Rosa Salvia, Il Giardino dell’attesa



di Pasquale Di Palmo

Gaston Bachelard scrisse che il giardino «è uno stato d’animo». Questa definizione può benissimo attagliarsi alla più recente raccolta poetica di Rosa Salvia, emblematicamente intitolata Il giardino dell’attesa. Nonostante le sue origini lucane (di Picerno, in provincia di Potenza), la poetessa vive da molti anni a Roma, dove suggellò la sua giovane esistenza, in maniera drammatica, il cugino Beppe, la cui opera è stata investigata da Rosa a livello esegetico. E tracce del classicismo dell’autore di Cuore (cieli celesti) e di alcune tra le più intense liriche della seconda metà del Novecento si ritrovano nel nucleo di questa raccolta, soprattutto nella sezione inaugurale che dà il titolo al libro. Continua a leggere

La Voce


Scrivere è prendere coscienza di ciò che siamo, attingere al pozzo dell’anima un’acqua sempre nuova, che rischierebbe di stagnare se non facessimo girare la carrucola, se il secchio non portasse in superficie, giorno dopo giorno, il tesoro nascosto.
Si può svolgere in altri modi questa operazione; lasciando, per esempio, che emergano da dentro parole, sensazioni, e permettendo ad esse di fluttuare sotto lo sguardo vigile del cuore: è l’invisibile di cui parla Antoine de Saint Exupéry, l’autore del Piccolo Principe.
Allora ci si accorge che c’è anche per noi una rosa da curare, un asteroide da scoprire, un viaggio da compiere nella costellazione di pensieri, ricordi, sentimenti, che al contatto col nostro vero Io si trasfigurano in un oggi più maturo, e dunque più vero.
L’importante è non avere pregiudizi, non forzare il senso di quanto affiora dal profondo: Dio è anche nell’inconscio, e non ammette di essere impedito nei suoi impulsi, limitato nella dote che desidera portarci, svilito nelle nozze divine che ci onora di offrirci.
Tutto questo non avrebbe senso se non ritagliassimo, durante la giornata, un angolo di raccoglimento, inviolabile da parte dello spirito mondano. Bere al proprio pozzo è l’antidoto al branco, all’omologazione di pensieri e sentimenti che è il dramma evidente dell’attualità. La vita sboccia oltre la soglia del silenzio, laddove comincia, finalmente, a raggiungerci la Voce.

a quest’ora

A quest’ora
Pesante, ad ogni ora del pianeta,
Ci sono ore ed ore
In cui recintano campi
In tutta Europa, e alzano muri,
E in ogni mare, nostrum e altrui,
E in ogni plaga o landa
Che si vieta a umani
Senza consòlo, luoghi resi bui,
Filo spinato o meno,
Menti o premanufatti cementizi.
Gli americani, poi, sono più duri:
Come nei fatui western hanno vizi
Da buoni e cattivi, prigionieri
Dell’eterno, ritinto riporto della verità,
Quella che è per me chissà
Cosa e come,
Sparuta come un profugo da guerre,
Come mio padre ieri,
Senza più un nome.

(rileggendo Vittorio Sereni)

Simeone


“Perché siano svelati i pensieri di molti cuori”. Sempre intriganti le parole che il santo profeta Simeone rivolge a Maria, mentre gli porge il suo Bambino al Tempio.
Sarebbe singolare indovinare ciò che la gente pensa al di là di paure o convenienze, prudenze o ipocrisie. In paradiso non avremo segreti, perché non ci sarà alcun motivo di ricorrere a meccanismi di difesa. È sulla Terra che ci barcameniamo tra l’una e l’altra posizione, parliamo alle spalle, ci giostriamo in modo da uscirne col vantaggio di chi non si è rivelato fino in fondo.
Simeone parla chiaro: con Gesù le cose cambieranno. Ma tutto è rimasto come prima.
I santi hanno spesso un carisma tecnicamente definito “cardiognosia”. Il significato s’intuisce: la conoscenza del cuore. San Pio da Pietrelcina cacciava i penitenti prima che accusassero i peccati. Gesù stesso, nel Vangelo, di frequente dà prova di conoscere i pensieri occulti dei suoi interlocutori. Una minaccia?
Personalmente, ritengo non ci sia niente di meglio di qualcuno che ti legge dentro. La nostra aspirazione, più o meno consapevole, è trovare chi comprenda chi siamo senza doverglielo spiegare, andando al di là di blocchi e ritrosie, della paura di esporsi, di soffrire.
“Perché siano svelati i pensieri di molti cuori”. È bello che il Signore abbia trovato un antidoto alla mancanza di coraggio, alla nostra incorreggibile sfiducia nei benefici della verità.

Saluto da Riccione

di Stefanie Golisch

Quando uno scapolo, senza lavoro, senza soldi,
senza un animale domestico da accarezzare di
tanto in tanto, parte per una vacanza di appena
tre giorni, gli altri sono già tornati a casa da
tempo. Oramai sono scattate le tariffe di bassa
stagione, eppure, la pensione completa rimane
un sogno. A colazione, inclusa nel prezzo del
pernottamento, fa il criceto, il pranzo lo salta,
la cena è una mela consumata in camera davanti
al telegionale delle otto e mezzo. Se dovesse
mandare una cartolina a una persona cara,
scriverebbe: il tempo è variabile, ora piove,
ora c’è sole, si mangia bene e le spiagge, meno
male, sono vuote. Ma le cartoline da tempo sono
state rimpiazzate dai selfie e allora imaginiamo
il suo: un uomo di mezza età, pelato, con la
barbetta che a colazione ha mangiato sette
brioches, in costume da bagno sbiadito davanti
al mare di primo autunno. Non è veramente il
suo viso la cosa più triste e nemmeno le gambe
bianche con i lunghi peli neri sui polpacci, ma
sono i suoi piedi dentro un paio di vecchie
ciabatte, rotte ai lati. Il mare, colmo di ricordi
d’estate, alle spalle

Se il profeta


Il profeta è inascoltato per principio. Pensiamo, per un attimo, se accadesse il contrario: un mondo in cui la voce nel deserto fosse presa per buona, il cuore di ognuno si aprisse al suo messaggio, la trascendenza trovasse inopinatamente credito nell’intera umanità. Un mondo, insomma, come lo vuole Dio, rispettoso dei comandamenti, sollecito della sorte altrui, pago solo della giustizia e della verità. Niente omicidi, furti, stupri, niente talk show in cui litigare su chi ha ragione o torto né telegiornali funestati da ogni sorta di disgrazie. La maggior parte di ciò che facciamo, vediamo, ascoltiamo, svanirebbe nel nulla. Mestieri cancellati perché inutili: il secondino, il vigilante, il buttafuori; istituzioni e complessi aziendali polverizzati dal cambio di paradigma inaspettato: l’esercito, la polizia, i carabinieri, i servizi segreti, le industrie delle armi, l`antiterrorismo, tutte le attività legate all’infrazione del codice stradale, arti e professioni collegate al “peccato”: case chiuse, bische clandestine, esercizi commerciali sorti per alimentare mafie, ‘ndranghete, sacre corone unite; e poi culti satanici, sedute spiritiche, maghi, cartomanti, oroscopari, ciarlatani della prima e dell’ultima ora, truffatori, bari, spacciatori, azioni e reazioni conseguenti a tradimenti, adulteri, investigazioni più o meno private, business nati dallo sfruttamento dei sette peccati capitali o degli otto pensieri cattivi…
Se, di punto in bianco, il profeta venisse ascoltato dovrebbero fare, non c’è dubbio, una nuova edizione delle Pagine Gialle.

Quando cadono le stelle


di Franz Krauspenhaar

Un andamento circolare, una prosa asciutta piena di porosità, la capacità rara di immedesimarsi nel personaggio che si sta trattando, quasi come fa l’attore dell’ Actor Studio calandosi nel ruolo, indossandone anima e corpo. Serino, con questo suo romanzo di destini reali, con questa prova di coralità e di orchestra, dimostra di non essere solo il critico “rock” e “fuori controllo” delle nostre lettere, ma di saper maneggiare una narrazione a più voci, dunque a più narrazioni, come se percorresse letterariamente le corsie di un’autostrada californiana, sopra e sottoelevate. Continua a leggere

La firma


A proposito di piaceri legittimi, ricordo quando provai l’abbinamento mascarpone-marmellata di castagne. La vita, infatti, non è solo Colombo convinto di approdare alle Indie mentre scopre l’America, ma è anche imbattersi in un gusto nuovo, in una vista che riesce sorprendente, in un tocco terapeutico, come accarezzare un gatto o sollevare l’Ostia che guarisce il male.
In questo senso, l’Eucaristia è il paradigma di ogni sensazione collegata col profondo, il ponte fra l’esterno e l’interno, il cunicolo segreto che conduce alla settima stanza, dove abita Dio. Se non mettiamo in contatto le cose con questa Presenza misteriosa, rischiamo la dispersione della nostra identità. È il centro che dà senso alla periferia; per questo, ad esempio, una pastorale della strada, dei poveri e degli emarginati, che non prenda le mosse dall’incontro con lo sguardo di Gesù, è destinata a fallire: che se ne fa, un disadattato, della mia faccia da pesce lesso? Ma se incontra gli occhi di Cristo, ecco che la sua esistenza si riorganizza dall’interno, ritrova il filo d’oro che aveva perduto chissà come, e chissà quando.
Il mascarpone e la marmellata di castagne mi possono salvare, se lascio che il gusto percorra la strada che dal palato arriva al cuore. Non c’è niente, al mondo, che non possa convertirmi, che non mi faccia leggere, tra una riga e l’altra, la firma inconfondibile di Dio.

Il gran rifiuto


L’equivoco è considerare il Cristianesimo come una rinuncia. Che esista, è impossibile negarlo, ma è quella che troviamo nel rito del Battesimo: rinunciate a satana? E a tutte le sue opere? E a tutte le sue seduzioni?
Rinunciando al male, si apre uno scenario in cui i sensi godono delle cose giuste, rendono felici di ciò che piace a Dio e alle creature che vivono a sua immagine. Da questo punto di vista, la situazione si ribalta: il piacere mondano porta sempre con sé un’inquietudine sottile, a volte inconscia, che rovina anche quelli che sarebbero i momenti più belli della vita. È un retrogusto amaro di cui tutti abbiamo fatto esperienza; richiama alla memoria il giovane ricco del Vangelo, che rifiuta di seguire Gesù: “se ne andò via triste”; quelli da lui considerati come beni che riempivano la vita, di fronte al Cristo, non possono bastargli.
Il credente rinuncia a queste sicurezze, che nascondono un’origine precisa: satana porta Gesù su un monte altissimo, da cui sono visibili tutti i regni della terra – un simbolo, ovviamente – e gli ricorda che tutto questo è stato messo in suo potere e lui lo dà a chi vuole. Il Cristo risponde con un rifiuto di segno opposto a quello del giovane citato: a Lui non interessano i beni, ma il bene, da cui provengono i veri piaceri e la gioia profonda della vita. La rinuncia, dunque, non riguarda la bellezza, la bontà, la verità, ma la contraffazione proposta dal demonio, il quale contamina i sensi e li rende incapaci di apprezzare l’opera di Dio. Ecco perché rinunciare a satana e vivere il Battesimo è la formula vincente per essere quello che siamo, ossia persone capaci di soffrire e di gioire, di gustare fino in fondo il dono di trovarsi sulla Terra. Il gran rifiuto va fatto nella giusta direzione. Questo è il Cristianesimo.

Luigi Maria Corsanico legge Marcello Comitini

da qui

Marcello Comitini
Il miele dei ricordi

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Francis Lai – Le passager de la pluie
Immagini dal web di propietà degli autori

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G. M.


C’è uno scrittore con cui ho sempre cercato di entrare in relazione. Non è tra i più importanti, anzi: è piuttosto uno che si occupa degli altri, scopre talenti e li promuove. Non lo cerco per essere promosso: l’unico giudizio che riesca a interessarmi è quello universale. Lo cerco perché mi piace il suo modo di intendere la letteratura, il suo stile nell’insegnare a farne, che non è quello geniale, che so, di Giuseppe Pontiggia, che ti seduce con girandole di trovate imprevedibili; no, lui è tranquillo, forse troppo, ma di una tranquillità che ti persuade, con minuscoli passaggi che presi a uno a uno, magari, sarebbero ridicoli, ma messi insieme compongono la formula per scrivere qualcosa di buono.
Dunque ho cercato più volte di entrarci in relazione ma, come si dice, non ne ho azzeccata una. Ho capito fin da principio che c’era una sorta di maledizione, per cui qualunque cosa facessi andava storta. Una volta lo invitai a partecipare a un convegno organizzato da una conoscente, con nomi di sicuro successo, in una location prestigiosa come il Campidoglio. Partecipò un pubblico di quattro gatti, e l’improvvida organizzatrice zittì il mio relatore in modo a dir poco sgarbato e inopportuno.
Penso che chiunque, al mio posto, si sarebbe arreso. Io no. Continuo a scrivergli, senza ricevere risposta, non per convincerlo a promuovermi, perché l’unico esame a cui do peso è quello dell’ultimo giorno, ma perché mi piacerebbe entrare nel suo mondo, unico e forse irripetibile, di scrittore che si occupa non di se stesso, ma degli altri.

SUL TAMBURO n.50: Patrizio Fiore, “Il ricamo mortale”

Patrizio Fiore, Il ricamo mortale, Napoli, Tullio Pironti Editore, 2016

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di Giuseppe Panella

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Il “ricamo mortale” del titolo richiama iconicamente il mesotelioma pleurico che Orazio Niccoli, medico in servizio da anni presso l’ambulatorio per extracomunitari dell’ospedale Santa Maria di Loreto Mare di Napoli, riscontra in una ragazza di 28 anni, un’età in cui è molto difficile che questa patologia si manifesti. E’ il sintomo di un’esposizione all’amianto che si rivela mortale nei casi in cui avvenga prolungatamente. Questa scoperta sconvolge il medico:

«Quella diagnosi, inappellabile, lo aveva lasciato inebetito. Dopo tanti anni di duro lavoro, tanti turni di pronto soccorso non aveva perso il “vizio”, come molti colleghi gli rinfacciavano, di farsi coinvolgere dalle condizioni dei suoi pazienti. Eppure, questa volta c’era qualcosa in più: lo aveva avvertito a pelle sin dal primo momento in ambulatorio. Quella povera ragazza lo aveva attratto immediatamente: se si fosse trattato di amore, sarebbe stato un perfetto colpo di fulmine. Ma non si trattava di amore, piuttosto di quel suo sesto senso che gli faceva captare immediatamente l’intensità della sofferenza, la devastazione della malattia, l’angoscia del possibile exitus. […] “Le cellule esaminate sono compatibili con la diagnosi di mesotelioma pleurico in fase avanzata”. Mesotelioma pleurico: una vera e propria condanna. Una neoplasia rara, ma ad alta malignità e con il 100% di letalità, cioè tutti quelli che ne risultavano affetti erano destinati a morte certa entro massimo due anni» (p. 79).

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Lingue


E se tutti parlassimo la stessa lingua?
Ci sentiamo a disagio davanti a uno straniero con cui è impossibile intendersi anche su cose elementari. La richiesta di un’informazione, il nome di un monumento o la sua paternità, una semplice espressione affettiva producono l’effetto di metterci in crisi. Ci si guarda sperduti, cercando di spiegarsi con suoni per lo più inarticolati, in cerca di codici, simboli, strumenti capaci, con una specie di magia, di chiarire il messaggio in misura sufficiente.
Il sogno di una lingua comune ha attraversato i secoli: pensiamo all’esperanto. il successo è stato sempre limitato, ristretto a una cerchia sparuta di persone, senza arrivare a risolvere il problema.
Eppure, l’esigenza dell’uomo è comprendere, comunicare e condividere, per cui non si rassegna al fallimento. Come superare l’ostacolo, evitando le semplificazioni spesso impraticabili (impariamo tutti l’inglese!)?
Oggi ho impartito l’unzione degli infermi a una suora ormai quasi incapace d’intendere e volere (certamente di udire: è praticamente sorda). Sono entrato nella stanza con tre sue consorelle, tra cui la madre generale e la vicaria. Si sono affrettate a dirmi che avrebbero risposto loro alle formule del rito.
Il miracolo è facilmente prevedibile: suor Anna, la malata, ha mostrato di comprendere bene, e al momento del “Pater” ha pregato insieme a noi.
La lingua comune è la lingua dell’amore: due italiani potrebbero convivere per anni e non capirsi mai, come dimostrano molte confessioni. Persone di diversa nazionalità o portatori di handicap, anche gravi, riescono di frequente a entrare, invece, in empatia perfetta.
Non basta l’esperanto, ci vuole la speranza: la coscienza di un amore espresso da un vocabolario che comunica senza bisogno di parole.

quartine di media estate


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Un suono costante di biscotti,
Nzulli frolle ciambelle piparelli,
Momenti che croccano, speziati.
Dai paesi che crollano, ciottoli, dai colli.
*
Stanotte sogno Ntinnammare,
Sogno le doppie acque giù al Pilone
Con lunghe bracciate io che non so nuotare
E mio padre che guarda da Filione.
*
Nel chiaro andavamo, io, in un sonno assorto,
Io e mio padre la domenica mattina,
All’approdo dei pescherecci al porto,
A una manna di pesci, all’altomare prossimo
al centro di Messina.
*
In collina eravamo bianchi,
Scendevamo al mare con un passaggio,
Risalendo sporchi di sale e stanchi,
I dodici anni un atto di coraggio.

In collina eravamo anche stanchi
Del tempo fermo nel solito raggio
Dell’abitudine, ma col paesaggio negli occhi
Nascevamo sempre a un eterno maggio.
*
I padri archiviavano i torti
nella pace a terrazze degli orti,
una pace a portata di mano,
all’alba, quand’era più piano l’umano.
*
Ho atteso certi antichi passi
Sotto le magnolie in San Leone –
All’ombra, come se inventassi
Come si cerca la scusa l’occasione.

Sarebbe come credere


Per i piccoli la vita è bella. Tutto sembra possibile, nulla li preoccupa e nutrono speranze senza sforzo. Il segreto del bambino è credere: alle fate, al grillo parlante, alla befana. Una volta celebravo messa e mi lasciai sfuggire: sarebbe come credere a babbo natale. Vidi le facce contrariate dei bambini e mi corressi in fretta: sarebbe come credere ancora all’uomo nero! E tra i banchi c’era il prete africano, catechista…
Credere vuol dire aprire il cuore. Più andiamo avanti, più qualcosa si accumula nel punto di contatto con il mondo, lo assottiglia, lo ostruisce, diventa una barriera di scogli a difesa delle onde che potrebbero investirci.
Abbiamo paura: del mare, dell’inconscio, delle forze esterne e interne che potrebbero sempre prevalere sulle più sofisticate resistenze.
Il bambino, no, non ha paura. Per lui il mondo è un regalo da scoprire: la calza dell’epifania trovata in fondo al letto, i pacchi ammucchiati sotto l’albero, la notte di Natale. Non crede che qualcuno possa fargli del male. E poi, perché? Il male è una cosa innaturale, un corpo estraneo, il nulla che vorrebbe presentarsi, ma a cui è bene chiudere la porta.
Tornare bambini: Gesù lo aveva detto, ma l’hanno messo sulla carta dei cioccolatini, nelle parole melliflue dei catechismi parrocchiali, nelle ironie di tanti mangiapreti.
Se ci fermassimo un momento, se non avessi mai pronunciato quella frase: “sarebbe come credere ancora”, se guardassimo il mondo per la prima volta, ci accorgeremmo che le fiabe hanno ragione, più ragione di noi.

In times of terror and war

di Stefanie Golisch

the end of the world; in which we live forever.
Thomas McGrath

Unsteady light over the tabby cat Berlin.
Summer, they say. A man hanging origami
parrots in a white birch long the alley. Life
runs slower while I’m watching him from
the café on the other side of the street. Friday
morning, breathing beauty and shame in the
steady rhythm of a parrots uncertain
paper heart Continua a leggere

Il messale


Passeggiavo nel corridoio con un messale in mano. Non so da dove fosse uscito. Mia madre è devota, lo avrà comprato lei, o forse era un gentile lascito dello zio sacerdote. Avrò avuto dieci anni.
Il corridoio era in ombra, e univa le stanze della casa come una spina dorsale sorregge le membra: la camera dei genitori, che stranamente non ricordo; quella dei fratelli più piccoli, il salotto – spesso chiuso a chiave -, l’atrio, la cucina, la stanzetta di noi due più grandi, la sala per studiare, mangiare o vedere la TV.
Nel corridoio si poteva passeggiare: per questo avevo preso l’abitudine di andare su e giù con quel libretto di incerta provenienza, la cui lettura suscitava in me una curiosa sensazione. Le frasi chiare, solenni, perentorie, che non prevedevano risposte, ma solo un’adesione empatica, un riconoscimento della loro assolutezza, mi immettevano in un mondo sconosciuto che a me pareva bello, perché nessuno avrebbe mai scompigliato quelle righe: c’era un ordine lontano dal chiasso della casa, dai litigi tra fratelli, dagli interventi duri di mio padre, che soffocava ogni eccesso dell’infanzia. Nei miei piccoli passi lungo il corridoio, c’era una pace che vinceva le eruzioni improvvise della famiglia numerosa: i dispetti alla sorella sfortunata, nata dopo tre maschi; gli esperimenti sadici con le lucertole o con la carta di giornale, da bruciare di nascosto sul terrazzo; i rigori tirati contro l’armadio rosso e azzurro, appena verniciato.
Il messale l’avrei riesumato, molto più tardi. Avrei provato di nuovo la pace di quel lungo corridoio: un tempo senza tempo, in mezzo alle grida, ai pianti, alle risa sguaiate della Storia.

In cammino verso la marca gioiosa (VII)

di Roberto Plevano

È finalmente in libreria il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. Il 12 settembre, alle 18:00, Palazzo Chiericati, Vicenza, Cesare Galla e Roberto Cuppone presenteranno il libro insieme all’autore. La poesia e lo spirito ha ospitato per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Qui si narrano, da una prospettiva esterna alla respublica christiana della società del tempo, gli eventi che precipitarono il conflitto tra il conte di Tolosa e il papato, offrendo il pretesto per la crociata contro i Catari.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 
Diceva Benbenisti che nell’ultimo tratto del corso del Rose i venti soffiano davvero forti, più rapidi dei cavalli selvaggi che vagano tra le dune e i canneti. Gli uomini qui sembrano concepiti e generati come otri gonfiati dal vento. Sono vanitosi, incostanti, oltremodo mendaci e non tengono le promesse.

Diceva Benbenisti che tra questi uomini il più vanitoso, mendace e spergiuro era il vescovo di Arelate Michele da Morese, il cui unico scopo nella vita pareva quello di diventare padrone della città, e che per sette anni aveva ordito schemi e intrighi contro i nobili, le famiglie, i cittadini del Consiglio e gli altri religiosi.

«Contro i religiosi?» domandavano gli uomini della compagnia.
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Viaggi


Non riesco a smettere di guardare questa foto. Tu, su una specie di banchina, con la valigia, che guardi chissà dove. Il mare è a circa un metro, attraversato dai riflessi delle case tipiche che colpivano la nostra fantasia. Sullo sfondo, la costa punteggiata dal bianco delle abitazioni e un cielo a macchie più blu man mano che vanno verso l’alto. Due imbarcazioni si sfiorano: una si avvicina, l’altra – un motoscafo – sta prendendo il largo.
Se mi chiedo perché mi attiri tanto, quest’immagine, affiorano risposte prevedibili: te ne sei andato, con la tua valigia. La meta non era il paese, come sembra, ma il cielo laggiù, con le diverse sfumature di lontananza o vicinanza a Dio. Il mare – l’inconscio – replica i colori della vita, delle finestre dai battenti verdi, delle tende che ombreggiano negozi e ristoranti, degli attici e degli alberi che spuntano più in alto, come ciocche di capelli scuri. Le sagome, nell’acqua, risultano distorte: la risonanza nascosta delle cose ne coglie dettagli rinnovati, sensi alternativi. Forse, partendo, sei diventato più presente, mi hai consegnato una valigia piena di istruzioni, ricevuta dalle mani di Dio. La banchina è un’altra volta il punto d’approdo, un tuo ritorno senza interruzioni, privo dell’ansia di una falla che può aprirsi da un momento all’altro: per un edema, un ictus, o il diabete in agguato, come un serpente velenoso in mezzo all’erba. Il motoscafo ti ha condotto qui, la barca di Dio che sparirà tra poco, oltrepassando il bordo della foto.
Ecco perché lo sguardo non riesce a staccarsi dall’immagine: c’è una vita più reale di quella che continua da quest’altra parte; c’è un cielo più tangibile di quello che intravedo oltre la tenda della mia finestra, tra le ciocche di capelli degli alberi, là in fondo.