Disamando


È la fine del mondo, gira voce.
Qualcuno fa spallucce, qualcun altro
fa gesti un po’ scomposti. Quanto manca?
chiede un vecchio affacciato alla finestra.
L’aria è sempre la stessa: soffia un vento
pungente, a perpendicolo c’è il sole
che continua imperterrito a produrre
la luce e l’energia. Nella fila
di macchine, gli insulti si ripetono
con lievi variazioni di colore
e di tono. Magari non sarà
la fine, ma una stasi che rifugge
da un inizio e da un termine, sperando
che Dio non tenga conto del passare
del tempo, della fossa che ciascuno
si scava da se stesso, disamando.

Lo scrittoio di Spinoza (III)

di Roberto Plevano
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A Roma intanto, il 4 settembre 1677, la Congregazione del Sant’Uffizio (è lo stesso tribunale che 44 anni prima ha condannato Galilei) riceve una denuncia “di quanto male la nova filosofia abbia parturito per mezzo d’un certo Spinosa in Olanda”. Latore ne è Niels Stensen, un anatomista danese di fama, che ha conosciuto e frequentato Spinoza a Leida nel 1662 (“ebbi occasione di pratticar familiarmente detto Spinosa di nascita Hebreo, ma di professione senza ogni religione”) e ha abbracciato poi il cattolicesimo, abbandonando gli studi scientifici e dedicandosi alla teologia e all’indottrinamento di intellettuali protestanti, nella capacità di persuasore. Con lo zelo del convertito e l’untuosità del delatore, Stensen comunica ai cardinali di aver ottenuto un manoscritto di cui Spinoza è l’autore:
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LE NOSTRE ANIME DI NOTTE

di Massimo Maugeri

Bisogna essere grati a NN Editore per aver fatto conoscere al pubblico italiano dei lettori uno scrittore del calibro di Kent Haruf, il cui libro (postumo) da poco giunto in libreria – “Le nostre anime di notte” (NN editore, p. 176, euro 17, traduzione di Fabio Cremonesi) – ha conquistato a sorpresa la vetta della classifica dei libri di narrativa straniera pubblicati in Italia. D’altra parte Kent Haruf (1943-2014) è considerato dalla critica come uno degli scrittori americani di maggiore talento e spessore e ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti di grande prestigio. I protagonisti di questo nuovo romanzo, ambientato a Holt (immaginaria cittadina statunitense del Colorado, dove Haruf aveva ambientato i precedenti libri), sono due persone anziane che conducono esistenze solitarie a causa della morte dei rispettivi coniugi. Continua a leggere

Luigi Maria Corsanico legge Salvatore Quasimodo. Uomo del mio tempo

da qui

Salvatore Quasimodo
Uomo del mio tempo
da : Giorno dopo giorno
Mondadori
Collana I poeti dello “Specchio”
Febbraio del 1947
con introduzione di Carlo Bo.

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Immagini da Aleppo bombardata

Bruno Maderna: Requiem, per soli, coro e orchestra (1946)

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Cortile

di Gianni Fumagalli

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Se neum a mangium in sci ben, sa la mai de mangià ul cunt Casà!

Un luogo dell’infanzia, più di altri, ha rappresentato per me l’ideale di vita: il cortile dove sono nato e cresciuto: la modesta curt di Brivi.
Era un agglomerato di sole due case costruite, quella più grande a forma di elle l’altra rettangolare, in modo da formare un piccolo cortile che nel complesso ospitava una trentina di persone distribuite in otto appartamenti di diverse dimensioni.
La casa dove abitavo era la più grande, risiedevano venti persone, compresa la mia famiglia che era una delle più numerose. Vivevano vicino a noi Assunta e Cesare, i genitori di Peppino che sentivo come miei, da quando, molto piccolo, rimasi orfano del padre. In quel tempo mi aggiravo senza preoccupazioni, avevo una spontanea fiducia nella bontà del mondo da non essere sfiorato da pensieri negativi di sorta, nell’incoscienza generale, l’unica inconscia certezza era di essere ammesso in quell’universo, come individuo libero di muovermi a piacimento e che, qualsiasi cosa sbagliata provocassi o mi potesse capitare, avrei sempre trovato la persona che la riparasse. Peppino rappresentava un esempio da imitare e la sua parola era, per me, più autorevole di quella del maestro. Sin dall’età di sei anni avevo iniziato un programma di formazione calcistica. Sotto la sua direzione, serio e continuativo. Ogni sera, al ritorno dal lavoro, passava da casa per verificare i progressi: “allora quanti palleggi dobbiamo fare? – Cinque” Rispondevo prontamente io cercando scherzosamente di imbrogliare sul numero. “Ma cinque non erano quelli che dovevi fare ieri?” Replicava Peppino raccogliendo la sfida “Se stasira tan fet no des, ta saltet la cena” Io ci mettevo tutto l’impegno per non deluderlo, a volte riuscivo a volte no. Quando fallivo Peppino mi prendeva il braccio e, torcendolo progressivamente, mi chiedeva:”ta tegnet a l’Inter o al Milan ?” Continua a leggere

Otto marzo?

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Perché è così che crolla la barriera,
i fuochi d’artificio del consueto
parlare e straparlare. Tutto questo
imbroglio del capire con la testa
degli altri, del ripetere le frasi
della rete spacciandole per nostre,
non funziona: non sono tra coloro
che pur di condividere la (s)cena
s’ingoiano il finale. Io ti guardo
soltanto: kenegdo, dice la Bibbia,
uno di fronte all’altro, occhi negli oc-
chi. Ma appena sapranno, ne faranno
l’ennesimo sfottò da Gattopardo.

La vita con Lacan di Catherine Millot

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di Guido Michelone

Jacques Lacan, parigino (1901-1981), resta tra le figure intellettuali di maggior spicco nella Francia del XX secolo: noto come psichiatra alternativo e docente universitario, diventa famosissimo negli anni Sessanta per i Seminari all’École de la Cause Freudienne, in cui elabora direttamente teorie rivoluzionarie concernenti l’inconscio e il linguaggio. Continua a leggere

87. Il cuore, ancora.

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Era il cuore la meta: il cuore nostro, il cuore di Cristo. L’uomo è un essere in ricerca. In basso o in alto, fuori o dentro, sulle vette o raspando nell’abisso, vive inseguendo qualcosa, o qualcuno, che risponda alle domande urgenti della carne, della psiche, dello spirito. Anche noi avevamo cercato, in lungo e in largo, in basso e in alto, attraversando deserti torridi e terre infangate dal diluvio. Avevamo fatto esperienza dell’oscuro sentimento del nulla, quando sembra che la vita sia un gorgo senza fine da cui non puoi più uscire, da cui solo un miracolo potrebbe liberarti. Ebbene, il miracolo arrivava, prendeva la forma, il colore di quello che chiamiamo cuore, e che è l’approdo di ogni vera domanda, del desiderio autentico d’essere se stessi. Ci aveva accompagnati qui il silenzio, la resistenza tenace davanti al Volto di Colui che prima o poi ti dice: sono Io che ti parlo, che aspettavo dai secoli dei secoli, nel tempo e nello spazio che incarnano la premessa fragile dell’infinito. Don Mario insegnava con l’esempio che l’uomo, a un certo punto, trova. Lo criticavano, per questo, perché la vita, sostenevano con foga, è un cercare continuo, una corsa senza fine, un approdo sempre rimandato. Noi, invece, cadevamo in ginocchio di fronte a Colui che è qui, Presente, risposta a ogni domanda, verità definitiva.

Fascino oscuro, di Elisabetta Bordieri

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Ne aveva incontrati di uomini di quel tipo. E soprattutto conosceva alla perfezione l’arte subdola delle loro torve lusinghe dalle quali si teneva a debita distanza. Ma era proprio quel genere di maschio, tronfio e seducente, che Margaret sceglieva con meticolosa accuratezza per le sue attività, solo che forse questa volta era stata un po’ troppo incauta e precipitosa. In ogni caso aveva assolto il suo compito e, soprattutto, ottenuto ciò che le serviva per i suoi studi. Si preparò un Gin Tonic e, con il bicchiere in mano, si accovacciò a terra, in una posizione terapeutica come una strega nelle umide latebre del suo covo, e si lasciò andare a quel piacevole e malsano ricordo. Continua a leggere

Lo scrittoio di Spinoza (II)

di Roberto Plevano

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Il ritratto di Spinoza si trova in alcune copie dell’Opera posthuma del 1677. L’epigrafe è opera di Lodewijk Meyer o Johannes Bouwmeester.
BENEDICTUS DE SPINOZA
Colui il quale conobbe la natura, Dio e l’ordine delle cose,
Spinoza, si poteva vedere con questo aspetto.
È mostrato il suo viso, ma a rappresentare la sua mente
nemmeno la mano di Zeusi sarebbe capace.
Essa si fa valere negli scritti: là tratta di cose sublimi.
Chiunque desideri conoscerlo, legga i suoi scritti.

Hendrik van der Spyk agisce senza indugio. Morto Spinoza, i suoi beni corrono il rischio di essere subito confiscati. Il dottor Meyer porta la triste notizia agli amici e discepoli di Spinoza, che si mettono immediatamente al lavoro per assicurare ai posteri il lascito intellettuale del filosofo. Nei giorni immediatamente successivi al decesso, forse prima del funerale, lo scrittoio è imbarcato sul battello per Amsterdam. Il coraggioso Jan Rieuwertsz lo attende e lo prende subito in consegna. Tra gli amici più stretti di Spinoza, Rieuwertsz è stato l’editore delle opere di Cartesio in olandese e di Spinoza ha già fatto uscire i soli lavori resi pubblici in vita: nel 1763 i Renati Descartes principia philosophiae more geometrico demonstrata – Cogitata Metaphisica (Principi della filosofia di Cartesio dimostrata in modo geometrico – Pensieri metafisici) e nel 1770 lo scandaloso (per il tempo) Tractatus theologico-politicus, in forma anonima e con false indicazioni di luogo. Spinoza vi sviluppa una critica serrata alla tradizione biblica ebraica e, in generale, alle religioni istituzionalizzate, nega che esista un qualsiasi rapporto tra filosofia e teologia, e dimostra che fondamento di ogni società e stato deve essere il libero pensiero, vale a dire il pensiero razionale, il solo che possa definirsi libero. Scopertone l’autore, gli avversari di Spinoza lo denunciano come “il libro più pericoloso che sia mai stato pubblicato”.
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Chi ha paura della Svezia?

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In questi giorni la Svezia è di attualità dopo che Donald Trump ha riportato come veritiere alcune dichiarazioni rilasciate a Fox News da un certo Nils Bildt, un mitomane svedese che ha spacciato come notizie la propaganda contro immigrazione e Islam condotta dal partito “Sverigedemokraterna” (Democratici Svedesi), una formazione politica nata come ricettacolo di gruppi neonazisti e di ispirazione nazionalista, molto simile alla nostra Lega Nord.
Il Ministero degli Esteri svedese ha deciso di ribattere pubblicando un significativo ed esaustivo comunicato stampa in inglese: “Facts about migration and crime in Sweden” dove demolisce alcune delle più diffuse false opinioni/notizie attualmente in circolazione, sulla base di fatti e statistiche rilevate attraverso canali ufficiali, in primo luogo quelle delle Forze di Polizia. Continua a leggere

SUL TAMBURO n.35: Alberto Casiraghy – Luciano Ragozzino, “Le emozioni delle mosche. Aforismi incisi”

Cover Ragozzino:Layout 1Alberto Casiraghy – Luciano Ragozzino, Le emozioni delle mosche. Aforismi incisi, Bologna, Pendragon, 2016

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di Giuseppe Panella

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Le illustrazioni di Luciano Ragozzino sono bellissime, gli aforismi di Alberto Casiraghy sono intriganti e densi di un umore nero pensoso e rassicurante nello stesso tempo. Il pessimismo che le contraddistingue, infatti, non è mai aspro o amaro come un limone maturato troppo in fretta, ma raddolcito dalla bonomia di una bontà programmatica e forse congenita, incapace di nuocere. Molti di essi meritano un approfondimento, però, una ri-lettura che le ripoerti alla loro dimensione originaria:

«Le emozioni delle mosche non interessano proprio nessuno» (p. 56).

se non le mosche stesse, animali fastidiosi e incalzanti, che non sembrano suscitare negli altri esseri viventi sensazioni che non siano di dispetto uggia o fastidiosa caccia mortale per loro.

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Lo scrittoio di Spinoza (I)

di Roberto Plevano
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È la mattina del 21 febbraio 1677, siamo nella provincia d’Olanda a L’Aja. Hendrik van der Spyk, pittore e decoratore, si appresta a recarsi nella chiesa luterana con la moglie Ida Margareta per la messa della prima domenica di carnevale. I due vivono con i sette figli, il maggiore dei quali ha appena nove anni, in una casa sulla Paviljoensgracht. Una delle camere al piano di sopra è affittata, ormai sono sei anni, a un ospite quieto e riservato, un uomo di lettere che vive per lo più in solitudine e provvede personalmente ogni giorno al suo vitto.
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Luigi Maria Corsanico legge Bertolt Brecht

da qui

Bertolt Brecht
Ricordo di Marie A.
(Erinnerung an die Marie A.)
Lettura di Luigi Maria Corsanico

(Traduzione di Roberto Fertonani)
da Poesie d’amore del ‘900, a cura di Paola Decina Lombardi, A. Mondadori Editore, 2005

Claude Debussy : Beau Soir
Indulis SUNA – violin, Ilga SUNA – piano

Dipinto di Eugène Carrière Continua a leggere

LA GABBIA

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Non una rivoluzione d’ottobre, servirebbe, ma la semplice, coerente applicazione della Costituzione repubblicana, con riferimento ai suoi “Principi fondamentali” (artt. 1 – 12).

Come uscire dall’attuale quadro politico ed economico paventato in questa intervista, e nelle cronache quotidiane? https://it.businessinsider.com/gli-italiani-stanno-investendo-soldi-fuori-dalla-penisola-per-paura-che-leuro-si-spacchi/

E’ davvero impossibile rompere con le scelte fatte fino ad oggi, tentando strade nuove, come questa?  Continua a leggere

Studia, rimani disoccupato, muori

di Johanna Combi

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Ho da poco compiuto 25 anni, sono esattamente nella fascia d’età dei giovani disoccupati, senza certezze e speranze per il futuro, la fuga di cervelli, la generazione che scappa a Kreuzberg per fare il cameriere laureato. Così mi si classifica.
Davanti al Liceo classico della mia città, c’è una scritta sul muro: studia, rimani disoccupato, muori. Quando ho letto la frase, mi è venuto da ridere.
Ma posso permettermi di ridere? Non significa ridere del pensiero collettivo di una generazione intera?
Se tornassi indietro di qualche decennio non penso proprio che avrei visto una frase del genere scritta sul muro. Il sentimento comune non era caratterizzato dall’ amareggiamento collettivo, si voleva la lotta di classe, si odiava il potere, si inneggiava alla rivoluzione e si aveva la speranza di poter cambiare le cose.
Quello che la mia generazione prova oggi è dolore e paura, la convinzione, anzi, la certezza, di essere in balia di quello che avviene, di non avere le armi per difendersi. Non si vota, non si manifesta, non si pensa, non si critica. Non si crede che sia possibile un mondo diverso e, forse, non lo si vuole nemmeno.
Della lotta di classe non si sa nemmeno fare lo spelling. Continua a leggere

86. Il paradiso terrestre

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Il cuore: sentivamo con chiarezza che era lì il segreto che sfuggiva a tanta gente, indaffarata, frenetica, stressata. Corri, uomo, corri, diceva una pubblicità perduta, ormai, nella notte dei tempi: sì, corri, ma dove? La spiritualità dei Padri ci metteva sulla buona strada: il cuore è un paradiso terrestre, dicevano, pieno di colori straordinari, di gioia e pace misteriose; ma c’è il serpente in agguato, la più astuta di tutte le bestie, sempre pronto a insinuare un pensiero “bello a vedersi e buono da mangiare”, che si trasforma in veleno mortifero che oscura, degrada, altera, intristisce. La Sapienza dei Padri d’Oriente invitava a chiedere a ogni pensiero che faceva capolino: sei dei nostri o sei dell’avversario? Era facile capire: l’Amico porta pace, l’avversario causa turbamento. Era chiaro, allora, cosa fosse il peccato originale, maldestramente negato dalla teologia pseudo moderna: permettere che la bellezza, la bontà e la verità del paradiso terrestre che chiamiamo cuore, fosse deturpata dalle basse insinuazioni del maligno, dalla sua vocazione a interpretare con l’occhio cattivo, dal suo istinto a rovesciare tenebra su ogni punto luminoso. Ecco il volto bello della nostra missione: riportare il paradiso sulla terra, scorgere – come scriveva Italo Calvino – nell’inferno ciò che non è inferno, “e farlo durare, e dargli spazio”. Questo esigeva “attenzione e approfondimento continui”, la lotta spirituale, di cui parlavano i Padri, l’unico impegno che, fatto ogni calcolo, valesse la pena di abbracciare.

Quattro quartine inedite

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Per poco o tanto sia stato il furore,
questa febbre dell’occasione,
ciascuno sembrava un santo lottatore
e saggio, più o meno ispirato da Platone.

A volte trionfava la credenza che il nulla della morte
fosse sempre smentito da qualche residuo ulteriore
di vita, dei nostri morti, augurali la buona sorte,
pacche alitanti sulle spalle, conforti di povero amore.

Vecchi che a non dire sbrighiamoci a morire
di buoni motivi ne possono trovare,
per esempio il tressette da finire,
le spalle al monte, gli occhi fissi al mare.

Prima o poi si arriva di fronte al mare,
sulle colline della parola, che ricreo
ogni volta, inesausto di quest’arrivare
(nelle campagne dei morti si nasconde Orfeo).

Festa parrocchiale

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Trent’anni di passione, in compagnia
di te, del tuo dolore, dell’aprirsi
del cuore, progressivo, e incalzante,
come se fosse niente, e questa notte
mi viene in mente come fosse adesso
che mi parlavi fitto del Progetto,
che solo ora inizia a realizzarsi,
ad aprire il sipario sull’evento,
mentre gli altri si godono il momento,
ancora ti rivedo, ti rassetto
il letto, mi sussurri che ci siamo,
che manca poco al lampo dell’aurora.