Un piede in paradiso


Capita d’essere preoccupati della propria immagine, di tenerci ad apparire in una certa maniera, e guai se qualcosa incrina questo schema.
Sappiamo che ciò dipende dai meccanismi di difesa messi in opera per gestire i problemi: traumi, fallimenti, mancanza d’amore reale o percepita.
Vivere, così, diventa faticoso, logorante, per la paura che qualcuno o qualcosa smentisca la falsa perfezione.
Nella preghiera, giorno dopo giorno, si fa strada una modalità diversa, alternativa: davanti a Gesù, sperimentiamo la bellezza di essere noi stessi, nella miseria dei limiti, ma anche nei pregi che vengono da Lui. Non abbiamo più bisogno di nasconderci.
È allora che di fronte agli altri troviamo la vera consistenza: non più nei maldestri tentativi di difenderci o apparire, ma nell’aprirci alle virtù che fanno spazio all’Essere: la fede, l’amore, l’umiltà, la speranza, la pazienza, la mitezza, la sobrietà, la sapienza, la purezza, l’adesione alla vera identità.
Queste chiavi spalancano la porta del tesoro che, com’è noto dagli aneddoti rabbinici, non si trova chissà dove, in capo al mondo, ma sotto la stufa della nostra cucina. È qualcosa che ricorda di Dio. E quando accade, siamo già con un piede in paradiso.

La sora maritata


Abbiamo spesso occasione di manipolare testi: sostituire, aggiungere o sottrarre parole a ciò che ci capita di leggere o sentire. A volte si tratta di semplice ignoranza. In chiesa c’è un catalogo curioso di sfondoni biblici: la lettera ai gelati o ai tessalocinesi, che san Paolo non ha mai scritto; il dialogo di Gesù con la sora maritata (i bambini, col dialetto romanesco, sono una fonte inesauribile di neologismi); fino a sfociare in versetti salmici degni di un libro a luci rosse: la preghiera del povero penetra le nubili.
Ma le alterazioni più insidiose sono quelle apparentemente nobili e sottili, dettate, per esempio, dal punto di vista dell’esegeta o dell’assiduo frequentatore della Bibbia.
Prima della seconda conversione, sono stato modernista. Spezzavo le parabole in due parti: una proveniva da Gesù – la più ottimista e generosa -, l’altra era frutto della Chiesa, che bastonava senza tanti complimenti, minacciando l’uditore.
Oggi non dico che i biblisti abbiano preso abbagli ad ogni passo, ma mi convince sempre meno l’idea che il Cristo sia stato il dolce cantore di una salvezza garantita e che solo più tardi si sia cominciato a propinare una visione rigorosa del giudizio finale.
Le voci che ci arrivano, in questo tempo di grande confusione, ci lasciano sempre più basiti: ai tempi di Gesù non c’erano registratori, quindi non sappiamo cos’abbia detto veramente; Cristo non è morto per i nostri peccati, ma per motivi economici; la colpa originale è un’invenzione di menti pervertite e sado-masochiste; l’inferno non esiste; la Pasqua non è fondativa, ma dimostrativa dell’effetto del bene.
Se Gesù non fosse risorto, si rivolterebbe nella tomba.
Morale della favola: la Scrittura è Sacra perché trascende le manomissioni. Rispettiamola, e persino una sora maritata potrà indicarci il cammino da seguire.

Parto


Dio soffre. Eh eh, non mi fregate. Con questa storia che è perfetto, che può ssere solo felice, che bla bla e bla, vorreste farmi credere che se ne sta là beato, incurante dei drammi dei suoi figli, di quelli a cui ha pensato da sempre e di cui, da quando li ha portati all’esistenza, non può più fare a meno.
Mi direte: quello che soffre, dei Tre, è Gesù. Vi rispondete da soli: se soffre il Figlio, soffre pure il Padre.
Domani – domenica – a quest’ora, starò tornando da Torino. Sarò stanco del viaggio, anche se ci saremo dati il cambio con Raimondo, o con uno dei fratelli. Mi chiederò se mio cugino Paolo, mia zia, abbiano avuto qualche specie di conforto da questa nostra breve vicinanza. Avrò negli occhi la bara di Nino, i fiori, la gente che dirà poche parole: si stringeranno mani, si abbracceranno parenti, amici e conoscenti con cui da anni non ci s’incontrava. Penserò ancora a cosa deve essere passato nella testa di Nino, per spingerlo a finirla contro un treno in arrivo. Penso al sobbalzo, in quel momento, di Gesù il sofferente.
Non mi venite a dire che Dio può solo essere felice, che un istante prima che Nino saltasse non abbia avuto una fitta insostenibile nel suo cuore di madre.
C’è un pensiero che si affaccia, che torna e ritorna; e si sa che i pensieri che ritornano, che non smettono di bussare alla porta, sono quelli che scendono dall’alto. Il pensiero che tutta la preghiera, mia, dei miei, delle persone che ci amano, e in noi amano Nino, abbiano reso quell’urto simile a un abbraccio, quell’impatto terribile un incontro col dolore del Dio in croce. Del Dio che soffre e partorisce, proprio come una madre, la salvezza.

alcune “tristi verità” di Ambra Stancampiano

Ambra Stancampiano è una giovane scrittrice messinese, qui in veste di aforista, epigrammista in prosa, epigrafista, calligrammista,etc. Vi proponiamo una scelta di quelle che l’autrice stessa chiama “tristi verità”: soprattutto nude ed irriducibili visioni della realtà (Enrico De Lea).

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#1
Crescere vuol dire confrontarsi con tristi verità.

#4
I veri sognatori non sono gli utopisti o gli idealisti, ma coloro che sperano di trovare la carta igienica nei bagni pubblici.

#7
La madre dei beoti è sempre incinta. Peccato che la Beozia non esista più, quindi sono tutti in giro a rompere i coglioni agli altri.

#8
Essere una brava persona è un’autovalutazione del tutto soggettiva.

#11
Cleopatra è stata un grande regina, finché nella sua vita non sono entrati Cesare e Marcantonio.

#12
Ognuno crede di aver ragione e
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Il tocco


Quello che hai fatto è eterno. È questo che ci frega. Circoscriviamo le vicende nel tempo che fu, le idealizziamo in immagini dai contorni logori, come foto antiche a cui lanciamo, al massimo, uno sguardo distratto, un pensiero più superstizioso che profondo.
Così ci sfuggi, non sei mai un corpo vivente che ci guarda, si avvicina, si rende disponibile per una confidenza, uno sfogo, parole in libertà.
L’eterno non rientra nei nostri parametri: è un’idea che fatica a farsi strada, troppo lontana dagli interessi contingenti. Siamo tesi a reagire all’immediato, a difenderci dagli altri, ad attaccarli; la legge della giungla è entrata nelle case, negli uffici, persino nelle chiese e nei locali di comunità cosiddette religiose.
Ma tu sei eterno: oggi hai predicato, stamattina sei stato schernito e flagellato, sei morto in croce adesso e sei risorto qui, davanti a me, con un corpo trafitto di luce, che mi accarezza e mi unifica all’istante, rimette insieme i cocci della mia carcassa d’uomo.
Devo avvertire gli altri, farglielo capire, in qualche modo.
Intanto lo scrivo qui, su questo schermo che si sta riempendo della tua presenza viva.

SUL TAMBURO n.57: Fabrizio Coscia, “La bellezza che resta”

Fabrizio Coscia, La bellezza che resta, Siena, Melville Edizioni, 2017

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di Giuseppe Panella

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Con questo suo non facilmente definibile testo narrativo (né romanzo, né saggio, né testo di critica letteraria), Fabrizio Coscia tenta un’interpretazione molto azzardata e molto affascinante del problema fondamentale di ogni vita umana: quello della morte che attende tutti ma che ognuno vive, fino all’ultimo, a modo suo – con rassegnazione, con coraggio, con rabbia, con volontà di sapere, con la certezza che dopo il trapasso ci sarà un’altra vita, con la sicurezza che dopo di lui non ci sarà più nulla, con pudore, con sfrontatezza, con desiderio …

Coscia esamina, con la consueta acribia, le opere finali di una serie di intellettuali e di artisti verificando, attraverso una ricostruzione del loro dispositivo formale ma anche ovviamente del loro contenuto, come scrivendo o componendo o registrando opere musicali (è il caso di Glenn Gould) o dipingendo, essi si siano avviati alla morte, si siano apprestati “a cominciare a morire” (come dice un personaggio del romanzo Chadži-Murat di Tolstoj, il soldato Avdèev, che è stato ferito gravemente e che sa che la sua vita è al termine).

E’ il caso dell’”ultima stazione” di Tolstoj – la sua fuga finale che culminerà con la morte in una piccola stazione, Astàpovo, sulla linea ferroviaria a duecentocinquanta miglia a sud-est di Mosca.

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Nei panni degli altri


Proviamo, ogni tanto, a mescolare le carte, a metterci nei panni degli altri.
Siamo il barista che ha aperto da un pezzo, mentre io scrivo qui, parcheggiato in attesa che la porta dello studio dentistico si apra. Siamo l’operaio che si prepara a uscire – è già partito, forse -, per lavorare al palazzo alla mia destra, seminascosto dalle impalcature allestite da tempo immemorabile. Siamo il passante che sfiora la mia auto e getta uno sguardo verso il tipo strano che scrive sull’iPad. Siamo l’assassino che ripassa il piano criminale con cui vuole perpetrare un furto, una vendetta, un delitto commissionato da qualcuno. Siamo il bambino che fa colazione, incassa distratto le raccomandazioni della madre e si avvia verso l’incognita dell’incontro con gli altri, delle preoccupazioni di non essere all’altezza. Siamo la donna delle pulizie che già si vede alle prese con letti da rifare, bagni da rendere brillanti, mamme o manager che le danno istruzioni sincopate. Siamo il barbone che barcolla, già ubriaco, sul ciglio della strada, con la barba ispida, unta da secoli. Siamo il malato che si sveglia ancora con il suo dolore, dopo il sogno effimero d’essere guarito. Siamo il medico che organizza il funerale per il fratello suicida, lanciatosi un mattino contro il treno. Contatterà, a Torino, un prete come me, concorderà un orario compatibile col viaggio di andata e ritorno, da concludere in giornata, gli chiederà se posso celebrare, o sarà il parroco stesso a suggerirlo, per evitare una messa complicata.
Siamo me, che sto pensando a cosa dire, a come mettermi nei panni di chi ha perso una parte di se stesso.

GABRIELE BORGNA, “ARTIGIANATO SENTIMENTALE”

Gabriele Borgna, Artigianato sentimentale, ed. Collezione Letteraria, 2017

Prefazione di Giuseppe Conte

Così è ormai verificabile come Porto Maurizio, u Portu, un piccolo antico paese verticale, di pietra e vento, alto sul mare, sia un luogo propizio alla poesia, di più, sia un luogo dove la poesia continua ritmicamente, segretamente a incarnarsi. Questo ho pensato leggendo i versi del libro di Gabriele Borgna: benvenuto nella compagnia che conta Giovanni Boine, Cesare Vivaldi e chi scrive questa nota. Non sapevo niente di questo giovane uomo, se non che fosse molto alto e atletico, dopo averlo incontrato per la prima volta lontano dalla Liguria, durante un happening poetico da me promosso al Teatro Filodrammatici di Milano. Ma sono i suoi versi, sorprendenti per energia, invenzione, passione -qualità molto rare oggi- ad avermi detto abbastanza di lui. E’ uno che sa cosa è la poesia, uno che la vive, uno che sa esprimere al meglio il suo mondo interiore in connessione con il tempo, e con il cosmo. Continua a leggere

Nino


In questo libro ci sono tante cose che uno neanche s’immagina. Alcune vorrei cancellarle, come la morte di mio cugino, che ha deciso di togliersi la vita. Eravamo lontani e non ci sentivamo, ma ora che è morto mi sembra di sentirlo qui, vicino a me, come un amico ritrovato. La morte è una sorella che, invece di dividere, ci unisce.
Siamo molto presi dalla vita. Ci impegniamo allo spasimo per rispondere agli appelli, per essere all’altezza del compito affidato, vigilare sulle perdite di tempo, la dispersione di energie, l’uscire dai binari.
Ma qualcosa ci sfugge. Mio cugino è morto proprio sui binari: un binario vivo diventato morto, all’improvviso.
Si è svegliato in una stazione misteriosa, dove i treni sono stelle o nuvole, e hanno la forma incerta dei sogni. Chiederà al capostazione dove si trovi e se ci sia una corsa che porti nella direzione opposta alla tristezza, che a volte ci prende senza lasciarci il tempo di reagire, di organizzare una difesa. Anzi, ci suggerisce di mettere un punto a questa lunga frase che è la vita, in cui si annida il timore e il desiderio del silenzio.
Vedrai, Nino, che le nostre preghiere accenderanno il tabellone, e tu salterai, felicemente, su un treno che ha la Luce come ultima fermata.

Luigi Maria Corsanico legge Franco Fortini

da qui

 

Franco Fortini

vice veris

da “Foglio di via e altri versi”, Einaudi, Torino, 1946

Lettura di Luigi Maria Corsanico

 

Sergej Rachmaninov, Elegie Op. 3 No. 2

Emre Oztek´(excerpt)

 

immagini dal web di proprietà degli autori

 

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Sorgente


Ci vediamo ogni tanto, con regolarità. Loro hanno perso un figlio ma non ne parliamo, perché ne parla il cuore, con la sua voce bassa, impercettibile, lasciando tracce nei gesti e nello sguardo. Da quella volta, ogni abbraccio è un segno di consolazione, come se la ferita richiedesse cure, controlli, il rinnovo di disinfettanti, garze, cerotti, le informazioni sulla sensibilità dell’area, l’entità del dolore, i progressi nella mobilità dell’arto.
Tutto in silenzio. O meglio, parlando d’altro, lasciando che la realtà sollevi, almeno un poco, il velo di tristezza che è un vestito a lutto, liso e stinto dal tempo.
Ma sarebbe un errore pensare che tutto rimanga come prima: ogni volta, dagli occhi, traspare un guizzo in più, la sensazione che un angolo dell’antica ferita sia guarito, la pelle riformata, la normalità meno lontana. Il vuoto si riempie lentamente, come la goccia che cadeva nel secchio dal tetto della chiesa, che neanche la ditta più agguerrita riusciva a riparare: come se la pioggia fosse, in realtà, una visita di Dio, una sorgente zampillante dal deserto della nostra povertà, che può solo mendicare una speranza d’altri mondi, di un Cuore esperto di risurrezioni.

“Bibliotheka Albertina” di Anna Costalonga

Dicevi che la montagna veniva prima di tutto, era l’unica cosa che valesse la pena vivere.
Salire in alto, elevarsi sempre di più, per scappare dal caos di edifici e capannoni industriali, dove non volevamo finire entrambi intrappolati come scarafaggi.
La quotidianità era un carcere, mi dicevi; o forse non volevamo finire intrappolati nella quotidianità di trappole tese da altri. La trappola – il carcere – doveva essere fino all’ultimo nostro e l’avevamo trovata nella fuga. O meglio nella corsa.
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La poesia del prog rock


Conversazione sulla Musica per il Pensiero

(a cura di Guido Michelone)

In questi giorni esce in libreria il volume Musica per il pensiero. Filosofia del progressive italiano di Baptiste Le Goc e Marco Maurizi. Guido Michelone ne discute con gli Autori, rispettivamente italiano e francese, traduttore e filosofo, ma entrambi musicisti innamorati delle sonorità, in cui discutono nel loro libro originale, profondo, innovativo. A domanda rispondono talvolta assieme, talaltra separatamente (e perciò individuati con le iniziali del nome di battesimo). Continua a leggere

Il gusto


Ci sono parole a cui siamo affezionati. Per me, una di queste è “gusto”.
In genere, ci lasciamo guidare da criteri; altrimenti procediamo a casaccio, come viene, e che Dio o qualcun altro ce la mandi buona. Non è la chiave migliore, certamente. I problemi arrivano quando spuntano le conseguenze delle nostre azioni: l’incoscienza presenta il conto, che in genere è salato.
In seconda battuta, possiamo farci orientare dalle idee, più o meno valide. Cerchiamo di scegliere in base a uno schema che si ispira a una serie di valori: dal piacere alla gente al realizzare un progetto personale o sociale.
La debolezza delle idee traspare quando la volontà risulta insufficiente, poiché intervengono forze che la neutralizzano con energie di difficile gestione.
A questo punto si affaccia la parola amata, il gusto. È il criterio di discernimento più sicuro, perché non è improvvisato, come la modalità istintuale, né ingessato, come le idee, che funzionano nella sfera del pensiero ma sono vulnerabili in quella della prassi.
Diadoco, vescovo di Fotica, ha dedicato il meglio delle sue riflessioni a questo tema: parla di un gusto infallibile, che non si lascia sedurre da ciò che gli si oppone. Richiede di trascendere la carnalità e vedere l’invisibile. Provare per credere. Per molti potrebbe diventare, come per me, una parola amata.

Sultan e Chopin


Marco Marziali torna a trovarci con questo “Preludi” (Augh! edizioni), ispirati ancora una volta a Chopin, il cui fantasma si aggira ovunque, in queste pagine. L’altro protagonista indiscusso è Sultan, il Piccolo Principe della Torre 6, che illumina l’ospedale con la sua eroica dignità nel vivere il dolore. Continua a leggere

L’Essenziale


Viale Europa, all’EUR, era la strada delle meraviglie: negozi eleganti, vetrine che invogliavano a guardare, non per comprare – da ragazzino non avevo un soldo – ma per restare incantati davanti alle tute di Eurosport o ai pasticcini di Rossana; perfino l’edicola del giornalaio era slanciata e nobile come le ville sdraiate sotto il Fungo, dove abitava il mio compagno di classe Fioravanti.
Gli alberi formavano una fitta barriera che creava un’ombra permanente, a qualsiasi ora del giorno: sempre pieni di uccelli, erano una giungla dentro la città, al punto che uno come me si sdoppiava, trascinato da rumori e odori, come se aspettasse, da un momento all’altro, di veder apparire un serpente, una scimmia, un coccodrillo.
Il negozio di alimentari era pieno di ogni bendidio e rigurgitava di signore piccolo-borghesi: ancora oggi mi chiedo chi ci avesse dato, allora, il coraggio di prendere in giro il proprietario calvo, che aveva deciso, di punto in bianco, di indossare un parrucchino.
La mia famiglia abitava al numero cinquantacinque, proprio in mezzo alla via, che da una parte andava a incrociare la strada delle Poste, del Minimax e del mitico Eurcine, dove ogni tanto c’incollavamo a un film che s’imprimeva a fuoco nella mia memoria; dall’altra correva fino a una specie di collina su cui sorgeva la chiesa a forma di cubo, tempio di un Dio che sembrava abitarci controvoglia.
Se ripenso a Viale Europa, oggi, mi sembra la sintesi della mia vita: la fantasia, la ribellione, la curiosità eccessiva di uno sguardo che ha impiegato un tempo eterno a inquadrare l’Essenziale.

La mia terra, Nicola Apollonio, Edizioni EspressoSud (2017)

Di Meridione ormai si parla solo all’inaugurazione della Fiera del Levante di Bari, kermesse che al Sud fa da contraltare ai grandi forum finanziari del Nord, quelle che contano. La “Questione Meridionale” è uscita dall’agenda politica strategica, se non per inseguire le emergenze, soppiantata dalla fine degli anni ’80 dalla “Questione del Nord”. Il “meridionalismo” che nel dopo-guerra aveva rappresentato un’area di ricerca storica e di pensiero storico di grande blasone, discendendo da Benedetto Croce e procedendo con Gaetano Salvemini e Manlio Rossi Doria, è stato sostituito da una pubblicistica che ha cercato di contrapporsi al “vento del Nord” con un suggestivo ma controproducente revisionismo a favore di una presunta età dell’oro “borbonica”.

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La rivoluzione senza Italia del #metoo

metoo is the new 2Una sensazione da punto di non ritorno.
Come nella favola di H.C. Andersen − I nuovi abiti dell’imperatore – a un certo punto è bastato un grido: quello delle prime donne dello Hollywood Star System, che hanno avuto il coraggio di uscire allo scoperto e vuotare un sacco pieno di vergogna, rabbia, frustrazione, paura e incertezza. Da lì, pochi giorni dopo, il primo post con l’hashtag #metoo inizia a girare e in un paio di notti diventa una valanga. Si aggiornano le cifre dei conteggi delle migliaia e migliaia di donne occidentali che hanno trovato la forza della moltitudine per raccontare la propria storia. Che sia quella di una molestia su un autobus, o di uno stupro, tante mani si sono alzate e il fiume è diventato una piena, un avvenimento che è impossibile ignorare. Grazie ai social network le donne occidentali si sono finalmente incontrate, pur senza vedersi mai, e nell’onda sororale e calda del dire “anch’io” hanno formato una sorta di alleanza, con la forza che hanno le donne quando si stufano e non riescono più a far passare nulla. Continua a leggere

Gerard Manley Hopkins: tre poesie del 1880

di Francesco Dalessandro

 

Il 1880 è un anno di transizione per Hopkins: ha trentasei anni, da tre è stato ordinato sacerdote, ha già composto Il naufragio del Deutschland e La perdita dell’Euridice, che ora sappiamo essere i suoi poemi più complessi e famosi. Dopo vari e brevi incarichi in diversi luoghi passa alcuni mesi a Bedford Leigh, cittadina industriale vicino a Manchester, della quale scrive che «vi sono circa una dozzina di fabbriche e miniere; l’aria è satura di fumo e vapori; ma la gente è generosa». Continua a leggere

Stupidità


L’egoismo è stupido. Te ne accorgi così, senza parere, una mattina qualunque, come fosse la cosa più normale. Certo, è necessaria una preparazione, per raggiungere la presa di coscienza; la spiritualità aiuta, e non a caso è vista da molti come uno scoglio da evitare. È una realtà insidiosa che mette in crisi le abitudini, sfatando luoghi comuni.
La struttura portante della disciplina è costituita da fasi tra loro collegate, le famose “tre vie”.
La prima è la via purificativa: se uno ha vissuto nell’errore, l’urgenza più immediata è quella di sottrarsene. Si tratta, cone recita il tanto vituperato “atto di dolore”, di fuggire le occasioni prossime di peccato. La purificazione, là per là, è dolorosa, va controcorrente: una parte del nostro io è in cerca di gratificazioni, e si sente ostacolata da questa necessaria penitenza.
La seconda è la via illuminativa. Sgombrato il campo dai vizi, dall’opacità che ottunde la vista, comincia ad apparire lo scenario limpido delle virtù. Il cuore si stacca progressivamente dall’attitudine al male e comincia a compiacersi del bene: gustate e vedete come è buono il Signore, si legge nel salmo 33. Il rischio, in questa fase, è che il demonio si travesta da angelo di luce e trasformi la virtù nel suo contrario. È il momento in cui si richiedono dosi massicce di umiltà.
La terza è la via unitiva. Diradata l’ombra del peccato, affiora il Volto di Cristo, invitando a condividere ogni moto interiore. Porgendoci a Lui, offrendogli la nostra persona nella sua integralità, raggiungiamo l’archetipo del Sé. Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me, dice San Paolo.
Le tre vie si intrecciano, crescono in una spirale che accompagna il nostro itinerario fino alla morte. Ci ricordano che l’egoismo è stupido, e merita una certa compassione.