Il Capitano Mario (XIII)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII)

II

Il 1939

La dittatura, come un cavallo impazzito, aveva imboccato le tragiche vie del male e precipitava verso le sue inarrestabili conseguenze. Eravamo ai prodromi del dramma che doveva sconvolgere il mondo, e intanto si viveva nell’inquietudine di sinistri presagi.

Mario era spesso richiamato alle armi in quel lontano 1939, sempre tuttavia per pochi giorni e sempre per quel pericolo di guerra che poi ogni volta risultava scongiurato per noi dell’Europa occidentale. Ma era già una continua tensione per me, che aspettavo la seconda bambina. Stavo male, anche fisicamente e soffrivo per di più nel timore che la creaturina risentisse del mio stato d’animo. Mario mi rassicurava: non dovevo assolutamente preoccuparmi – diceva – per questo.

Già dal 1o settembre 1939, annunciando la Blitzkrieg (ossia la guerra-lampo), Hitler aveva invaso la Polonia, che si difese con le cariche di cavalleria contro i carri armati e poi si era rivolto proditoriamente verso l’occidente, proseguendo rapidamente nella sua marcia, sempre vittoriosa, verso la catastrofe, purtroppo ancora lontana.

Gli Inglesi, oltre la Manica, erano decisi a resistere.

Noi avevamo dichiarato la “non belligeranza”. Qualcuno, ancora in grado di ragionare, fra i capi dello Stato maggiore delle forze armate, ma anche fra gli stessi gerarchi fascisti, cercava di persuadere il Duce a prolungarla almeno per un paio d’anni, facendogli presente la nostra assoluta impreparazione militare rispetto a quella del nostro folle alleato.

Ma invano.

E scoppiò la 2a guerra.
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