L’avvenire che c’è stato per me una volta


Pura alba

La pura alba così limpida e tenera,
mentre per una volta anche a dicembre
fuggono verso occidente le nubi
oscure, in parte ancora colme, in parte
stracciate e lievi ormai, e la collina
buia rivela a poco a poco i dolci
fastigi d’alberi e di ville pallide:
contempla, prima che mescoli il vento
la folla, gli autobus, le vie affannate,
le acque del fiume maculato, i primi
eventi del dolore, le colombe
maligne, l’avvenire che c’è stato
per me una volta.

Torino, 6 dicembre 2002

Di cosa parliamo quando parliamo di “libri” (ai bambini)

Raymond Carver mi perdonerà se manipolo un suo felice titolo e lo modello su una domanda che mi sono sempre posta. Quando si parla di “promozione della lettura” (brivido), di “invito alla lettura” (vade retro) o si sviluppano progetti che incentivino le persone ad acquistare e almeno aprire un libro, si cerca sempre di trovare una definizione, una motivazione, una “giustificazione” quasi del perché sia bello/necessario/positivo leggere. Solo le campagne ideate dai librai, o dalle stesse case editrici, sono valide e accattivanti, a differenza di quelle didascaliche e tristi concepite dalle cosiddette istituzioni, che poco sembrano conoscere di quel mondo. Continua a leggere

Confini


Gli angeli sono il mantice del mondo:
navigano a vista,
come esperti capitani.
Ogni tanto propongono un aiuto,
ma tu sei troppo preso
dalla tua incapacità
per permettere che sciolgano i tuoi nodi.

Quando appare il tuo angelo
smettila di dirti che è impossibile:
mettiti a sedere
e spiegagli con calma
il tuo problema.

Mantenere una piccola scintilla d’incoscienza al centro della propria vita

 

                    

 

Storie di formazione molto simili, in cui due ragazzini che vivono in realtà molto differenti vengono iniziati alla vita, alla ricerca di sé e alle inaspettate sfide dell’età adulta, The tender bar di J.R. Moehringer (Il bar delle grandi speranze, Piemme, traduzione italiana di Annalisa Carena) e Barbarian days : a surfing life di William Finnegan (Giorni selvaggi, 66th and 2nd, traduzione italiana di F. Conte, M. Esposito e S. Sacchini) sono due romanzi di cui in Italia si è parlato poco, e a torto.
The tender bar, scritto nel 2005 dal futuro autore di Open, ci porta a Manhasset, cittadina newyorkese famosa anche per aver ispirato la “East Egg” de Il grande Gatsby, dove il protagonista bambino, che vive con madre, nonni e zio, ascolta alla radio la voce del padre, un disc-jockey poco di buono da cui è stato abbandonato in tenera età, e cerca disperatamente esempi di mascolinità e redenzione nel mondo che lo circonda. Continua a leggere

92. La roulette


Non potevamo fare a meno di stupirci di quanta refrattarietà ci fosse riguardo al tema della profezia. Pensavo al dato divenuto proverbiale che la fede è un dono: era anche una scusa per non credere, per evadere l’impegno inevitabile, la sporta di sacrificio senza sconti da infilare nello zaino della vita. Comodo pensare che se la tua è un’esistenza senza fede la colpa è di un altro, perfino di Dio, che non te ne ha fornito. La fede è un dono, sí, ma da volere, da desiderare. La pallina tornava sempre nella solita casella, nella roulette delle domande decisive. Tutto dipendeva da quel mistero chiamato desiderio. I maestri dello spirito invitavano a cogliere il sentimento fondamentale della propria vita: cosa desidero di più? Dove si volge istintivamente l’attenzione, cosa attrae l’energia vitale che tutti abbiamo dentro? Comprendevamo sempre più lucidamente come qui fosse richiesto il massimo di sincerità, altrimenti sarebbe stato un bluff, una fatica senza frutto. Non bisognava censurarsi, ma cogliere spietatamente la verità interiore, anche se avesse dovuto rivelare che il sentimento di fondo fosse un vizio: l’ira, la lussuria, l’avarizia…
Solo prendendo coscienza dello stato del cuore, guardando in faccia la propria condizione, smettendo, una volta per tutte, di nascondersi dietro il solito dito, ci si sarebbe messi in marcia, toccando con mano che sí, persino il desiderio può cambiare, aprire gli occhi ciechi dell’istinto, dell’ovvio, dell’abitudinario, su un orizzonte inedito, una scena mozzafiato: quella dello spirito. Solo a quest’altezza sarebbe stato possibile sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda della profezia. E questa altezza era lo sguardo del Cristo, che tutto trasforma, tutto salva, con la sua scorta inesauribile di luce.

ELIO TAVILLA – tre inediti

Tre poesie

comprendevo che la notte si allargava oltre i soliti confini
quando era al punto di crollare sulla superficie del pianeta.
Io ascoltavo il tonfo di una colonna sonora. Poi niente
l’amore che provavi per me era aperto e chiuso
aperto e chiuso, aperto e chiuso. Sì, pulsava
e si capiva che era in vita da quel battito scontroso
ma incrollabile, perenne. Alla fatina avevi detto cose orribili
e ora non ti restava che sparare

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SUL TAMBURO n.38: Cinzia Della Ciana, “Acqua piena d’acqua”

Cinzia Della Ciana, Acqua piena d’acqua, Arcidosso (Grosseto), Effigi, 2016

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di Giuseppe Panella

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Un romanzo familiare come la grande letteratura del Novecento ha abituato i suoi lettori a partire dai Buddenbrook. Decadenza di una famiglia per finire con Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez o Menzogna e sortilegio di Elsa Morante (uno dei libri certamente presenti nel serbatoio della mente letteraria di Cinzia Della Ciana per via della continuità familiare e il susseguirsi di tre personaggi femminili, nonna, madre e nipote, nella scansione temporale della storia). Tre donne affrontano le loro vicende e si confrontano con l’acqua del fiume dell’esistenza ed è proprio al suo corso impetuoso quando “tira giù argine e macchia“ che il libro è dedicato.

Acqua piena d’acqua è un’espressione tipicamente russa che sta ad indicare l’acqua come pienezza di vita e come metafora della realtà umana, il momento in cui l’essere vivi viene pienamente raggiunto come obiettivo. Ed è all’acqua che Cinzia Della Ciana fa ricorso tutte le volte che deve descrivere le vicissitudini e le peripezie (in gran parte negative) delle sue protagoniste – la piena dell’Arno a Pisa che chiude il romanzo, tuttavia, ne sancisce l’avvenuta liberazione dall’alveo e la sua libertà di dilagare e tracimare felicemente conquistata.

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Il maestro Secondo

Il maestro Secondo

Quando ha perso il lavoro a cinquantadue
anni, non si è arreso e si è reinventato
maestro d’asilo. Ed ecco, questa montagna
di uomo in mezzo a venticinque bambini di
venticinque paesi del mondo in un asilo di
periferia a giocare insieme per terra. È un
luogo di vita dove la poesia fa fatica a
mettere a fuoco cose e uomini e quando a
malapena riesce, fa fatica a giocarci
insieme per terra

Giovanni Agnoloni – L’ultimo angolo di mondo finito – Galaad Edizioni


di Riccardo Ferrazzi

Trilogia della Fine di Internet è il titolo della saga che Giovanni Agnoloni ha ordito e intessuto, e che giunge a compimento con L’ultimo angolo di mondo finito, il romanzo che la conchiude.
La chiave di lettura per questa opera di vaste proporzioni è il connettivismo, movimento letterario che coagula suggestioni cyberpunk, futuristiche e crepuscolari. Continua a leggere

L’ORTO DEI LIBRI

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

L’Orto dei Libri è la nuova libreria aperta da Giorgio Galli in via dei Lincei 31 a Roma, nel quartiere di Tor Marancia. Un esperimento culturale e sociale estremamente interessante. Oggi lo intervisto per La Poesia e lo Spirito.

1) Com’è nata l’idea di associare ai libri le piante? E prima di tutto, come hai deciso di diventare un libraio?

Dopo molti anni di lavoretti e disoccupazione, ho avuto la possibilità di lavorare in una libreria. È stato come spalancare la finestra e scoprire che c’è ancora un mondo, fuori. Da sempre sono un cultore della letteratura. Ma da quando mi ero messo a cercar lavoro sembrava che di questa passione mi dovessi vergognare. Non è serio, in un curriculum, scrivere che hai la passione della letteratura. O della musica classica. Da disoccupato si impara a ragionare in un modo che non è il tuo. Non conta più cosa vuoi, ma ciò che si vuole da te.  Diventa un automatismo mentale: i tuoi interessi non ti interessano più, tu stesso, ai tuoi stessi occhi, non sei tu, sei un disoccupato. Il breve periodo di lavoro in libreria mi ha fatto capire che c’era ancora una possibilità di conciliare il pane quotidiano con la passione della mia vita: la cultura. Ma attenzione, non ci si improvvisa librai, soprattutto in un momento come questo! Non basta la passione, bisogna avere le competenze. Il libraio è un mestiere, come il calzolaio. Non basta avere la passione per le scarpe per essere un buon calzolaio. Così, ho fatto la Scuola Librai Italiani, ho lavorato in altre librerie, ho fatto sostituzioni, stage e tutta la gavetta che ne consegue. E, quando mi si è presentata l’occasione di aprire una mia libreria, l’ho colta al volo. L’idea di associare le piante ai libri… beh, è nata parlando con mia moglie. Lei diceva che una libreria dovrebbe essere un posto rigenerante, quasi un centro benessere della mente. Allora ho pensato agli antichi, che amavano leggere e conversare negli Horti. E ho pensato di creare, in un quartiere giovane, ricco di associazioni e di attività come Tor Marancia, ma privo di una libreria di riferimento, il mio piccolo Hortus: un posto dove ci si possa sentire come a casa o in giardino, tra i profumi del legno e delle piante e non tra gli odori asettici degli scaffali di ferro. Voglio che il mio Orto somigli a una vecchia drogheria, a un negozio di quartiere: ci si siede al tavolino, si sfogliano i libri, il libraio ti offre un caffè, e si trascorre il tempo in un modo “antico”, di cui però c’è bisogno. Il mio modello è la libreria Leer Devagar di Lisbona, che significa proprio “leggere lentamente”: un posto che è come una città, dove non ci si limita a comprare libri, ma si vive un’esperienza: il libro è mischiato a casse di frutta, a macchinari in uno e in disuso… Naturalmente io dispongo di un piccolo spazio, e l’esperienza che si prova da me non è quella di una città, ma di un angolo di casa, o di giardino… Continua a leggere

92. Repressioni


Mi colpivano le parole di Buber nel Cammino dell’uomo: “Ogni conflitto tra me e i miei simili deriva dal fatto che non dico quello che penso e non faccio quello che dico”. Nel momento che stavamo vivendo, tornavano preziose. Il clima si faceva pesante: come ci fosse un controllo sui gesti, sulle idee, sulle parole. Come se ogni angolo celasse una spia pronta a riferire chissà quali segreti. Una suora mi aveva apostrofato con aria allusiva: una signora dice che hai scritto…
Mi tornavano alla mente le visioni della Emmerich, l’immagine dei credenti oppressi dalla persecuzione che, come in altre profezie, proveniva dall’interno della Chiesa. Eravamo alla resa dei conti? Un amico con carismi di veggenza mi aveva confidato che intravedeva a maggio uno spartiacque decisivo: in quel mese si compivano i famosi cento anni di Fatima, in cui il demonio era stato liberato per mettere alla prova la fede dei credenti in Cristo, per colpire al cuore la sua Chiesa. Constatavamo che davvero, in questo secolo, c’era stato un crollo totale dei valori, un disgregarsi delle strutture portanti dell’umanità, che andava ben oltre le definizioni di “società liquida” o “globalizzazione”: una scomparsa delle basi elementari della vita comunitaria e personale. A questo si aggiungeva, ora, un occhiuto controllo sui potenziali dissidenti, su chi non rinunciava a radicarsi nel nucleo della tradizione, nella storia impregnata dalla visita dello Spirito Santo, dalla potente incarnazione di Cristo. Ecco, allora, che le parole di Buber diventavano un viatico opportuno per chi, come noi, credeva ancora nella verità: dire quello che si pensa, fare quello che si dice, ad ogni costo.

GIOVANNI NIKIFOROS, “ELIAL. IL FIGLIO DEI DUE POPOLI”

Da Giovanni Nikiforos, Elial. Il figlio dei due popoli, ed. Atene, 2016

PROLOGO

Era nato, per la seconda volta. La Terra, dopo averlo di nuovo partorito, ne ebbe paura. Il Fato l’aveva chiamata a quella gestazione, perché così era deciso che fosse.

Immani pareti di roccia riflettevano le luci emanate dall’infante, ancora fioche. La sua mente, mai del tutto sopita, si muoveva veloce, pregustando il momento in cui sarebbe riuscito a rimettersi in piedi, per non essere più abbattuto. Serviva ancora tempo, ma il tempo pare un’inezia a chi abbia riposato per ere covando propositi di vendetta. Incominciò a respirare e crescere.

Due occhi lo osservarono, poi il loro proprietario prese a risalire l’altissima scalinata quasi verticale. Si stava preparando un’epoca di dolore. Continua a leggere

gli Hettner

di Kika Bohr

discussione, disegno dell’autrice


Quando ero piccola a Milano, la domenica andavamo a trovare gli Hettner. Prima abitavano in via Rugabella in un piccolo appartamento pieno di libri e di belle cose. C’era un soppalco di legno costruito da lui, da Rolando, e lì sopra veniva a rifugiarsi un gatto a pelo lungo e dalla lingua penzolante. Continua a leggere

Evgenij Aleksandrovič Evtušenko (1932-2017)


Sono Gagarin, il figlio della terra

Io sono Gagarin.
Per primo ho volato,
e voi volaste dopo di me.
Sono stato donato
per sempre al cielo, dalla terra,
come il figlio dell’umanità.
In quell ‘aprile
i volti delle stelle, che gelavano senza carezze,
coperte di muschio e di ruggine,
si riscaldarono
per le lentiggini rossigne di Smolensk
salite al cielo. Continua a leggere

La bella vista, di Maurizio Soldini


La bella vista

può essere un regesto del cielo
la nuvola che angola l’azzurro
le gradazioni del grigio imbiancano
se la luce trasfonde nel nulla

anneriscono le ramificazioni
nella prospettiva della chiarezza
la teoria assume la bella vista
quando la sorte cambia il vento

ed ecco lo scivolare dell’esistenza
in un battere d’ali a chiusa lungolago
e senza indugi via dal cospicuo
l’uscita da una persistenza speculare

Roma, 26 marzo 2017

Danzas De Amor y Duende, Gianpaolo G. Mastropasqua. Una lettura di Pierluigi Boccanfuso

Quando la poiesis assume la sua dimensione cosmogonica.

Tra le numerose raccolte poematiche che ho letto, non ne ricordo molte che, dal campo del mio spirito, sono riuscite a divellere un fiore di entusiasmo come questa di Gianpaolo Mastropasqua. Danzas de Amor y Duende è una scoperta preziosa, una partitura wagneriana priva di musica (a meno che non si tratti dell’accordatura poetica), è intima e remota riconciliazione con lo spartito cosmico. Una Danza di Amore e Duende, appunto. Parola, l’ultima, che non va traslata. Deve essere lasciata così, nel suo idioma originario, totemico, la cosa in sé kantiana, universale, lo spirito dionisiaco e selvaggio, nel quale il nostro riconosce ogni tentativo di evasione dalla sfera del razionale.

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91. Il punto della situazione


Quando cominciai a scrivere il diario, pensavo che la situazione si sarebbe risolta in un rapido volgere di tempo, con un fulmineo capovolgimento delle posizioni. Ma il Signore ci fece capire che l’evento capitale, tra fine e inizio d’anno, era stato l’apertura della Porta Santa, che non sarebbe rimasta senza effetto. Cosa avesse prodotto rimaneva un mistero, ma certamente noi fummo tra i beneficiari di quel dono di grazia. Era difficile giustificare il ritardo della soluzione, visto che avevo parlato del tempo di Natale: nessuno pensava che l’apertura della Porta potesse coincidere con l’evento preannunciato, essendo legata non a fatti materiali, ma alla sfera sfuggente dello spirito. Il ritardo, tuttavia, non mutava la sostanza delle cose, anzi, inseriva la vicenda del Divino Amore nel più grande scenario delle profezie riguardo al mondo, e in particolare l’Occidente: la crisi nella Chiesa, l’attacco del terrorismo fondamentalista, un qualche tipo di disastro naturale o bellico. Esisteva una tale convergenza di premonizioni, che bisognava essere sordi a ogni carisma profetico per restare indifferenti. Non facevamo mai riferimenti precisi alle fonti di tali previsioni, ma chiunque avrebbe potuto trovare nomi, luoghi e contenuti con una rapida ricerca in rete. Non restava che attendere il rivelarsi della trama di un racconto noto da sempre allo sguardo del Signore: noi, negli occhi del Cristo, leggevamo con chiarezza  lo svolgersi incalzante della storia.