Saluti e baci


A volte mendichiamo affetto: ci restiamo male se qualcuno non saluta, se non è cordiale, se non ci accoglie secondo le nostre aspettative. Sogniamo che il mondo ci dia importanza, che riconosca in noi valore e dignità. C’è bisogno di aggiungere che le cose non sempre vanno in questo modo? Allora la tristezza si fa strada, si avverte il peso della solitudine, ci si sente inutili e frustrati.
Il fatto è che ignoriamo d’essere in buona compagnia: gli angeli e i santi, per dirne una, sono sempre disponibili a soccorrerci, a viziarci di affettuosità come fanno gli zii coi nipotini. Certo, ciò richiede la consapevolezza d’essere uno di quei piccoli di cui parla il Vangelo. Se ci scopriamo tali, cominceremo a sentire i baci e le carezze, e non ci importerà se qualcuno non saluta come Dio comanda.

Chandra Livia Candiani, “Fatti vivo” a Milano

Mercoledì 11 aprile, alle ore 18, Chandra Livia Candiani, in dialogo con Gabriella D’Ina, presenterà il volume di poesie Fatti vivo (Einaudi 2017), presso la Sala del Grechetto di Via F. Sforza n. 7, a Milano. 10 poesie di Fatti vivo si possono ascoltare nell’archivio della trasmissione di Radio 3 Fahrenheit.

Su Fatti vivo sono disponibili in rete i testi di Giorgio Morale, Andrea Cirolla, Sara Vergari, Pasquale Di Palmo, Antonio Prete. Continua a leggere

Preferenze


Quando notiamo che Dio fa preferenze, ci restiamo male. Leggendo di Abramo che era l’Al Khalil, l’amico di Dio, che Davide era l’uomo secondo il suo cuore, che c’era un discepolo che Gesù amava, potremmo provare un sentimento d’invidia, di rivolta: perché loro e non noi? Possibile che il Signore discrimini, benefici qualcuno a scapito di altri? C’è gente che ha ammazzato, per questo: vedi Caino, nel grande simbolo del libro della Genesi.
In realtà, ciò che Cristo fa e dice per un’anima, lo fa per tutte. Noi siamo suoi amici; se potessimo soltanto immaginare quanto questo sia vero, ci scuseremmo per il resto della vita.

L’Aquila e Amatrice fra jazz e terremoto

Piazza Santa Margherita (Piazza Gesuiti) – Ada Montellanico “omaggio a Billie holiday” feat. Giovanni Falzone – Ada Montellanico – voce


Brevi riflessioni attorno a due libri fotografici

di Guido Michelone

Jazz e terremoto sembrerebbero due termini non solo compatibili, ma soprattutto da integrare l’uno nell’altro, in particolare quando il secondo viene usato metaforicamente: è giusto infatti dire e sostenere per il jazz che si tratta di un vero e proprio “terremoto” a livello artistico-culturale nella Storia del XX secolo, protrattasi fino ai nostri giorni. Il terremoto jazzistico è il simbolo perfetto di una nuova sonorità che scuote le coscienze, cambia la mentalità, annulla il passato, guarda al nuovo, alla vita, al sogno, alla libertà. Continua a leggere

Tenerci


Se facciamo qualcosa per qualcuno, non possiamo non essere contenti. Ci affezioniamo alla nostra fatica, al frutto del lavoro compiuto: come si dice in modo famigliare, ci teniamo. A volte sono piccole cose: per me, la catechesi, i colloqui, la preghiera, il soccorso a un bisognoso.
Cristo è morto, per noi peccatori: come può non tenerci? Per questo, a ogni occasione, con qualsiasi pretesto, dovremmo raccomandargli la nostra e le altre anime. È un modo infallibile per renderlo felice.

Poesie di George Nina Elian


di Claudio Damiani

George Nina ELIAN è un poeta rumeno. E’ nato e vive in Oltenia, a Slatina, la città di Ionesco. Ho letto recentemente suoi testi su “Nuovi Argomenti” (http://www.nuoviargomenti.net/poesie/notturno-alla-maniera-di-bacovia/) e sul blog di Giorgio Linguaglossa “L’ombra delle parole” (https://lombradelleparole.wordpress.com/tag/costel-drejoi/), tradotti in italiano da lui stesso, perchè George Nina Elian conosce e ama la nostra lingua.

Mi colpisce di queste poesie l’immediatezza e il vuoto che riescono a fare, come spiazzano e spazzano anche, dentro, rendendo vuoti, puliti. Sentiamo nel silenzio qualcosa che nasce, che forse già c’era, che nessuna parola potrebbe dire. Ci colpisce, voglio dire, come la semplicità sia complessa, come tagliando via, subito rinasca qualcosa, come le code delle lucertole, e noi assistiamo, spettatori attori, all’essere nel suo farsi, all’essere nel suo essere, al nostro stesso essere. Mi viene in mente Ungaretti, e, anche se può sembrar strano, Penna, e anche tante voci rumene, della musica, e il grande Cioran, e il concittadino Ionesco.

George Nina ELIAN (Costel Drejoi). Poeta, saggista, traduttore, giornalista. Nato il 13 novembre 1964, Slatina (Romania).

Esordio: 1985, sulla rivista ”Cronica” di Iași (Jassy), con poesia. Continua a leggere

Segreti


Quante cose non capiamo! A qualsiasi livello, ci sono fatti che stentiamo a spiegarci. Ci ingegniamo a decifrare il senso di ciò che ci circonda, a dare un contributo alla lettura del mondo; eppure, la mente e il cuore restano all’oscuro di molte conoscenze. È un male? È un bene?
C’è una parola di Cristo, nel Vangelo, che ci lascia perplessi: se non ritornerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Ci stupisce perché siamo tutti impegnati a diventare adulti, a sconfiggere, per quanto possibile, egocentrismi e infantilismi; e poi, ecco, l’indicazione del Vangelo che sembra annullare i nostri sforzi.
O è un invito ad amare i misteri della vita? Un appello a tener viva la memoria che, davanti a Dio, siamo bambini a cui sfugge l’ultima ragione delle cose?

Un gioco


Le cose importanti richiedono sforzo, ci hanno detto. È vero: pensiamo a un titolo di studio, a una qualsiasi competenza, a quella meta difficile che è la conversione. Per Gesù è diverso: le azioni più complesse le compie con felicità, con leggerezza: plasmare le anime, per Lui, è quasi un gioco, se noi glielo lasciamo fare. Se ci opponiamo, invece, se gli neghiamo la fiducia a cui ha diritto, ecco che diventa un Calvario, una Via Crucis. Alla fine, come sempre, dipende da noi.

Fidarsi


La persona più amabile è la meno amata. In genere ci inganniamo sull’amore: ci fidiamo di gente capace di tradirci, ci affezioniamo a personaggi che magari, in nostra assenza, sparlano di noi. È quasi un topos accorgersi di queste incongruenze, toccare con mano l’ingenuità nei rapporti quotidiani.
Ciò detto, la persona più amabile è la meno amata. Ma neanche questo è generalizzabile: quanti martiri sono morti per amore di Cristo? Loro hanno scelto di fidarsi della Persona giusta, di Colui che non li avrebbe mai traditi.

“NEGHENTOPIA”, DI MATTEO MESCHIARI

Recensione di Giovanni Agnoloni

Matteo Meschiari, Neghentopiaed. Exòrma, 2017

Neghentopia di Matteo Meschiari è un romanzo – perché di un romanzo, al di là di un momentaneo dubbio, si tratta – spiazzante e pluridirezionale. È storia ricca, a più strati e farcita di atmosfere e allusioni composite. Scritto sotto forma di sceneggiatura (o quasi), guida il lettore in un’esperienza fortemente visuale, attraverso dialoghi serrati, descrizioni ad altissima densità poetica e riferimenti musicali e cinematografici.

Il libro racconta un tratto cruciale della vita di Lucius, un ragazzo che viaggia per terre selvagge in compagnia – l’unica a essergli rimasta – di un passero, un’entità tra il fisico e il “demonico”, che, come una sorte di drone-spirito guida, gli fa da battistrada e risponde alle sue domande, che riguardano il passato e il futuro, entrambi tinti di morte.

Lucius ha frequenti svenimenti, dimentica o fraintende spesso i fatti che si sono verificati e non riesce a essere totalmente presente. È accaduto qualcosa; qualcosa che ha svuotato la sua coscienza del qui e ora, riducendolo a una lotta serrata e senza pietà, in attesa di un esito che appare irrimandabile. Intanto, alle spalle, preme una mostruosa manifestazione dell’archetipo junghiano dell’Ombra, paradossalmente fedele quanto l’amico volatile. Continua a leggere

Tatto

da qui

Manchiamo di tatto. L’altro è un pianeta lontano che può essere scosso da perturbazioni intense, ma a noi arriva solo un’eco smorzata, che a stento percepiamo. Si potrebbe fare un utile confronto tra come reagiamo a eventi nostri e come a quelli del prossimo. Eppure “prossimo” significa vicino. Ne sa qualcosa Dio, che ci sta accanto senza mai forzarci, offre un sostegno senza invadere, ci assiste restando invisibile. Mi commuove un’attenzione tanto delicata. Mi ricorda le parole di una canzone di De André: i vecchi, quando accarezzano, hanno il timore di far troppo forte.

La poesia di Marino Magliani


di Riccardo Ferrazzi

All’ombra delle palme tagliate è il titolo della prima raccolta di poesie di Marino Magliani, che immediatamente suscita nella memoria l’eco del proustiano À l’ombre des jeunes filles en fleur.
Ma in realtà il richiamo di Magliani è a tutta la Recherche, al peso del tempo perduto, alle sensazioni provate da bambino, quando tutto era mistero e il futuro era una promessa di sempre nuove scoperte. Continua a leggere

Come minimo


Dio, per molti, è un feticcio, Cristo una statua. Quella del Sacro Cuore, per esempio, che campeggia all’ospedale dell’Addolorata. Delle statue si diffida sempre un po’: sono immobili, mute, ma potrebbero portare bene o male. La religione, spesso, è una forma di superstizione inconfessata, e inconfessabile. Nessuno va dal prete dicendo: padre, oggi ho lanciato un’occhiata a San Giuseppe; sa, per tenere lontana la sfortuna. Eppure, quante volte è così. Difficile immaginare che Gesù voglia parlarti, che desideri sentirti.
Perché non ti fermi, davanti al Cristo dell’Addolorata, o di qualsiasi altro posto, non lo guardi negli occhi e non gli dici, che so, come stai? Con Dio, da cosa nasce cosa. E poi, se credi che una persona esista, come minimo le rivolgi la parola.

Perfetti


Siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro nei cieli. È una bella richiesta. Che sarà mai la perfezione di cui parla il Cristo? Non c’è un perfezionismo inquietante, non siamo già sotto pressione nel rispondere alle istanze di una vita anche troppo impegnativa? E soprattutto: come possiamo immaginarci perfetti, noi che facciamo acqua da tutte le parti, che siamo sempre a un passo dall’arrenderci, dal soccombere a una cronica tendenza al fallimento?
Ma Gesù non ci ripensa: siate perfetti; lo ripete nei secoli dei secoli. E non per crearci problemi, né per diventare una fra le tante ansie che intasano i giorni; piuttosto, perché sa che la perfezione dell’amore è l’unica speranza che ancora tiene in piedi questo mondo, l’unica via di luce nella tenebra fitta del non senso.

Prima di Pasqua


di Giovanna Menegus

Se entrassi nel bosco
in questo pomeriggio di fine marzo
sentiresti il rumore di tutte le foglie secche e rami

vuoti che si spezzano – in un solo rapido
crepitio di bruna polvere
riscuotersi la terra da quanto è vecchio:

insieme, bucando aride scorze
così lievi ormai, pianissimo
udresti l’erba crescere Continua a leggere

La prima cosa


Le maiuscole sono fastidiose. Ricordano quei biglietti coi titoli sempre un po’ grotteschi: Dott. Avv. Com. Grand. Uff. e via esibendo. L’umiltà, invece, è vincente e convincente, secondo il vangelo. Eppure c’è Qualcuno che è grande davvero, e merita non solo la lettera maiuscola, ma anche l’esaltazione e la lode. La mattina, appena svegli, bisognerebbe omaggiarlo, glorificarlo, ringraziarlo. In proposito, c’è un bel pensiero dei Padri del deserto.
Un anziano disse: “Quando ti alzi dopo aver dormito, subito, per prima cosa, la tua bocca renda gloria a Dio. Dovrà intonare inni e salmi, perché lo spirito continua a macinare per tutto il giorno, come una mola, il primo pensiero cui si è unito fin dall’aurora, sia che si tratti di grano sia che si tratti di zizzania. Per questo devi essere sempre il primo a gettare il grano, prima che il tuo nemico semini la zizzania”.

P’ngieng (un racconto di Ambra Stancampiano)

Devo assolutamente tornare a casa, qui non posso essere felice.

Purtroppo sarà più facile a dirsi che a farsi, ed io non spiccico una parola da anni. Rendo l’idea?
In effetti rimanere zitta mentre tutti mi fissano ed aspettano che io faccia qualcosa non è molto educato, ma di parlare non mi va. Non saprei cosa dire: da piccola badavo alle capre, mica andavo a scuola. Nessuno poteva immaginare che un giorno sarei stata così interessante, che il mondo intero avrebbe parlato di me. E per cosa, poi.

Quanto rumore, quante ciarle… non ne posso più. Questi vestiti mi prudono e pizzicano da tutte le parti, dentro la baracca c’è caldo e non si sente nemmeno il canto degli uccelli, sovrastato da questo continuo chiacchiericcio in linguaggi che non ho mai sentito e che non m’interessano.

Questi giornalisti sono una manna per mio padre, che fino a ieri si arrabbattava per sfamare le quindici bocche a suo carico e oggi, grazie a me, si ritrova a essere l’uomo più ricco del villaggio. Ancora non ci crede, papà, dice davanti alle telecamere con gli occhi umidi. Ritrovare la propria figlia dopo così tanto tempo… gonfia il petto, gli occhi gli si illuminano: fissa un uomo che, sulla soglia di casa, sta sfogliando un rotolo di banconote per porgerne un paio a mio fratello maggiore, di guardia sulla porta.
I vicini lo guardano con un misto di pena ed invidia: nessuno vorrebbe essere al suo posto, con una figlia in quello stato; ma tutti quei soldi, tutti questi stranieri, chi li aveva mai visti?
Ogni giorno decine di jeep sfidano il deserto e la giungla paludosa e arrivano da Phnom Penh, cariche di gente che vuole vedermi. Tutti i giovani di Oyadao stazionano davanti alla nostra capanna da giorni e cercano di farsi notare dai turisti per mettersi al loro servizio, lanciando fischi, blaterando qualche parola in inglese insegnatagli dai nonni e sovrastandosi l’un l’altro con la voce o venendo alle mani. Le anziane, riunite in capannelli davanti ai fuochi per il cibo o ai lavatoi, scuotono la testa e borbottano contromaledizioni; la febbre dello straniero sembra aver colto tutti.
Tutti, tranne mia madre: lei non ha occhi che per me.

Mia madre ha occhi grandi e stanchi, ma pieni di allegria. Continua a leggere

Sapori


La religione ha i suoi segni, perché l’uomo è un essere concreto: per questo consiglio di pregare davanti a un Volto di Gesù, potente antidoto alla preghiera generica che induce in distrazione. La fede è comprendere che al di là della formula e del rito è presente una Persona. Altrimenti, si rischia di compiere gesti apotropaici che hanno lo stesso valore del corno o del ferro di cavallo. Non a caso la gente, in certi casi, viene a messa per “prendere” le ceneri o i rami d’ulivo, nella domenica cosiddetta delle palme.
Mettere in primo piano la Persona significa che, quando il prete benedice, è Cristo stesso che riempie la vita: si comunica con la sua divinità, a cui aderisce la miseria umana. Solo così la religione diventa portatrice di salvezza e l’uomo “prende” qualcosa: né ceneri né rami d’ulivo né ferri di cavallo, ma il sapore dell’eterno.

SUL TAMBURO n.69. Alberto Rollo, “Un’educazione milanese”

Alberto Rollo, Un’educazione milanese, San Cesario di Lecce (Lecce), Piero Manni, 2016

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di Giuseppe Panella
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Il libro struggente di Alberto Rollo sulla sua formazione culturale, umana, sentimentale apparterebbe al genere letterario che molti critici amano definire auto-fiction (con un termine a mio avviso improprio) se non fosse perché al suo interno si opera un passaggio imprevedibile, una vera e propria “mossa del cavallo”, mediante la quale la storia personale dell’autore viene assorbita all’interno dei destini generali della città cui egli appartiene.

Nell’aneddoto iniziale in cui il piccolo Alberto viene offerto alla città da un cantante di strada, forse uno zingaro, che lo solleva in aria e chiede alle persone circostanti “Milano lo vuole?” è già inscritta tutta la successiva parabola della sua formazione di intellettuale.

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