Siamo proprio sicuri?


Il Cristianesimo pretende troppo? Chiede di amare un Dio senza vederlo; di rispettare gente che non piace, al punto che gira la battuta: se questo non va bene, amerai il prossimo.
La fede è esigente, ci catapulta fuori di noi stessi: esci dalla tua terra, dice Dio ad Abramo, e in lui lo dice a noi, come fossimo un popolo chiamato a uscire dall’Egitto della propria volontà, la filautia dei Padri.
Sì, è difficile credere: sono pochi i profeti, i giusti del Primo Testamento, i santi del Nuovo.
Ma poi, un momento: siamo propri sicuri che il nostro sia un Dio che non si vede? Che il rapporto col Creatore cominci di là, in un regno che, detto fra noi, è così lontano?
No, Gesù è venuto qui, si è lasciato conoscere, guardare, toccare. Ha portato il paradiso sulla terra, un’anticipazione del futuro. Ma noi non ce ne siamo accorti.

Buongiorno


Parliamoci chiaro: il problema è la superficialità. Vogliamo essere spontanei, immediati, lasciarci trasportare dall’onda affettiva, emozionale, istintuale, e ci imbrigliamo sempre più nella matassa delle cose improvvisate, in un’assenza di progetto.
Dovremmo, piuttosto, specchiarci in ciò che non è accessibile instantaneamente, che richiede di fermarci, guardarci dentro, confrontarci con una realtà più grande della nostra.
E se, svegliandoci al mattino, dessimo il buongiorno all’eterno? Non come quei buongiorno melensi che intasano whatsapp – tanto banali quanto deprimenti -, ma un saluto che aprisse, appena alzati, al senso autentico del vivere, un aderire alla propria identità, ritrovando la salute.
Proviamo? Non è mai troppo tardi.

Vivalascuola. Senza zaino

Questa puntata di vivalascuola è dedicata alla Scuola Senza Zaino, un modello didattico che parte dal basso e si sta diffondendo attraverso il passaparola. Senza Zaino prende le mosse dalla “Giornata della Responsabilità” organizzata in una scuola di Lucca nel 1998. Ufficialmente parte nel 2002 adottando il metodo dell’Approccio Globale al Curricolo come modello di innovazione metodologico-didattica. Molte scuole, in tutte le regioni d’Italia, hanno scoperto che era possibile aderire a questo metodo e introdurre un vero e profondo cambiamento nella scuola pubblica. Si è venuta costituendo così la Rete Nazionale delle scuole SZ. Con SZ, come con altre esperienze innovative, è la scuola che si muove controcorrente senza aspettare le direttive di chi governa, grazie alle sensibilità, al coraggio e alle intuizioni delle persone, oltre l’istituzione e le sue derive (vedi qui e qui). In questa puntata di vivalascuola Donata Miniati illustra il modello Senza Zaino e intervista il suo ideatore Marco Orsi, le maestre Ginetta Latini, Loredana Facchinetti, Beatrice Damiani e Simona Valle della scuola di via Brunacci a Milano presentano il loro lavoro e ne indicano aspetti positivi e criticità, mamme e bambini prendono la parola per dire la loro esperienza. Continua a leggere

Per primo


Chi fa il primo passo? Il dubbio, a volte, è atroce, paralizza. L’uomo non vuole essere fregato. A chi tocca? Non ho fatto la mia parte? Perché dovrei essere io a ricucire, a dare un’altra chance, a rimettere ogni cosa al posto giusto? Quante energie sprecate. Basterebbe leggere Giovanni, che in una delle sue lettere preziose ci ricorda: in questo sta l’amore, che Dio ci ha amato per primo. E se imparassimo da Lui? In fondo, non è mica l’ultimo arrivato.

Educazione sentimentale #4

di Antonio Sparzani
(qui a sinistra monumento a Budapest ai Ragazzi della via Pal)
Quest’idea di scrivere delle educazioni sentimentali mi viene ovviamente dopo la lettura (che risale a molti anni fa) del famoso romanzo, ancorché non veramente autobiografico, di Flaubert nel quale l’autore mette tra l’altro a nudo nel suo modo raffinato e profondo i moti del cuore di quell’età che sta attorno alla altrettanto famosa linea d’ombra. Io la ritengo ben distinta da, o comunque non necessariamente connessa con, quello che siamo soliti chiamare “il primo amore”, nel senso di amore per un’altra persona, intendo invece quello o quegli episodi, letture, e anche incontri naturalmente, che ti hanno stampato qualcosa nel cuore che ancora ti ricordi con emozione. Continua a leggere

Offerta speciale


C’è qualcosa di più che accettare il dolore, ed è sceglierlo in prima persona. Il solito cristiano masochista, penserà il mio fedele lettore. Rassicurati: è la diatriba che sostengo intorno a certe formule della celebrazione eucaristica. Quando il prete alza l’ostia proclama, guidato dall’apposita rubrica: ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo. Mi oppongo strenuamente a questa traduzione. Togliere suppone un atto semplice, vagamente magico, in ogni caso poco impegnativo. Il verbo originale suggerisce un altro senso: sollevare, prendere. L’Agnello – Cristo – non toglie, ma prende su di sé, compie un gesto con cui si addossa consapevolmente una sofferenza in grado di salvare. L’arte dell’Agnello immolato è un esempio per noi. È l’offerta, il sacrificio, termini in via di estinzione nel nostro vocabolario quotidiano. A grave detrimento dell’amore.

Il gioco come forma temporis: “L’ultimo quarto del giorno”


di Raffaela Fazio

Il tempo è il nostro alveo e il nostro orizzonte. Ma, soprattutto, il tempo siamo noi. Tra le varie modalità di vivere il tempo ce n’è una originaria e invitante: quella del gioco. Il gioco, dunque, non come mera attività ludica, ma come forma temporis. Sul gioco quale modalità di vivere il tempo vorrei riflettere, in relazione al mio ultimo libro di poesie intitolato L’ultimo quarto del giorno (Milano, 2018).

 

Se è vero, come pensava Heidegger, che ogni manifestazione dell’essere è parziale, perché non può avvenire che nella concretezza di un momento vissuto in un contesto preciso, il gioco permette all’essere di passare più agevolmente da un suo manifestarsi all’altro: non assottiglia né sbiadisce l’essere, ma lo potenzia, rivelandone di volta in volta le diverse sfaccettature. Continua a leggere

Alida Airaghi e Daria Angeli. Homeless.

da qui

Sabato sera

di Alida Airaghi

I piedi neri che sporgono dal letto,
braghe arrotolate sui polpacci: Isaac dormicchia
in canottiera, sudato, sporco di terra, e il fiato
gli puzza d’aglio e di vino. Il suo vicino è Moses,
curiosi nomi di ricchi ebrei, i loro, che invece
più musulmani di così si muore. Continua a leggere

Game over


Mica tutto va bene, nella vita: magari fossimo sempre freschi e riposati, col sorriso pronto per essere servito. Sarebbe bello illuminare h24 la gente che incontriamo, effondere grazia, buonumore, entusiasmo, straripare di gioia in ogni istante del giorno e della notte.
No, a volte siamo stanchi; distrutti addirittura. Capita d’intravedere un altro penitente in arrivo per la confessione e di pensare: non ce la faccio; non potevo sposarmi, farmi monaco, guardiano del faro?
Poi ti ricordi di Gesù, di tutte le volte che si è sentito fiacco, sfinito, sull’orlo del collasso; immagini i momenti in cui, in barba alla divino-umanità, avrà detto fra sé: chi me lo fa fare?
E allora stringi i denti, tiri avanti fino alla prossima stazione. È il bello della Pasqua: pensi d’essere esaurito e invece ricominci, come nulla fosse.

All of us can fly

di Stefanie Golisch

Cinque

Siamo cinque amici.
Abitiamo tutti nello stesso palazzo.
Di giorno stiamo davanti al portone di casa, braccia conserte.
In fila, stretto l’uno all’altro.
Non facciamo passare nessuno.
Siamo importanti e lo sappiamo.
Tutto bene, se non ci fosse quell’altro.
Numero sei.
Uno che vuole stare con noi, ma che noi non vogliamo con noi.
Perché vogliamo essere in cinque e non in sei.
È così. Non c’è nulla da capire, ma lui non capisce
che non c’è nulla da capire.
Ogni giorno tenta di unirsi a noi e ogni giorno,
appena appare, noi cominciamo ad abbaiare.
Da una bocca sola.
Lui non molla.
E torna sempre.
Ma noi vogliamo essere in cinque.
E non in sei.

Musca Press, 2018
Inglese
ISBN-10: 1941892361
ISBN-13: 978-1941892367

La prova


Il male non viene da Dio: su questo siamo – quasi – tutti d’accordo. Dio non può volere che il bene, ma la questione è complessa. Checché ne dica la teologia modernista, il peccato originale è una realtà con cui dobbiamo misurarci. Nell’uomo, nella storia, esiste il male, ma Dio lo utilizza per i suoi obiettivi. Solo in questo senso si può dire che da Lui provenga il male: per ottenerne un bene. Il che significa che dovremmo accogliere le cosiddette prove come permesse dal Creatore.
È poco intelligente la nuova traduzione del “Pater”. Dio ci induce in tentazione, consente la prova, proponendoci di accoglierla come l’ha accolta Lui, quando ha preso la croce. In tal modo ci ha salvati da quel male che non viene propriamente da Lui, ma che Lui usa, come sempre, per un bene maggiore.

Educazione sentimentale # 3

di Riccardo Ferrazzi

Antonello Sparzani ha lanciato l’idea e Fabrizio Centofanti l’ha sponsorizzata: qual è il libro, o i libri, che sono stati per noi un primo amore? Più esattamente, qual è “quella cosa, libro, film, conversazione che ancora ricordiamo con intensità della nostra adolescenza e che crediamo abbia davvero contribuito a farci diventare quello che siamo oggi”? Continua a leggere

Qualcosa di buono


Che si può fare di buono nella vita? È un pensiero che si affaccia, anche per poco.
Ognuno ha un ideale che gira e rigira nelle mani. Scartando quelli palesemente taroccati – godere, possedere, dominare -, traspare, in filigrana, il sogno di lasciare una traccia, di fare del bene con la propria professione o anche con un umile lavoro. Non potrò mai dimenticare le parole di Martin Luther King: se la mia vocazione è fare lo spazzino di strade, sarò un grande spazzino di strade; il più grande spazzino di strade che si sia mai visto sulla terra.
Personalmente, mi piacerebbe trasmettere Cristo: permettere che entri nei cuori, nelle menti, risvegliare il desiderio di vivere con Lui. Il vantaggio di un ideale come questo è che piace anche a Dio. E, a mio modesto parere, non è poco.

La bontà


La bontà, oggi, è un genere in disuso. Prevalgono il cinismo e la furbizia, sottospecie dell’intelligenza; l’arte della manipolazione, dell’attacco preventivo, della vendetta che va servita fredda. Il punto è questo: il cuore è imprigionato in una morsa gelida, uscire dalla quale è almeno problematico.
Assistiamo a una prevalenza dei sistemi difensivi, che preservano da delusioni, sofferenze, traumi. Sperimentato il dolore, lo si vuole evitare a tutti i costi. A scapito degli altri. Pullulano i manuali di self-help in cui si insegna a dominare o raggirare il prossimo. L’uomo è lupo all’uomo, sosteneva Hobbes, ma è anche volpe, sciacallo, avvoltoio; animali, peraltro, degni del massimo rispetto (ma bisognerebbe chiedere un parere anche a cadaveri e galline).
L’arte del vivere degenera in arte dell’inganno, appresa alla scuola del Principe della Menzogna.
E la bontà?
Dio continua a essere buono, nonostante. Ma attenzione: il suo non è buonismo, altra malattia dei nostri tempi. La sua bontà è vincente e convincente, disarciona l’arroganza, ricolloca i valori al posto giusto, restituisce alla propria identità.
Come tesaurizzare tutto questo? Guardandolo negli occhi.
Ma pochi lo fanno.

Educazione sentimentale # 2

Leggere il mondo

di Stefanie Golisch

Oggi mi accompagnano per la prima volta in biblioteca.
La biblioteca della nostra piccola città si trova in uno scantinato del municipio. Dietro un banco molto alto c’è una signora e dietro di lei s’intravedono delle lunghe file di scaffali pieni di libri.
Non ho mai visto tanti libri insieme.
Sono agitata, perché questi libri stanno proprio aspettando me.

Leggo da quando ho imparato a leggere.
Quando nel primo anno di università, un compagno mi chiede quale facoltà frequentassi e cosa avrei voluto fare in futuro, rispondo senza rifletterci: studio lettere perché mi piace leggere.
Mi sembra evidente. In fondo, non c’è nulla da spiegare.
Leggere era ed è tuttora il mio modo di stare nel mondo. Ho bisogno della presenza dei libri ovunque io sia, come oggetti, amici, protettori. Mi piace il loro aspetto, il loro formato relativamente piccolo, mi piace toccare la carta e mi piace il loro odore, in particolare quando sono vecchi, vissuti, consunti. Quando, oltre a raccontare una storia, essi stessi sono diventati una storia, non raccontata, soltanto intuibile.
I libri mi hanno spiegato e non spiegato il mondo, mi hanno accolto e respinto, mi hanno fatto capire chi sono e chi non sono e quando pensavo di aver finalmente compreso come stavano le cose, si sono allontanati per riapparire in caso di bisogno, pronti a distrarmi, a confondere le mie idee e qualche rara volta a farmi intuire una possibile risposta. Continua a leggere

La stanza


Insomma, qual è la vera casa? Abbiamo parlato di residenze alternative, terrestri e celesti, di abitazioni materiali e della casa del Padre, ma il problema può essere visto da un’altra prospettiva. In giro c’è una certa confusione: la gente è spaesata, ha perso i punti fermi, è alla ricerca di un senso che non trova. Le ragioni sono tante: cambi rapidi di paradigmi, l’invasione di tecnologie che assottigliano i confini tra reale e virtuale, una propaganda capillare che manipola le scelte quotidiane. La pressione è evidente, gli stimoli sono sempre più incalzanti: pensiamo al dilagare della pornografia, l’impero dei sensi cui si accede con un clic.
Su questo sfondo, diventa chiaro quale sia la vera casa: la camera in cui possiamo fermarci, restare in silenzio, a quattrocchi col profondo; oppure, se siamo in mezzo agli altri, il nostro cuore, il luogo dove abita chi non potrebbe mai condizionarci, ma solo guarirci e liberarci, la settima stanza di Teresa d’Avila. Lì c’è il Cristo, l’Archetipo del Sé, l’antidoto a ogni genere di alienazione.

Luciano De Giovanni



Il poeta “stagnino” di Sanremo

 

Scritto da Alida Airaghi

 

Capita a tutti noi di provare un po’ di commozione ascoltando una musica particolare, o rileggendo una poesia imparata al liceo. A me succede di emozionarmi ogni volta che ridico tra me e me questi semplicissimi sette versi:

 

Un’ape morta

nell’acqua della grondaia.

Ehi, sorellina!

 

Sole di gennaio

e cielo azzurro

per l’ape morta

nell’acqua della grondaia.

 

Forse mi intenerisce l’immagine di questo poeta-idraulico-spazzacamino, che ripara le tegole del tetto di una casa sulla riviera ligure, e svuotando la grondaia colma d’acqua trova un’ape annegata.

“Ehi, sorellina!”. Quasi stupito, appena addolorato, la sgrida come a dirle “Cosa stai facendo? Svegliati! È inverno, fa freddo, ma c’è il sole e il cielo è limpido. Perché sei morta, allora?”

Un minimo e preziosissimo Cantico delle creature, di francescana umiltà e letizia: come tutte le poesie che ci ha lasciato Luciano De Giovanni, nato a Sanremo nel 1922 e morto a Montichiari nel 2001. Continua a leggere

Così lontano così vicino


La vita, si dice, è fatta di alti e bassi. Bisogna specificare, tuttavia: ci sono i molto bassi e i molto alti. Questi ultimi, forse, sono rari, ma lasciano una traccia: la cosiddetta peack experience ricorda che siamo fatti per un’altra dimensione, sciolta dai lacci della contingenza, in cui si vola senza più zavorre. I molto bassi riflettono l’angoscia dell’assenza, plasticamente evocata nella débâcle del figlio prodigo: “partì per un paese lontano”.
Ecco perché, quando appare sulla scena, Gesù ci rassicura subito: il regno di Dio è vicino. Come dire: c’è un cortocircuito necessario tra la disperazione e la speranza.