Antonio Fiori, Nel verso ancora da scrivere

di Giovanna Menegus

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La poesia di Antonio Fiori, così apparentemente lieve, misurata e sorridente, nasce e si alimenta tutta dalla dichiarazione e consapevolezza della propria insufficienza: «patisce / perché non può sciogliere / i nodi alla gola, per quanto tenti / da sola». O più esplicitamente: «Per dirla tutta la poesia non basta». L’accettazione del proprio limite – di una sorta di dolente, vigile impotenza – la anima sottilmente, in una tensione che è tanto morale (e religiosa), quanto sensibile e sensuale, amorosa, e detta misure perlopiù brevi e composte sempre increspate dall’inquietudine, dai trasalimenti e le interrogazioni dell’umano vissuto. Continua a leggere

Lamenti


Ci lamentiamo spesso. Magari borbottando interiormente: ci mancava questa; oppure: eccolo qua, e ti pareva! A volte sono fatti gravi, altre volte bazzecole, ma non ha importanza: è il principio che conta. Se fossimo credenti, sapremmo che Dio si prende cura di noi; anche di fronte a una catastrofe, ripeteremmo convinti: certamente ci ha protetti da qualcosa di peggio, per cui è giusto ringraziare. Siamo bambini in braccio al papà; ci pensa lui. A noi basta accarezzarlo, dicendogli ti voglio bene.

Fuoco, Terra, Aria, Acqua. Poesia Portale Sud con De Rienzo, Grutt, Sant’Elia e Tempesta

Poesia portale Sud è un progetto ideato da Edoardo Sant’Elia con lo scopo dichiarato di “far emergere – oltre le secche dei modelli primo o tardo novecenteschi ed accettando in pieno la sfida del postmoderno – un diverso modo di ‘sentire’, di praticare la scrittura”. L’opera, Fuoco. Terra. Aria. Acqua, è il frutto maturato da questo tronco; uno spartito diviso in quattro tempi ciascuno dei quali interpretato da un poeta del Mezzogiorno, Giuseppina De Rienzo, Rossella Tempesta, Valerio Grutt e lo stesso Sant’Elia. Non casuale ritengo sia stata la scelta dell’editore, con le edizioni Terra d’ulivi di Elio Scarciglia, a sua volta, figura interessante di artista e insieme promotore di un Sud emancipato da modelli meridionalisti rivelatisi inidonei a far emergere talenti e valori radicati ma allo stesso tempo capaci di dialogare oltre i confini regionali.

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Charis anti charitos


Aiutare gli altri è un atto sacrosanto, siamo fatti per questo. Se amiamo dello stesso amore di Dio (avendo ricevuto un amore che risponde all’amore, charis anti charitos, secondo il prologo del quarto Vangelo), non possiamo esimerci dalla solidarietà. Ma i dettagli contano. Non basta soccorrere: in questo caso, la Chiesa sarebbe una ong, una onlus, non si distinguerebbe da un’associazione benefica qualsiasi. Noi diamo sollievo agli altri che soffrono come daremmo sollievo a Gesù Cristo. Allora cambia tutto; allora la Chiesa è necessaria.

Marino Magliani, “All’ombra delle palme tagliate”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Marino Magliani

All’ombra delle palme tagliate

Amos Edizioni 2018

All’ombra delle palme tagliate è la prima opera poetica di Marino Magliani. O forse no, nel senso che Magliani è da sempre poeta in prosa, e le pagine dei suoi romanzi sono ricche di spunti lirici e suggestioni fortemente evocative. Qui, però, siamo di fronte a un’inversione dei rapporti di forza, perché questa silloge, che in fondo ha la vocazione del poemetto, adotta un registro quasi-prosastico, che ne è la cifra caratteristica. Non un limite, sia chiaro. Al contrario, la vis poetica dei versi traspare proprio dalla semplicità delle immagini e delle storie che racchiudono. E dalla memoria, tanta, che dischiudono come frutti spremuti.

«Poi senza perdere quel sorriso, la piega
che aveva sostituito lo stupore,
egli fissava di nuovo la terra
e taceva il resto
del giorno».

(da “Il cecchino”, p. 27)

«Una domenica verso la fine della prigionia,
continuò l’uomo che viveva nella casa
senza persiane, ero affamato,
niente di nuovo, scendevo per una strada
piena di archi e al fondo mi pare ci fossero
tigli gocciolanti».

(da “L’amore ai tempi della guerra”, p. 117) Continua a leggere

L’anima di Dio


Gesù è diviso. Diviso fra il desiderio di risparmiarci la prova – perché ci ama e sa quanto costi, essendo passato Lui stesso per ogni genere di lotte – e quello di lasciarci misurare nello scontro per meritare la bella ricompensa, l’appagamento profondo delle nostre migliori aspirazioni. Se imparassimo a conoscere il suo cuore, apprezzeremmo più adeguatamente le gioie e i dolori della vita, dando a ogni esperienza il giusto peso e la giusta prospettiva, entrando un po’ di più nell’anima di Dio.

Dalla parte del bambino


I bambini disturbano. Piangono, parlano a casaccio, sempre fuori contesto. A messa, poi, sono ingestibili: favoriti da genitori lassisti, coprono le parole del prete, a volte provvidenzialmente, a dire il vero. Fanno capricci, chiedono con insistenza, s’impuntano per niente.
Eppure hanno qualcosa d’impagabile: “fiducia senza limiti, docilità, sete di Gesù, candore e purezza, abbandono totale, sguardo limpido”, dice il Cristo alla mistica Gabrielle Bossis. Dichiara di amarli, e invita a riprendere l’anima di bambino per donargliela.
Ripenso a un principio di saggezza, così dimenticato: prima della ragione viene la libertà creativa, l’adesione personale. Ama e fa’ ciò che vuoi, diceva Agostino. In questa prospettiva, dalla parte del bambino, tutto si spiega.

Una lettura di Ruderi del Tauro

di Giovanna Menegus

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La poesia di Enrico De Lea – e forse in particolare quella di questo libro, pubblicato nel 2009 da L’arcolaio – non è facile né immediata. Personalmente sono riuscita a (parzialmente) penetrare la sbrecciata, petrosa fortezza dei suoi Ruderi solo dopo alcuni tentativi di avvicinamento respinti dalla loro superficie “ostica” e “basaltica”. Finché a un certo punto è scattata in me un’emozione-riconoscimento: Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto. Per un istante Continua a leggere

Vedere o non vedere


Vogliamo vedere: è un segno del nostro materialismo incorreggibile, o del nostro ateismo. Perché Dio non si vede. Dio nessuno l’ha mai visto, dice Giovanni nel Vangelo. Cristo era visibile, allora; ma oggi neanche Lui. Come amare qualcuno che non vedo? È la sfida della vita, la cosiddetta prova. Ed è questo l’amore che Dio chiede, che predilige più di ogni altra cosa. Se c’è una vittoria che conta, è amare e non vedere: non si vede bene che col cuore, come ha scritto qualcuno.

Vivalascuola. Infanzia resa

Poi succede qualcosa
in un momento preciso della giornata:
il canto di una classe dietro i vetri
interroga tutti i nostri destini.

Un libro di poesia nato a scuola e che si porta dentro come un diario la vita segreta delle aule scolastiche. Si tratta di Infanzia resa di Sebastiano Aglieco, poeta e maestro in una scuola elementare di Milano. Un libro in cui la poesia è oggetto d’insegnamento e allo stesso tempo strumento didattico, occasione di scoperta e veicolo di relazione. Per questo proponiamo questo libro ai lettori di vivalascuola, sia ai poeti che agli insegnanti, con un assaggio di poesie, una testimonianza della maestra Manuela Gallina, le letture dei poeti e insegnanti Corrado Bagnoli, Luigi Cannillo, Maurizio Casagrande, e una nota di Giorgio Morale.
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La fabbrica dei sogni


Il segreto è Cristo, la sua doppia natura. Qualunque cosa entri in contatto con quest’Uomo, penetra nell’orbita della divinità. La sorte del peccato è segnata dall’impatto ustionante con la gloria di Dio: avvicinarsi a Gesù, unirsi a Lui, significa accedere all’intimità divina, contare su Colui che ha preso su di sé il peggio di ogni cosa per renderci il meglio, come una fabbrica di sogni. Il Figlio dell’artigiano produce ancora oggi i suoi capolavori.

Ti troverò – di Max Ponte

stazione_termini_antica

Ti troverò
magra e buffa
con la pelle macchiata
dai farmaci
e la lingua
che sa di fumo
un plico di
questionari sul
gradimento dei
servizi ferroviari
ti troverò
invitta e loquace
sovrana di malati
e straccioni
con una scatola
di fragole dubbie
ti troverò
fugace e dagli
occhi nettuni
a scrivere e a
citare Pasolini

Poesia inedita, messa in scena per “Poesie d’amore con il sitar”
www.maxponte.blogspot.it 

Nella foto d’epoca Roma Stazione Termini

Sinergia


Parliamoci chiaro: la vita di fede non è semplice. Il motivo è che non si fa da soli, per cui tutto va bene. Si è in due. E l’altro è Dio. La questione è spinosa, e le domande sorgono spontanee: cosa tocca a me e cosa a Lui? Come armonizzare i ruoli? Come essere sicuri che non entrino in conflitto, che non si contraddicano a vicenda? Ci si potrebbe scoraggiare, al punto da tornare alla casella di partenza: fare da soli.
Ma il Signore chiede solo la buona volontà di fare quello che possiamo; al resto pensa Lui. E il resto, neanche a dirlo, è quasi tutto.

L’affare


Non avrai altro Dio all’infuori di me. Il Signore la sa lunga. Si rende conto che siamo divisi fra opposte religioni: la fede in Lui e quella nel denaro. Dio o mammona. Quest’ultima parola deriva da “amen”: molti legano la loro vita, affidano la stabilità dell’esistenza (questo vuol dire amen) al possesso dei soldi. È il solito dilemma: avere o essere. Se adoro il denaro, divento materia, mi irrigidisco nell’avere; se adoro Dio, la mia anima si libera, attinge alla fonte stessa dell’essere, fluisce come spirito. A noi la scelta, come sempre. Il bene, però, conviene: è l’affare migliore che possiamo fare.

SUL TAMBURO n.71: Giampaolo Simi, “La ragazza sbagliata”

Giampaolo Simi, La ragazza sbagliata, Palermo, Sellerio, 2016

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di Giuseppe Panella
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«E invece mi ritrovo ventitré anni dopo a scrivere ancora del caso Calamai e di quell’estate inquieta e volubile. Il 1993 sarebbe stato ricordato per un luglio ancora primaverile e un agosto tropicale. Fu un’estate a due facce, come il dio Giano che con i suoi due volti guarda verso il passato e scruta il futuro. Contro ogni pronostico Bill Clinton aveva mandato a casa Bush Senior. Internet e le inchieste di Mani Pulite facevano presagire l’alba di una nuova era. Pensavamo che molto presto l’Europa sarebbe stata forte e unita, non a caso mezzo mondo ballava la discomusic prodotta in Italia, in Germania o in Svezia. La realtà era diversa. Noi ballavamo sulla spiaggia, e intanto sotto i nostri piedi si riassestavano faglie profonde, facendo tremare l’Italia da Roma a Firenze a Milano. Oggi mi è chiaro: sotto la minaccia che tutto crollasse, niente cambiò nel senso in cui avevamo sperato. Mi è chiaro proprio mentre mi ritrovo da solo, in un appartamento ormai quasi vuoto, a scrivere quello che doveva diventare il mio libro sensazionale sul caso Calamai. Doveva. Perché si è trasformato nel racconto di come invece è stata la mia vita a crollare e a cambiare per sempre. In una settimana» (pp. 16-17).

La ragazza sbagliata, di conseguenza, non si presenta come un romanzo di fantapolitica, né un thriller, né un poliziesco di indagine su un delitto (come quelli che, erroneamente e banalmente, vengono etichettati come “gialli” dal colore di una copertina negli anni Venti del secolo scorso). Non è neppure un noir, anche ci si avvicina molto nell’impostazione. E’ una narrazione che si legge tutta d’un fiato ma non per questo si rassegna alla velocità di scrittura del genere o alla mancanza di approfondimento psicologico che spesso contraddistingue i romanzi d’azione. Simi punta non tanto (o soltanto dato l’argomento) sui colpi di scena o sulla spiegazione finale quanto sulla costruzione del personaggio principale Dario Corbo e sui suoi rapporti con quelli che incontra e con cui si confronta nel corso della vicenda.

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Questa vita


Difficilmente crediamo all’amore. Ne abbiamo e ce ne hanno fatte tante che è quasi impossibile fidarsi. È il cuore duro di cui parla la Bibbia, la sclerocardia dei Padri. Eppure, Uno ci ha amato tanto da espiare, per noi, le nostre colpe. Fatichiamo a rendercene conto. La prima cosa che ci viene in mente è: chi glielo fa fare? E proprio per me? Ci percepiamo indegni, o talmente delusi che la questione, quasi, non ci tocca.
Se invece provassimo, una volta, a manifestare il nostro pentimento, a sussurrarlo all’orecchio del Padre, durante la messa, con la tenerezza di chi si sente veramente amato, come cambierebbe questa vita?

Italofonia portami via

insegna

Assistiamo sempre più all’invadenza di parole anglofone nella nostra vita quotidiana. E senza essere dei puristi è necessario dire che alcune scelte sono davvero inopportune. Ad esempio quella di chiamare “Bakery” un’attività commerciale per renderla più “cool”, in vece di chiamarla “Panetteria” o “Forno”. Così nella Torino dell’aperitivo vi imbatterete in questa insegna. Ma che fare? Perché se tu vai a lamentarti con un linguista medio costui ti farà capire che la lingua è in continua trasformazione e quindi insomma non ci possiamo fare niente. Poi figurati a sostenere leggi per proteggere la lingua, rischi pure che ti diano del reazionario, (anche se i francesi sulla Costa Azzurra sanzionano le insegne in altre lingue, soprattutto quelle in italiano). E allora? Allora bisogna ripartire da un comune territorio culturale, riunirsi magari con i commercianti e far loro presente che è possibile essere “cool” anche con vecchie e nuove parole nella lingua di Dante.

Max Ponte

Cosa amare


Ci sono parole che fanno paura: comandamento, sofferenza. Indicano territori nei quali non vorremmo sostare o metter piede. Il dolore è ostico. Gesù non chiede di far finta di nulla, o di non avvertirne la presenza, il peso, il fastidio che arreca. Suggerisce di caricarsi della croce con amore: è questo che ci unisce all’Uomo dei dolori, che ben conosce il patire. E che nessuno potrà mai superare, in questo campo.