MARINO MAGLIANI, “SOGGIORNO A ZEEWIJK”

di Adrián N. Bravi

“Scrivere le storie della sabbia”

Soggiorno a Zeewijk di Marino Magliani (Amos Edizioni)

marino-magliani-soggiorno-zeewijkCi sono autori che quando arrivano in un paese straniero, e iniziano a radicarsi, cambiano lingua e abitudini. Cominciano ad assorbire la cultura del posto e pian piano la fanno propria. È successo a Rodolfo Wilcock, che dallo spagnolo è passato all’italiano, ad Antonio Dal Masetto che viceversa ha sostituito l’italiano con lo spagnolo, e a tantissimi altri autori, alcuni dei quali, in virtù di questo passaggio di lingua, hanno contribuito a determinare il corso della letteratura (penso a Conrad, a Beckett, a Nabokov o a Brodskij).

Altri autori invece rimangono felicemente ancorati alla propria lingua pur abitando da anni in posti dove si parla un’altra: penso a Witold Gombrowicz negli anni del suo soggiorno argentino, o a Julio Cortázar (che si è trasferito a Parigi negli anni Cinquanta e ha continuato a scrivere sempre in spagnolo) e a tanti altri. Tra questi, Marino Magliani, che dal 1989 abita in Olanda e non ha mai abbandonato l’italiano; anzi, la lontananza dalla propria lingua gli ha dato quell’ironia e quella leggerezza che certe volte solo la distanza riesce a concederti. Già in altri libri Magliani aveva raccontato storie che parlavano di altri posti a noi lontani, come per esempio ne La spiaggia dei cani romantici, un romanzo del 2011 edito da Instar, ambientato nella sperduta Lincoln, in mezzo alla Pampa, giocando con una lingua che cerca di cogliere alcuni aspetti tipici del posto in cui si svolge la storia. Nel suo ultimo testo, però, Soggiorno a Zeewijk, edito da Amos Edizioni – un romanzo che ci racconta del suo arrivo in questo quartiere olandese dai grandi spazi verdi, fondato sulla sabbia, nel Mare del Nord, come rivela il suo stesso nome (Zee, mare e Wijk, quartiere) –, sembra andare ancora oltre, come se descrivesse storie etnografiche di un popolo sconosciuto.

Il libro, oltre a tracciare una cartografia di questa grande scacchiera che è Zeewijk, è un microcosmo letterario che descrive l’antropologia dei suoi abitanti. Sappiamo dunque che è un posto piuttosto grigio, abitato da persone circospette (anche il nostro Magliani sembra “uno che parla poco, un integrato poco sociale”) che amano essere interrogate sui loro giardini, come d’altronde tutti gli olandesi. Tra maggio e giugno, racconta Magliani, “il periodo della traversata delle rane e dei rospi”, quando le rane vanno a partorire in uno stagno, i volontari di Zeewijk si appostano sul ciglio della strada per fermare le macchine che rischierebbero di schiacciarle; poi prendono le rane, le mettono in un secchiello e le portano in salvo. A Zeewijk le strade hanno i nomi delle costellazioni, come fosse un mondo che si rispecchia nella volta celeste e riproduce le “88 costellazioni elencate da Tolomeo” (Sadrstraat, ci racconta Magliani, è la seconda strada parallela a Orionweg ed è una delle strade più chiare di Zeewijk, perché Sadr è la seconda stella più brillante della costellazione del Cigno). I palazzi sono costruiti con grandi vetrate davanti, tanto che il posto è come “un festival di vetrate, un mondo che attende di essere antologizzato”. Il narratore di questa storia guarda e spia queste grandi finestre, le luci che si accendono e si spengono a una certa ora, le sagome che le attraversano. Allora decide di fare “un’imitazione delle aguafuertes di Roberto Arlt” (autore argentino che Magliani ama e traduce da anni): osservare la vita delle strade e scriverne una piccola calcografia.

Così Soggiorno a Zeewijk diventa anche una breve raccolta di calcografie, dove viene fuori l’aspetto intimo degli abitanti: “Vetrata 2. Osservo una credenza, vernice bianca, gusti moderni. Una libreria che prende tutta una parete. Nel giardino anteriore ci sono aiuole in contenitori di legno, e un cancelletto basso, in ferro battuto, che i postini di solito non aprono neanche, ma scavalcano”. A Zeewijk solo lo straniero riesce a cogliere la vita dietro quelle vetrate, perché a Zeewijk lo straniero assomiglia a una specie di fantasma, “uno che scivola via alle loro spalle” e che nessuno, o quasi nessuno, vuole riconoscere, e che alcuni fanno addirittura finta che non ci sia. La vera intimità dei suoi abitanti però non è quella che si coglie davanti, di fronte alle vetrate, dove si svolge la vita quotidiana, ma quella che si vive dietro, nei giardini posteriori. Lì la gente sembra diversa, si aggirano con la loro zappetta in mano e si estraggono dal mondo. Tra i tanti aspetti che vengono raccontati nel libro c’è anche quello del “birrare”. La birra avvicina le persone, le aggrega, perché a Zeewijk “la birra è complicità”, si ride con la birra in mano – anche quando uno va al supermercato e ti vedono con una cassa di birra sul carrello, la gente di Zeewijk non riesce a trattenere fragorose risate. Dalla penna di Magliani, che si aggira tra Andromedastraat e Venustraat e poi slitta verso Kleperus o verso Cassiopeia, passando sotto l’ombra dei castagni, degli olmi o delle betulle, emerge così un mondo strano e affascinante, questo dei zeewijkiani. Il libro si conclude con alcuni disegni di Piet Van Bert, amico di Magliani, abitante anche lui di questo bizzarro mondo, che durante tutta la narrazione accompagna e illumina l’autore sugli aspetti più intimi e nascosti di questo posto.

Giancarlo Consonni, Astratto/concreto

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La mostra rimarrà aperta dal 14 gennaio al 2 febbraio 2013
con i seguenti orari: martedì–sabato, ore 10.30-13.00 / 15.00-19.00. Inaugurazione il 14 gennaio 2013, alle ore 18,00

Presso Galleria Anna Maria Consadori, Via Brera 2, Milano
Contatti: 02.72.02.17.67, www.galleriaconsadori.com

Composizioni di incontri casuali
di Stefano Levi Della Torre

Consonni ha scoperto queste figure tra le cabine che fanno da retrovia alla spiaggia, in un tratto dell’ampia curva soleggiata del golfo tra Laigueglia e Alassio. Le ha scoperte passeggiando per abitudine, d’inverno. Che cosa ha fermato la sua attenzione, rompendo la distrazione di una passeggiata ripetuta, rivelandosi in forme, colori, materie, ritmi significanti? Continua a leggere

“SCRIVERE LA NATURA”, DI DAVIDE SAPIENZA E FRANCO MICHIELI

Recensione di Giovanni Agnoloni

Davide Sapienza e Franco Michieli, Scrivere la natura (ed. Zanichelli)

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Questo libro di Davide Sapienza e Franco Michieli è qualcosa di più e di diverso da un saggio. È un’esperienza, un percorso fra i testi e i mondi che compongono il mondo. E insieme è una “guida” e un “manuale”. Una “guida”, perché illustra itinerari intimi tra i luoghi del pianeta e i topoi della letteratura, anche e soprattutto di viaggio. Un “manuale”, perché insegna a percepire le vibrazioni intime che si dispiegano da quei luoghi e dai passi letterari che ne sono espressione, per pervadere il lettore e coinvolgerlo in un’esperienza autenticamente subcreativa, per dirla con Tolkien. Così diventa anche un “breviario per aspiranti scrittori”, forse più efficace di tante scuole, perché non dà tanto suggerimenti su come scrivere, ma su cosa posare l’attenzione, prima di e quando ci si accinge a scrivere.

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ISABELLE EBERHARDT E IL DESERTO – INTERVISTA A MIRELLA TENDERINI

Recensione e intervista di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Mirella Tenderini:

Isabelle, amica del deserto

(ed. Opera Graphiaria Electa)

La vita di Isabelle Eberhardt è uno di quei misteri che ogni tanto spuntano fuori dai cassetti della vita. E non lo dico soltanto perché, prima di leggere la biografia di Mirella Tenderini, non ne avevo mai sentito parlare (lacuna mia). È anche perché il percorso esistenziale di questa viaggiatrice del Nordafrica e scrittrice dalla mano felicissima, di origini russe ma cresciuta in Svizzera, è una successione praticamente ininterrotta di svolte e colpi di scena, e tanta parte resta ancora avvolta nel mistero. Vissuta per soli 27 anni a cavallo tra XIX e XX secolo, questa ragazza dall’acuta intelligenza, la spiccatissima propensione linguistica e un’inesauribile curiosità, sembra essere costantemente perseguitata da un daimon, uno spirito che la consuma e la costringe a spingersi sempre oltre.

Forse è la rigida educazione ricevuta dal precettore russo (Alexandre Trofimovsky), forse l’amore smodato per il fratello Augustin, altro personaggio tormentato e protagonista di itinerari contorti e spesso infruttuosi, ma soprattutto la volontà inarrestabile di inserirsi e inoltrarsi in un mondo – quello arabo – che la affascina come un rovello che non può accontentarsi di lasciar stancare. Continua a leggere

A Medjugorje (e dintorni) fuori dagli schemi

Testo di Giovanni Agnoloni, foto di Andrea Fantini

Il luogo delle apparizioni, sul Podbrdo

Parlare di un viaggio a Medjugorje può rivelarsi difficile. Si rischia di far arrabbiare tanta gente, credente e non. Con queste righe, voglio scansare questo semplice inghippo, che di per sé scoraggia alla lettura, disinnescando le tematiche spirituali e il mio stesso modo di pormi davanti alla fede.
Questo è un reportage, che riferisce fatti e sensazioni. Perché un pellegrinaggio, in definitiva, è un viaggio, e ogni viaggio è, a suo modo, un pellegrinaggio.
Io oggi sono un credente, o meglio, come direbbe Joseph O’Connor, un “vero credente”, nel senso che rifuggo dalle ritualità esteriori bigotte e recitate, e mi calo nella vita. Per me la spiritualità e il rapporto con il Divino sono la ricerca e il dialogo costante con il centro dell’essere, il Sé, la radice dell’identità. E, come prima di partire ho scritto su Facebook, da questo viaggio non mi aspettavo miracoli o rivelazioni sconvolgenti, ma conferme.
Sono arrivate, anche se, come in ogni buon romanzo, in modo piuttosto sorprendente.

Il porto di Ancona alla partenza

Dopo la traversata in mare da Ancona a Spalato con mio cugino Andrea Fantini, matematico pure lui cristiano fuori dagli schemi, il tragitto in auto fino a Medjugorje è stato un percorso nel cuore di una natura scabra e montagnosa, tagliata come un graffio dalla modernissima A1 croata. Poi, dalla fine di questa alla nostra destinazione, passando per la frontiera bosniaca, è stato un susseguirsi di curve e colline boscose aperte su una pianura piatta e mossa da coltivazioni verdeggianti. Un’eco di Vietnam, o comunque di Sud-est asiatico. Mal d’auto del sottoscritto.
Medjugorje si annuncia all’improvviso, e quasi ti ci ritrovi dentro, con la sua proliferazione di alberghi, casette più o meno moderne e negozietti i più vari, che fanno corona alla chiesa parrocchiale e ai luoghi delle apparizioni della Madonna, che sono qui testimoniate fin dal 1981. Prima c’erano solo coltivazioni, soprattutto di tabacco, e pascoli per i pastori e le loro bestie.
In me non ha prevalso il fastidio per la “commercializzazione del sacro”, pur innegabile. Questa gente di qualcosa deve pur vivere. E, come avrei visto nei due giorni seguenti, è per lo più brava gente, segnata dai ricordi della guerra civile e, naturalmente, da quanto qui è successo e succede ancora. Continua a leggere

Amsterdam che luce c’era?

Introduzione di Giovanni Agnoloni, testo narrativo di Marino Magliani

Da Postpopuli.it

Prendete questo testo sulla luce di Amsterdam, di Marino Magliani – autore italiano nato nell’entroterra di Imperia ma residente da molto tempo ad IJmuiden, vicino ad Haarlem – come un’introduzione o un’ouverture del suo romanzo Amsterdam è una farfalla (Ediciclo): una storia che ha per protagonista quello che è un suo doppio, un alter ego letterario che dopo tutto è lui, incaricato, com’è veramente successo, di scrivere un libro sulla sua città. Così si è immaginato immerso in tante diverse sfaccettature e direi quasi rifrazioni luminose della capitale olandese, con i suoi canali, la sua pioggia e i suoi squarci di luce. Guidato dal suo Virgilio-Caronte, un traduttore espertissimo di storia locale, in sella a una bicicletta.

Una storia ardita e lumpen, archeologica e bolañiana, degna di una penna raffinata, che, dopo aver prodotto opere del calibro di Quella notte a Dolcedo, La tana degli Alberibelli (entrambe edite da Longanesi) e La spiaggia dei cani romantici (Instar), con questo libro torna a uscire dal suo universo d’elezione, la Liguria della sua infanzia rivisitata da lontano, per immedesimarsi in quel mondo, l’Olanda, che la vita lo ha portato a scegliere, così diverso, con la sua orizzontalità, dalle terrazze delle colline liguri.

Ne risulta un itinerario parzialmente dentro, ma soprattutto fuori dagli schemi, che lambisce la Amsterdam turistica per immergersi in luoghi che i più non conoscono, svelando retroscena storici, architettonici, sociali, urbanistici e gastronomici di quella che resta una delle capitali europee più affascinanti e imprevedibili.

Accompagnano queste righe delle foto di vari scorci di Amsterdam scattate da Bart Bokslag, fotografo olandese.

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LA NOTTE DI KREUZBERG, ANIMA TURCA DI BERLINO

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Piove, a Kreuzberg. Sono appena uscito dalla stazione della metro di Moritzplatz (foto qui a sinistra, da Wikipedia), dopo una serie di cambi e di percorsi avventurosi nell’avanzatissima metropolitana di Berlino. C’è un chiosco che vende hot dog e roba simile. Mi riparo sotto la tettoia, e un tipo mi offre una patatina fritta. Dico di no, mi scanso e mi rituffo sotto, per sbucare dall’altra parte della piazza.

Mi hanno detto che Oranienstraβe è piena di pub e locali, l’arteria centrale di questo quartiere alternativo, dove si concentra la comunità turca della capitale tedesca. Quando sono uscito dall’ostello era ancora bel tempo. Poi si è rannuvolato tutt’insieme ed è venuto giù il diluvio. Capricci del clima nordico. Mi infilo nel primo bar che trovo. Saluto in inglese e chiedo se hanno qualcosa in contrario a che aspetti che spiova sotto la tenda. I gestori non capiscono, ma sorridono. In TV c’è Udinese-Arsenal, ritorno del preliminare di Champions League. I friulani stanno per essere eliminati. Passerà, la pioggia, mi dico. E invece no.

Accanto a me, un uomo che sembra un boss col mal di pancia fa e riceve telefonate in continuazione. Alla fine salto fuori facendo lo slalom tra le gocce e sfruttando la striscia di venti centimetri protetta dalle grondaie. Passo accanto a vari localetti, tutti dall’aria vuota e avvilita, e arrivato a Oranienplatz sono già zuppo. Continua a leggere

Il Connettivismo in video e negli studi internazionali

Qui potete trovare tutti i video tratti dalla NeXTCon (convention del movimento letterario di avanguardia del Connettivismo) tenutasi a Firenze al Pub Joshua Tree (Via della Scala, 37/r) il 14 dicembre 2011.

Colgo anche l’occasione per segnalare che del movimento connettivista si è recentemente parlato sulla rivista accademica digitale dell “California Italian Studies Journal”, facente capo all’Università della California. Giovanni De Matteo l’ha recentemente segnalato su Fantascienza.com.

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“La musica della neve”, di Davide Sapienza

Recensione di Giovanni Agnoloni

Davide Sapienza

La musica della neve – Piccole variazioni sulla materia bianca

Ediciclo, 2011

Una delle cose più difficili, anche per i saggi, è spiegare che cosa sia l’essenza delle cose. Anthony De Mello ha parlato di questo in un suo libro con riferimento al verde. Possiamo dire che cosa è verde (un prato, un indumento, per esempio), ma definire il verde in sé è impresa ben più ardua, che comporta l’addentrarsi in un territori fatti di puro intuito e pura percezione, non mediata dalla razionalità.
Sono questi gli spazi che Davide Sapienza ha esplorati in La musica della neve – Piccole variazioni sulla materia bianca, opera uscita per la collana di Ediciclo “Piccola filosofia di viaggio”, in cui lo scrittore, viaggiatore ed esperto di musica unisce le sue tre grandi vocazioni per calarsi nello spirito del bianco e di quella materia sempre mutevole e mai prevedibile che più di ogni altra cosa lo rappresenta e lo esprime. Continua a leggere

Luca Toni sogna ancora di pecore elettriche?

Luca Toni è distante lo spazio di un saluto, tra me e lui solo la prima fila di poltroncine, le transenne di vetro, lo steward fosforescente voltato verso gli spalti e la linea di bordo campo su cui saltella per riscaldarsi. Luca Toni si volta verso la tribuna mentre fa lo stretching, allunga la gamba destra sopra un tabellone ed alza gli occhi verso di me.
In realtà non proprio verso di me, ma verso il brizzolato della fila di sotto, che lo sta chiamando con le mani a megafono. Magari anche lui sarà entrato gratis in tribuna, come ho fatto io, grazie a uno sponsor che regala i biglietti per le partite di Coppa Italia, quelle che non contano niente e non riempiono manco questo nuovo stadio. Eppure il brizzolato sembra crederci nella partita, forse più dei giocatori, e chiama Toni a gran voce, gli urla ma quando entri.
Luca Toni uscito a far riscaldamento alla fine di una partita inutile sorride ugualmente felice verso il tifoso, alza la mano in segno di saluto, solleva un pochino le spalle, lo sguardo come a dire chissà. E’ lo stesso giocatore che ha alzato la Coppa del Mondo, che ha spaccato i polmoni dei tifosi negli stadi più grandi d’Europa, che ha negoziato ricchi contratti con plusvalenza di supermodel. Che ora esce a scaldarsi a cinque minuti dalla fine di una partita che non conta niente. Che resta in contatto con il suo agente per sapere se c’è ancora qualche squadra che lo cerca. Che saluta il tifoso osservando la sua pancia, chiedendosi se anche lui stempierà, brizzolerà, ingrasserà, magari rosicchiando un posto in un salotto televisivo, come tanti altri ex. Ancora un piccolo spazio sotto un riflettore, prima del buio.
La partita inutile è finita, Luca Toni è scomparso negli spogliatoi senza giocare manco un minuto. La pecora elettrica di scendere in campo rimandata a chissà quando. Continua a leggere

Andrea Aschedamini e Davide Sapienza presentano “Le OroVie”

Ancora due eventi, oggi e tra una settimana con protagonisti Andrea Aschedamini e Davide Sapienza, coautori de Le OroVie (Lubrina Editore). Cliccate sul manifesto qua sotto per conoscere i dettagli.

“Addio, Liguria”: franano le Cinque Terre care a Eugenio Montale

Articolo e foto di Marco Grassano (già pubblicati su AlibiOnline, qui e qui)

“Addio, Liguria”: franano le Cinque Terre care a Eugenio Montale
“Addio, Liguria, per i tuoi grandi paesaggi d’olivi
dove il colore in maggio è bronzo fiorito; per il verde
chiaro delle vigne di cui vivono anche in estate
le ardenti terrazze di pietra sollevate all’infinito sul mare…”
Vincenzo Cardarelli

Il sole di fine settembre balugina caldo sul mare in un crepitio luminoso mentre dall’uscita autostradale di Carrodano scendo verso Monterosso. Il mio albergo – Hotel Cinque Terre – è nella frazione Fegina, di fianco a Villa Montale. Scriveva il poeta:

La casa delle mie estati lontane
t’era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l’aria le zanzare. Continua a leggere

“Le OroVie” – La Connessione cosmica

Recensione di Giovanni Agnoloni

Andrea Aschedamini, Davide Sapienza
Le OroVie
Lubrina Editore, Bergamo, 2011

Dopo L’invisibile canto del silenzio, i testi di Davide Sapienza e la foto di Andrea Aschedamini tornano ad accompagnarci in un itinerario geogafico, ma soprattutto spirituale, nel ciclo delle stagioni delle Alpi Orobie. Le OroVie (Lubrina Editore, 2011) è un libro che ci fa dono di un percorso speciale, che fa di tutto per essere “normale”, “umile” nel senso originario del termine (humilis, “che sta in basso”, dunque “aderente al terreno”), ma non può evitare di rivelare la propria natura iniziatica. La Natura qui si rivela nella sua essenza di Via, cioè di percorso di accesso a dimensioni più sottili, più profonde e insieme più alte, rispetto a ciò a cui siamo abituati. L’essenza energetica e spirituale dei luoghi di montagna si manifesta come Holos (“Tutto”) in cui si immerge l’essenza intima dell’uomo, osservatore che vive su di sé un riflesso della vita millenaria del Cosmo. Continua a leggere

Appunti poetici su un luglio trascorso nelle terre del Giarolo

Articolo e foto di Marco Grassano (da AlibiOnline, dove sono disponibili anche altre immagini dell’autore)

Come da’ nudi sassi
dello scabro Apennino
a un campo verde che lontan sorrida
volge gli occhi bramoso il pellegrino…

Giacomo Leopardi, Il pensiero dominante

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Viaggio in Maremma, di Marco Grassano

Reportage di Marco Grassano tratto dal sito di viaggi e cultura Alibi Online, dove, oltre a questa, sono presenti anche altre foto dell’autore.

Toccammo l’Ombrone: non è un trascurabile fiume,
bocca sicura per le navi trepidanti,
tanto accessibile è il suo alveo sempre prono
quando sul mare si abbattono tempeste.
Tracciammo un campo notturno sulla spiaggia,
un boschetto di mirti offre il fuoco alla sera.
Facciamo piccole tende con i remi
E un palo di traverso, tetto improvvisato.
(Rutilio Namaziano, Il ritorno)

Prima di arrivare a Grosseto ci siamo fermati a visitare le rovine di Roselle. Il sito appare un po’ trascurato rispetto a come lo vidi nel 1999 (segno evidente del taglio di fondi patito dalle Soprintendenze), con molta erbaccia che ne limita la leggibilità, ma merita comunque la piccola deviazione. I pavimenti a mosaico suscitano non poche emozioni di “cortocircuito temporale”, come pure la pavimentazione di marmi versicolori della Basilica dei Bassi. L’anfiteatro, nel quale sono posizionate alcune file di sedie per qualche spettacolo, conserva un’acustica assai efficace: le voci riecheggiano e si diffondono naturalmente, senza sforzo per il parlante. Le cicale sono ancora poco sonore, sparse a piccoli gruppi, e si odono lontane (probabilmente manca qualche giorno perché si possa dire, con Virgilio, che “rompono gli arbusti col canto”). Forse per motivi strategici, o forse per ragioni sanitarie, la città era stata costruita sulle alture, e dal Foro, dove si incrociano il decumano e il cardo (la cui pavimentazione appare solcata dal passaggio costante dei carri, che ne ha consumato le pietre piatte), si gode una bella visione della pianura sottostante. Continua a leggere

“Revenant: a volte ritornano” – Intervista a Giovanni De Matteo

Da Uno strano attrattore

Introduzione di Giovanni De Matteo, co-fondatore del movimento connettivista

Intervista di Antonio Cerrato e Julian Shabi

Prima della pausa agostana (che, se mi riesce una sorpresa per i lettori del blog, pausa non sarà per lo Strano Attrattore), mi preme tener fede a una promessa fatta a due studenti della facoltà di Psicologia dell’Università “La Sapienza” di Roma, Antonio Cerrato e Julian Shabi. I due intraprendenti giovani hanno deciso, bontà loro, di intervistarmi sulla genesi dei racconti di Revenant per la tesina che hanno poi presentato con successo al corso di Antopologia Culturale del prof. Vincenzo Padiglione.

La lunga conversazione, tutta svolta via e-mail la scorsa primavera, è andata a costituire l’ultima sezione del loro saggio, che ha analizzato il fenomeno dei non-morti nell’immaginario degli ultimi decenni, oltre che sul fronte letterario anche su quello televisivo (con la serie Ghost Whisperer – Presenze), cinematografico (con il film The Others) e musicale (il videoclip di Michael Jackson per Thriller). Sono particolarmente contento per loro del risultato, per cui ho pensato con il loro consenso di pubblicare la parte che mi riguarda, in cui vengono affrontati temi di più ampio respiro, sia in ambito letterario (la fantascienza, il fantastico, il connettivismo) che “antropologico” (l’influenza delle leggende della tradizione sull’immaginario dello scrittore), prima di incentrarsi sull’antologia e la sua struttura. Continua a leggere

Intervista a Francesco Verso, di Alessio Brugnoli

da Quaz-Art

Intervista di Alessio Brugnoli a Francesco Verso, esponente di punta del Connettivismo, che affronta tematiche sulla cresta dell’onda della modernità, attinenti alle tecnologie ma soprattutto alle sfide di base dell’essere-uomo.

Negli ultimi anni, la letteratura di genere in Italia si sta verificando un boom di quella che è impropriamente chiamata letteratura di genere, dal fantasy alla fantascienza.
Forse perché la letteratura di genere, a differenza di quella considerata alta, permette di analizzare a fondo le paure e i sogni del vostro vivere quotidiano.
Francesco Verso è uno dei principali protagonisti di questa rinascita.
Inizia a scrivere nel 1996, prima poesie e poi il romanzo Antidoti umani, finalista al Premio Urania (Mondadori) nel 2004. Nel 2009 vince il Premio Urania con il romanzo E-DOLL.
Attualmente, oltre a scrivere romanzi, collabora con la rivista NeXT curata da Sandro Battisti, uno dei fondatori della corrente letteraria del Connettivismo e con la casa editrice Kipple Officina Libraria in veste di co-direttore editoriale della collana di letteratura fantastica Avatar.
Con lui, cominciamo questo giro di interviste, su come è percepita l’Arte contemporanea e sulle sue possibili convergenze con altri linguaggi. Continua a leggere

“Un viaggio ad Assisi”, di Marco Grassano

Testo e foto di Marco Grassano, da Alibi Online (qua e qua), dove sono disponibili anche altre immagini.

 

“Per molti monti ombrosi e vallate piene di grida

e pianure fiorite spinse la mandria Ermes glorioso…”

(Inno omerico ad Ermes)

Ho avuto l’opportunità di trascorrere, con la famiglia, qualche giorno ad Assisi. Ma non voglio raccontare qui l’aspetto monumentale o artistico della città: altri lo hanno fatto prima e meglio di me. Quel che cercherò di fare è, semmai, rendere il particolare rapporto con l’ambiente, con quell’insieme di spazi, luce e colori che ha ispirato a San Francesco il Cantico delle Creature (diciamo la verità: difficilmente avrebbe potuto scriverlo nella mia nativa Alessandria!).

Arriviamo il 17 giugno. La luce è molto intensa, persino abbagliante (una luminosità provenzale, mi viene in mente, che Francesco Biamonti avrebbe definito “luce romanza”) nella frazione Rivotorto, dove ci alloggiamo in una vecchia magione eccellentemente recuperata, “La Padronale del Rivo” (stanza 206, “Città di Castello”), di fronte alla chiesa del Sacro Tugurio. La prima visita la facciamo proprio a questo luogo di culto, costruito (e quindi ricostruito, in stile neogotico, a fine Ottocento, dopo uno dei terremoti che hanno afflitto la zona) attorno alla casupola di pietra (il “Sacro Tugurio”, appunto) dove Francesco si installò con i suoi seguaci iniziali prima di trasferirsi alla Porziuncola (d’altronde, le terre di Rivotorto appartenevano a suo padre). Impressiona un po’ il sasso esiguo sul quale il santo dormiva, e appaiono una beffa postuma, rispetto all’abitudine (ricordata da un cartellino) di incidere nelle travi il nome dei frati per indicarne il posto, le scritte a pennarello – ricordo della presenza di coppiette – tracciate sulle travi stesse. Continua a leggere

UN SENSO DI MERAVIGLIA NASCOSTO: intervista a Lukha Kremo Baroncinij

di Roberto Sturm

(da Carmilla)

Lukha Kremo Baroncinij è un nome molto conosciuto all’interno della letteratura di genere, sia come editore che come autore. Ha fondato, nel 1995, la Casa Editrice Kipple, specializzata in fantascienza e fantasy ma non solo. Artista poliedrico, che spazia in diversi campi artistici, Baroncinij è uno dei protagonisti del Connettivismo. Da cui mi piacerebbe partire per questa intervista.

– L’antologia Avanguardie Futuro Oscuro (AFO) è stata una piacevole sorpresa, con testi di una qualità superiore, sia come stile che come contenuti. Secondo te può essere considerata il manifesto del Connettivismo di casa nostra? E come definiresti il Connettivismo stesso?

Definizioni di Connettivismo ne abbiamo date diverse, una potrebbe essere: un movimento letterario-artistico (quindi principalmente letterario che si applica anche in altre discipline artistiche) che predilige tematiche-limite (poco conosciute, poco esplorate, poco definite) comunque legate alla realtà, con un linguaggio innovativo. Per il momento sono prevalsi temi scientifici (con stili e linguaggi attinti dalla fantascienza), come la meccanica quantistica, le nuove teorie fisiche, la genetica, l’esobiologia, ma ci sono anche temi legati alla sfera culturale, come religioni oscure, archeologia segreta. Esiste anche un elemento olistico e spirituale (che si evince anche dalla data di fondazione del movimento: il solstizio d’inverno), ma che cerca di non sfociare nel cospirazionismo di mestiere. AFO può essere considerato il manifesto dei Connettivisti, che preferisco chiamare con questa sineddoche (i singoli elementi che identificano il gruppo) per il suo carattere di gruppo senza direttive precise e con forti individualità al proprio interno. Continua a leggere

“La patria è un’arancia”, di Félix Luis Viera

Introduzione di Giovanni Agnoloni

Félix Luís Viera, poeta dissidente cubano, oggi cittadino messicano, esce in Italia con le Edizioni Il Foglio, nella traduzione di Gordiano Lupi, con la raccolta La patria è un’arancia (commento critico di Patrizia Garofalo). Vi troviamo una serie di spaccati di vita, atmosfere e ricordi legati alla profonda crisi della Isla, dovuta agli abusi del castrismo e alla povertà. Ma, anche e soprattutto, un campionario di emozioni e visioni, che si estendono anche all’altra “città della vita” del poeta, ovvero Città del Messico.
È un distillato frutto della diaspora cubana. Come testimoniato dalle toccanti righe scritte all’autore da Manuel Parrado, una settimana prima che si suicidasse, con le quali si apre la serie di poesie di Viera, che sembra declinare il succo di quell’affranto rammarico. Continua a leggere