrazioni. Raramente ricevevano inviti nelle corti dei signori, presso i de Bragancio, nei castelli in Este, in Baxano, in Aslo, in Cornuta, presso i Conti, ad allietare mense, nascite e sposalizi: Continua a leggere

Jules Verne al Gabinetto Vieusseux


Lunedì 14 marzo, alle ore 17,00, presso la Sala Ferri di Palazzo Strozzi (Firenze), si terrà il seminario del Centro Romantico del Gabinetto Vieusseux dal titolo “Crisi del mito del progresso e dialettica dell’avventura”, in riferimento al romanzo di Jules Verne Un dramma in Livonia (ed. Altrimedia, 2009), a cura e per la traduzione di Giuseppe Panella e Massimo Sestili.

Saranno presenti i curatori, e coordinerà Giovanni Agnoloni.

Locandina evento Verne

5. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…

Trascorsi alcuni giorni, il presbyter Fabricius diede mandato agli economi dello xenodochio di cercare un magister grammatice per istituire una scuola in San Pietro, perché, diceva, ai poveri non sia tolta l’occasione di migliorarsi. Gli economi cercarono a lungo e e fatica, perché già alcune scuole di grammatica e retorica erano aperte in Cattedrale e presso le case di alcuni maestri, e pareva che nessuno fosse interessato a prestare opera in cambio di un piatto caldo e ospitalità per la notte. Quando gli economi annunciarono accordi con tre artium periti per stabilire la scelta definitiva, Fabricius comunicò che la scelta era oramai stata da lui fatta, e il clericus Iosephus, già magister artium nello studium in Patavia, entrò nello xenodochio. Né costui si limitò a insegnare a coloro che mai prima di allora avevano preso in mano un calamo invece di una zappa, un bastone di corniolo, un martello.
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4. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…

In seguito l’autorità di Fabricius venne riconosciuta senza investitura da tutta il popolo del borgo. Più volte veniva chiamato quando si trattava una causa, tanto di carattere civile come ecclesiastico, prima che i magistrati del Comune o il vescovo Manfredo fossero informati. Egli udiva pazientemente allegationes et querelae delle due parti, e terminate le esposizioni dei casi, chiedeva alla folla che assisteva, letterati e illetterati, uomini colti e ignoranti, quid iuris sit, che cosa fosse la cosa giusta. Tuttavia, la sua sentenza non era emanata in base al responso popolare, poiché Fabricius decideva comunque ciò che era per lui la cosa giusta interrogando sempre il suo cuore e la sua intelligenza, e alcuni osservavano che spesso, chiamato a sentenziare, egli poneva una mano dietro la schiena, incrociando in modo curioso l’indice e medio. Spiegava poi al popolo perché, nel caso, la sua sentenza differiva da quella espressa per acclamazione. Continua a leggere

3. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…

Ora appunto in quei giorni aveva il venerabile vescovo Manfredo inviato un giovane presbyter per l’ammonimento e la cura delle anime dei conversi di San Pietro. Presto si seppe allora che il nuovo presbyter usciva ogni giorno dallo hospitale e visitava ogni persona del popolo del borgo. Parlava con tutti, senza distinzione di stato, di mestiere, di chiesa, e da tutti era stato preso a benvolere, perché con tutti non usava lo zelo del convertire, né la curiosità del confessore, ma la piacevolezza dell’amico.

Si diceva che Fabricius (questo era il nome con cui tutti chiamavano il presbyter) in un giorno di penuria avesse raccolto tutto le biade delle decime e le avesse divise non già soltanto con i pellegrini assistiti nello xenodochio, ma tra i poveri e gli infermi del borgo. Questo fatto attirò una gran folla intorno allo xenodochio il giorno seguente, e tutti presero a gridare «Giustizia! Giustizia! Biade per tutti!» con molta forza, perché erano tutti ben nutriti e mancavano non di pane nelle case, ma di dignità e decoro nei loro cuori. E non mancarono tra essi praedones et diversi generis malefactores et culpabiles pauperes. Continua a leggere

2. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…

Sulla strada già da alcuni anni si era stabilita una congregazione di conversi, forse sotto la regola di San Agostino (ma di questo nessuno era certo), che faceva opere di penitenza e di misericordia verso i pellegrini che venivano a piedi da Levante o sbarcavano dal fiume provenienti da San Marco. Ai conversi era affidato lo xenodochio di San Pietro, che offriva un pane, una zuppa, un letto, una buona parola, a chi aveva bisogno di riposo e cure. La congregazione, confermata nei suoi obblighi dal privilegio del vescovo Manfredo, a cui tutti dovevano obbedienza e fedeltà, animava la vita della pieve, e tuttavia per molto tempo era rimasta senza una guida residente, un presbyter ad essa assegnato.
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1. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…

La cronaca anonima Sequente anno Domini

Si dà qui notizia del ritrovamento di una cronaca redatta verosimilmente attorno alla metà del XIII secolo, conservata, purtroppo non integralmente (mancano i primi fogli con l’incipit e la parte conclusiva), in una trascrizione secentesca, nel fondo cartaceo di un archivio privato, che si intende mantenere di difficile accesso. Le indagini iniziate per attestarne l’autenticità, necessario corredo di ogni ricognizione documentale, sono state interrotte a causa della pesantissima riduzione dei finanziamenti dovuti a ricerca e istruzione. Della cronaca, scritta in cattivo latino notarile e manco a dirlo anonima (a giudicare dal linguaggio, l’autore è probabilmente un chierico poco itinerante, di cultura medio-bassa, che ha visto giorni migliori), ho curato una prima traduzione. Trito stratagemma. Guarda te se uno deve buttar via il suo tempo in questo modo…

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Sequente anno Domini [lacuna] fuit hyemps aspera et orribilis, ita quod nivis et frigoris superfluitate insolita mortue sunt vinee, olive, ficus et alie multe arbores fructifere. Eodem anno, pestis secuta est avium, et precipue pullum, caprarum asinarum equorum et multarum utilium bestiarum…


Nel successivo anno del Signore… ci fu un inverno rigido e terribile. tanto che per gelo e straordinaria abbondanza di neve morirono viti, ulivi, fichi, e si schiantarono molti altri alberi da frutto. Nello stesso anno, scoppiò una pestilenza di uccelli, soprattutto di polli, e di molti altri animali sì necessari all’uomo: pecore, asine, cavalli.

Le acque intorno a Vinegia ghiacciarono, e tutta la laguna fu a tal punto indurita che barche e navigli si incastrarono, e chiunque poteva recarsi dalla terraferma fino in San Marco a piedi, o a cavallo, se era cavallo così veloce da fuggire la peste.
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In libreria “Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm”, a cura di Wu Ming 4

Dal sito dell’Associazione Romana Studi Tolkieniani

È in libreria la nuova edizione del testo di J.R.R. Tolkien Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm (Bompiani) a cura di Wu Ming 4. Oltre al testo di Tolkien, emendato da alcuni smaccati errori di traduzione presenti nella precedente edizione (Albero e Foglia, 2000), il libro contiene la traduzione italiana del poema breve La Battaglia di Maldon e un articolo monografico di Tom Shippey, massimo esperto tolkieniano vivente. Qui di seguito l’intervista al curatore (di Roberto Arduini), pubblicata su L’Unità del 21 dicembre 2010. Continua a leggere